“TAV: e se diventa un problema di tutti?”

Della questione TAV in Val di Susa è possibile, volendo, sapere tutto, quasi esclusivamente grazie al grande lavoro di creazione e condivisione di saperi messo in campo e supportato dai NO TAV. Mentre il governo, infatti, si limita a mettere a disposizione depliant e dossier che con due eufemismi si possono definire sottili e autoreferenziali , il comitato NO TAV segnala e diffonde sempre nuovi studi scientifici, che approfondiscono fin nei più piccoli dettagli le negatività e i pericoli del progetto .

A dispetto di quest’abbondanza di dati, capita spesso, in occasione di discussioni, d’imbattersi in atteggia-menti di chiusura e di immobilità, da parte d’interlocutori di diversa estrazione sociale, culturale o politica. In particolare, ho notato con molta frequenza il ricorso ad una “prova” considerata schiacciante: i NO TAV accolgono e lasciano agire in seno al movimento molti agitatori, che sono sicuramente tali perché “vengono da fuori”. Il fatto di provenire da un’altra zona d’Italia, o addirittura d’Europa, toglie agli occhi di larga parte della popolazione italiana qualsiasi patente di sincerità, di onestà d’intenti: “Perché un conto è se il treno ti passa accanto a casa, ti distrugge la fabbrica o disturba l’asilo di tuo figli, ma se tutto accade a trecento chilometri da qui, beh…se te ne fai carico, dev’essere perché sei un disturbatore di professione, un casinista, un violento”.

Se l’Italia sembra spaccarsi riguardo alla questione TAV-SI’ / TAV NO, fa riflettere che fra le motivazioni del sì prevalga quella dell’“interesse nazionale”, ed emerga invece un sentimento di comprensione nei confronti degli abitanti della valle. Come a dire: “si devono sacrificare loro, che sono lì, devono accettare la TAV per il bene comune…ma se capitasse a me…”.

Già, se capitasse a noi: espropri, militarizzazione, caos di lavori pesanti, l’incubo dei rischi per la salute. È un brivido, ma subito passa: la Val di Susa è là, lontana, a se stessa.

Per i cittadini di Brescia e provincia, quindi, c’è una brutta notizia, anzi ce ne sono due: la prima, è appunto che la TAV sta per arrivarci sulla testa; la seconda, è che per impedirlo non c’è altro modo che informarsi e mettere i propri corpi e menti in strada, ad opporsi, adottando quell’attitudine critica e di disobbedienza che pare proprio non connaturata almodus vivendi e pensandi dei miei concittadini.

Intanto, il percorso: Milano, Treviglio, Brescia, Verona. Il sito di Trenitalia dedica al progetto qualche striminzito paragrafo e due piccole mappe: “Avanzamento ad agosto 2012. Già in esercizio nei 27 km tra Mila-no e Treviglio e in realizzazione lungo i 39 km del tratto Treviglio-Brescia e i 12 km dell’interconnessione di Brescia Ovest, la nuova linea AV/AC Milano-Verona si svilupperà complessivamente per circa 140 km se-condo quanto previsto dal progetto preliminare approvato dal CIPE nel dicembre 2003” .

I problemi s’impongono già alle porte di Brescia. Ben 7 saranno i chilometri di TAV che lambiranno l’hinterland, a sud della città, in una zona a fortissima densità di infrastrutture: tangenziale sud, ferrovia “tradizionale” della linea Milano – Venezia, autostrada A4 e A21, senza contare le ex strade statali. Questo dato implica una complicazione nella costruzione di una seconda linea ferroviaria, che incontrerà un numero maggiore di ostacoli; si prevede già che per dribblarli tutti serviranno ai costruttori almeno 3 anni . Per effettuare i lavori, inoltre, sarà necessario ridurre a un senso di marcia la viabilità della trafficatissima tangenziale sud (80.000 veicoli vi transitano ogni giorno), e chiudere tratti stradali critici, come quelli delle quasi-centrali via Corsica e via Dalmazia.

Se questi ultimi possono essere considerati disagi, pesanti, ma pur sempre accettabili, la prima questione è più delicata. La zona a sud di Brescia, infatti, è martoriata da nocività ambientali: l’inquinamento prodotto dagli autoveicoli, la presenza di discariche, ancheabusive , la gestione scriteriata e criminale di scarti di lavorazione e rifiuti industriali (basti pensare alla Caffaro) , ma anche le normali scorie prodotte dall’inceneritore e dalle acciaierie , fanno di Brescia la terza città più inquinata d’Europa .

E la TAV, con la questione inquinamento, c’entra molto. Vari studi, infatti, analizzano il punto.

Insomma, la linea ad Alta Velocità potrebbe diventare la goccia in più, quella che fa traboccare il vaso di un equilibrio ambientale già fortemente compromesso; senza usare toni apocalittici, si potrebbe dire che il problema dell’inquinamento a Brescia è già un vaso che trabocca, con la TAV potrebbe esserci una vera esondazione d’inquinamento.

