“Sguardo e odio”

È stato banale l’episodio dell’insulto da parte del manifestante al poliziotto, ma cocente tutto quello che ne è seguito, soprattutto per il senso di beffa nel confrontare quest’attenzione spropositata a due insulti e l’attenzione che brilla per la sua assenza, che pesa, che resta attesa, urlata, invocata, riguardo a grandi questioni: salute, sperpero di denaro e di vita, aggressività abituale dall’altro lato della barricata.

Eppure non è banale, anzi è epico ed epocale ciò a cui questo episodio ha rimandato, cioè: lo sguardo che intercorre nelle società moderne fra poliziotto o omologo e manifestante, fra due figure polarizzate e caricate di valori estremi, spesso strumentalizzate da chi strumenti non ne ha e nemmeno scrupoli.

Non credo sia utile dilungarsi sul singolo caso, se non per rilevare quanto assurde possano essere le reazioni «a caldo», ed in particolare la più frequente e gretta: il «magnifico» carabiniere eroe del giorno umilia il «barbetta» (che lavoro farà? ha precedenti penali? sarà di lì o sarà un perditempo che va in giro per l’Italia a insultare?), barbetta che meriterebbe gli si spaccasse la faccia a suon di manganellate invece di resistere in uno stoico silenzio. Questa è la linea esposta orgogliosamente dai lampadati-camiciati-aperitivofili, quelli che nella Brescia bene (e forse in tutta l’Italia, o l’Europa bene) non mettono il naso fuori dall’auto che pagano in 800 rate mangiando grissini per anni, se non per piazzare nel bel mezzo di dibattiti cruciali queste massime senza peso, acuminate e irrefutabili. E questa, questa è violenza non solo verbale, sorretta da una strafottenza doppia rispetto a quella del manifestante-barbetta: la differenza è che il manifestante la faccia ce la mette, e per qualcosa che vive sulla pelle, qualcosa d’importante, di collettivo, non per un’autoreferenziale presunzione della propria splendideria.

Mi sta a cuore come poche cose, invece, capire cosa c’è nei nostri sguardi, come ci si può opporre senza divorarsi, o se siano tutte ingenuità e tutto ciò che ci resta è l’odio.

Mi allontana sentire in corteo «Beeeee», «Siete porci, non pecore», «ce-le-ri-no pe-zzo di mer-da» e simili. Credo c’entri la mia patologia da contrasto, e non c’entrino affatto saggezza o umanismo, anzi – l’umanismo ha sempre due facce, e se ne può vedere solo una alla volta. Eppure, a me tutte le facce attirano al di là della mia volontà, un uomo è lì e buono o cattivo, bastardo o no, io non riesco a trasformarmi nella parola che lo colpisce, nella figura che quella parola evoca: perché, se lo facessi, non potrei guardare, scoprire, e anche, poi, odiare. Persino il celerino mi attira dietro i suoi occhi, anzi la sua visiera, non per le solite storielle (la sua famiglia che è come tutte e lo aspetta a casa, il suo stipendio più vicino certo a quello operaio che a quello del Capo della polizia, il suo senso del dovere che ci protegge quando abbiamo bisogno di lui, il suo essere anzi credersi, ma stendiamo un velo pietoso, «di sinistra»); accade solo perché effettivamente lì di fronte c’è un corpo umano e un’anima, e forse ingenuamente il mio corpo e la mia anima ripetono, a martellate, che c’è molto più di simile che di dissimile in noi. Eppure, eppure.

