“Francia attesa e inattesa, nell’Europa della protesta”

[Qui il PDF dell’articolo originale Francia attesa e inattesa]

 

Ho passato un paio di mesi, di nuovo, in Francia. Alla partenza, pensavo che i mesi sarebbero stati sette e per questo ho fatto tutto quello che serviva per installarmi, come si dice là, semi-permanentemente. Mi riferisco alla mastodontica opera di adultizzazione burocratica e organizzativa, rispetto alla quale in Italia non saprei da dove cominciare: affitto e attestato di residenza, assicurazioni, conto corrente dotato di RIB, richiesta di contributi, dichiarazione dei redditi, moduli e scartoffie che volano, documenti che spariscono insieme ad anni di vita, cartellette che strabordano, dizionari tecnici che bollono, e poi appare lei, la frase più temuta: “Ahhh, mais pour ça, il faut avant remplir cette fiche / formulaire / dossier / déclaration!”[1], dove con fiche o fichier non s’intende mai una facciata, ma un plico di 20 pagine fitte fitte. Ma con eroismo, dato che per me è un ostacolo ansiogeno anche arrivare in posta e pagare un’enigmatica bolletta, ho fatto tutto, e anche nel giro di un mese perché là, almeno a parole, bisogna far tutto e subito, anzi prima! Perché? Perché sennò è peggio per te, e perdi soldi e altri anni di vita: la burocrazia ti piega, infine, perché o la assecondi, o lei, sempre più melmosa, ti intralcerà dieci volte tanto.

Ma anzitutto, dove? Stavolta non Parigi […]: mi sono invece toccate in sorte le lande desolate del proletario Nord, uno dei due dipartimenti della regione Nord Pas-de-Calais.

Lo confesso. Io, prima di andarci nel Nord Pas-de-Calais, con vergogna sono corsa in internet a cercar notizie, perché accanto alla Provenza, all’Île-de-France, alla Bretagna, alla Normandia e alla Dordogna non mi emergevano immagini mentali di altre regioni francesi. Immagino che per la maggior parte degli italiani sia così, ma su qualche più specifica caratteristica del milieu socio-cultural-economico in cui sono capitata, tornerò in futuro con una serie di “quadretti oggettivi”, anche a beneficio di chi, del Nord Pas-de-Calais, ha idee derivate dal film grazioso (e basta) Bienvenue chez les Ch’tis o Benvenuti al Nord [“La misconosciuta Francia del Nord”, qui].

La questione che prima, invece, mi sorge e che vorrei dirimere, per quanto mi è possibile, è questa: perché la Francia, in un’Europa e un pianeta in subbuglio, stenta a scuotersi, a ribellarsi?

Ci ragiono anche perché noto che molti giovani italiani guardano oltralpe, quando c’è da formulare considerazioni di natura sociale e politica, come se la Francia fosse tuttora un faro di civiltà, e una stella polare in fatto di analisi della realtà. Appesantiti da un complesso nazionale da zoticoni politici, ci aspettiamo che la Francia detti modelli di lotta sempre, come a fine XVIII secolo, come nel ’68, quasi che ai francesi il corretto inquadramento di come stanno le cose, e di come si possa procedere e reagire, nasca in modo innato, fluentemente naturale: il gene nazionale del ragionamento e dell’insurrezione.

Al contrario, in questo ormai quinquennio della crisi, dalla Francia arrivano solo sparute impennate di protesta, piuttosto slegate, piuttosto temporanee; per il resto, un sostanziale silenzio, che risulta ancora più bizzarro nella giostra, a volte tragica a volte gioiosa, delle proteste nel mondo.

Per limitarci ad un breve tour europeo, persino la locomotiva tedesca ha contribuito con offerta cospicua, sull’altare del sonno civile, di militanti arrestati (addirittura a migliaia: ben 1300 in occasione delle proteste anti-nucleare). La società greca è in sacrosanta ribellione continua, viste le conseguenze drammatiche ed inaccettabili dei tagli imposti, e si è arrivati allo sciopero delle bollette della luce, reso possibile dalla complicità dei sindacalisti dell’“Enel greca”. In Spagna, gli indignados stentano a passare al livello successivo di incazzados, ma una base suscettibile e organizzata certamente c’è. London burnign – non lo so scrivere al passato, sono, come scrive il Subcomandante Marcos, “non globalizzata” e quindi “poco inglesizzata”…e poi la condizione, se dio lo vuole o inshallah, continua. Bruxelles è ormai la capitale dell’anarchia, sia per il lunghissimo stallo della politica interna, “risolto” solo recentemente e solo a metà, sia per il naturale contrasto che viene a crearsi, essendo presenti nella città alcuni fra i maggiori istituti finanziari europei. Persino l’Italia, con un occhio all’estero, ma forse con una tardiva riscoperta della propria grande tradizione di lotta popolare, apre almeno un occhio, e alza pure la testa ogni tanto, come a Roma, con la rabbia che esplode, e contagia o terrorizza chi la nega anzitutto in se stesso.

