Riscoprendo le radici: Brescia, il dialetto…e un appello

Due circostanze mi hanno spinta al lavoro epico e comico che fra poco vi illustrerò: anzitutto, la conoscenza di una nuova amica partenopea, e la voglia di trasmetterle quel poco retaggio culturale locale che ci resta; in secondo luogo, la visione di questo video.

Durante un’intervista, infatti, De André invita a conservare le peculiarità delle nostre radici più “provinciali” e piccole, non tanto come gesto nostalgico, ma come consapevolezza d’identità, e come ancoraggio contro un mondialismo senza senso e scrupoli, che ci vuole tutti uguali e tutti isolati per fare, del nostro patrimonio economico, paesaggistico, culturale, un grande business.

Nelle sue parole è chiaro che per essere davvero “cittadini del mondo”, nel senso di persone aperte e rispettose degli altri, occorra essere prima “cittadini di qualche parte.”

Fatto sta che stamattina mi è venuta voglia di andarmi a ricercare una piccola chicca, ossia gli aggettivi bresciani “cantati” da Charlie Cinelli – circa 10 anni fa li feci ascoltare ai miei amici Erasmus, provenienti da ogni parte d’Italia, e questo ci portò a discutere e ragionare su come il dialetto racchiuda e sprigioni l’anima di un popolo, di un luogo, anche a causa della sua maggiore vicinanza alla vita concreta, alle stagioni, ai mestieri, rispetto ad un’italiano che, per quanto splendido, è nato come lingua letteraria e colta.

Solo una parentesi, scontata per chi ha fatto studi linguistici o anche solo letterari, ma non così nota e invece importante. Per i linguisti, non esiste nei fatti alcuna differenza fra lingua e dialetto – ogni lingua ha differenti piani, alcune sono più “complesse” e articolate in un aspetto, altre in altri (anche se chi studia il finlandese coi suoi 17 casi ha spesso da ridire…).
In ogni caso, è famosissima la definizione resa celebre dal linguista Weinreich: “Una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina“. Insomma: tra lingua e dialetto l’unica differenza è che la prima ha “vinto”, guadagnando istituzionalità.

Ma per tornare agli aggettivi locali, il problema è che, come per molti nati dagli anni ’80 in poi, il mio bresciano è solo passivo e non attivo – cioè capisco abbastanza bene il dialetto, ma lo so parlare quasi nulla, e comunque lo “maneggio” male.

Per questo mi serve il vostro aiuto, ed ecco il mio appello al popolo bresciano: contribuite, coi tempi e modi in cui riuscite, a questo piccolo bestiario di aggettivi, a questo rosario di “perle” popolari. Potete farlo in 3 modi:

  1. Aggiungete aggettivi o modi di dire che non ci sono nell’elenco che ho raccolto qui sotto, o ditemi pure i vostri preferiti, o quelli che i nonni vi dicevano più spesso (nel mio caso erano felepa e fretola!)
  2. Se lo conoscete, scrivetemi il significato degli aggettivi indicati con ? – ?; spesso si tratta di parole di cui conosco il significato letterale, ma non quello metaforico
  3. Se li conoscete, confermate o correggete la grafia e il significato di quelli che non ho mai sentito e non ho proprio idea di cosa diavolo siano (indicati con ?! – ?!)(anticipo che non ne so nulla di trascrizione fonetica del bresciano…quindi perdonate errori e se volete suggerite correzioni!)

Ovviamente la mia idea è goliardica e leggera, ma credo possa essere uno spunto in più  per non perdere quel poco che ci resta di brescianità – un’identità maltrattata, fraintesa, svilita rispetto a una presunta italianità (o addirittura europeità…) più di moda, moderne e “avanzate”

Un’identità che però, fortunatamente, per molti di noi ha ancora un senso, un profumo di autenticità, e che qualcuno sta riscoprendo in vario modo.