Eppure questo faccia a faccia si fa sempre più duro, personale. E la prima cosa che penso è che nel mezzo e ai lati di queste due figure c’è una spaventosa assenza: chi di dovere, di riferimento, chi ne avrebbe l’autorità e la responsabilità, si è dileguato. Il cittadino valsusino (ma è solo un esempio) per anni anzi lustri ha cercato «ghandianamente» di parlare, protestare, argomentare, portando una quantità inimmaginabile di dati, professionalità attivate ed alternative, viene ignorato, gli si chiudono porte in faccia, e l’unico emissario che vede arrivare è una tenuta antisommossa il cui messaggio non è fraintendibile: botte, se ti opponi. Non deve prendersela col carabiniere, il cittadino, nel frattempo diventato, varcando la soglia di casa, elemento anarco-insurrezionalista socialmente pericoloso: non è giusto, non è utile, il carabiniere non ha fatto nulla, ambasciator non porta pena. In questo caso, però, l’ambasciatore non solo porta pena, ma la esegue, la concretizza, la materializza. Bene, e cosa può esserci nel cuore del cittadino, nel suo sguardo verso il carabiniere? Perché è questo che voglio fare: mettermi non nei miei occhi, ma in quelli di chi odia, di chi giustificatamente odia.

In fondo resta solo una domanda: come può arrivare ancora, qualcuno che subisce direttamente pressioni da parte dello stato in armi, a vedere l’emblema e il braccio di questo stato come «uguale a lui», come fa a vedere un carabiniere uguale a lui, dopo tutto quanto è accaduto, e chi se ne frega che il carabiniere sia magari figlio di operai come lui (Pasolini si sarà rivoltato migliaia di volte nella tomba, pensando: «Se avessi saputo che sareste stati così cretini da fraintendere tutto, quella poesia non l’avrei scritta!»)? Come può rendere visibile al proprio sguardo che «non è colpa sua», che «lui è l’ultimo anello della catena», che «lui non c’entra»? Ma poi, può significare qualcosa il «non c’entrare», può esistere? Materialmente, l’uniforme, la preparazione militare dell’incolpevole carabiniere, la sua presenza fisica, la sua obbedienza, sono ciò che rende operativo un ordine non solo inutile, non solo ingiusto, ma mortale per il cittadino, la sua città, la sua valle, la sua famiglia.

Non ha diritto di odiarlo, no? Non ha «diritto di ACAB»? Eppure. Eppure.

Eppure è troppo facile rendere piane le condizioni estreme; è troppo facile lasciare che agisca l’immedesimazione automatica, aprioristica, e che si attui l’avvicinamento, che lo sguardo resti umano per tutte le facce della medaglia annullando torti e ragioni, credendo magari che questo creerà, un giorno o l’altro, un virtuoso circolo di rispetto naturale, persino di comprensione, e magari il capovolgimento che i sognatori sperano. Sarebbe facile, dolce, ritenere che il mio impulso di non contrasto sia il più giusto, di principio.

E se invece si dissodasse il terreno dello scontro, per estirpare e seminare, e mettere in atto tutt’altre condizioni, le sole a poter evitare che il faccia a faccia fra carabiniere e manifestante si riduca unicamente a una stretta di odio reciproco? Meno facile, ma in fondo basterebbero due cose, proprio due.

Basterebbe che le forze armate si defascistizzassero, e che dunque di regola e massivamente non si inoculassero principi fascisti nel singolo carabiniere, tra i quali obbedienza cieca agli ordini, parallela all’esaltazione dell’eversivismo sacrosanto, per quelli che sanno di «essere nel giusto» (tradotto: obbedisci all’ordine di sgomberare, senza chiederti se è giusto, e eccedi pure nella violenza se credi, perché sei nel giusto, e la violenza vuol dire potere, vuol dire comando, affermazione); o ancora, concezione purista e nazista della società, da purificare da zecche e parassiti (nelle chat libere dei carabinieri fioccano le battute sulla scarsa pulizia delle antagoniste, o su abitudini di vita dei militanti considerate subumane e repellenti).

Basterebbe che le forze dell’ordine si individualizzassero. Il codice identificativo non sarebbe solo obbligatorio, legalmente ma più importa moralmente, per distinguere il «bravo carabiniere», o per sapere chi ti sta picchiando, chi sta abusando del tuo potere; sarebbe pacificante a livello umano: ho a che fare con un individuo, che fa pur sempre parte di un corpo con molti problemi, ma che forse può essere diverso, può essere più sensibile, meno violento, potrebbe eseguire gli ordini a malincuore o, guardandomi negli occhi da individuo a individuo, non eseguirli più e passare finalmente dalla mia parte.