E la Francia? La Francia, si lamenta, si indigna, s’impegna. Non getta la spugna, ma sembra troppo tranquilla.

*

Me ne rendo conto, in prima persona, il 15 ottobre. Un fermento allegro ma non troppo scuote l’Europa da un capo all’altro, tutti attendono questo sabato, tutti vanno da qualche parte trascinati dalla volontà di protestare, di contrastare, di unirsi a incrementare il voltaggio di questa scarica elettrica continentale, per la prima volta così ecumenica. Ma qui, quasi tutto tace. Gli indignés de France organizzano una manifestazione a Parigi, ma l’intento mi pare fumoso, persino disimpegnato: indignamoci dove vogliamo, uscite in strada e basta, troverete qualcuno che si indigna con voi…Alla fine, i numeri restano esigui, scarsa la visibilità, praticamente nessuna alterazione messa a segno nei confronti della normale sterluccicante vita cittadina, benché, invece, violenta risulterà la reazione della polizia, che usa manganelli e spray urticante per disperdere i pochi manifestanti.

Ancora più tangibile risulta la situazione di calma piatta a Lille, capoluogo del Nord Pas-de-Calais, città per altro vivace, con più di 200.000 abitanti. Infatti, mi sono attivata per sfuggire alla totale placidità del valenciennois, la regione attorno alla piccola cittadina in cui ora, un po’ stranita, mi sveglio, Valenciennes; ho convinto con varie lusinghe una “nuova amica” a venire con me, fiduciosa che almeno nella capitale delle Fiandre una bella manifestazione ci sarebbe stata, piccola magari, ma dalla grande carica contestatrice! E così, eccoci in treno, eccoci a far due passi per la bella città piena di gente, ed eccoci finalmente al luogo della manifestazione.

Ciò che trovo è al di sotto delle più modeste aspettative: un centinaio di manifestanti fermi in una piazza, per nemmeno un paio d’ore. Saranno il potere attrattivo e la vicinanza di Bruxelles ad aver distolto dalla piazza locale molti francesi del Nord-Est, ma il colpo d’occhio è desolante. In ogni caso, decido di prendere la parola, visto che l’esiguità dell’assembramento permette, quantomeno, un confronto faccia a faccia. Racconto qualcosa dell’Italia, riportando l’impressione che la varietà straordinaria delle situazioni di ingiusta e sopruso trovi un comun denominatore, particolarmente odioso: ogni proposta, lotta o contestazione viene sempre stoppata da granitici assunti finanziarieggianti, secondo i quali, oltretutto, la colpa delle difficoltà enormi del momento sono da imputare, senza eccezione, agli “ultimi”. Perché gli studenti sono fannulloni e non umili, non sono disposti a dimenticare anni di formazione scelta secondo le loro propensioni per guadagnarsi, meno idealisticamente, la pagnotta; gli operai guardano solo alle vacanze e al riposo e non alla produttività, rivelando ben poco amor d’azienda; gli stranieri fanno “concorrenza sleale” accettando lavori infimi, e in più fanno man bassa di tutti i contributi e aiuti statali rubandoli agli italiani che nessuno, invece, difende; i piccoli imprenditori e gli artigiani non sanno ammodernarsi e restano ancorati a vetuste idee del commercio, chiusi lì nel loro bugigattolo polveroso; i singoli individui non sanno opporsi, per paura, a sistemi mafiosi e disonesti che invece sarebbe così semplice rifiutare e ribaltare.