Ma proseguendo nei chilometri, passando affianco proprio al sito della Caffaro, la TAV avvisterà la città con la sagoma lontana del bellissimo Castello (il terzo fra quelli europei più grandi e meglio conservati, tanto per accennare che Brescia non è solo industria e inquinamento), e poi si infrangerà su un quartiere, su vecchie case ubicate in via Toscana. Che gli abitanti riceveranno un indennizzo, come continua a ribadire il sindaco Paroli, pare davvero il minimo; che, nell’ultimo mese, sia emersa l’ipotesi di costruire per i proprietari di casa espropriati nuove case nel medesimo quartiere è, più che una buona notizia, un correre ai ripari; infatti, ciò che colpisce della storia più cittadina della TAV nel bresciano, è che i proprietari delle case abbiano saputo cosa stava per accadere dai giornali .

L’ultimo tratto di TAV non sarà il meno critico, è questo è bene ricordarlo anche perché una buona parte non solo degli italiani, ma anche dei bresciani, considera “la bassa” (ossia la parte meridionale della provincia) e la zona di confine con la provincia di Verona una sorta di landa desolata e deprimente, abbandonata dalla civiltà alla nebbia e ai capannoni. Non mi soffermo ora sul fatto che anche i bistrattati campi coltivati costituiscano un patrimonio, non solo economico, non indifferente (ed è stato stimato che la TAV spazzerà via ben 200 ettari di campi, pari a 400 campi da calcio, solo nella zona più vicina alla città, quella che ne ha già sacrificati altrettanti alla bretella autostradale Bre-Be-Mi) , ma ben pochi sanno dell’esistenza del sito del Lavagnone. Questo sito preistorico, ubicato fra Lonato e Desenzano, è stato addirittura dichiarato Patrimonio dell’UNESCO , ma il battage pubblicitario-culturale è stato quasi inesistente, soprattutto se confrontato alla cartellonistica megalomane che costella tutt’oggi il centro di Brescia, “Brescia patrimonio dell’umanità”, per la pur meritata iscrizione nella celebre lista del museo di Santa Giulia .
I primi scavi sono iniziati solo nel 1962, e da allora, nelle 14 campagne di scavo successive, il Lavagnone non ha smesso di regalare reperti e informazioni di assoluta rilevanza, dalla vasta alla rete di palafitte (che fa ipotizzare l’esistenza di una sorta di antichissima “metropoli”), a un cranio risalente addirittura a 3.500 anni fa, all’aratro considerato il più antico del mondo giunto sino a noi.

Un’area, quindi, d’importanza primaria,e dalla struttura delicata: vi sono zone intatte, mai scavate né danneggiate dall’aratura o da smottamenti, ma vi sono anche settori più esposti al rischio o già deteriorati. Si deve inoltre tener conto che si tratta di una zona umida. E quali sono i rischi del passaggio della TAV nelle immediate vicinanze? “Lo scavo del tunnel ferroviario vicino al Lavagnone rischierebbe fra l’altro di «tagliare» le sorgenti d’acqua e le falde che all’alba dei tempi alimentavano il laghetto, su cui si sviluppò la civiltà palafitticola apprezzata dall’Unesco”, e inoltre “esiste anche il rischio della beffa, del danno ecologico. C’è fior di relazione geologica che avverte della presenza di «vene» d’acqua collegate allo stagno del Lavagnone proprio sul tracciato della Tav. E’ possibile che impermeabilizzare, o alterare il corso delle acque sotterranee, possa in pratica alterare l’intero biotopo del Lavagnone” .

Ciò che si deve fare quindi, in merito alla questione della TAV nel bresciano, è semplice: scegliere fra due quadri, e poi fare quanto ci è possibile per pesare nella direzione dell’opzione scelta. Da un lato, c’è un grande progetto che mira a velocizzare il trasporto delle persone e delle merci, a dirottare parte del commercio su ruota sulla ferrovia, e a collegare sempre più fra loro le grandi città; dall’altro, non c’è questo grande progetto. Ma ad oggi non c’è nemmeno un aumento di passeggeri nella tratta tale da richiedere simili investimenti e progetti, né ci sono, nell’utenza, le disponibilità economiche per accedere ad un trasporto ad alta velocità che finirà oltretutto, come già accade con le varie Freccia Rossa, Bianca, Argento, per soppiantare il trasporto regionale, provinciale o locale che la maggior parte delle persone può permettersi, e che è loro indispensabile per raggiungere i luoghi di lavoro o di residenza; non c’è, nella maggior parte dei casi, l’esigenza d’impiegare meno tempo nel viaggio; non c’è infine, d’altro canto, un servizio di base decente nei trasporti per pendolari, sulla medesima tratta, ed è quindi logico preferire un miglioramento diffuso del servizio, per quanto più lieve, ad un miglioramento eccezionale ma quasi inaccessibile. E soprattutto, nel secondo quadro, non c’è il caos edilizio, non ci sono gl’intasamenti di auto, non ci sono i lavori, né le emissioni inquinanti, non c’è un territorio urbano, quello di Brescia, del tutto stremato, non ci sono “casi particolari” di famiglie che si troveranno intrappolate fra tre vie di comunicazione, e che però non riceveranno né risarcimenti né alternative perché i loro terreni materialmente non verranno toccati, non ci sono case abbattute e persone sradicate, non c’è un Sito Unesco messo a rischio, non c’è il pericolo di compromettere l’area umida tutto attorno e il principale corso d’acqua di Desenzano, non c’è la strage dei vitigni del Lugana doc e la deturpazione di un panorama e di un ambiente suggestivo e unico come quello delle colline moreniche.

Scegliere è il punto; agire, poi, diventa irrinunciabile.

 

Qui l’articolo originale.

 

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