Sentimenti, Relazioni, Psiche

“Nel cuore portavo
la spina di una passione;
riuscii a strapparmela un giorno:
ora non sento più il cuore”
[A. Machado].


“Mia madre e i miei fratelli sono coloro che non hanno bisogno di aspettare l’ora della mia morte per impietosirsi della mia vita” [J. Saramago].


“Potevamo essere profondamente dissimili, nondimeno sentivo che qualcosa di fondamentale ci era comune, una specie di ferita originaria […]. Per te come per me, significava che noi non avevamo un posto sicuro nel mondo. Non avremmo avuto che quello che ci saremmo costuiti” [A. Gorz].


“Si è sempre sposata troppo presto colei che ha preso un cattivo marito, e mai troppo tardi colei che ne ha trovato uno buono” [D. Defoe].


“Volgare è la parola amore, tu hai ragione. Troverò un altro nome. Tutto il monto per te, ogni parola, se vuoi io redenominerò” [B. Pasternak].


“Egli ebbe quello che il suo cuore bramava, e tardò molto ad averlo, e forse non c’è felicità più grande” [J.L. Borges].


“Oh!, i nostri cuori come stelle alla deriva! Se noi avessimo soltanto passeggiato come un tempo, nei campi d’aprile, finché la luce stelare con garza invisibile rendesse serico il buio sotto la balza […], dalle carezze passando come note di musica che fluiscono insieme, al possesso nella ispirata improvvisazione d’amore! […] Ma lasciare queste cose per una stanza illuminata: starcene col nostro segreto beffardo […] che tutti fissavano, fra l’insalata e il caffé. E vedere lui tremare, e sentire me presaga, come uno che firma un contratto […]. E poi la notte, prefissata, villana! Ogni nostra carezza cancellata dal possesso, in una stanza stabilita, in un’ora a tutti nota!” [E.L. Masters].


“Gli sono troppo vicina perché mi sogni. Non volo su di lui, non fugo da lui. […] Troppo vicina per entrare come un ospite dinanzi a cui si scostano i muri. Mai più moritò così leggera, così fuori al corpo, così ignara, come un tempo nel suo sogno. […] Lui dorme, più accessibile ora alla cassiera d’un circo con un leone, vista una sola volta, che non a me, distesa al suo fianco. […] Il mio grido potrebbe solo svegliarlo. Povera, limitata alla mia forma. […] Possedevo il dono di sparire agli occhi stupiti, ricchezza delle ricchezze. Vicina, sono troppo vicina perché mi sogni” [W. Szymborska].


“Ci sono dei modi d’intendere che prevedono dei modi di essere intesi” [F. Pessoa].


“Non capirsi è terribile –
non capirsi e abbracciarsi,
ma benché sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.
In un modo o nell’altro ci feriamo.
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l’incomprensione,
né con la comprensione uccidere” [S. Evtušenko]


“Sonicka, la pelle del bufalo è famosa per essere assai dura e resistente, ma quella era lacerata. Durante le operazioni di scarico gli animali se ne stavano esausti, completamente in silenzio, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta… gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza. Quanto erano lontani, quanto irraggiungibili e perduti i verdi pascoli, liberi e rigogliosi, della Romania! Quanto erano diversi, laggiù, lo splendore del sole, il soffio del vento, quanto era diverso il canto armonioso degli uccelli o il melodico richiamo dei pastori! E qui… questa città ignota e abominevole, la stalla cupa, il fieno nauseabondo e muffito, frammisto di paglia putrida, gli uomini estranei e terribili e… le percosse, il sangue che scorre giù dalla ferita aperta. Oh mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, ce ne stiamo qui entrambi così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia” [R. Luxemburg].


“A Maigret ho dato un’altra regola: non bisognerebbe mai togliere all’essere umano la sua dignità personale. Umiliare qualcuno è il crimine peggiore di tutti” [G. Simenon].


“Perché l’amore è un segreto, ma io non ve lo dirò. Perché l’amore è un segreto ed essendo un segreto io non lo so” [A. Celestini]


“Amarsi in servitù non è amarsi” [J. Genet].


“Ho guadagnato serenità. E, cosa importante, senza aver dovuto leggere Paulo Coelho” [J. Saramago].


“L’amore vede perciò tace, tace anche se stesso parlando d’altro. Soltanto l’amato può riconoscere il filo parallelo del discorso che corre una riga sotto la verità e non vuole toccarla, non vuole sconfinare in essa, solo accompagnarla” [E. de Luca].


“I figli iniziano amando i loro genitori, in seguito li giudicano. Raramente, se non mai, li perdonano” [O. Wilde].


“Schivare il dolore, fermarsi inorriditi alle sue soglie, è da vili.
Entrarci e rimanervi impantanati fino al collo senza la forza per uscirne, è da deboli e da poltroni.
Entrarci e risolutamente andare, flagellando la propria anima senza pietà, farle versare il sangue fino all’ultima goccia, sanarle bruciandole tutte le piaghe, pescare il punto luminoso nelle tenebre, la perla, è eroismo grande.
Uscirne carbonizzato e guarito, con questo superbo fiore all’occhiello e un garbato sorriso sulle labbra. Sublime filtro: ironia” [A. Palazzeschi, “Lazzi!”].


“«Il motivo principale per cui la gente se ne va dai paesini di provincia» diceva sempre Rant, «è perché così poi può sognare di tornarci. E il motivo per cui ci resta è per sognare di andarsene».
Con questo Rant voleva dire che nessuno è felice, da nessuna parte” [C.Palahniuk].


“E sai che a volte
i passeri più piccoli
cadono dal tetto
della prigione.

Uno era finito
nel nostro cortile.
Volava in modo
incerto, buffo.
Io l’ho visto quando,
l’agente più giovane
del gruppo, lo colpì…
come fosse
una palla da base-ball.
Finì appiccicato al muro.

Restò un attimo sospeso.
Poi cadde…
Ridevano tra loro
i guardiani: “non
voleva rientrare”
[S. Notarnicola].


“La letteratura in ambito psicologico ha ormai ampiamente dimostrato sia l’importante funzione adattive della risposta emozionale sia il fatto che ciò che risulta dannoso per la salute dell’individuo non è tanto la presenza o la frequenza più o meno elevata di emozioni negative, ma piuttosto uno stile inadeguato di regolazione di tali emozioni” [O. Matarazzo, V. L. Zammuner].


“Fin tanto che disprezziamo, e sopravvalutiamo la nostra prestazione […], riusciamo ad evitare di vivere il lutto per essere stati amati solo per quel che si sapeva fare. La grandiosità garantisce il proseguimento dell’illusione […]. Evitando questo lutto, però, restiamo noi stessi, nel profondo, i disprezzati, giacché siamo costretti a disprezzare tutto ciò che in noi non è grandioso, superlativo, intelligente. In tal modo, rimaniamo soli come nell’infanzia: disprezziamo l’impotenza, la debolezza, l’insicurezza […] e resta oggetto di disprezzo il bambino inerme presente in noi e negli altri” [A. Miller].


“Ogni lutto è una ferita. Le ferite, si sa, si richiudono. Ma ad una condizione: che si siano prima aperta. Nulla termina nella psiche, che non sia cominciato” [P. C. Racamier].


“Noi trattiamo la gente in modo ingiusto e la offendiamo con l’unico intento di sottrarci momentaneamente alla maggior fatica di un confronto sgradevole, pensai. […] Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale, pensai.” [T. Bernhard]


‎”Se i gay vogliono essere infelici come noi, lascia che si sposino!” [P. Griffin]


“Il nostro è un amore necessario, ci conviene conoscere anche degli amori contingenti” [J.P. Sartre].


“Mai saremmo divenuti estranei l’uno all’altro, mai l’uno avrebbe fatto vanamente appello all’altro, e niente avrebbe prevalso su questa alleanza; ma bisognava che essa non degenerasse mai né in costrizione né in abitudine” [S. de Beauvoir].


“Sognare ognuno per sé, scrivere l’uno per l’altra” [J.P. Sartre].


“Non posso essere separato da voi, la mia vita non appartiene solo a me, voi siete sempre me stesso e non si può essere più uniti di quello che siamo voi ed io” [J.P. Sartre].


“La mia disillusione fu brutale: ‘Sono talmente di più di quanto non possa fare!’ ” [S. de Beauvoir].