Concludo invitando i francesi a lottare per i propri, di diritti, ma con uno sguardo ai diritti dei vicini, affinché le lotte si uniscano dandosi maggior forza, e abbiano i medesimi obiettivi per tutti gli uomini: giustizia vera, eguaglianza, diritto alla libertà e a libere aspirazioni, solidarietà, lavoro degno, sanità e istruzione davvero e sempre gratuite! Seguono applausi per i cugini sfigati italiani…

Dopo la mia stentata filippica, l’anziano signore che gestisce gli interventi e la piccola protesta mi si avvicina, coi suoi baffi portentosi e il cappello a falde larghe, e inizia a descrivermi i suoi viaggi “di protesta” nel nostro Paese, sostenendo che la più bella piazza lui l’ha vista a Firenze, negli anni ’70. Sono felice, quasi lusingata, ascoltando con che entusiasmo descrive quelle manifestazioni, con che ammirazione loda la forza, la determinazione che incontrava nella gente a voler lottare. Mi sembra purtroppo il ritratto di un Paese che non esiste più o è stato diluito e accerchiato, fiaccato dall’imputazione di colpe assurde e mal poste. Il signore conclude, “Eh oue, en Italie on sait comment il faut faire une lutte…Ici, on n’arrive pas à comprendre que le minimum ne suffit pas, qu’au contraire le minimum t’arnaque!”[2].  Naturalmente, l’immancabile chiusa, la ciliegina sulla torta che in ogni dialogo con un uomo o una donna del Nord non può mancare, è un calorosissimo: “Bienvenue dans la Nord!”, e altri auguri di vario ambito.

Ora, io non sono un’analista politica, affannosamente cerco di capire qualcosa di economia, e provo a destreggiarmi in principi sociologici; non ho nemmeno alle spalle gli anni e i chilometri di protesta del baffuto sindacalista nordico… Ma non c’è altro modo per comprendere meglio la realtà che provarci, ragionare sui piccoli tasselli certi, quelli che si sono toccati con mano o verificati con ricerche instancabili e “incrociate”, per provare infine a tessere un quadro logico complessivo, ben strutturato, ma sempre aperto a nuovi dati e nuove risistemazioni. Allora, dalle parole di quell’incontro a Lille, “le minimum ne suffit pas”, mi sorgono una domanda, cosa sia “il minimo”, e un’immagine: il mese di un precario francese, oltretutto straniero (vabbé, comunitario, però italiano!).

*

Inizi il mese in affanno, perché i soldi con cui sei partito scarseggiano già dopo pochi giorni: hai dovuto pagare la caparra, ossia un mese d’anticipo (qua è quasi impossibile trovare affitti in nero, ma comunque di caparra ti chiedono un mese, non tre), e poi già il primo mese d’affitto; devi anticipare tutta una serie di cose, come l’abbonamento ai mezzi di trasporto o i pasti alla mensa della scuola, poiché sei un precario istruente; hai dovuto farti una sottospecie di dote d’arredamento casalingo, e anche, non dimentichiamocene, mangiare decentemente.

Ma un giorno qualsiasi, in cui accedi al tuo conto corrente online con la poca speranza di sempre, perché sai che lo stipendio arriverà verso fine mese, ma non si sa mai, magari anticipano, magari è un mese speciale, magari…sorpresa! Trovi 670 €! Da dove arrivano?! Contributi?!

Appena posso corro alla CAF, la “cassa” che gestisce appunto i contributi statali, a chiedere delucidazioni, perché qualcosa non mi torna. La CAF si materializza in un tozzo edificio a forma di astronave, con mastodontiche cinture scure e tondeggianti tutte attorno; è piazzato nel centro di una piazza centralissima, e la occupa e ingombra tutta, occupando anche un lato delle due vie principali che da essa si diramano. Sembra dire, con voce bassa: “Lo Stato c’è, i vostri soldi sono qua”. Almeno, una parte.

Alla Santa CAF, si scusano anzitutto del ritardo; abitualmente, i contributi vengono versati il 5 o il 6, ma avendo io inoltrato la mia domanda a fine mese, tutto è slittato. Mi spiegano che ho diritto a un contributo all’affitto di 260 € circa, un po’ meno di due terzi del totale. La percentuale è maggiore di quella che mi spettava quando ero in Erasmus, perché essendo ora lavoratrice contribuisco, tramite detrazione in busta paga, proprio all’aiuto all’alloggio, e dunque tale sottrazione dev’essere compensata. Inoltre, ho diritto a un contributo al salario, ma siccome il suo ammontare viene calcolato in base ai tre mesi precedenti (in cui ero nullatenente), ricevo ben 410 €. La signora fa la faccia dispiaciuta, dicendo che dai prossimi mesi potrei ricevere un po’ meno, attorno ai 200 €, visto che il mio stipendio, al netto delle tasse, ossia con trattenute attorno al 18%, non toccherà nemmeno gli 800 €, e in Francia si ritiene che, col costo corrente della vita, non si possa vivere con meno di 1000 € al mese.

