Marcuse

LE NUOVE FORME DI CONTROLLO

“Codesti nuovi modi [di realizzazione delle libertà] possono venir indicati solo in termini negativi, perché equivarrebbero alle negazione dei modi che ora prevalgono. In tal senso, libertà economica significherebbe libertà dall’economia, dal controllo di forze e relazioni economiche; libertà dalla lotta quotidiana per l’esistenza, dal problema di guadagnarsi da vivere. Libertà politica significherebbe liberazione degli individui da una politica su cui essi non hanno alcun controllo effettivo. La libertà intellettuale equivarrebbe alla restaurazione del pensiero individuale, ora assorbito dalla comunicazione e dall’indottrinamento di massa, ed equivarrebbe pure all’abolizione dell’ ‘opinione pubblica’, assieme con i suoi produttori.

Il suono irrealistico che hanno queste proposizioni è indicativo non tanto del loro carattere utopico, quanto dell’intensità delle forze che impediscono di tradurle in atto“.

“La forma più efficace e durevole di lotta contro la liberazione è la coltivazione di bisogni materiali e intellettuali che perpetuano forme obsolete di lotta per l’esistenza”.

“Ogni liberazione dipende dalla scoscienza della servitù, e l’emergere di questa coscienza è sempre ostacolato dal predominare di bisogni e soddisfazioni che sono divenuti in larga misura quelli propri dell’individuo”.

“Sotto il governo di un tutto repressivo, la libertà può essere trasformata in un possente strumento di dominio. Non è l’ambito delle scelte aperte all’individuo il fattore decisivo nel determinare il grado della libertà umana, ma che cosa può essere scelto e che cosa è scelto dall’individuo”.

“La riproduzione spontanea da parte dell’individuo di bisogni che gli sono stati imposti non costituisce una forma di autonomia: comprova soltanto l’efficacia dei controlli”.

“Il concetto di alienazione sembra diventare discutibile quando gli individui s’identificano con l’esistenza che è loro imposta e trovano in essa compimento e soddisfazione. Questa identificazione non è illusione ma realtà. La realtà, d’altra parte, costituisce uno stadio più avanzato di alienazione”.

“La cultura industriale è, in senso specifico, più ideologica della precedente, in quanto al presente l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione […]. I prodotti indottrinano e manipolano, promuovono una falsa coscienza che è immune dalla propria falsità. E, mano a mano che questi prodotti benefici sono messi alla portata di un numero crescente di individui in un maggior numero di classi sociali, l’indottrinamento di cui essi sono veicolo cessa di essere pubblicità: diventa uno stile di vivere. […] Per tal via emergono forme di pensiero e di comportamento ad una dimensione”.

“Posta dianzi alla possibilità di pacificare l’esistenza in forza dei suoi successi tecnici e intellettuali, la società industriale matura si chiude in sé per rifiutare l’alternativa: in teoria e in pratica l’operazionismo diventa la teoria e la pratica del contenimento. Al di sotto della sua ovvia dinamica di superficie, questa società è un sistema di vita completamente statico, che si tiene in moto da solo con la sua produttività oppressiva e la sua benefica coordinazione”.


 

LA CHIUSURA DELL’UNIVERSO POLITICO

“La sua promessa suprema [della società industriale] è una vita sempre più confortevole per un numero sempre più grande di persone, le quali, in senso stretto, non sanno immaginare un universo di discorso e d’azione qualitativamente differente, poiché la capacità di contenere e manipolare l’immaginazione e lo sforzo sovversivi parte integrante della società data. Coloro la cui vita rappresenta l’inferno della Società Opulenta sono tenuti a bada con una brutalità che fa rivivere pratiche in atto nel medioevo e all’inizio dell’età moderna. Per gli altri, meno sottoprivilegiati, la società prende cura del bisogno di liberazione soddisfacendone i bisogni che rendono la servitù benaccetta e fors’anche inosservata, e ciò viene compiuto nel corso stesso del processo di produzione”.

“Il dominio prende veste di amministrazione. I padroni ed i proprietari capitalisti vanno perdendo la loro identità come agenti responsabili, per assumere la funzione di burocrati nella macchina delle corporations. Entro la vasta gerarchia dei comitati di direzione […], la fonte tangibile dello sfruttamento scopare dietro la facciata della razionalità obiettiva. L’odio e la frustrazione sono privati del loro bersaglio specifico, ed il velo tecnologico maschera la riproduzione della disuguaglianza e dell’asservimento. Col progresso tecnico come strumento, la non libertà […] viene perpetuata intensificata sotto forma di molte piccole libertà e agi”.