I primi a venirmi in mente sono i bravissimi  Roberto Capo ed Enrico Fappani, che sulla pagina facebook “Ch’El chi ch’el l’è” raccontano, in video chiari, divertenti e approfonditi, storie bresciane poco note spesso ai bresciani stessi, e tanti “spifferi” della nostra città e provincia.

Ma vi posto anche due video, e parte del testo (traduzione mia), di un gruppo che ho da poco scoperto, e che vi consiglio: i Dellino Farmer!

Quando parlo, parlo bene scandito in dialetto;
poche storie, l’italiano è per i fighetti […];
le parole sono importanti come dice Moretti
soprattutto se le dici in dialetto!

Da Sarezzo a Calvagese
il dialetto è proprio quasi lo stesso,
lo parlano anche gli stranieri
e se han caldo dicono che han caldo fess […]

Ogni paese un castello, ogni festa un bordello;
passa da Barbariga e fanno la sagra del casoncello,
è roba importante, la mille miglia a Brescia,
Arnaldo che dall’alto vigila su tutta la piazza;
Le vigne in Franciacorta e gli ulivi sul Lago di Garda,
questa è una terra calda!

Da Fiesse a Ponte di Legno, da Pontoglio a Sirmione,
dalla neve dell’Adamello alle spiagge col sole;
ci sono le Alpi e le pianure, ci sono i laghi e i borghi,
con un po’ di sfumature, ma parliamo lo stesso dialetto!

Sono tante le parole belle da imparare
quando parlo con i vecchi dei paesi lontani,
con la ö, con la ü a portata di mano
la mia bocca le mastica come un pezzo di pane. […]

Sono tante le parole del dialetto nostrano,
te le dico perché spero di sentirle anche domani […].
Con la ö, con la ü, non me l’ha insegnato la Merkel,
io parlo come mangio e non ne ho di tempo da perdere,
ö, ü resta il grido di battaglia
de la gente che come me ha addosso ancora il cappello di paglia
e parla ancora dialetto, è nemica del fighetto […]
ma c’è in giro tanta gente che non ha ancora capito un cazzo,
“pota” con la dieresi è tua pöta [zitella]

(altre canzoni:
Come i Panda;
Sanc e sudur;
M.V.D.L.B, cover di “Vengo dalla Luna”;

Da parte mia, oltre a questa piccolo articolo, dedicherò qualche ora a studiare il dialetto (esiste un dizionario bresciano-italiano: qui la versione online!), posterò magari qualche nota, e se mai diventerò insegnante qualche momento di brescianità lo infilerò sicuramente nei rigorosi piani di studio europei.

Grazie a tutti quelli che vorranno in qualsiasi modo contribuire, o anche solo leggere, divertirsi e pure un po’ emozionarsi.

G.

AGGETTIVI BRESCIANI

 

A
aca màta
àdagnàro
àsen
algerìno
? animàl de fòs ?
? articiòc ?
? angüria ?
?! abebepa ?!

B
banàna
baihù
balabiòt
belelò
bihölc
bàmbo
bidù
bocaciù
bìgöl
brighèla
bafo
barbèl
bresàola
becafìc
babào
? böba ?
? borelòt ?
? bregnöc ?
? bùh de caèch ?
? baharöl ?
? barbastràha ?
? boràcia ?
? barbàia?
?! bofandàren ?!
?! buchìna de mpiöm ?!

C
ciàncol
culatì aleghèr
crapù
còdebò
cöla
cavrù
cèhö
coiò
cocòmer
canchèr
ciciarù
conèc
ciapahorèc
cicianebìa
? codefazòl ?
? caaspì ?
? canarì de stàla ?
? canèl ?
? cornasèl ?
? cöpacaài ?
? cataragàie ?
? ciciabàfi ?
? carlù ?
? cönsömat ?
? ciciamintìne ?
? ciciamòhei ?
? ciciamuhègn [de ‘n ozèl de Sèrle] ?
? ciegòt ?
? caèch ?
? cagnì pomèr ?
?! còda de garì ?!
?! cülembregiàt ?!
?! canilùpo ?!

