Sinistra e nazionalismo: una riflessione americana

Dopo aver incrociato questo articolo, ho ordinato in libreria il testo di Rorty Una sinistra per il prossimo secolo, e ne ho ricavato un’impressione fortemente contrastata.

Da un lato, il richiamo al pragmatismo come speranza (e non come cinismo opposto all’idealismo o  all’utopia), il collegamento necessario fra politiche “di sinistra” e dimensione nazionale, ma anche la scoperta della storia della sinistra americana, che noi “europei” trascuriamo carichi come siamo della nostra, di storia, mi ha entusiasmato. Dall’altro, la liquidazione totale, leggerissima e noncurante, di Marx e di tutta la sua eredità, non può che contrariare non dico un marxista, ma qualsiasi persona di buonsenso.

Tuttavia, perché ognuno si faccia una propria idea, ho provato a estrapolare un filo rosso della riflessione di Rorty, e della prefazione di Vattimo.

Buona lettura.

PREFAZIONE

Il titolo originale di questo libro, Achieving our country, Portare a compimento il nostro paese, o qualcosa del genere, potrebbe lasciare perplessi i lettori italiani, ai quali l’opera viene presentata come uno scritto sulla sinistra e il suo significato nel XXI secolo che è alle porte. E’ insomma un libro sulla sinistra o un libro “patriottico”, che rivendica l’eredità nazionale americana, certo nei suoi aspetti liberal-progressisti, ma in definitiva dal punto di vista di una tradizione nazionale?

Discutere di questa apparente discrepanza è un buon modo, crediamo, per introdursi alla lettura del testo, anche e soprattutto dal punto di vista di ciò che promette il titolo italiano. Non che un programma di sinistra, oggi, possa essere solo un programma nazionale, ovviamente. Ma: una politica di sinistra , secondo Rorty, può oggi essere solo una politica che si richiama ad un’eredità storica, certo ricostruita e interpretata responsabilmente. Non può più essere, come a torto si è pensato almeno a partire da Marx, ma forse in sostanza a partire dall’Illuminismo, una politica fondata su basi razionali certe, meno che mai su conoscenze scientifiche siano esse conoscenze della natura umana o delle leggi dell’economia o della sociologia. [Rorty propone] Whitman e Dewey invece che Marx e Foucault, […] perché essi indicano un orientamento intellettuale che, in termini filosofici, è quello del pragmatismo […].

Pragmatismo e sinistra hanno in comune la speranza, perché nessuno dei due crede di possedere la verità intesa come immagine adeguata e fedele delle cose come stanno. E’ proprio rispetto a questa idea della verità che la sinistra tradizionale si rivela come un programma sia filosofico sia politico imperseguibile. […] E’ proprio la pretesa di avere una visione filosoficamente fondata della storia quello che ha dapprima motivato la dittatura del proletariato e poi il fallimento dell’economia pianificata.

Rigidezza metafisica e pretese di verità e rigore scientifico  costituiscono anche i limiti della “nuova sinistra” americana. Rigore scientifico significa anche, e prima di tutto, volontà di non transigere mai sui principi, che si ritengono dati in una chiarezza di tipo cartesiano.

Una politica che voglia rappresentare il partito della speranza, non può che fondarsi su motivazioni di tipo storico-culturale.

Se c’è una verità conoscibile alla base di una politica ‘giusta’, allora la democrazia non ha senso, né ha senso la storia, giacché le situazioni storiche si distinguono solo in base alla loro maggiore o minore approssimazione al vero ‘dato’.

Se si vuole, è proprio il fatto che la tradizione pragmatica dà luogo ad un’interpretazione aperta, per esempio a istituzioni democratico, l’argomento più convincente per preferirla. La ragione per preferire il pragmatismo, sia come contenuto di una proposta teorico-politica, sia come modo di mettersi in rapporto col passato, ripete un giro di pensieri che si incontrano, forse per la prima volta in modo esplicito e compiuto, in “Essere e tempo” di Heidegger.

Il senso ” nazionalistico” del libro è certo anche un implicito rifiuto delle pretese universalistiche della sinistra dogmatica. A esse l’internazionalismo progressista può solo opporre lo sforzo di riconoscere contenuti aperti e possibilità di democrazia interpretativa come esse si presentano nelle varie situazioni nazionali, o nelle diverse aree culturali.

Per quanto sia poco, ciò che sappiamo della sinistra è che essa può costituirsi davvero solo rinunciando, in nome della speranza, e cioè della libertà e del rispetto per tutti gli interlocutori del dialogo sociale, a qualunque pretesa di verità, di oggettività di validità provata. Tutt’altro che una moratoria della teoria, quel che ci occorre è uno sforzo, insieme filosofico e politico, per costruire finalmente teorie e programmi che accettino di farsi valere nel gioco delle interpretazioni invece che pretendere di parlare in nome dell’Essere, della Natura, di Dio.