Basterebbe che le forze dell’ordine non si distinguessero così spesso per violenza impunita, persino baldanzosa per l’immunità sicura, per il comodo scudo di eroismo, rispettabilità, legalità pronto ad accoglierli.

Basterebbe cancellare dalla storia italiana un episodio assurdo come quello della morte di Giuliani, ma ancora più l’orrore della Diaz: giovani innocenti, che non erano andati al mulino, ne sono usciti infarinati di sangue e di terrore, picchiati come bestie e con un’inumanità che fatico a togliere dalle orecchie, dalle mani, perché è stata un’inumanità indelebile, acuta, esaltata dall’arroganza della supremazia facile, garantita, su esseri umani addormentati e sempre del tutto inermi: «Non avete scampo, perché noi possiamo farvi ciò che vogliamo».

Basterebbe poter togliere dalla vista l’orrore del bel viso di Aldrovrandi sfigurato, l’occhio di Cuchi uscito dalla sede naturale. E i molti, molti, molti casi, che testimoniano non il sadismo di un singolo svitato, ma il solidizzarsi di un’abitudine, di un’attitudine presente, coltivata, incentivata, normalizzata: è un’attitudine ormai metabolizzata, fattasi naturale.

Basterebbe che scomparisse non il motto ACAB, ma le circostanze che l’hanno prodotto: se non sono tutti bastardi, chi potrebbe negare che si fa di tutto per spingerli ad esserlo? La differenza non è tra buoni e cattivi poliziotti, ma tra quelli la cui personalità, storia, vissuto han reso più cedevoli a questo andazzo di imperante instronzimento e quelli che, per i medesimi fattori, conservano barriere più alte, conservano sguardo umano, se ne fregano di sentirsi potenti come Chuck Norris, e non sentono di dover sfogare frustrazioni su ragazzine indifese o stranieri da gettare nel fiume sino a farli crepare di congelamento.

Basterebbero incentivi in senso contrario. Basterebbe che il poliziotto non fosse solo un braccio. Capisco la disciplina, capisco l’ordine. Ma prima c’è l’umano, di tutti, anche dei poliziotti, e di quelli con cui hanno a che fare. Un’umanità spezzata dalle manganellate sulla schiena.

Basterebbe rifondare le forze armate, creandone di umanitarie davvero, con diritto di veto, di assemblea, di «rispedizione al mittente» di ordini ritenuti sbagliati, insomma di opposizione per giusta causa.

Basterebbe che ora, dalla mente di ciascuno e soprattutto dai corpi di chi c’era, sparissero le urla animalesche, terrorizzate dai manganelli che piovono più duri del ferro e solo manganelli, manganelli e silenzio alle implorazioni di pietà; perché, se non sparisse tutto questo, chi darebbe a chiunque altro il diritto di dimenticare, o di perdonare? E chi se lo prenderebbe questo diritto, in nome delle vittime, in nome dei rotti, dei terrorizzati, in nome delle vite stortate, ingabbiate, impedite?

Non io. E allora, cosa ci resta da fare, con lo sguardo sospeso di fronte a un altro sguardo vuoto, o duro, o che mastica rabbia e freme contro di noi? Provare l’impossibile, mentre tutto rema contro, quando il fallimento è quasi una certezza, o abbandonarsi all’odio di difesa, all’odio giusto?

E perché non entrambe le cose? Io guardo a testa alta, ma io non dimentico che si ha sempre una scelta e che chi sceglie di mettere in atto l’ingiustizia non può essere dalla mia parte, finché non ci verrà davvero. E non dimentico soprattutto che la Storia non è mia, non è il prodotto del mio sguardo, ma la somma degli sguardi; per questo, non possiamo alleggerirci il compito e pensare di dover solo creare condizioni migliori per i nostri figli: non possiamo dimenticare i nostri padri, i nostri nonni, e i nostri fratelli altrove o accanto, e per rendere loro giustizia non basta cambiare le cose che hanno violentato le loro vite, occorre qualcosa che se non è la vendetta ne ha la stessa potenza, la stessa forza affermativa in grado di ristabilire, davvero, giustizia.

 

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