D
degrasiàt

E
encülat de’n tèta
empestàt
empatenàt
embreagù
enhiminìt
endormèt
empedìt

F
felèpa
frètola
faciadecül de càdecàcia
furbacì
finèha
fülmen
? fahindìna ?

G
gnàgno
ghè riàt marcòni
gnorantòt
gàt de màrmo
golaciù
grandilgiù
gnòco
giupì
? gulìa ?
? gasulìna ?
?! grandesciào ?!
?! gröspèc ?!

H
haiòt
hachelöt
höpa
hichèr
hàgoma
hücù
he ta hèt endré
hubiòt
hindèc
hemmiòt
hòrga
hurighì
? homèha ?
? haltarèl ?
? hùbia la ìda ?
? hànfa de gàlina ?
? hambüc ?
? hürlo ?
? hönal ?
? hapù ?
? hanfugnì ?
? hì de còrsa ?
?! hèto de fighèt ?!
?! hebòrgol ?!

L
lecatitìne
lazarù
lecalàpidi
lèlo
làatif
? löganega ?
? limù ?
? lüstratùbi ?
?! latìna möorta ?!
?! lingirù ?!
?! laahòca ?!
?! löndenù ?!

M
manzöl
maiamohche
maiacamòle
maiahchète
maiapitüra
mostahù
macù
menelào
müradur
macàco
materialòt
malnàt
mpuhtùr
mirindìna
maltratenhèma
merdulìna càlda
mirdìna
muhignì
muhignù
marhù
meza sega
malmadür
malhagomàt
malmustùs
mamào
montagnì
madunìna nfilzàda
? maghèla ?
? maiacoriàndoi ?
? marzùlo ?
? menaturù ?
? möhàciù ?

N
nicodemo
nihù
nöna
ndrehabanàne

O
oc
orècia
ombrèla
?! orghen de trèt ?!

P
pestacàche
pàevòlpe
pastìna
pantalù
peòt
peciòt
pìcio de pèha
pistrìciol
papào
pèpia
petòc
pèndol
pipaurtìghe
pipaspesìe
pandòro
pàcio
porhèl
papamòla
paiàho
pelandrù
pulintìna
padilù
pondòr
pelahòrge
pederhèm
piögia
pulpitù
pagnòca
polàster
pihù
pipiulìna
? papàno ?
? parolòt ?
? panàda ?
? pampìgola ?
? petècia ?
? peìda ?
? patöla ?
? palpapòle ?
?! poleambòl ?!
?! pelagàl ?!
?! pelabròc ?!
?! pròcete ?!
?! pirìna mörta ?!
?! pulìa ?!

R
rafanàt
respurchì
rubiulìna
rahèga
? ridilù ?
? redabòl ?

S
spacigù
slambròt
slandrù
smerdù
spihigafumìghe
scorezabutù
strahafìghe
scaalcafòs
sterlöc
strahù
sciènhhha
svelöp
sbindù
svergòl
scurizù
scolegàt
scrucù
spacabàle
? snasagòme ?
? sparnegabrògne ?
? sgnagnagròp ?
? sgnagnavècie ?
? snetapolèr ?
? scaalcapöce ?
? scarfòi ?
?! straecabròt ?!
?! scorèza mpanàda ?!
?! schenafalàda ?!
?! schitù ?!

T
tuntugnù
titìne
titì e marèna
tolòt
tridacapèle
torcòl
tastapìci
testìna
triangòl
tartarüga
? taelöt ?
? tambàler ?
? taramòt ?
? tanganèl ?
? tamarìndo ?

V
virdürìna
vilàn quàder

 

 

 

 

 

 

 

 

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Allarme fascismo!

