Auguri di buon Natale

Persi mia nonna, improvvisamente, quando avevo dieci anni.
Non era “solo una nonna”, e non solo perché mi aveva cresciuta nel tempo in cui i miei genitori lavoravano, e la consideravo un po’ una mamma e lei me “la sua bambina”.
Era una persona eccezionale, che aveva colpito chiunque l’avesse incontrata tanto che non ricordo un funerale più affollato del suo, e la cui brusca assenza ha tagliato a metà tutti noi familiari – anche se, penso spesso, solo io ho avuto la fortuna e la prospettiva speciale di averla come nonna.
Per questo non ne parlo mai, soprattutto a chi può capire: perché il dolore di perdere qualcuno di così importante, e un rapporto di così grande sintonia, benevolenza e protezione in infanzia, semplicemente non guarisce mai.

Penso a lei ora, perché mi è salita una rabbia indescrivibile verso tutti quanti, sembra, rispetteranno divieti anticostituzionali, antiscientifici, illogici e antiumani, nel periodo dell’anno più legato agli affetti – sì, le famiglie sono tremende e sono la causa di tante nostre nevrosi, ma a chi per questo preferisce rinunciarvi o farne bersaglio generale (e intendo la famiglia d’origine, o una propria, o quella di intimi amici per la vita) non riesco a dare altro che compassione.

Provo rabbia, perché sicuramente è l’ultimo Natale che tanti potrebbero passare con qualcuno di speciale, un genitore, un nonno, un parente, eppure in molti stanno anche solo ipotizzando di non vedere i propri cari, giustificandosi in vario modo: “ci saranno altri momenti”, “stiamo lontani ora per abbracciarci poi”, e altre scuse che solleticano in realtà pigrizia, chiusura, evitamento.

Ma dimenticano che niente è scontato. Niente è per sempre.
Moriamo, tutti, e a volte molto prima del previsto – e anche se è doloroso, è un bene che la scienza non possa fare l’impossibile per salvarci, sempre; è un bene che non possa prolungare la vita oltre il ragionevole.

Perché ogni cosa ha un prezzo, anche quando non sembra.
Ogni scelta è una rinuncia, ogni passo avanti apparente in una direzione è uno squilibrio in un’altra. E a volte non esistono, i passi avanti: diventano passi indietro, giri su se stessi, attorcigliamenti.

Per questo, se qualcuno è ancora sedotto dal falso argomento “lo faccio per il bene di chi amo”, spero sia “solo” perché non ha maturata la consapevolezza non della morte, ma della necessità del suo superamento, per dare un senso alla vita. Ci ho messo un po’ a “scoprire questa acqua calda”, ma il modo in cui è stata affrontata la pandemia mi ci ha obbligata: se si teme la morte più di ogni cosa, se la vita fisica diventa il bene assoluto, si prendono decisioni folli, che arrivano a distruggere concretamente quanto rende la nostra vita, dolorosa e incerta, degna di essere vissuta.

Gli affetti e la libertà, non la salute fisica, sono l’unico bene insostituibile. E nessuno dei due è retto dalla sopravvivenza, proprio perché la vita è una, inestimabile, ma soprattutto: fuori dal nostro controllo.

Se voi aveste 85, 90 anni, preferireste passare soli il Natale, magari per sopravvivere, beffa!, pochi giorni o mesi perché così è davvero la vita, o condividere quel momento coi vostri cari, assumendovi un rischio comunque “contenibile” con cautele e attenzione? No, “sacrificare un momento per averne molti altri” non ha senso, non ci è dato – perché non abbiamo noi in mano la riserva dei nostri momenti, non ne disponiamo a piacimento. Siamo stupidi, se ragioniamo seriamente come se avessimo una scorta infinita, o enorme, di momenti da estrarre quando ci va.

Sono stupidi, davvero, quanti rispondono nei commenti, ai TG, sui giornali: “Eh certo, prima o poi tutti dobbiamo morire! Allora non facciamo niente per vivere!”. Non “prima o poi”: oggi, forse domani, molto probabilmente presto se siamo anziani o malati, noi moriamo. E quello che può e deve fare la scienza in proposito è qualcosa di delicato, non è una cavalcata verso il progresso in cui “più è meglio”: ogni scelta è una rinuncia; ogni passo “avanti” uno squilibrio, o un passo indietro. Qual è il prezzo di un “passo avanti” per allungare una vita? Il prezzo umano, filosofico. Cosa siamo disposti a sacrificare, per questo? E possiamo decidere se è giusto, per tutti, o anche solo per un nostro caro?

