Viva la vita

So che farò inorridire qualcuno, e che chi la pensa diversamente da me non arriverà a leggere tutto l’articolo, ma devo dirlo: a me, non frega niente che la gente sia andata a fare l’aperitivo in piazza Arnaldo “perché fighetta” o, critica ancora più folle, “perché egoista”.

Anzi, l’esatto opposto: sono certa che sia molto più pericoloso voler andare a questionare sulle motivazioni di certi atti e comportamenti, e farlo in una contingenza come quella attuale, piuttosto che andare a fare l’aperitivo in piazza. Lo penso tanto profondamente che faccio quasi fatica a capire chi si accanisce; davvero, ma che cosa vi prende, cosa vi infuoca tanto da dover stanare i sentimenti, le motivazioni delle persone, vedendoci il male assoluto?

La paura che diffondano il virus? La convinzione che l’egoismo della gente porti ai disastri? Perché siete convinti che i fighetti della Brescia bene pensino a spassarsela e non alle conseguenze? Forse. E allora? Che alternativa proponete? Quella di costruire percorsi pedonali a senso unico nelle città? Di vietare la socialità? Di vivere in distanziamento?

Probabilmente molti di quei ragazzi sono effettivamente egoisti – per me, possono essere delle perfette merde umane. Ma non m’importa: anzi, a maggior ragione ritengo abbiano il diritto di fare qualcosa che tutti abbiamo fatto. Il punto, infatti, non è nemmeno che non abbiamo commesso alcun comportamento illecito – se siete onesti, dovreste riconoscere appunto che hanno fatto ciò che, in questo fine settimana, abbiamo fatto tutti (e SPERO davvero che chiunque sia in salute e non convivente con persone a rischio l’abbia fatto): uscire, vedere qualche amico, andare al bar o al ristorante. E sfido chiunque a giurare di non essersi trovato in una situazione di assembramento – inizialmente titolari di bar, ristoranti, e gli avventori stessi sono attenti, misurano, si adeguano…ma poi, semplicemente, la socialità prende il sopravvento. Ed è impossibile non sia così, ed è sano, ed è umano. Si comincia a parlare distanzi, ci si anima, si ride o discute, si riconosce un altro, ci si avvicina – inconsciamente, il corpo sa l’incongruenza delle norme, o anche solo ricorda la vita.

Forse qualcuno pensa sia possibile, accettabile, addirittura rassicurante vivere in “distanziamento sociale” – qualcuno di non umano, che non merita un grammo d’amore e di vita. Ma so che la maggior parte di chi si scaglia contro i fighetti dell’aperitivo, in realtà, pensa che questa sia una parentesi, che sacrificare la libertà è sbagliato, non va bene, ma è accettabile per un breve periodo, per un “bene maggiore” – e invece sacrificare la libertà è sbagliato sempre, anzi a maggior ragione in momenti critici. Se non l’avessero pensato i nostri nonni, avremmo ancora il fascismo – o, forse paragone migliore, la DDR: c’era tutto, tanto di nobile, tanto la cui mancanza ora ci brucia il cuore e a qualcuno pure lo stomaco. Mancava solo una cosa.

Quel che è certo è che questa pandemia ha accelerato il micidiale moralismo di cui già era malata la nostra società, che già impediva di affrontare qualsiasi argomento centrale, e per questo attraversato da nodi inconciliabili e inevitabili contro, se non nella martellante, bipolare opposizione moralista: buoni / cattivi.

Oggi il processo è compiuto: si giudicano sì, eccome, i comportamenti, cosa già grave di per sé, ma ancora di più le intenzioni – il che è patologico, individualmente, oltre che barbaro collettivamente, contrario a qualsiasi società civile immaginabile.

L’attenzione, il controllo, l’ostilità si rivolgono oggi più alle attitudini, ai toni, che ai comportamenti: ridere, vivere è qualcosa di più grave del non indossare la mascherina. Quello, quello è il vero reato, ciò che provoca disagio, ostilità, quasi si fosse avviato un cancro che ha in odio alla vita, nei meandri di questa società non sociale. L’ho provato spesso, in questi mesi, uscendo a far la spesa: gli sguardi di riprovazione per aver messo storta la mascherina non erano nulla in confronto a quelli per una risata, per una vicinanza fisica “spensierata”, per quanto possibile, al mio compagno, in un’innocua passeggiata.

Perché il punto ormai non è più tanto, o non è più solo cosa fai, ma cosa pensi: stai pensando ai morti? Ti senti male? Ti senti abbastanza responsabile? Hai fatto l’impossibile per non contagiare? E per sentirti triste?

Una specie di super-io collettivo esasperato. E tremendamente controllante.

Chi non capisce che questa è follia, è PSICOPOLIZIA già così, già ora e senza bisogno di  attendere i nefasti sviluppi che ci saranno sicuramente nessuno sa in che misura e con quali tempistiche, anche se spero con maggiori resistenze, beh, è ottenebrato fino al midollo, o così spaventato dalla gravità della situazione da non volerla ammettere.

Che i giovani di piazzale Arnaldo, coi quali non ho niente da spartire semplicemente perché fanno una vita del tutto diversa dalla mia, e che al 90% mi riterrebbero una sfigata, si stessero divertendo sabato sera, a me: 1. non interessa; 2. se proprio, mi fa piacere.

Perché che una persona sia felice pure una misantropa come me lo preferisce.

Perché non credo che la felicità porti a fare cose più stupide della tristezza, né che solo la seconda comporti empatia, né che l’empatia veicolata e “riempita” dai messaggi dei media, di questi tempi, sia una cosa buona.