“Quali che siano le lacrime che si piangono, si finisce sempre per soffiarsi il naso” [H. Heine].


“Per andare dove non sai devi passare per dove non sai” [G. della Croce].


“Trovavo imbarazzante che gli sposi fossero incatenati l’uno all’altro da costrizioni materiali: il solo legame fra persone che si amano dovrebbe essere l’amore” [S. de Beauvoir]


“Tra due individui, l’armonia non esiste mai per definizione, dev’essere continuamente conquistata. Ma qual era l’essenza di questa conquista? Noi pensavamo che i sentimenti esistono al di là delle ‘intermittenze del cuore’; ma se si mantengono solo coi giuramenti, con dei comportamenti e dei doveri, non finiscono per svuotarsi della loro sostanza?” [S. de Beauvoir].


“Ormai dovevo ammettere che la mia vita non era una storia che io mi andassi raccontando, ma un compromesso tra il mondo e me stessa; d’un tratto, le contrarietà, le avversità, avevano cessato d’apparirmi un’ingiustizia; era inutile rivoltarsi contro di esse, bisognava trovare un modo per deviarle o per subirle” [S. de Beauvoir].


“Mi torturo solo quando garba a me” [G. Bataille].


” ‘Il fallimento è uno stato mentale. E’ come una di quelle trappole che scava nella sabbia il formicaleone. Si continua a scivolare giù. Ci vuole un bel salto per uscirne. E lei deve fare quel salto, Eth. Una volta fuori, si accorgerà che anche il successo è uno scatto mentale’.
‘Non è per caso anche una trappola?’
‘Forse sì, ma d’un tipo migliore’.
‘E se uno fa il salto e ci rimette qualcun’altro?’
‘Solo dio vede cadere il passero, ma nemmeno dio può farci niente’ ” [J. Steinbeck].


“Compito dei genitori è donare due cose ai figli: le radici e le ali”
[Proverbio del Québec].


‎”Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.
[…] Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.
Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma che cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?
Perché tu, malvagia ora,
dai paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e qui sta la bellezza.
Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.”
[W. Szymborska]


“La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice.” [José Saramago]


‎”Uno dei tratti della paranoia, è il rifiutarsi di abbandonare la posizione di soggetto: ne siamo tutti quanti più o meno colpiti” [S. de B.]


“In queste condizioni [ansia della Beauvoir che non vuole partire per Marsiglia], diceva Sartre, era stupido sacrificarsi per dei principi” [S. de B.]


“Tra noi c’era quella comunità d’intenti che è la sola cosa che assicuri la continuità di un accordo […]. Ma mi sconvolgevano i dissensi che a volte mi opponevano a Sartre. Mi confessai ch’era stato un abuso confondere un’altra persona e me stessa sotto l’equivoco di questa parola troppo comoda: noi. […] Baravo, quando dicevo: ‘Facciamo una persona sola’. Tra due individui, l’armonia non esiste mai per definizione, dev’essere conquistata continuamente”  [S. de B.]


“Per essere grande, sii intero: non esagerare e non escludere niente di te. Sii tutto in ogni cosa. Metti tanto quanto sei, nel minimo che fai, come la Luna in ogni lago tutta risplende, perché in Alto vive” [F. Pessoa].


“Chi non conobbe specchi, morì bambino” [H. Woodrow].


“Solo chi non accetta se stesso è dannato” [M. Monicelli].


“Mentre perseguiamo l’irraggiungibile, rendiamo impossibile l’attuabile” [R. Ardrey].


“Noi siamo le sole creature sulla terra che possono cambiare la propria biologia col modo in cui pensiamo e sentiamo” [D. Chopra].


“Il sintomo è una metafora” [J. Lacan].”


“Nel modello operativo del mondo che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di chi siano le figure di attaccamento, di dove le si possa trovare, e di come ci si può aspettare che reagiscano. Analogamente, nel modello operativo del Sé che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili agli occhi delle figure di attaccamento. Sulla struttura di questi modelli complementari l’individuo basa le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per aiuto. E […] dalla struttura di quei modelli dipendono inoltre la sua fiducia che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili e la sua paura più o meno grande, che non lo siano” [J. Bowlby].


“Il disturbo mentale è una condizione di non libertà; è una mancanza di libertà psicologica, nel non riuscire a disporre di sé, ma è altresì una ben concreta mancanza di possibilità di scelta” [G. Jervis].


“L’amore infantile segue il principio: amo perché sono amato.
L’amore maturo segue il principio: sono amato perché amo.
L’amore immaturo dice: Ti amo perchè ho bisogno di te.
L’amore maturo dice: Ho bisogno di te perchè ti amo” [E. P. Fromm].


“E’ terribile sapere i segreti di un’altra persona, ma è l’unico modo per conoscerla. Difficile dire a priori che cosa è meglio evitare: sapere i segreti di qualcuno o non conoscerlo affetto” [R. Bansks]


“Raccontando, riuscirebbe a capire quant’è diverso dal fratello, nel modo in cui ogni uomo è diverso da un altro, non come un bambino da un adulto” [R. Banks].


“Più un uomo baratta la vita che conosce, quella davanti a sé, ricevuta per nascita e per gli incidenti e le casualità della giovinezza, più la baratta con i sogni di una nuova vita, e meno potere ha. Bob Dubois adesso ne è convinto. Ma è caduto in un luogo oscuro e freddo, dove le pareti sono perpendicolari e scivolose e tutte le uscite sono state sigillate. E’ solo. E, se ha intenzione di vivere, dovrà vivere lì. Ecco come un buono perde la sua bontà” [R. Banks].


“Il prezzo della verità è l’incertezza” [L. Ricolfi].


“Da molto tempo, da tempi e tempi, aveva imparato a diffidare delle parole che le uscivano dalla bocca: altrettanti specchi che le cadevano ai piedi, spargendo in frammenti la sua immagine” [A. Schwarz-Bart].


“La signora Isotta s’accorse allora di come la donna sia sola, di come tra le sue simili sia rara (forse spezzata dal patto stretto con l’uomo) la bontà solidale e spontanea, che previene gli appelli e che le affianca a un cenno d’intesa nel momento della disgrazia segreta che l’uomo non comprende. Mai le donne l’avrebbero salvata: e le mancava l’uomo” [I. Calvino].


“Siamo il fantasma dentro la macchina” [G. Ryle].


“M’accorgo che correndo verso Y [l’amata del protagonista] ciò che più desidero non è trovare Y al termine della mia corsa: voglio che sia Y a correre verso di me, è questa la risposta di cui ho bisogno, cioè ho bisogno che lei sappia che sto correndo verso di lei ma nello stesso tempo ho bisogno di sapere che lei sta correndo verso di me.
L’unico pensiero che mi conforta è pure quello che mi tormenta di più: il pensiero che se in questo momento Y sta correndo in direzione di A [la città del protagonista], anche lei ogni volta che vedrà i fari di un’auto in corsa verso B [la città dell’amata] si domanderà se sono io che corro verso di lei, e desidererà che sia io, e non potrà mai esserne sicura.

Ora due macchine che vanno in direzioni opposte si sono trovate per un secondo affiacate, una vampata ha illuminato le gocce della pioggia e il rumore dei motori s’è fuso come in un brusco soffio di vento: forse eravamo noi, ossia è certo che io ero io, se ciò significa qualcosa, e l’altra poteva essere lei, cioè quella che io voglio sia lei, il segno di lei in cui voglio riconoscerla, sebbene sia proprio il segno stesso che me la rende irriconoscibile.
Correre sull’autostrada è l’unico modo che ci resta, a me e a lei, per esprimere quello che abbiamo da dirci, ma non possiamo comunicarlo né ricevere comunicazione finché stiamo correndo.
Certo mi sono messo al volante per arrivare da lei il più presto; ma più vado avanti più mi rendo conto che il momento dell’arrivo non è il vero fine della mia corsa. […] Ciò che conta è comunicare l’indispensabile lasciando perdere tutto il superfluo, ridurre noi stessi a comunicazione essenziale, a segnale luminoso che si muove in una data direzione. […]

Questa è la contraddizione in cui mi trovo: se voglio ricevere un messaggio dovrei rinunciare ad essere messaggio io stesso, ma il messaggio che vorrei ricevere da Y, cioè che Y si è fatta lei stessa messaggio, ha valore solo se io sono messaggio a mia volta, e d’altra parte il messaggio che io sono diventato ha un valore solo se Y non si limita a riceverlo come una qualsiasi ricevitrice di messaggi, ma se è lei quel messaggio che io aspetto di ricevere da lei” [I. Calvino].