Ciò che di certo abbiamo è solo oggi, e per metterlo a rischio, irripetibile e unico com’è, serve qualcosa di davvero grande – ma “un tempo infinito coi nostri cari in piena e perfetta salute” non è contemplato, sull’altro piatto della bilancia: è un’illusione non di questo mondo, che ci fa perdere ciò che di bello, pieno, significativo invece è di questo mondo. Il mio, davvero, non è cinismo: è il tentativo di disporre in sensato ordine le priorità, in base alle “carte” che realmente possiamo giocare, nell’orizzonte chiuso in cui viviamo, perché non farlo significa correre dietro a fantasmi, sbagliare del tutto la direzione, trovandoci con un pugno di mosche in mano.

E’ in questo tentativo che spesso “mi perdo”, magari mentre un’amica mi parla, durante una cena in cui tutti sembrano spensierati, o mentre sul tetto di casa ormai da ore è calato il silenzio del sonno, per gli altri: mi perdo nel momento, come se fosse l’ultimo. Perché è l’ultimo. Non torna. E goderne, coglierlo è indubitabilmente la priorità assoluta. Allora tutta la mia cronica insoddisfazione caratteriale, il voler cercare il meglio, raggiungere, migliorare, far migliorare, svanisce: perché questo è quello che è, perfettibile certo. Ma c’è, e c’è solo ora, e questo è l’orizzonte. Sentirlo, con ciò che c’è, con le sue implicazioni, è ciò che ci fa dire: vivo, ho vissuto.

Ma cerco di non divagare. In fondo, nonostante la rabbia, volevo solo invitare chi ha familiari, amici, parenti anche solo decenti, persone che ci vogliono bene nonostante tutto, e a cui vogliamo bene, a disobbedire; a mettere la vita “degna di essere vissuta” prima di quella animale, illusoria, falsa che ci viene raccontata in questi mesi. A non perdere occasioni reali, di questo mondo, per fandonie pericolose già di per sé, e del tutto antiumane in prospettiva.

Passate il Natale con le persone che ci sono per voi, per cui volete esserci, e fatelo adesso, perché rimandare qualsiasi atto d’amore, qualsiasi gesto gentile o di semplice vicinanza possiate fare, equivale a ignorare le priorità di questo mondo, a sfidare il destino. Che non perde mai.

Fra i tanti ricordi della mia infanzia, uno mi è particolarmente caro, nel suo sapore dolceamaro. Ero a pranzo con alcuni parenti, in cucina, a casa di mia nonna. Mia nonna cucinava come sempre. D’improvviso, non so perché, mi ha attraversato come un lampo di spavento da capo a piedi: il pensiero che mia nonna non sapesse quanto le volevo bene, perché in fondo non eravamo chiacchierone, perché non gliel’avevo detto mai. Allora mi sono avvicinata e le ho detto “ti voglio bene”, e l’ho abbracciata mettendo in quel gesto come un di più di intento, di limpidezza: “ti voglio davvero bene” – e la beffarda risposta della vita è stata farmi sentire in quell’abbraccio, oltre al corpo ben tondo e lindo di mia nonna, anche l’holter che indossava. Lo spavento di quello spigolo, di quel meccanico, ha tinto per sempre quel ricordo, anche perché di lì a poco mia nonna sarebbe morta, a 56 anni, per un ictus.

Nel dolore non dicibile, nel mare di fatica per venirne almeno a capo, nel dissesto e squilibrio e senso di essere d’improvviso allo scoperto e senza protezione, una cosa mi ha sempre consolata, quasi tenuta a galla e attenuato il senso che tutto fosse perso, un nulla, insensato: mia nonna ha saputo quanto le volevo bene, e io so di aver fatto, per quanto potevo a quell’età, qualcosa per essere certa di questo, per esserle vicina. Vi auguro di poter salvare, dei vostri affetti, una simile, piccola gemma di senso, perché per una cosa del genere, ripeto nella sua piccolezza, altro che un DCPM sfiderei!

E se state pensando che, se mia nonna fosse viva, di certo non dubiterei a raggiungerla a Natale, ma solo perché è chiaro che sono stata sfortunata, che avevamo un rapporto speciale, insomma se pensate che le mie parole siano motivate solo dal mio vissuto, dai miei panni, forse non avete capito: i miei panni sono i vostri. Niente è scontato. Avete solo l’oggi.

Buon Natale.

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