Post estemporaneo

 

Ma perché, in un’epoca in cui al primo soffio di vento si grida al fascismo, non è considerato, dalla stesse forze “di sinistra”, pericolosamente fascista (o almeno dittatoriale) anche solo ipotizzare una restrizione del suffragio universale fondamentalmente per censo?


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NB1: ho come il sospetto che il punto non sia, come si indica ammantandosi di somme preoccupazioni progressiste, “l’analfabetismo funzionale”, l’ignoranza, la suggestionabilità degli elettori “di serie B”.

Penso che a molti, e purtroppo molti “di sinistra”, stia sul bip non che il popolo voti ignorante, ma che voti diverso da loro – e che, QUINDI, sbagli.

E questo atteggiamento sarebbe già un problema di democraticità di per sé, perché va a squalificare, delegittimare ciò che è la base della democrazia, cioè l’altro, che ha posizioni altre, con le quali si deve ed è sacrosanto che ci si confronti.

Se poi si va nel merito, la maggior parte delle posizioni tacciate di “ignorantismo” (penso alla Brexit, al “casus belli” Mattarella vs Savona, alle varie critiche all’UE) sono in realtà opposizioni ad un modello di capitalismo e liberalismo sfrenato che, 2+2, schiaccia le classi inferiori.

Insomma, se esiste ancora un barlume di orizzonte, di visione del mondo che si richiami al concetto di “sinistra”, questo, soprattutto o quasi solo questo dovrebbe essere considerato il pericolo fascista: l’attacco continuo ai ceti popolari che votano diversamente, e non per ignoranza (non così automaticamente!), ma alla disperata ricerca di posizioni non per forza giuste in toto, ma che tutelino la residua dignità di una classe sociale che ormai non è più nemmeno proletariato, ma un sottoproletariato sbandato, diseredato, negato, del quale fanno parte fette sempre più larghe di italiani.

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NB2: ribadisco. Non capisco cosa c’entrino eventuali problemi di ignoranza, di sacche di scarsa educazione, di deriva morale, col suffragio universale. Ma questi votano! Eh, e quindi? La soluzione è privarli del diritto di voto (e magari della patria potestà) o andare alle radici del problema?

Il punto è sempre e solo uno: ciò che si vuole.

E, a quanto pare, a sinistra si vuole una società di illuminati, progressisti e mondialisti (col bip degli altri); non una società di individualità, anime, interessi diversi, dotati il più possibile di ogni strumento, intellettuale e morale, per la realizzazione di un “bene comune” da costruire con la pur faticosa concertazione, col compromesso, con il dialogo.

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NB3: che poi, fa veramente ridere quanto questa situazione richiami l’evangelica trave rispetto alla pagliuzza.

Sono forse automaticamente razionali, superiori, inattaccabilmente “giuste” le posizioni opposte? Essere pro-UE, contro la Brexit, o pro-VAX, e nei modi in cui abbiamo occasione di leggere, è forse meno frutto di suggestione o di analfabetismo funzionale?

Quanti, fra chi sostiene l’UE, si sono letti i trattati europei? Quanti, fra i contrari alla Brexit, hanno sviluppato la propria idea indipendentemente dal martellamento mediatico terroristico (mancava solo predicessero, i media, cavallette maremoti e pioggia di fuoco in caso di uscita)?

Per dire: a me preoccupa molto di più che voti una sgallettata mondialista che idolatra la Bonino, magari perché “l’Erasmus e 60 anni di pace e l’Italietta della liretta” (dico sgallettata e non sgallettato perché ho in mente la persona, eh).

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NB4: questa attitudine, infine, sembra rivelare un’ignoranza molto più grave di tutte quelle, vere o presunte, che mette sotto accusa. Cioè, quella di credere che educazione, cultura, conoscenza siano formazione “a ciò che è giusto”, e non formazione “al dubbio”.