‎”Correre rischi è [viene considerata] una prova di carattere: l’importante è fare lo sforzo, afferrare l’occasione, anche se razionalmente si sa di essere condannati al fallimento. E quest’atteggiamento è rafforzato da un fenomeno psicologico assai comune. Di fronte a qualcosa di conflittuale, l’attenzione di una persona può infatti concentrarsi più sulle circostanze immediate che su una prospettiva a lungo termine. La psicologia sociale etichetta questo genere di attenzione come ‘dissonanza cognitiva’, volendo indicare un conflitto tra diverse cornici di significato. […] Impegnarsi in simili conflitti crea un”attenzione focalizzata’, il che vuol dire semplicemente che una persona connota un problema come bisognoso di un’attenzione focalizzata e immediata. Se non si crede che sia possibile fare qualcosa per risolvere un problema del genere, la capacità di pensare a lungo termine può restare sospesa […]. Tuttavia, l’attenzione focale può invece rimanere attiva, e chi si ritrova in questo stato comincerà a rigirare in tutti i modi la situazione in cui si trova imprigionato, sapendo che deve fare qualcosa…anche se in realtà non sta facendo nulla. Una simile reazione al trauma si ritrova tra l’altro in tutti gli animali superiori: gli occhi del coniglio si concentrano sulle zampe della volpe, o sui fari in avvicinamento. […]
Chi si trova in una situazione del genere rimane prigioniero del presente, bloccato sui propri dilemmi.” [R. Sennet].


“Un bambino che diventa genitore del proprio genitore è un bambino quasi orfano” [A. Marcoli].


“Nessuno è indenne dal dolore psichico. Se non ce lo assumiamo noi, a volte potrà essere qualcun’altro che inconsapevolmente lo farà al posto nostro. E i bambini sono maestri nell’assumere su di sé i nostri carichi sospesi” [A. Marcoli].


“Se restiamo troppo legati ai ‘buchi’ della nostra vita che vorremmo riempire, non avremmo sufficiente energia mentale da investire nelle situazioni che viviamo. Non possiamo colmare i vuoti della nostra storia, né noi né, tantomeno, i nostri figli per noi” [A. Marcoli].


“Avere dei limiti […] è quindi un bagaglio importante per un bambino: gli permetterà di avere dei ‘contenitori mentali’ per le esperienze. Anche lo star male, il dolore e l’angoscia possono essere più sopportabili se ci sono questi contenitori che li delimitano” [A. Marcoli].


“Questo tipo di bambino [il bambino “perfetto”] sente che l’amore, di cui non può fare a meno per vivere, se lo deve conquistare quasi comprandolo col suo atteggiamento […]. In questo modo viene sacrificato quello che sarebbe stato il suo sviluppo naturale, fatto anche di opposizioni e capricci come accade per tutti. L’applicazione continua di questo atteggiamento determina nel bambino una repressione dell’aggressività come una cosa distruttrice da negare e imprigionare […] Questo conflitto fra falso sé e vero sé può portare alla difficoltà a sentirsi esistente” [A. Marcoli].


“E’ proprio l’aspettativa eccezionale quella che in genere danneggia il bambino reale, tarpandogli le ‘sue’ ali e dandogli un’ansia tale che gli può impedire di usare le sue risorse” [A. Marcoli].


“Nessun bambino è così meraviglioso, ma nessun bambino è così fallito” [Racamier].


“Quale può essere stato uno dei tanti possibili terreni infantili su cui si è alimentata questa pianta del perfezionismo, destinata a ritorcersi contro di noi? Paradossalmente è stato spesso il suo contrario, cioè il sentirsi inadeguati, incapaci di fare le cose, senza alcuna consapevolezza delle nostre stesse risorse e con una scarsissima fiducia in noi. E’ soltanto il sentirsi profondamente svalutato e privo di valore che porta poi a cercare il valore in un immagine ideale eccezionale, perfetta. Questa immagine esterna così forte, potente, invulnerabile, viene interiorizzata e diventa la guida e il motore che ci conduce, rischiando di travolgere noi e chi ci sta vicino. Perché è un’immagine falsa, priva di vita, in quanto nega proprio tra le altre cose anche l’importanza dell’errore, che è l’esperienza fondamentale della vita nell’imparare” [A. Marcoli].


“Il risultato a volte per il bambino è che interiorizza il concetto che esiste sempre un meglio (e questa potrebbe anche sembrare una buona spinta per lui), ma che questo meglio è fuori da lui, nelle mani di un altro, genitore, insegnante e così via. E poiché per scoprire il ‘suo’ meglio deve salire la scala che comprende anche i tentativi e gli errori, ecco che per paura di sbagliare si blocca, rinunciando però anche a scoprire le sue stesse risorse distribuite lungo quella scala” [A. Marcoli].


“Carlo è in difficoltà e soffre, ma la mamma soffre come lui ed è doppiamente in difficoltà: soffre per suo figlio che vede in difficoltà, per se stessa che si sente impotente e in trappola come mamma, per la bambina che è stata e che soffriva nel conflitto con la propria mamma e per la sua stessa madre di cui oggi conosce la fatica. E’ solo quando si rende conto che il suo bambino, dietro alle opposizioni, sta semplicemente facendo una richiesta d’affetto ed è totalmente schierato dalla sua parte, così come ha probabilmente fatto lei con sua madre senza esserne capita, che la madre riesce a sbloccare la situazione […]. Se ne può ricavare una regola: il bebé diventa l’effigie dei suoi nonni. La relazione con il bebé diventa il supporto di un dramma recitato nell’infanzia del genitore. E’ così che nelle famiglie si stabiliscono le eredità psicologiche” [A. Marcoli].


“Ogni bambino che nasce ha una sua progettualità specifica, che può essere potenzialmente diversa da quella dell’ambiente che lo riceve e lo circonda, a cui si deve tuttavia adattare perché altrimenti morrebbe, privo del suo calore e del suo sostegno. Il bambino si trova così spesso a dover fare del tutto inconsciamente una scelta fra le esigenze dell’ambiente e quelle del proprio sé potenziale. Ed è in genere quest’ultimo che si deve adattare perché l’ambiente è innanzitutto rappresentato dal calore e dall’amore dei genitori che il bambino non può tradire perché li ama e ha bisogno del loro calore per vivere. Questo determina spesso una conflittualità fra il divenire della progettualità potenziale del bambino e la rigidità dei ruoli in cui l’ambiente che lo circonda è cristallizzato. Significa che se il mondo che ci ha ricevuto da bambini ci ha offerto come modello di relazione privilegiata un rapporto di dipendenza che invece di evolvere verso l’autonomia si è cristallizzato, sarà questa modalità di porre noi stessi che segnerà le altre relazioni della nostra vita. Ci diventerà probabilmente insopportabile l’idea della separazione […], perché se io sul piano psichico mi concepisco esclusivamente come un tutt’uno di persone che fanno totalmente parte di me come se fossero una mia estensione, allora non posso accettarne la perdita perché è come se venissero a mancare i garanti della mia esistenza. Tutto questo non ha niente a che fare con le nostre consapevoli opinioni al riguardo; anzi, capita spesso di sentir dire a qualche genitore ‘io faccio di tutto per renderlo autonomo, lo mando di qua e di là ma sta sempre attaccato a noi’, quando in realtà l’essere attaccato del bambino corrisponde esattamente al modello psicologico inconsapevolmente proposto dai genitori sul piano profondo, in quanto essi stessi faticano ad affrontare le separazioni” [A. Marcoli].


“Bisogna accettare di perdere sa per poter accedere a qualcos’altro: ciò che il bambino, o l’adolescente, o anche solo la parte non cresciuta che ognuno di noi si può portare dentro deve accettare di perdere è innanzitutto la dipendenza, anche espressa dalla controdipendenza reattiva, dal mitico e magico mondo infantile interiorizzato, a partire dalla fusione intrauterina. Perdere la controdipendenza reattiva vuol dire accedere alla libertà interiore di non fare più delle scelte di opposizione all’ambiente nell’illusione di affermare la nostra autonomia, e perpetuando in realtà un rapporto di dipendenza che continua a condizionarci. Infatti è sempre presente dentro di noi ciò a cui dobbiamo disobbedire” [A. Marcoli].