“Gli schiavi della civiltà industriale sviluppata sono schiavi sublimati, ma sono pur sempre schiavi, perché la schiavitù è determinata non dall’za, né dall’asprezza della fatica, bensì dallo stato di strumento e dalla riduzione dell’uomo allo stato di cosa”.

“Al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico, la loro presenza prova quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni e istituzioni intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza. Perciò la loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola la regola del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato”.


 

LA CONQUISTA DELLA COSCIENZA INFELICE

“Quel che si verifica ora non è tanto il degenerare dell’alta cultura in cultura di messa, quanto la confutazione della prima da parte della realtà. L’uomo può compiere oggi cose più grandi che non gli eroi e i semidei della cultura; ha risolto molti problemi insolubili. Ma ha anche tradito la speranza e distrutto la verità che venivano conservate nelle sublimazioni dell’alta cultura […] Ai giorni nostri l’aspetto nuovo è l’appiattirsi dell’antagonismo tra cultura e realtà sociale, tramite la distruzione dei nuclei d’opposizione, di trascendenza, di estraneità contenuti nell’alta cultura, in virtù dei quali essa costituiva un’altra dimensione della realtà. Codesta liquidazione della cultura a due dimensioni non ha luogo mediante la negazione e il rigetto dei valori culturali, bensì mediante il loro inserimento in massa nell’ordine stabilito, mediante la loro riproduzione ed esposizione su scala massiccia. […] La musica dell’anima è anche la musica del venditore”.

“Il potere assimilante della società svuota la dimensione artistica, assorbendone i contenuti antagonistici. Nel regno della cultura [cultura disinnescata e impossibilitata a contestare il reale] il nuovo totalitarismo si manifesta precisamente in un pluralismo armonioso, dove le opere e le verità più contraddittorie coesistono pacificamente in un mare di indifferenza.
Prima he questa riconciliazione culturale fosse in atto, la letteratura e l’arte erano essenzialmente alienazione; esse alimentavano e proteggevano la contraddizione, la coscienza infelice del mondo diviso, le possibilità frustrate, le speranze non realizzate, e le promesse tradite. Erano una forza razionale, cognitiva, volta a rivelare una dimensione dell’uomo e della natura che era repressa e respinta nella realtà. La loro verità stava nell’illusione evocata, nel loro insistere a creare un mondo in cui il terrore della vita era richiamato e sospeso, dominato da un atto di ricognizione. E’ questo il miracolo del capolavoro; è la tragedia, sostenuta sino all’ultimo, e la fine della tragedia, la sua soluzione impossibile. […]
La tensione tra l’attuale ed il possibile è trasfigurata in conflitto insolubile, in cui la riconciliazione avviene per grazia dell’opera come forma. […] Nella forma dell’operala situazione esistente è collocata in un’altra dimensione, dove la realtà data si mostra per quel che è. In tal modo essa dice la verità intorno a se stessa. […] La finzione narrativa chiama i fatti per nome ed il regno di questi va a rotoli: la narrativa rovescia l’esperienza quotidiana e mostra come questa sia falsa e mutilata. Ma l’arte possiede questo magico potere soltanto come il potere della negazione. Essa può parlare il proprio linguaggio solo finché sono vive le immagini che rifiutano e confutano l’ordine costituito. […]
La realtà tecnologica in sviluppo scalza non soltanto le forme tradizionali ma le basi stesse dell’alienazione artistica, ovvero tende ad invalidare non solamente certi stili, ma pure la sostanza stessa dell’arte”.

“L’arte contiene la razionalità della negazione. Nelle sue posizioni più avanzate, essa rappresenta il Grande Rifiuto, la protesta contro ciò che è. I modi in cui l’uomo e le cose sono rappresentati, in cui sono fatti cantare e suonare e parlare, sono altrettanti modi di confutare, spezzare e ricreare la loro esistenza concreta. […]
Con la sua graduale scomparsa, il Grande Rifiuto viene a sua volta rifiutato; l’altra dimensione viene assorbita nello stato di cose prevalente. Le opere nate dalla condizione alienata sono incorporate in questa società e circolano come parte integrante dell’attrezzatura che adorna lo stato di cose prevalente e ne illustra la psicologia. Esse diventano in tal modo strumenti pubblicitari – servono a vendere, a confortare o ad eccitare”.