Davvero, pensare che sui vaccini, sull’UE, su qualsiasi tema esista una posizione ontologicamente santa e giusta, da portare in giro per evangelizzare tutti, per convincerli, per rivelare loro la verità e condurre il mondo verso un progressivo luminoso orizzonte perfettamente giusto (senza problematizzare, senza domandarsi, ad esempio, “giusto per chi?”, senza contesto, senza paragoni, senza usare paradossi, senza mettere queste convinzioni alla prova), è una sorta di corollario al teorema dell’analfabetismo funzionale dei poveri – un corollario altrettanto pericoloso, altrettanto “fascista”.

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Ecco, nel complesso questo sentirsi automaticamente, al 1000%, irrimediabilmente, inattaccabilmente dalla parte giusta, questo è un rischio anti-democratico – perché l’altro finisce, senza possibilità di appello, dalla parte sbagliata: un sotto-uomo, un ignorante, un senza morale, qualsiasi argomentazione, magari molto più razionale e meno suggestionata rispetto alla nostra proponga. E se prima non ci si rimette in discussione su questo, non sono disposta a sentir parlare di alcun rischio di fascismo.

Qualcosa per l’Africa: il Franco Africano

In questi giorni ho discusso molto sui social, invitando ad approfondire questioni importanti per farsi un’idea seria delle cose, e capire in che senso si può davvero incidere in modo “giusto” sulle dinamiche politiche generali.
Oggi invece di predicare bene e razzolare male, ho pensato di riassumere e tradurre questo lungo articolo sul Franco Africano: http://le-blog-sam-la-touch.over-blog.com/2016/09/le-franc-cfa-une-monnaie-nocive-pour-les-etats-africains-mediapart.html
In due parole: in 14 Paesi africani permane, anche dopo la dipartita ufficiale dei colonizzatori, una moneta “gestita” da Parigi. Ma gestita davvero, in senso finanziario, economico, politico.
A quanto ho capito: in teoria, questa situazione viene “spacciata” come positiva per i Paesi africani perché la Francia agisce come garante, e le economie africane risultano più affidabili, meno esposte a svalutazioni.
Tuttavia, i contro sono enormi.

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Contro il suffragio universale?

Quando sento sproloquiare contro il suffragio universale, riesco a pensare solo che sì, sarebbe giusto limitarlo, ma non secondo il fantomatico criterio dell'”analfabetismo funzionale” (vorrei poi vedere chi, che esimia commissione esaminerebbe gli aspiranti votanti, con che parametri – immagino già: caccia al fascismo, tramite il più fascista dei “pacchetti-di-pensiero”!), quanto per quello, terribilmente reale e concreto, vero cancro della nostra società, della “mancata responsabilità politica ed economica”.

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Analfabeta funzionale ACCCHI?

Ma mi chiedo:

a tutti voi che parlate a ogni pie’ sospinto di analfabeti funzionali;
a tutti voi che blastate gli ignoranti manco fosse la nuova pratica onanistico/compensatoria del millennio;
a tutti voi che elencate, instancabili, le situazioni di degrado umano e civile in cui voi, cavalieri senza macchia e senza paura, v’imbattete ogni giorno;
a tutti voi che fustigate razzisti fascisti nazisti maschilisti cattobigotti no-vax vari, veri o presunti, come se in tema non fosse possibile una posizione SERIA diversa dalla vostra o non fosse proprio “questione di” –

a tutti voi che, soprattutto, lo fate per motivare democraticissime posizioni alla “togliamogli il diritto di voto” o “togliamogli la patria potestà”*…

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Scavarsi la fossa o uscire dalla fossa: ORA

Io non ho più parole – queste sono le ultime che riesco a esalare.