“Il sintomo è qui l’emergere delle parti sane, dell’istinto vitale, ciò che viene a segnalare che c’è in atto un processo di interazione latente che sfugge alla nostra comprensione e che dobbiamo imparare a leggere. ‘Non siamo noi che curiamo la nostra nevrosi’, diceva Jung, ‘è lei che cura noi'” [A. Marcoli].


“Solo se ha alle spalle un adulto che non ha bisogno della sua dipendenza un bambino si sente pienamente libero di crescere; altrimenti, il suo percorso sarà segnato tra la scelta di tradire il genitore oppure il proprio sé. Ed è quest’ultimo che in genere è perdente, finché non troverà modo di uscire alla luce sotto l’aspetto del sintomo” [A. Marcoli].


“Persino con le proprie idee si può avere una modalità simbiotica; è come se in questo caso le idee fossero garanti della nostra esistenza, e ci aggrappassimo ad esse come se fossero le uniche possibili a rappresentare la nostra continuità di esistenza. Il problema della separazione in questo caso è proprio lo spazio dialettico che viene a mancare fra noi e il nostro stesso modo di funzionamento mentale, che confondiamo con il contenuto dei pensieri, delle idee.
E’ proprio perché usiamo quel tipo di funzionamento mentale che ci è difficile o impossibile rinunciare al contenuto del nostro pensiero.
Si tratta quindi di spostare l’oggetto di conoscenza dal contenuto del nostro pensiero alla modalità di funzionamento mentale. […] Una volta fatta questa operazione possiamo anche continuare ad avere le nostre idee o la nostra ideologia precedente, ma in modo più libero, cioè come scelta e non come garanti del nostro stesso esistere, e in ogni caso abbiamo anche aperto lo spazio per altre possibilità. […]
Alle radici dell’atteggiamento simbiotico sta spesso il voler stare emotivamente attaccati alla condizione iniziale della vita, la simbiosi con la madre o la figura di attaccamento, come se per qualche motivo si sentisse il bisogno di tornare a godere di una sicurezza che si ha la sensazione di non aver sperimentato fino in fondo” [A. Marcoli].

“Ma tu, ti credi di essere la mia padrona?” [Paolo, 4 anni, alla mamma].


“Spesso i bambini riescono a superare molto bene i traumi grossi, ma rari o unici, mentre hanno minori difese davanti ad atteggiamenti quotidiani di scarsa attenzione o fraintendimento nei loro confronti, per cui sono a poco a poco costretti a costruire delle difese a scapito di un’evoluzione più in armonia con le loro stesse potenzialità” [A. Marcoli].


“E dove prima c’erano soltanto il temuto senso di vuoto o le temute fantasie grandiose, ecco dischiudersi un’inaspettata ricchezza di vitalità. Non si tratta di un rimpatrio, […] ma della scoperta di una patria” [A. Miller].


“Come sarebbe andata se di fronte a voi ci fosse stato un bambino cattivo, rabbioso, brutto, geloso, confuso? Dove sarebbe finito in tal caso tutto il vostro amore? Eppure io ero anche tutto questo. Ciò non vorrà dire, forse, che non io sono stato amato, ma ciò che fingevo di essere? Il bambino educato, coscienzioso, capace di mettersi nei panni degli altri, comprensivo, il bambino comodo, che in fondo non era affatto un bambino?” [A. Miller].


“Un conflitto apparentemente insopportabile è la dimostrazione tangibile della correttezza della Sua vita. Una vita senza contraddizioni rappresenta solo una vita a metà” [C.G. Jung].


“La caratteristica principale di tutte le società evolute è la repressione: esse basano il loro sviluppo e la loro apparente coesione sulla trasformazione delle energie libidiche in aggressivirà produttiva o distruttiva.
Questa trasformazione deve per forza avvenire il più presto possibile, prima che il bambino sia in grado di scegliere e di difendersi da un condizionamento innaturale.
La catena sadico-masochistica (autoritarismo-sottomissione) non può quindi avere soluzioni di continuità, e deve trovare nel neonato l’anello di congiunzione con le storture adulte.
Così la catena continua di generazione in generazione, fino a far credere che tale tipo di società sia la migliore o l’unica possibile.
La repressione non comincia quindi nel mondo politico, in quello del lavoro o nella scuola, ma cova la serpe nell’intimo stesso della famiglia.

E’ perciò del tutto illusorio proporre una riforma delle strutture cominciando dalle conseguenze invece che dalle cause” [B. Biasutti].


“Una visione pessimistica della natura umana si è radicata nella società […] e da quel momento, pur restando integro il potenziale innato del bambino, ogni generazione di genitori gli turba inconsapevolmente questo equilibrio iniettando precocemente nella sua psiche il veleno della paura e dell’insicurezza” [B. Biasutti].


“Il compito di un’educazione naturale non violenta è quello di aiutare l’io a crescere al riparo dalle frustrazioni esterne da cui non può difendersi da solo e, soprattutto, al riparo dalle frustrazioni famigliari che i genitori possono involontariamente infliggergli. Se quiesto criterio viene abbastanza rispettato il bambino cresce in modo ‘normale’, con la coscienza di essere libero di maturare e, allo stesso tempo, sentendosi sostenuto affettivamente e materialmente in qusto sforzo” [B. Biasutti].


“L’affettività è quella sensibilità particolare che ci permette di operare in funzione degli altri (se lo vogliamo, naturalmente). Essa quindi non si identifica con la bontà, che è una attitudine globale ad accettare indiscriminatamente gli altri, e non va confusa con la carità, che è una propensione ad aiutare gli altri dettata dalle più svariate motivazioni” [B. Biasutti].


“Quella delle ‘buone abitudini’ da far acquisire precocemente è una delle più assurde leggende che infestano le credenze pedagogiche. Nessun mammifero libero impone al suo piccolo sforzi che non è in grado di sopportare; nella specie umana civilizzata invece questa è ritenuta una eccellente tecnica pedagogica per rendere al più presto autonomo il bambino o per favorire la sua precocità mentale.

Tale logica assurda non si lascia turbare nemmento dalla constatazione che i risultati sono l’opposto di quelli desiderati, e cioè che più il bambino piccolo si sente respinto ed abbandonato più il suo bisogno di affetto diventa morboso e più la sua dipendenza dall’adulto si prolunga.
E’ abbastanza impressionante il fatto che i genitori, mentre sono attentissimi a graduare l’alimentazione (nessuno infatti si sognerebbe di dare bistecche ad un lattante), capovolgono il loro atteggiamento quando si tratta di affettività protettiva, e iniettano sbadatamente nel bambino grosse dosi di insicurezza, con la speranza di fare il suo bene psicologico e di vivere in seguito di rendita su questi interventi inadatti.

Non è difficile scoprire il motivo inconscio che giustifica questa apparente contraddizione: sotto il pretesto delle buone abitudini si cela infatti, spesso, la paura dell’adulto nei confronti di un essere sconosciuto, che affettivamente o razionalmente è il benvenuto, ma emotivamente è, in misura più o meno grande, un ‘intruso’; da ciò il desiderio inconfessato di insegnargli ad ubbidire, cioè a sottomettersi, il più presto possibile” [B. Biasutti].


“Il Super Io è quell’acquisizione psichica che presiede al consolidamento definitivo del principio della realtà e che influisce profondamente sulla formazione dell’Io, sia nel carattere che nel senso morale. Esso diventa patologico nella misura in cui è frutto non di una identificazione affettiva con il genitore ma di una identificazione emotiva con le regole che il genitore esprime attraverso una educazione innaturale.

Se il Super Io viene introiettato dal bambino attraverso il meccanismo emotivo della paura, la sua strutturazione è certamente morbosa”  [B. Biasutti].


“Se la separazione madre-figlio si attua non per spontanea maturazione ma per il sopravvenire di conflitti, l’egocentrismo (necessario al bambino nei primi mesi di vita) si trasforma gradualmente in narcisismo, cioè in una specie di amore di sé che compensa la perdita dei momenti di amore familiare. Questo narcisismo funziona quindi come un meccanismo di difesa dell’Io, e si tradurrà in pratica nell’incapacità di tener conto del punto di vista altrui (egocentrismo intellettuale) e nell’incapacità di tener conto delle esigenze degli altri (egoismo)”   [B. Biasutti].


“Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
e il commento dice
due imbecilli” [Michele Mari]


“Ti ho amata sempre nel silenzio
contando sull’ingombro
di quell’amore
e di quel silenzio
ed anche quando poi ci siamo scritti
la profilassi guidava la mia mano
perché ogni senso
fosse soltanto negli spazi bianchi
e nondimeno mi sentivo osceno
come se la più ermetica allusione
grondasse la bava del questuante.
Mai in ogni caso dubitai
che tu sapessi
finché scoprimmo insieme
di esser vissuti vent’anni nell’errore
tu ignorando
io presumendo
e allora in un punto è stato chiaro
che solo al muto
il battito del cuore
è rimbombante” [Michele Mari]


“Verrà la morte e avrà i miei occhi
ma dentro
ci troverà i tuoi”  [Michele Mari]


“Togliete al fumatore

la sua sigaretta
e ciuccerà inutili mentine
o rametti di liquerizia
togliete al drogato l’eroina
e come un impiegato
si metterà in coda
per la sua quota di metadone
togliete l’impero a Bonaparte
e detterà un noioso memoriale
toglietemi lei
e cercherò la luce dei suoi occhi
nel cupo sempre uguale

di mille vagine” [M. Mari]


“Mi chiedi perché proprio tu

Trentadue anni fa mi rispondevo
elencando i caratteri requisiti
misurando al goniometro
l’angolo del tuo sopracciglio
e il parametro al canone

Venticinque anni fa mi rispondevo
che non sapere perché il gorgonzola
fra tutti i formaggi ti è caro
non toglie alla tua predilezione una ratio

Diciott’anni fa mi rispondevo
imputando il bidello
che vendeva focaccine
di averne magata una
con un filtro d’amore

Dieci anni fa mi rispondevo
con le congiunzioni celesti

Oggi mi rispondo
che non lo so
e che se la risposta non viene
dal sopracciglio
dal gorgonzola
dalla focaccina
dagli astri
dobbiamo tenerci stretti al mistero
e non fiatare” [M .Mari]


“Par délicatesse
J’ai perdu ma vie.
Ah ! Que le temps vienne
Où les coeurs s’éprennent.

J’ai tant fait patience
Qu’a jamais j’oublie” [A. Rimbaud].


“Trent’anni fa leggevi
Gregory Corso
e Lawrence Ferlinghetti
ed ora leggi me

Sostituire i poeti è lusinghiero
ma è nulla
se non sostituisci
i fidanzati” [M .Mari]


“I nostri incontri eran sessioni
di sguardi sorridenti
che si staccavan solo
per controllare l’ora
e tanto era fra noi lo struggimento
che spesso ci siam presi il lusso
di non baciarci” [M.Mari]


“Tutti i nostri incontri
si sono svolti nel segno affannoso
della Zucca
perché anche alle sei del pomeriggio
e alle undici e un quarto di mattina
mancava sempre un minuto
alla mezzanotte” [M. Mari]


“Mi concedi un posto nel tuo cuore
ma non nella tua vita

Allora ti avverto che là dentro
farò un tale casino
che il cuore rivelatore di Poe
sarà al confronto
un cuore silenzioso” [M. Mari].


“Ho messo quel che resta
del nostro fidanzamento
in una piccola bara bianca
che ho interrato al campo

Mentre mi allontanavo
con la vanga in spalla
ho udito dalle zolle
una vocina
ma tu mi avevi proibito di voltarmi
e non mi sono voltato

Pensaci tu però
così impazzisci” [M. Mari]


“Arrivati a questo punto
dicesti
o si va oltre
o non ci si vede mai più

Non capivi che il bello era proprio quel punto
era rimanere
nel limbo delle cose sospese
nella tensione di un permanente principio
nel nascondiglio di una vita nell’altra

Così il mio contrappasso di pokerista
è stato perdere tutto
appena hai forzato la mano” [M. Mari].


“Tertium dabatur
e sarebbe stato vivere
sfiorandoci” [M. Mari]


“A lungo
abbiamo fatto a gara
a chi fosse l’ultimo dei romantici

Adesso spero che avrai il pudore
di ritirarti per sempre
da questo agone
che come un cane ho recintato
con quattro pisciatine
essenziali” [M. Mari]


“Fra il mulino bianco
e gli anelli di Saturno
la tua scelta era scontata

Ma non immaginerei mai
quanta farina
possono macinare quegli anelli” [M. Mari]


“Poiché il ‘principio della realtà’ è contro natura se non viene limitato alle poche regole necessarie per permettere una convivenza con gli altri, si dovrebbe evitare la tentazione di imporre un ordine fine a se stesso e di ingaggiare una lunga battaglia per le cosiddette buone abitudini […]. L’infanzia ha un valore non tanto come periodo di ‘addestramento’, quanto come periodo in cui si può sperimentare liberamente quella meravigliosa sensazione di ‘essere se stessi’, che predispone ad accettare meglio le inevitabili limitazioni della vita adulta […].
In altre parole, stabilito che il principio della realtà deve essere previsto per favorire il superamento graduale dell’egocentrismo del bambino e non per soddisfare il bisogno di potenza dell’adulto, il suo effetto deve verificarsi per via affettiva. Il bambino cioè deve farlo proprio perché si sente accettato e non perché viene ricattato con rimproveri, minacce e mortificazioni” [B. Biasutti].


“Anche nei paesi  più alto tenore di vita, dove è possibile cambiare un lavoro insoddisfacente o porre rimedio con il divorzio ai matrimoni falliti, le cose vanno meglio solo per certi aspetti di libertà esteriore. In sostanza si tratta sempre di espedienti all’interno di un sistema nevrotizzante, e quindi nessuna libertà civile o giuridica può porre rimedio alla mancanza di libertà interiore. Una vita adulta inquieta, aggressiva, depressa, ansiosa o instabile è il logico coronamento di una età evolutiva piena di conflitti e contraddizioni” [B. Biasutti].


“Anche quando lo spirito critico trova un particolare terreno favorevole, come nel caso della contestazione giovanile, la diagnosi esatta viene disturbata dai meccanismi di difesa. Siccome i problemi della originaria insicurezza affettiva sono sepolti nell’oblio, mentre sono sempre disponibili i modi con cui si è imparato a reagire ad essi, succede che una presa di coscienza critica (sulle ingiustizie, sulle sopraffazioni etc), la quale è tipicamente affettiva, viene orientata nell’ideologia e nell’azione dai dinamismi emotivo-aggressivi. E così perde di vista il problema di fondo per dirigersi su obiettivi pratici, come giustizia economica e democrazia diretta, che sono una conseguenza e non una causa del costume di vita. Questo spiega abbastanza agevolmente perché nessun cambiamento politico-sociale, anche di tipo rivoluzionario, riesca a modificare i rapporti di forza fra gli uomini” [B. Biasutti].


“L’affettività è una tendenza allocentrica (per gli altri) la quale controbilancia la tendenza egocentrica (per se stessi) che deriva dall’istinto di conservazione. L’affettività nasce quindi come donazione reciproca fra madre e figlio e predispone il bambino a ritrasmettere in seguito ai propri figli e alla società una potente attitudine all’unione e alla coesione con gli altri.

La prima caratteristica fondamentale dell’affettività è l’accettazione dei propri simili, cioè il provare piacere che essi esistano e siano felici. […]

Bisogna tenere presente che la dislocazione affettiva provoca risonanza solo se dall’altra parte trova un terreno favorevole; altrimenti è uno sperpero inutile di energie in direzione sbagliata. Una teoria psicologica sensata deve quindi cercare di indirizzare la tendenza all’accettazione sugli obiettivi giusti, e in primo luogo sui bambini, che offrono le migliori garanzie sulla attitudine a ricambiare la dislocazione affettiva” [B. Biasutti].