 

LA CHIUSURA DELL’UNIVERSO DEL DISCORSO

“Nell’attuale periodo storico, qualsiasi scritto politico non può far altro che confermare un universo poliziesco, e così qualsiasi scritto intellettuale non può far altro che costruire una paraletteratura che non osa più dire il proprio nome” [Roland Barthes].

“Considerata un tempo l’offesa principale contro la logica, la contraddizione appare ora come un principio della logica della manipolazione . E’ la logica di una società che può permettersi di fare a meno della logica. […] ‘Rifugio di lusso contro la caduta di residui radioattivi’ – […] Nessuna logica e nessun linguaggio dovrebbero essere in grado di unire correttamente lusso e caduta di residui radioattivi. […] La convalida principalmente nel fatto che questo linguaggio promuove le vendite […], ma piuttosto nel fatto di promuovere l’immediata identificazione dell’interesse particolare con quello generale, del Mondo degli Affari con la Potenza Nazionale, della prosperità con il potenziale disponibile per l’annientamento. […]
Tale linguaggio si articola in costruzioni che impongono all’ascoltatore un significato obliquo ed abbreviato, che bloccano lo sviluppo del contenuto, che spingono ad accettare ciò che viene offerto nella forma in cui è offerto […].
Le conseguenze sono piuttosto serie, perché un linguaggio del genere è insieme intimidazione e glorificazione. Le proposizioni prendono forma di comandi suggestivi – sono evocative piuttosto che dimostrative. Il predicato diventa una prescrizione; l’insieme della comunicazione ha un carattere ipnotico. Al tempo stesso, è carico di falsa familiarità, risultato della continua ripetizione e del tono diretto e popolare che viene abilmente impartito alla comunicazione.
La stessa familiarità viene stabilita per mezzo del linguaggio personalizzato, che svolge un ruolo considerevole nelle tecniche avanzate di comunicazione. Si tratta sempre del ‘vostro’ deputato, della ‘vostra’ strada, del ‘vostro’ negozio favorito, del ‘vostro’ giornale. Ogni cosa viene portata a ‘voi’, e ‘voi’ siete l’invitato. In questa maniera, cose e funzioni affatto generali, prodotte in serie ed imposte al pubblico, sono presentate come se fossero create ‘specialmente per voi’. Fa poca differenza che gli individui così interpellati ci credano o no; il successo di questa tecnica indica che essa promuove l’identificazione degli individui con le funzioni che essi e gli altri svolgono”.

“Questo stile possiede una concretezza sopraffattoria. La ‘cosa identificata con la funzione’ è più reale che non la cosa distinta dalla funzione, e l’espressione linguistica di tale identificazione (nel sostantivo funzionale, e nelle molte forme di abbreviazione sintattica) crea un vocabolario e una sintassi di base che sbarrano la strada ad ogni tentativo di differenziare, separare, distinguere. Codesto linguaggio, che impone senza tregua delle immagini, milita contro lo sviluppo e l’espressione di concetti […]. Il concetto, infatti, non identifica la cosa e la funzione. […] Nelle parole di Wilhelm von Humboldt, il nome come soggetto grammaticale denota qualcosa ‘capace di entrare in certe relazioni’, ma non si identifica con le relazioni stesse”.

“Non rimane più alcun intervallo tra il nominare ed il giudicare, e la chiusura del linguaggio è completa” [R. Barthes].

“Il linguaggio chiuso non dimostra e non spiega, bensì comunica decisioni, dettati, comandi. Quando definisce, la definizione diventa una ‘separazione del bene dal male’; stabilisce in modo indiscutibile torti e ragioni, e prende un valore per giustificarne un altro. Procede per tautologie, ma le tautologie sono ‘sentenze’ terribilmente efficaci, in quanto esprimono un giudizio in forma ‘pregiudicata’; di fatto pronunciano condanne. […] Questa forma di convalida promuove una coscienza per cui il linguaggio dei poteri in atto è il linguaggio della verità”.


 


 


 

 


 

 

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