 

CAPITOLO I

L’orgoglio nazionale è per le nazioni ciò che il rispetto di sé è per gli individui: una condizione necessaria per migliorarsi. Un eccessivo orgoglio nazionale può generare bellicosità e imperialismo, così come un eccessivo rispetto di sé può generare arroganza. Al contrario, allo stesso modo in cui un rispetto di sé troppo scarso può rendere problematico ad un individuo manifestare la propria forza morale, un insufficiente orgoglio nazionale rende improbabile un energico ed efficace dibattito intorno all’indirizzo politico nazionale.

Il coinvolgimento emotivo nei confronti del proprio paese – che si manifesta in sentimenti di intensa vergogna o di ardente orgoglio, maturati in seguito ad eventi storici e ai diversi indirizzi della politica nazionale – è necessario a una deliberazione politica immaginativa e produttiva. […]

Coloro che sperano di persuadere una nazione a tentare qualsiasi sforzo, devono ricordare al loro paese anche ciò di cui può essere orgoglioso, e non solo ciò che dovrebbe coprirlo di vergogna. […]

[Molti] ritengono impossibile essere orgogliosi della cittadinanza americana, e priva di senso una vigorosa partecipazione alla politica elettorale. Associano il patriottismo americano all’approvazione di crimini atroci: la deportazione in schiavitù degli africani, il massacro dei pellerossa, la devastazione di foreste secolari e la guerra del Vietnam.

Molti ritengono che l’orgoglio nazionale sia affare degli sciovinisti: quel tipo di americano che si rallegra che l’America sia ancora in grado di orchestrare qualcosa come la Guerra del Golfo e possa ancora far pesare una forza implacabile dove e quando voglia. I giovani intellettuali […] si persuadono di vivere in un paese violento, disumano e corrotto. Cominciano a considerarsi un po’ gli ultimi salvatori – i pochi fortunati che possiedono ancora il discernimento necessario per posare lo sguardo al di là della retorica nazionalistica sull’orrenda realtà dell’America contemporanea. Ma questa consapevolezza non li spinge a formulare un programma legislativo, a unirsi ad un movimento politico e a condividere una speranza nazionale.  […]

Per William James, il disgusto nei confronti dell’ipocrisia e dell’auto-inganno americani era privo di senso, se non era accompagnato dallo sforzo di offrire all’America una ragione per essere, nel futuro, orgogliosa di sé.  […]

Come ha detto lo storico Nelson Liechtenstein: “Tutti i grandi movimenti di riforma americani, dalla crociata contro la schiavitù alla politica del  lavoro negli anni Trenta, si sono definiti difensori di un nazionalismo morale e patriottico, che essi contrapponevano alle élites ristrette ed egoiste, le quali contrastavano la loro visione di una società giusta”. […]

Whitman riteneva che gli americani possedessero la più alta natura poetica per il fatto che sono il più compiuto esperimento di auto-creazione nazionale: il primo stato-nazione che non ha da piacere ad altri che a se stesso – neppure a Dio. […] Il problema dell’Europa, pensavano Whitman e Dewey, era che si aspettava troppo dalla conoscenza: cercava di trovare una risposta alla questione di come dovrebbero essere gli uomini. Sperava con ciò di ottenere un’indicazione autorevole per l’azione umana. […]

Il compimento finale della filosofia di Dewey consistette nel trattare termini valutativi come ‘giusto’ e ‘vero’ non come se denotassero una relazione tra cose già esistenti in precedenza, come la Volontà di Dio o la Legge Morale, o l’Intrinseca Natura della Realtà Oggettiva, ma come espressione di soddisfazione per aver trovato una soluzione ad un problema: un problema che potrebbe un giorno apparire obsoleto, e una soddisfazione che potrebbe un giorno apparire prematura. La conseguenza di questo atteggiamento è che viene mutata la nostra considerazione del progresso: invece di vedere il progresso come un avvicinamento a qualcosa che può essere già specificato in anticipo, lo vediamo come un modo di risolvere più problemi. Il progresso è misurato, come ha suggerito Thomas Khun, da quanto siamo divenuti migliori rispetto al passato, piuttosto che dalla nostra crescente prossimità ad una meta.