“La convivenza matrimoniale si incarica poi ben presto di mostrare l’aleatorietà di certe previsioni superficiali.
Le sovrastrutture di difesa, messe a confronto intimo, non si dissolvono, ma portano immediatamente i due Io ad una lotta più o meno aperta per il dominio.
Infatti l’ambivalenza, oltre che creare una dinamica di attrazione, porta anche ad un desiderio di incorporazione dell’altro che neutralizzi l’inevitabile risvolto negativo delle caratteristiche di personalità che esso aveva mostrato nel vaglio prematrimoniale. In parole semplici: ciò che era bello e gradito dal di fuori, appare meno attraente visto dal di dentro, e questa parte sgradita la si vorrebbe cancellare.
Il motivo è abbastanza semplice: sommando due insicurezze, se non avviene un salto qualitativo di innamoramento profondo, non si possono ottenere due sicurezze; perciò, dopo un certo numero di tentativi di accordo […], uno dei due Io cerca di avere il sopravvento sull’altro, in modo da ritrovare una parvenza di sicurezza individuale attraverso un meccanismo lento di incorporazione o attraverso un meccanismo rapido di sottomissione. […]
Poiché i meccanismi di difesa sono egocentrici, la loro presenza disturba o impedisce la dislocazione affettiva, cioè il desiderio di realizzarsi insieme, e rende impossibile un rapporto sentimentale profondo e stabile” [B. Biasutti].


“Accettare il bambino significa anzitutto non confondere il valore della sua esistenza con quello del suo comportamento. Questa distinzione ci permette di salvaguardare la sicurezza dell’Io infantile anche nei momenti in cui non possiamo fare a meno di rifiutare certi suoi comportamenti, per legittima difesa. Se la legittima difesa dell’adulto, invece che limitarsi ad un controllo di situazioni esterne dannose, oltrepassa i suoi margini fino a minacciare la sicurezza dell’Io infantile, allora diventa violenta ed è antieducativa […].

La stabilità dell’accettazione di fondo è quindi essenziale per non diminuire la forza e la sicurezza dell’Io infantile […].

Per poter parlare di violenza non occorre aspettare che sia in atto un comportamento autoritario o tener d’occhio le punizione corporali. È violenza tutto ciò che coarta, esaspera, eccita, assilla, condiziona l’equilibrio naturale del bambino secondo una prospettiva adulta. L’adulto diventa violento nel momento stesso in cui si rivela incapace di identificarsi col bambino e assume come criterio educativo la speranza, o la pretesa, che sia il bambino a identificarsi con lui” [B. Biasutti].


“Sarebbe compito della società [più che giudicare e togliere figli per affidarli alla sanità pubblica] orientare le famiglie sulle loro responsabilità educative ed aiutare in particolare quelle che si trovano in difficoltà socio-economiche. Questo tipo di “assistenzialità” dovrebbe essere attuato però con criteri molto diversi dai metodi paternalistici e burocratici attuali, ed assumere come fine fondamentale quello di dare ad ogni bambino una vera famiglia, cioè una famiglia che lo accetti” [B. Biasutti]


“I rapporti affettivi ed emozionali tra i coniugi sono fortemente condizionati dalle strutture di personalità che essi hanno acquisito durante l’età evolutiva. Se non riescono a prevalere le cariche affettive, per un processo di innamoramento reciproco, l’adattamento coniugale diventa problematico.

Una ragionevole prudenza esigerebbe che la procreazione dei figli venisse rimandata fino al momento in cui l’adattamento si dimostra soddisfacente per entrambi […] e i suggerimenti sono inutili se non sono preceduti da una presa di coscienza affettiva della (propria e altrui) realtà infantile. […] In pratica un genitore, se non ha avuto un’infanzia soddisfacente, farebbe cosa giusta se evitasse di avere figli: dimostrerebbe in tal caso di avere il coraggio di spezzare una catena di infelicità che i suoi figli non meritano di sopportare”.


“Sarebbe compito della società [più che giudicare e togliere figli per affidarli alla sanità pubblica] orientare le famiglie sulle loro responsabilità educative ed aiutare in particolare quelle che si trovano in difficoltà socio-economiche. Questo tipo di “assistenzialità” dovrebbe essere attuato però con criteri molto diversi dai metodi paternalistici e burocratici attuali, ed assumere come fine fondamentale quello di dare ad ogni bambino una vera famiglia, cioè una famiglia che lo accetti” [B. Biasutti].


“Gli sbalzi di umore dei genitori non sono pericolosi, purché non si traducano in comportamenti aggressivi. […] Una coesione familiare scadente può degenerare in rissosità pedagogica quotidiana […].

La maturazione dei figli avviene spesso in un terreno di conflitti interni che non sono certamente i più idonei a “temprare” il carattere; il suo destino finale diventa quindi imprevedibile quanto più i genitori sono immaturi nell’orientare le dinamiche emotivo-affettive e nel dominare equilibratamente una realtà sociale priva di coerenza”  [B. Biasutti].


“La famiglia deve avere per suo presupposto una situazione affettiva; al di fuori di questo non esiste famiglia ma un simulacro di essa, mantenuto in piedi da necessità biologiche e da finzioni etico-sociologiche che vengono pagate al caro prezzo dell’infelicità.
Ai figli non basta la protezione economica e la sicurezza anagrafica sull’esistenza dei genitori, perché non possono essere felici se la famiglia non fornisce al loro Io il nutrimento affettivo indispensabile.
Se si tiene presente questo principio ci si sa regolare sia prima di concepirlo, sia quando sono già al mondo.
[…] Poiché la famiglia non è uno schema biologico tassativo (madre, padre, figli), ma un nucleo affettivo, la famiglia vera non è quella anagrafica ma quella che risulta dalla reale situazione affettiva. Così come una buona famiglia adottiva è preferibile all’assistenza negli istituti, altrettanto sono preferibili buoni zii o buoni nonni a cattivi genitori; ed è anche preferibile che ci sia un solo genitore, ma valido, che due genitori che convivono a forza” [B. Biasutti].


“Se si vuole applicare il metodo protettivo-libertario bisogna essere coerenti fin dal principio nel favore l’autoregolazione spontanea del bambino. Quando le sue esigenze sono appagate ‘presto e bene’, esse non si dilatano, e quindi il bambino non tende ad aumentare le sue pretese. Viceversa, […] ciò che si evita di dare al bambino quando ne ha bisogno crea un credito che bisognerà pagare in seguito. Se il bambino ottiene ciò che gli spetta, ma dopo una logorante trattativa con la madre o con ambedue i genitori, per vincere l’insicurezza che l’esigenza inappagata gli ha creato egli è necessariamente portato a pretendere di più, quasi che questo accumulo di soddisfazione possa garantirlo contro l’ansia. Da ciò nascono le perplessità dei genitori, i quali finiscono con l’alternare momenti di permissività tollerante con momenti di irrigidimento ostile. Di questa incoerenza il bambino non può ovviamente capire le ragioni, e si disorienta nel suo comportamento. […] Bisogna precisare che non è necessario che i genitori siano perfetti. […]. Si possono anche commettere errori pedagogici senza ‘rovinare’ il bambino; basta tener presente il principio che l’errore deve essere rimediato con tempestività, e non dopo che il bambino ha accumulato esasperazione ed insicurezza.

Chi ha un minimo di intuito capisce facilmente che questa psicopedagogia non ha niente a che fare con il cosiddetto metodo del lassez-faire, che significa scaricarsi della responsabilità pedagogica, per paura di intervenire in modo erroneo o per crearsi un alibi che può nascondere anche disinteresse verso il piccolo. L’educazione naturale esige il rispetto della libertà ma anche una partecipazione affettiva costante; senza questo sostegno il bambino si sente libero ma si sente anche solo, e viene quindi a trovarsi nella situazione opposta a quella della guida autoritaria” [B. Biasutti].


“Siamo maturi per chiarire quel grosso equivoco pedagogico che deriva dal ‘principio della realtà’ descritto dalla psicanalisi: questo, attraverso un dosaggio sapiente del meccanismo gratificazione-frustrazione, dovrebbe permettere al bambino di imparare ad adattare le sue esigenze alla realtà del mondo esterno. L’equivoco consiste non solo nel fatto che un adattamento precoce è contro natura, e quindi patologico, ma soprattutto nell’attribuire alla madre o ai genitori il compito di molestare il bambino con le frustrazioni.

Dal momento che l’adattamento al mondo esterno alla famiglia si presenta già di per sé problematico, perché il mondo esterno non è protettivo, il compito vero dei genitori è quello di sostenere il bambino in questo sforzo, non già quello di creargli insicurezza allenandolo in casa a sopportare sforzi e privazioni che sono al di là delle sue possibilità.