Vi mentono spudoratamente su dati economici e finanziari (la tutela dei risparmi, ma sapete leggere un grafico?! E vi guardate intorno, o vivete in costa azzurra? E i fantomatici mutui al 20% di interesse?!), ma anche politici (“un Presidente del Consiglio non eletto dal Parlamento”: cioè, davvero? Ma che coraggio!);
Vi dicono in faccia che il vostro voto non conta nulla;
Vi esplicitano, come per bambini piccoli, che ciò che decide tutto sono i mercati, l’UE, la finanza.
E voi, invece di incazzarvi come se vi avessero sputato in faccia, di incazzarvi come vipere perché per la prima volta vi esplicitano (dato che a quanto pare decenni di retorica progressista vi hanno ottenebrato il cervello a suon di amicizia fra popoli 70 anni di pace erasmus e oddio cambiare la moneta in vacanza e la brexit che paura!), dico vi esplicitano che non potete più influire su ciò che conta (la sovranità economica, che vuol dire stato sociale, lavoro, politiche ambientali)…e voi difendete chi lo fa.

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La crisi: “la gente” e gli intellettuali

La cosa che mi sconvolge di più in queste ore di crisi istituzionale, oltre al totale tradimento del voto popolare, è la spocchia ignorante dei cosiddetti “intellettuali”.

Persone che si informano solo su “La Repubblica” o “Il Corriere”, che prendono per buone le balle moraliste de-storicizzate e de-politicizzate che “aleggiano nell’aria” da decenni, che non hanno mai approfondito davvero mezza questione economica o politica o giurisprudenziale, in queste ore concitate si realizzano e “masturbano intelletualmente” blastando i presunti ignoranti, somari, deficienti – e lo fanno a seguito di quello che, comunque lo si voglia analizzare, è un evento mai capitato nella Storia della nostra Repubblica e che meriterebbe quindi il meglio del cervello di chi ha strumenti e mezzi per usarlo, almeno in teoria.

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Sinistra e nazionalismo: una riflessione americana

Dopo aver incrociato questo articolo, ho ordinato in libreria il testo di Rorty Una sinistra per il prossimo secolo, e ne ho ricavato un’impressione fortemente contrastata.

Da un lato, il richiamo al pragmatismo come speranza (e non come cinismo opposto all’idealismo o  all’utopia), il collegamento necessario fra politiche “di sinistra” e dimensione nazionale, ma anche la scoperta della storia della sinistra americana, che noi “europei” trascuriamo carichi come siamo della nostra, di storia, mi ha entusiasmato. Dall’altro, la liquidazione totale, leggerissima e noncurante, di Marx e di tutta la sua eredità, non può che contrariare non dico un marxista, ma qualsiasi persona di buonsenso.

Tuttavia, perché ognuno si faccia una propria idea, ho provato a estrapolare un filo rosso della riflessione di Rorty, e della prefazione di Vattimo.

Buona lettura.

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Limiti, cioè libertà

In  questi giorni mi frulla in testa un pensiero: “Realtà. C’è un disperato bisogno di realtà”.
 
Rispetto a partiti politici, giornali, “maîtres penser”, pubblicità che ci parlano di “non avere limiti” (ma noi ABBIAMO limiti), e di bambini che, se nessuno glielo dicesse, non penserebbero che “i serpenti non sono pericolosi e i pesci rossi non parlano” (ma dannazione, i serpenti SONO pericolosi e i pesci rossi NON parlano!), rivendico, disperatamente, il reale.
 

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“New Journalism”: una critica

In occasione di un corso universitario di “Storia del Giornalismo”, ho scritto una piccola tesi, che esporrò su richiesta della docente, la professoressa Bertagna, agli studenti del Master in Editoria e Giornalismo, a Verona.

Si tratta di una critica piuttosto radicale del testo “New Journalism” di Marco Pratellesi, partendo dalla quale provo a proporre un modello alternativo di giornalismo contemporaneo prendendo spunto anche dalla mia esperienza, in occasione dell’articolo su Christo e The Floating Piers.

Per chi è interessato, qui sotto posto il PDF e copio il testo della tesina.

Buona lettura!

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