Ius soli, cittadinanza e multiculturalismo

Vi prego, smettetela di postare video strappalacrime o elenchi di bambini di 100 nazioni diverse che si sentono italiani, per asfaltare chiunque sotto la divina santità dello ius soli.

Buttate così in melodramma un nodo importante, e lo fate nel modo peggiore: strumentalizzando qualcosa che dovrebbe essere libero, le emozioni, superficializzandole e usandole a mo’ di pialla indistinta che cancella senso critico e profondità sentimentale.

Lo ius soli è un fatto politico, che naturalmente coinvolge persone e sentimenti – ma su cui bisogna non commuovere, ma argomentare con ragionevolezza. E per ragionevolezza, intendo un insieme di ragione e sentimento – perché anche nei sentimenti esiste la ragionevolezza, il merito, la profondità.

Insomma: non sputtanate una causa importante, per sé e per le riflessioni che potrebbero accompagnarla.

Non trasformatela, come tutto il resto soprattutto negli ultimi anni, soprattutto su facebook, in un cancan indegno di flatulenza e “presa in ostaggio” emotiva; non aggiungeteci robe che con lo ius soli non c’entrano; non usate i bambini per riempire i vostri bisogni o raccontare il vostro vissuto; non usateli come ariete per battaglie che neanche sapete dove ci e li stanno portando.

Questo è ciò che avevo scritto stamattina in facebook – ma poi ho pensato che la questione richiedeva qualche approfondimento.

Se vi va, ecco un tentativo. Continua a leggere

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La passività lamentosa e il bianco soggettivo: le nuove categorie della (non) lotta

Vorrei dire una cosa che forse risulterà impopolare – e per questo preciso, per chi non mi conosce, che non c’è niente di più lontano dal mio modo di pensare, dai miei “valori”, dell’impostazione totalmente causativa, all’americana, alla “puoi ottenere tutto quello che vuoi”, “chi s’impegna poi ce la fa”, “i migliori prima o poi emergono”, col conseguente e immancabile corollario “solo gli stupidi e i pigri non ce la fanno e quindi solo tu sei causa del tuo male”.

Eppure, anche l’opposto è altrettanto fuorviante e, in fin dei conti, controproducente. Cerco di spiegarmi con un esempio concreto.
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Per non perdere il senso della parola: lavoro

Una faccenda, recentemente, ha destato un acceso dibattito e riportato al centro il tema del lavoro: quello delle aperture domenicali e/o festive dei grandi centri commerciali.

Mi sono scontrata con molti su questo argomento, e poi riporterò alcune riflessioni – ma anticipo una cosa: non avevo mai davvero capito perché la Repubblica italiana, addirittura nel primo articolo della Costituzione, si fondi sul lavoro.

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Come il traliccio per l’uva

Oggi avevo voglia di allegria, e ci sono pure riuscita per un quarto d’ora. Poi, leggendo di questo suicidio e delle parole del mio coetaneo, m’è passata subito.
Perché è qualcosa di molto diverso da un altro fatto che mi aveva colpito – non conosco questo ragazzo, ma nelle sue parole risuona la frustrazione della mia generazione, risuona quello che tocca tutti noi, che ci agguanta, trascina giù o solo lambisce. La differenza sta sempre e solo nella botta di culo: quanto sei figlio di papà o mammà, quanti parenti amici conoscenti hai che ti assumono, quanto ti sei trovato nel posto giusto al momento giusto.

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Rivoluzione oggi

La rivoluzione oggi è soprattutto la fine dell’innocenza. Per la generazione a cui appartengo, nata negli anni ’80, penso che questo sia lo scoglio principale perché, venuti al mondo nel cuore del capitalismo già finanziario, già alla seconda, tutta la strada risultava tracciata: “Non c’è alternativa”, ripeteva ossessivamente Mario Monti al suo primo discorso da premier. Vi ricorda qualcosa “There Is No Alternative?”. Per chi non lo sapesse, TINA era uno dei soprannomi di Margeret Thatcher.

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