E’ risaputo ad esempio che verso l’ottavo mese di vita i bambini hanno ormai ben identificato il volto della madre e vanno soggetti ad attacchi di angoscia in presenza di facce estranee; è risaputo però anche che l’angoscia dell’estraneo non si verifica se il bambino è in braccio alla madre. […] E’ insomma più facile accettare il mondo esterno sentendosi protetti, che non trovandosi soli e insicuri.

Il bambino acquisisce spontaneamente il ‘principio della realtà’ man mano che cresce e si rende conto dei limiti che il mondo esterno gli pone, senza alcun bisogno che i genitori si incarichino di predisporlo precocemente a questo. […] Se invece è la madre a fare da pericolo o da ostacolo, il principio della realtà del bambino si realizza senza una tana rassicurante, in una specie di fronte bellico privo di retrovie” [B. Biasutti].


“Le eventuali frustrazioni che l’adulto sarebbe tentato di imporgli, magari per legittima difesa, possono facilmente essere evitate se si tiene conto che il bambino non potrà mai accettare la realtà adulta se prima l’adulto non dimostra di accettare la realtà del bambino” [B. Biasutti].


“Se non si accetta il fanciullo nella sua realtà ma si condiziona la sua validità al comportarsi secondo un modello che ci si è prefissi in mente, non si fa educazione ma violenza. Un esempio tipico di questa violenza involontaria si verifica quando il genitore desidera che il figlio diventi, sul piano personale e sociale, quello che lui genitore non è riuscito ad essere. Può sembrare un atteggiamento positivo, fatto per il bene del figlio, soprattutto quando il genitore si sacrifica per dargli un’istruzione superiore alla sua, e invece è una situazione pedagogica falsata nei suoi presupposti affettivi, perché dimostra che il genitore non accetta né se stesso né il figlio” [B. Biasutti].


“Poiché l’identificazione del bambino con il modello adulto avviene tanto più facilmente quanto più l’adulto sa identificarsi con lui, è opportuno che i genitori forniscano al figlio un modello alla sua portata” [B. Biasutti].


“La necessità di sostenere e rafforzare l’Io è il principio caposaldo dell’educazione: esso permette al bambino di sentirsi accettato così com’è, e di crescere quindi al sicuro, senza ricatti emotivo-affettivi legati al suo comportamento quotidiano.
Questa regola richiede che non si attacchi mai la personalità globale del bambino, ma che ci si limiti ad intervenire solo su alcuni comportamenti. Essa richiede inoltre che non si colpevolizzi mai il bambino di fronte ad estranei.
In senso positivo la regola suggerisce una particolare attenzione nel partecipare affettivamente a tutti gli sforzi che il bambino fa per maturare. Ciò non esige un continuo ricorso a lodi o premi: basta un rapporto sereno di libertà esperienziale e una certa carica di simpatia, dimostrabile con atteggiamenti più che con discorsi e con azioni.
Se si riesce ad attenersi a questo principio, l’educazione diventa relativamente facile, perché richiede solo la capacità di considerare il bambino un soggetto piuttosto che un oggetto, cioè il rispettare quanto più possibile la sua indipendenza, e la capacità di sorridergli spesso, dimostrandogli di essere contenti che lui esista.
Affinché questo principio non rimanga una pura enunciazione verbale, che ognuno interpreta a modo suo, bisogna chiarire un presupposto di fondo. Poiché la maturazione dell’Io procede su binari che sono spesso in contrasto con le aspettative e le abitudini del mondo adulto, è difficile accettare i modi di essere e i comportamenti che disturbano questo conformismo. È difficile cioè rispettare l’Io del bambino quando esso urta quel po’ di tendenza ansiosa o autoritaria che caratterizza anche la mentalità del genitore disponibile affettivamente” [B. Biasutti].


“Il problema della disciplina è il punto dolente di tutta la pedagogia del mondo civile.
Come ho già detto altrove, si può pretendere dal bambino il rispetto di alcune regole fondamentali di convivenza, purché egli possa rendersi conto che queste sono giuste e stabilite per il bene comune. Viceversa, se non è l’affetto che detta queste regole ma la volontà di potenza dell’adulto, allora l’obbedienza si trasforma in sottomissione al più forte e non può essere educativa. Essa infatti abitua il bambino a fare o a non fare qualcosa per timore” [B. Biasutti].


“La moralità viene vista di solito in chiave di sacrificio o addirittura di automortificazione. Bisogna allora avere il coraggio di demistificare questa concezione pessimistica della vita, che deriva da una tendenza sadica dell’adulto, e cominciare ad insegnare ai bambini che fa parte della morale anche voler bene a se stessi, e alle proprie esigenze che non danneggiano gli altri, e che è morale anche sapersi difendere dalle aggressioni, dai sacrifici e dalle mortificazioni inutili. Ciò non significa che bisogna insegnare ai figli ad essere egoisti, ma che bisogna semplicemente rispettare le loro esigenze che sono fonte di gioia e che sono compatibili con una vita sociale solidaristica, o per lo meno non ingiusta. È abbastanza facile intuire che questo criterio è valido se si tiene presente che chi è abituato sin da piccolo a veder rispettate le proprie esigenze sarà portato in seguito a rispettare le esigenze altrui. Ed è proprio dal rispetto delle esigenze reciproche, più che da uno sforzo di volontà per comprimere la reciproca intolleranza, che nasce più facilmente la solidarietà. Questo discorso ha implicazioni e conseguenze ideologiche di notevole importanza sociale. Un osservatore lucido constata infatti che una parte consistente dell’infelicità umana, condizione di cui molti, purtroppo, non si rendono conto, non è dovuta solo a difficoltà obiettive, come potrebbero essere ad esempio la scarsità di risorse disponibili, la sovrappopolazione, il tipo di regime politico, l’ingiustizia economica, ma anche ad impedimenti soggettivi a realizzare la libertà psicologica. Questi impedimenti fanno sì che gli individui abbiano paura di essere se stessi e che si controllino a vicenda, affinché nessuno esca da questo ghetto emotivo. Ecco perché un’educazione naturale, anche attraverso una riscoperta della vera moralità, potrebbe contribuire a ridare alle persone il senso giusto della vita” [B. Biasutti].


“Il compito pedagogico dei genitori è quello di mantenere il più possibile intatta la sicurezza affettiva dei figli, e di lasciare che sia il mondo esterno a metterli di fronte ad una realtà restrittiva. Se tutte le famiglie fossero affettive questo ‘principio di realtà’ non sarebbe antiumano, e permetterebbe ad ognuno di raggiungere una sufficiente felicità esistenziale” [B. Biasutti].


“Non cercate di essere buoni! Siate integri!” [C.G. Jung].


“Se riesci a tradurre in parole ciò che provi, ti appartiene […] quindi non avere parole per descrivere i sentimenti significa non potersi appropriare di essi” [H. Roth – D. Goleman]


“In cima ad ogni vetta si è sull’orlo dell’abisso” [S. J. Lec].


“Walter Benjamin alza lo sguardo alla volta di ferro e di vetro del passage des Princes, e ancora una volta s’incanta. Quella strada coperta che per il suo lucore larvale gli ha sempre ricordato un acquario è insieme un esterno e un interno, un limbo fra la strada e la casa: e un mentito scintillio di vetrine in assenza di luce; una mostra di merci nella mostra dell’onta (abitano lí sopra, i negozianti, i cui bambini e i cui vecchi occhieggiano dalle lunule che sormontano le vetrine); un riparo dalla violenza della città, e l’intuizione più intima di cosa sia, la città, come vederla in sezione, come vederla sognare… E in quel sognante corridoio dove si vorrebbe sedere come in una camera, e in quella camera in cui vorrebbe andare avanti e indietro come in un corridoio, Walter Benjamin, il sognatore, si sente invadere da una pregnanza che lo giustifica com’è giustificato il pesce dall’acqua” [Michele Mari].