Perché, nel merito, non c’è nessuna alternativa UMANA ad un comportamento come quello adottato da quei ragazzi: prenotare la piazza, quindi uscire, chessò, un sabato al mese per decreto? Percorsi a senso unico? Quadrati disegnati per terra? Con controllo di polizia carabinieri e vigilantes? Stare a casa?

Perché il motivo per cui hanno adottato quel comportamento, i loro sentimenti, buoni o cattivi, non vanno questionati: brutti, belli, buoni, cattivi, quello è un limite sacro. Violarlo è pericoloso, tanto più così, a pioggia da chiunque si sia bevuto il titolone del giornale o/e abbia isterizzato l’effettivo assembramento, e tanto più con questo andazzo da “fiume immissario” che alimenta il fiume maggiore del controllo.

Perché non sappiamo se non abbiano agito in modo sensato – ad esempio, uscendo solo se non avevano in casa anziani (ah no: lo facciamo noi che siamo buoni, mentre loro sono subumani…dimenticavo! Leviamogli il diritto di voto e la patria potestà, già che ci siamo!); ad esempio, tenendo la mascherina se non per bere, come tutti noi; ad esempio, tenendosi a distanza o cercando di farlo, come tutti noi; ad esempio, stando in piazza il tempo di prendere da bere, di salutare, e poi scemando.

Lo so; qualcuno pensa che, semplicemente, si dovrebbe fare un sacrificio ancora per un po’: uscire, ora sì, ma evitando situazioni affollate. Può essere, non sto dicendo di no. Sto dicendo che l‘atteggiamento anche violento di odio per i sentimenti di leggerezza, egoismo, vitalità di altre persone è pericoloso di per sé, in aggiunta letale in una situazione come questa, in aggiunta patologico se si accompagna a invocazioni di pene, reati, controlli polizieschi o di ridicole “guardie civili” e quant’altro. Non è diverso da “odiare ti costa” e compagnia cantante, ma ora è veramente molto, molto, molto più pericoloso. E’ una brutta china, e non in generale: nella responsabilità individuale, in sé, dell’attaccare “presunti sentimenti” e comportamenti.

Di qua, o di là: è uno spartiacque storico. Perché se non lo si salta ora, anche solo concependolo, rimanendo vigili e avveduti sui rischi che comporta una deriva moralistica in tempo di sospensione e attenuazione delle libertà (è un fatto), un domani non ci sarà alcun ritorno alla normalità.

Capiamolo, diciamola questa cosa fondamentale: che la causa della sospensione delle libertà potesse essere buona (e non credo ne esista alcuna, ma tant’è), non cambia il rischio del momento. Detto in altro modo: la giusta causa, le buone intenzioni non garantiscono, pervadendo di sé, le procedure che hanno implicato. La sospensione delle libertà non “sa” di giusta causa, la giusta causa non la indirizza, garantisce, determina: è sospensione delle libertà e basta. Sono due cose del tutto distinte – o meglio, semmai è valido l’opposto: la giusta causa, proprio perché giusta, santa, indiscutibile, è da sempre perfetto alibi per cattivi sviluppi. Ad oggi, basta vedere lo stormo di avvoltoi che si avventano sopra le nostre teste, di quanti da mille fronti sono pronti ad approfittare di una contingenza che probabilmente non hanno causato, ma della quale non sembra lor vero di poter approfittare, e perché non dovrebbero se noi per primi offriamo su un piatto d’argento quanto di più prezioso abbiamo? Basterebbe non chiudere l’orecchio all’infausto rintocco di sintagmi orrorifici quali “nuova normalità”, “abitudine al distanziamento”, “pericolo sociale”.

Viva le mille opinioni, viva tutti i nostri concittadini non-tecnici che s’informano, che sperimentano la comprensione, il tentativo di comprensione di questo tempo che ci cade addosso come un crollo – ma per ragionare sulle migliori pratiche per contrastare il covid19, per perorare mille convinzioni differenti, non serve affatto diventare psicopoliziotti a caccia di sentimenti, intenti, atteggiamenti altrui, nemmeno quando a noi paiono superficiali, o diversi dai nostri.

Serve sì condividere valori generali, pilastri di una società, ma ogni azione in questo senso deve essere strutturale, avere procedure aperte, di educazione e istruzione – non assumere le caratteristiche del linciaggio bestiale. E, ultima cosa, deve accompagnarsi alla concessione della libertà – che deve essere aprioristica, o non è: ti do la libertà, ma solo se fai ciò che è “giusto”? Non so cos’è questa schifezza, ma non di certo democrazia. Che deve essere riaffermata soprattutto nei momenti di eccezionalità, di crisi, e soprattutto nei confronti di persone diverse da noi.

Tutto questo dovrebbe essere già costruito, saldo: “le fondamenta” del nostro vivere civile. Sulle fondamenta, poi, ci stanno norme emergenziali (magari non nel modo in cui solo l’Italia, la Cina, la Spagna e altre nazioni catto-moralistiche-dittatoriali le hanno emanate…), ci stanno dibattiti, ci sta persino che chi dovesse commettere un illecito stabilito da DPCM venga chiamato a risponderne e possa difendersi (e vincere, sicuramente). Ma cosa c’entra questo con il processo mediatico, con la responsabilità presunta data per certa, e di massa? Cosa c’entra con lo psicologismo d’accatto, con gli eserciti dei responsabili, con l’invocazione di altre norme, controlli, sanzioni, con le apocalittiche previsioni, quasi auspici di seconde terze e quarte ondate?

La vita prosegue, e di certo sarebbe proseguita meglio, per più persone, senza una gestione emotiva, ma di un’emotività irrazionale e superficiale, della crisi. Non continuiamo su questa china. Non odiamo la sete di vita, perché in fondo non c’è argine più forte, tutela più estrema dell’umano.

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