Insomma, facendo due conti, il mio mese di ottobre è andato grossomodo così:

– 400 € affitto;

+ 262 € contributo all’affitto;

– 35 € mensa;

– 30 € abbonamento mezzi;

+ 15 € contributo del ministero dell’istruzione per l’abbonamento ai mezzi pubblici;

+ 410 € contributo al salario.

Queste sono ovviamente le spese fisse, a cui possiamo aggiungere, abbondando, – 200 € alimentazione.

Restano 22 €…

Ma a fine mese, puntuali, arrivano i 790 € di stipendio netto. 800 € a cui sottrarre altre spese varie, e queste certo sono briciole per un banchiere o anche solo un direttore di banca, ma io non ho mai avuto tanti soldi miei, miei “di diritto”, e oltretutto corrispostimi per aver svolto un’attività pertinente al mio percorso di studi, ossia l’insegnamento della lingua italiana.

Non voglio dire che la molla per la protesta, per la mobilitazione, sia esclusivamente di natura economica, e che, invece, 1400 € al mese facciano la felicità e tengano quindi tutta la gente sufficientemente buona; eppure, non credete che 500 € in tasca al mese, puliti, per fare ciò che si vuole (pure la rivoluzione!), non siano male, per un giovane precario straniero che non smania di comprarsi il SUV o l’ultimo laptop?

Cercando di ampliare il discorso, ciò che intendevo dire è che in Francia lo stato sociale c’è davvero; è uno stato sociale non assistenzialista, ma solidale, e sta reggendo anche in tempo di crisi. Ci sono alcun avvisaglie, in senso opposto, piuttosto preoccupanti; fra tante, mi ha colpito soprattutto il delirante discorso del président dal mal digerito complesso da straniero, Sarkozy, riguardo le cause della crisi, che lui imputerebbe anzitutto alle scrocconerie miliardarie di imbroglioni ingannatori della mutua, approfittatori degli aiuti statali[3]. Ma, per ora, ça marche.

È noto che spesso il malcontento popolare scoppia, più che per condizioni economiche oggettivamente insostenibili, per la percezione dell’ineguaglianza economica, del divario che va ampliandosi tra poveri sempre più poveri e senza difese, e ricchi tutelati dal sistema. Mi sembra chiaro, allora, che se lo Stato è presente, anche fisicamente visibile  e disponibile a ridistribuire almeno un po’ la ricchezza di una nazione, la percezione della disparità economica sarà minore.

Ricollegandoci all’esternazione del sindacalista lillois, c’è da chiedersi, però, se sia un male o un bene, che in Francia si riesca a mantenere la percezione della disparità economica sotto la soglia dell’inaccettabile. Sembra una domanda oziosa e magari cinica, nei confronti dei milioni di famiglie che, nell’hexagone, vivono grazie agli aiuti dello stato e vivono, grazie a questi, un poco al di sopra della soglia della dignità, a differenza del corrispettivo strato sociale italiano. Tuttavia, non mi sembra azzardato ipotizzare che, in generale, la conformazione attuale dello stato francese, da un punto di vista di istituzioni e stato sociale, ma anche di retaggio storico-culturale, possa rappresentare una trappola; un vero imbrigliamento, quindi, di qualsiasi istanza che non cerchi semplicemente di ottenere l’ottenibile, le briciole per sopravvivere, da un sistema che, in Francia come in Italia come in Germania, è intrinsecamente ingiusto, ma punti a qualcosa di ben più ambizioso: a cambiarlo, il sistema.

*

Per inquadrare questa analisi, mi sento di presentare un altro esempio meno prettamente economico.

Penso di poter dire con tranquillità che in Francia nessuno si sognerebbe di proclamarsi “orgogliosamente razzista”. Un militante del Front National apporterebbe giustificazioni magari risibili a un suo ragionamento razzista, ma questo è il punto: in Francia il principio razzista viene celato, non sbandierato come fosse la radice della bontà della propria posizione. Lo si dissimula, si argomenta, si democratizza e amplia il discorso, non si urla: “La mia rabbia istintiva è sacrosanta e dà la misura di quanto ho ragione”.

D’istinto e in principio, questo mi sembra rassicurante, un indice di maggior civiltà dei cugini d’oltralpe: è una base comune per poter discutere di una società com-partecipata, per potersi confrontare anche fra persone di formazione molto differente, e costruire ponti. Cosa che, in Italia, risulta impossibile, poiché spero bene che nessuna persona normale accetterebbe di continuare a discutere seduta ad un tavolo con un’altra che si dica orgogliosa di essere razzista, e questo accade molto spesso.