“Fior di giaggiolo è fior di tenerezza
fior di lillà è fior di cortesia
il ranuncolo è il fiore del sospiro
il ciclamino è il bacio
e la violetta una carezza lieve
la dalia è l’ossessione
e il gelsomin l’insonnia
il fior dell’abbandono è la camelia
quello del melo la malinconia
il croco bucaneve è come il sogno
la margherita è il dubbio
l’anemone è il fior della pazzia
ed il giacinto quello del dolore
fiore di loto è il fiore dell’oblio
la passiflora ha la passion nel nome
la bougainville è il fiore del ricordo

il rododendro il fior di gelosia
l’ambiguità è la calla
e il desiderio l’iris
e l’orchidea il piacere
il tarassaco è il fiore del rimpianto
come il geranio è quello dell’attesa
dell’amarezza il fiore è la genziana
di vanità il narciso
nontiscordardime è il fior dell’ansia
il fiore del capriccio è la petunia
e quel di devozione il girasole
il tulipano è il fiore del possesso
fior di dolcezza è il bottoncino d’oro
l’adorazione è il giglio
trepidazion la fresia
la stella alpina è il fiore del mistero

fior di magnolia è fior di consunzione
fiore di pesco è fiore di speranza
il fior della ginestra è la poesia
e quello della morte il crisantemo
ma quello dell’averno è l’asfodelo
fiore di cactus è fiore d’eroismo
fior d’oleandro è fior di malattia
il gladiolo è fior dell’astinenza
e quello del languore la bignonia
la viola del pensiero è fior fastanticante
la viola mammola è fior di timidezza
la violaciocca è fior di frenesia
ma per lo struggimento è la peonia
come il garofano per il turbamento
l’erica è il fiore degli highlanders

fiore d’incantagione è la ninfea
fior di ciliegio fiore dell’affetto
fior di nasturzio fiore dell’affanno
fior d’amaranto fiore foscoliano
fiore d’arancio fiore di sponsali
e la gardenia è la galanteria
e il glicine è l’angoscia
e la begonia il pianto
l’olea fragrans ha i fiori dell’ipnosi
ma il delirio è tutto dell’ortensia
il mandorlo ha il fior della promessa
la bocca di leone è l’ardimento
la primula il presagio
la clematide è il fiore dell’addio
e la campanula il fior degli umiliati
più bello della gerbera, che è orgoglio

l’aconito è dei lupi
dei gatti nipitella
la tamerice è amica dei gabbiani
ma la sassífraga vuole solo il falco
il fiore del tormento è il biancospino
il fiordaliso è un pegno
e la lavanda inganno
fiore d’ibisco è il fiore del sorriso
fior di gaggía è il fiore dell’abbraccio
il capelvenere è il fior degli annegati
e con il tradimento sta l’euforbia
assegnata alle donne è la mimosa
ma il colore dei vezzi è della fucsia
il fiore del sonno è lo stramonio
l’arnica è la bugia pietosa
e la credulità il mughetto

la tuberosa è fior di stordimento
la commozione sta nella pervinca
nell’azalea il sospetto
fior di mortella è fiore di perdono
fior di verbena è fiore di malizia
e le schermaglie sono del corimbo
e i finti crucci della zinnia
ma la vaniglia è l’estasi
e la melissa il palpito
il calicanto è fior d’esitazione
la portulaca è fior d’appartenenza
ma il plagio è dell’acacia
il fior dei disperati è la centaurea

e la cicuta quello dei suicidi
ma gli assassini scelgono il giusquiamo
l’aster è il fiore dell’amor volgare
il fiore del silenzio è l’aquilegia
la cineraria degli amor perduti
il dittamo degli amori proibiti
l’adonide degli amor fatali
l’elleboro di quelli inconfessati
il caprifoglio è il fior della tenacia
fior di morbosità è la digitale
e l’achillea non è di questo mondo
fior di sambuco è il fior dello stupore
fior di viburno il fiore dell’incanto
e la giunchiglia la sottomissione
il fiore della supplica è il ligustro
e il citiso quello dell’assenso

il fascino è il lentisco
la dulcamara la precarietà
il fior della lusinga è l’ipomea
la piantaggine è fior di fedeltà
il fiore della fuga è nell’issopo
la calendula è il fiore dell’omaggio
fior di mentuccia è fior di seduzione
il fior delle chimere è la nepente
il fior più triste è dell’ippocastano
e il nenúfaro è amore e morte insieme

Di tutti i fiori la rosa è la regina
che è il fiore dell’amore
ma il fiore mio più bello
il fior della mia vita
il fior che non sfiorisce
è il fiore che non sfioro” [M. Mari].


Questo “superamento”, come lo chiamai in passato, risultava – come mi rivelò la mia esperienza successiva – da un innalzamento del livello della coscienza. Quando cioè nell’orizzonte del paziente compariva un qualsiasi interesse più elevato e più ampio, il problema insolubile perdeva tutta la sua urgenza grazie a questo ampliamento delle sue vedute.

Non veniva dunque risolto in modo logico, per sé stesso, ma sbiadiva difronte a un nuovo e più forte orientamento dell’esistenza. Non veniva rimosso e reso inconscio, ma appariva semplicemente sotto un’altra luce, e diventava così realmente diverso. Ciò che a un livello inferiore avrebbe dato adito ai conflitti più selvaggi e a paurose tempeste affettive, appariva ora, considerato dal livello più elevato della personalità, come un temporale nella valle visto dall’alto della cima di un monte.

Con ciò non si toglie alla bufera nulla della sua realtà, ma non le si sta più dentro, bensì al di sopra. […] È vero che, quando proviamo un affetto, ne siamo sconvolti e tormentati, ma nello stesso tempo è anche presente, in modo percettibile, una più alta consapevolezza, che ci impedisce di identificarci con quello stato affettivo, una consapevolezza che considera quell’affetto come oggetto, e che può dire: “Io so di soffrire.”

[…] Di tanto in tanto capitavano, nella mia pratica terapeutica, eventi di questo tipo, e cioè che un paziente riuscisse a superare sé stesso grazie a potenzialità a lui sconosciute; ciò costituì per me l’esperienza più preziosa.

Nel frattempo avevo infatti imparato che i problemi più grandi e importanti della vita sono, in fondo, tutti insolubili; e non possono non esserlo, perché esprimono la necessaria polarità inerente a ogni sistema di autoregolazione. Essi dunque non potranno mai essere risolti, ma soltanto superati.

Perciò mi chiesi se questa possibilità del superamento, e cioè di un ulteriore sviluppo psichico, non costituisse in genere il fatto normale, e se quindi il fatto patologico non consistesse proprio nel rimanere bloccati dentro o davanti a un conflitto.

Ogni individuo dovrebbe possedere, perlomeno potenzialmente, questo livello più alto, e poter dunque, in condizioni favorevoli, sviluppare tale possibilità. Nell’osservare il processo di sviluppo dei pazienti che tacitamente, quasi senza rendersene conto, erano riusciti a superare sé stessi, vedevo che i loro destini avevano tutti un elemento comune, in quanto il nuovo giungeva loro dalla sfera delle potenzialità nascoste, o dall’esterno o dall’interno.

Essi lo accettavano e crescevano con il suo aiuto.

Mi parve tipico che gli uni lo ricevessero dall’esterno, e gli altri dall’interno, o meglio che negli uni esso si sviluppasse dall’esterno e negli altri dall’interno, pur non essendo mai il nuovo cosa soltanto esterna o soltanto interna. Se proveniva da fuori, diventava una profonda esperienza interiore; se invece proveniva dall’interno si trasformava in evento esterno.

In nessun caso però era stato procurato intenzionalmente e consciamente, ma sembrava piuttosto essere generato dal fluire del tempo. […] Il lasciar agire, il fare nel non fare, l’abbandonarsi del Maestro Eckhart è diventato per me la chiave che dischiude la porta verso la via: bisogna essere psichicamente in grado di lasciar accadere.


 

“Questa è per noi una vera arte, che quasi nessuno conosce. La coscienza interviene continuamente ad aiutare, correggere e negare, e in ogni caso non è capace di lasciare che il processo psichico si svolga indisturbato” [C. Jung].


 

“Se non siete consapevoli di avere un’Ombra, dichiarate inesistente una parte della vostra personalità. Allora essa entra nel regno dell’inesistente, dove si gonfia ed assume proporzioni enormi. Quando non riconoscete di avere certe caratteristiche state nutrendo i diavoli” [C. Jung].


“Da mihi ubi consistam, terramque movebo / dammi dove possa appoggiarmi, e solleverò il mondo” [Archimede].


“Quello che io sono, tutti lo possono sapere…ma il mio cuore io solo lo possiedo” [J.W. Goethe].

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