Tuttavia, dopo l’iniziale intima rassicurazione, mi guardo intorno, in questa Francia apparentemente de-razzistizzata, così riguardosa. E mi rendo conto che questo atteggiamento scrupolosamente osservato non dà seguito a fatti altrettanto scrupolosi, se è vero che abbiamo assistito al rimpatrio forzato dei rom, alla rabbia, di chiara origine etnico-culturale, delle banlieue parigine nel 2005, all’entrata in vigore del divieto del velo (e, certo, di qualsiasi simbolo religioso) nella scuola dell’obbligo, ad intimare l’adesione a un’identità nazionale indiscutibile e forzata, all’aumento di episodi di violenza di matrice xenofoba[4]. Insomma, benché si arrivi ad una consapevolezza minima, al “il razzismo non è bello”, non si arriva ad un rispetto minimo, fattuale.

Quasi fosse un abito mentale diffuso, pare che in Francia si implementino a livello teorico e oggettivo tutta una serie di “buoni principi”, che però non sono seguiti, a livello soggettivo e pratico, da comportamenti altrettanto virtuosi. Forse, proprio perché sono tanto scontati e ovvi, non li si vive più, nessuno discute con se stesso impersonando non solo il francese civile, ma anche il profugo appena sbarcato, che è ben lontano dalla nostra immagine, così facile e ingiusta, del “profugo ideale”.

In conclusione, ciò che mi è parso di rilevare a più riprese, nelle mie occasioni di permanenza in Francia, è che si stabilisca una dicotomia fra ciò che “tutti sanno essere giusto”, e ciò che poi, realmente, secondo quel giusto, “si porta avanti”. Anzi, sembra che siano proprio i valori che teoricamente ispirano e contraddistinguono la Francia, celebrati e riveriti in quanto fulcro di un’identità nazionale “elevata” e “socialmente attenta”, a trasformarsi in barriere, in garanzie che non garantiscono e che pur tuttavia impediscono la contestazione del reale.

Questi principi ispiratori hanno dato vita, in passato, a pratiche e conquiste notevoli, che resistono anche oggi, ma che sono in realtà, a mio parere, un “minimo”, una pezza cucita sul problema. Che la “pezza francese” sia migliore di quella italiana, perché rabbercia meglio gli squarci di un sistema celatamente, ma profondamente violento, non la rende diversa da quello che è, una pezza, non una soluzione.

Paradossalmente, diventa più difficile, in un simile contesto, inquadrare i vari problemi: il razzismo, le libertà civili, l’insostenibilità di principio di questo modello economico. Tutto diventa sfuggente, difficile da mettere in discussione, perché i principi ispiratori stanno sempre lì, accanto a chi riflette e prova a tastare il cosa e il come e il che fare, come se essi tutelassero a priori l’equilibrio e la giustizia dei rapporti sociali, o la correttezza di un comportamento. E allora un professore pensa di dispensare e applicare i principi della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza, quando tenta di imporre disciplina e rispetto alla classe, e giudica di conseguenza i suoi allievi delle bestie indisciplinate; in realtà, si limita alla forma, a offrire e a richiedere la forma, brillantemente e autenticamente francese, senza mettere in discussione la sostanza. Ma i conflitti, poi, scoppiano nella più cruda sostanza, anche in Francia; la pezza comincia a scucirsi, il minimo a non bastare, e entrambi a palesarsi per ciò che sono: l’ostinata cura palliativa dei sintomi più evidenti di una malattia, una malattia invece ben grave che richiederebbe terapie d’urto. Terapie, intendo, per guarire il malato dandogli una vita nuova, vera, invece di tartassarlo per mantenerlo poco al di sopra della sopravvivenza coi palliativi, solo per continuare a dissanguarlo.

 

[1] “Ah, ma per questo prima bisogna prima compilare questa scheda / formulario / dossier / dichiarazione!”

[2] “Eh sì, in Italia si sa come bisogna lottare…Qui è difficile far capire che il minimo non basta, al contrario il minimo ti frega!”

[3] Se proprio volete rendervi conto delle posizioni espresse da Sarkozy, era apparso su Libération, il 16 novembre 2011, un articolo dal titolo: “Sarkozy voit des fraudeurs partout” (“Sarkozy vede truffatori dappertutto”).

[4] La “Commission nationale consultative des droits de l’Homme” divulga ogni anno, a giugno, un rapporto che fornisce dati precisi e approfonditi. Nel rapporto 2011 si nota un raddoppiamento degli episodi violenti connessi a ragioni razziali, e un inasprimento della violenza degli episodi stessi.

 

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