 

CAPITOLO III

I riformisti di sinistra speravano che in generale i maltrattamenti del debole da parte del forte, e in particolare la discriminazione razziale, si sarebbero rivelati un sottoprodotto dell’ingiustizia economica. Consideravano la sadica umiliazione dei neri americani e di altri gruppi un’ulteriore prova dell’egoismo che pervadeva un’economia capitalistica non ancora riformata. Ritenevano che i pregiudizi contro quei gruppi fossero fomentati dai ricchi per impedire ai poveri di rivolgere la loro collera contro gli oppressori economici. La Sinistra pre-anni Sessanta dava per scontato che quando fosse diminuita l’ineguaglianza economica e la mancanza di sicurezza, i pregiudizi sarebbero gradualmente scomparsi.

Con il senno di poi, questa fiducia di eliminare il sadismo ponendo fine all’egoismo appare malaccorta. Una delle buone cose che successero negli anni Sessanta fu che la Sinistra americana iniziò a comprendere che il proprio determinismo economico era stato troppo semplicistico. Ci si rese conto che il sadismo aveva radici più profonde dell’insicurezza economica. Il delizioso piacere tratto dall’essere cattivi creando una classe di inferiori putativi e quindi umiliando i membri individuali di quella classe venne finalmente visto come lo vedeva Freud – era qualcosa che sarebbe stato apprezzato anche se fossero stati tutti ricchi.

Con questa parziale sostituzione di Freud a Marx come fonte di teoria sociale, il sadismo piuttosto che l’egoismo è divenuto il principale bersaglio della Sinistra. Gli eredi della Nuova Sinistra degli anni Sessanta hanno creato una Sinistra culturale. Molti membri di questa Sinistra si specializzano in quella che essi chiamano “la politica della differenza” o “dell’identità”. Questa Sinistra culturale pensa di più ai sintomi che al denaro, più alle motivazioni psicosessuali profonde e nascoste che all’evidente cupidigia che appare in superficie. […] Il fermento di sinistra che si era incentrato, prima degli anni Sessanta, nei dipartimenti di scienze sociali dei college e delle università, si spostò nei dipartimenti umanistici. Lo studio della filosofia sostituì quello dell’economia politica come preparazione essenziale per partecipare alle iniziative di sinistra. […]

Quando la Destra proclama che il socialismo è fallito e che il capitalismo è l’unica alternativa, la Sinistra culturale non ha molto da replicare. Perché preferisce non parlare di soldi. Il suo principale nemico è un atteggiamento mentale piuttosto che un insieme di disposizioni economiche – un modo di pensare che si suppone sia alla radice tanto dell’egoismo quanto del sadismo. E’ un atteggiamento mentale nutrito dalle istituzioni patriarcali e capitalistiche dell’Occidente industriale e i suoi perniciosi effetti sono visibili nel modo più chiaro negli Stati Uniti.

Per rovesciare questo modo di pensare, secondo la Sinistra accademica, è necessario insegnare agli americani a riconoscere l’alterità. A questo fine, i membri della sinistra hanno contribuito a mettere insieme discipline accademiche come Storia delle donne, Storia dei neri, Studi sull’omosessualità, Studi ispano-americani, Studi sull’emigrazione. Ciò ha indotto Stefan Collini a osservare che negli Stati Uniti il termine “Studi culturali” significa “Studi vittimari”. L’espressione impiegata da Collini ha suscitato irritazione, ma poneva in luce una questione importante: quei programmi non erano istituiti in seguito ad una sorta di curiosità intorno a diverse forme di vita, secondo l’impulso dell’antropologia culturale, ma piuttosto seguendo la percezione di ciò di cui l’America aveva bisogno per diventare un paese migliore […].

Le iniziative dall’alto della Vecchia Sinistra hanno cercato di aiutare gente che era umiliata dalla povertà e dalla disoccupazione […]. Le iniziative dall’alto della Sinistra post-anni ’60 sono state dirette a favore di coloro che sono umiliati per ragioni diverse dallo status economico. Nessuno istituisce un programma di studi sulla disoccupazione, sui senza-casa o sui baraccati, perché i disoccupati, i senza-casa e i baraccati non sono “altri” […]. Per essere “altro” devi essere portatore di un marchio indelebile: un marchio che ti renda vittima di un sadismo socialmente accettato, piuttosto che del semplice egoismo economico. […]

Tuttavia c’è un lato oscuro nella storia sui successi della Sinistra culturale post-anni ’60. Nello stesso periodo durante il quale il sadismo socialmente accettato è costantemente diminuito, l’ineguaglianza economica e la mancanza di sicurezza economica sono costantemente cresciute. […] Mentre la sinistra guardava da un’altra parte, la borgesizzazione del proletariato bianco, iniziata con la Seconda Guerra Mondiale e continuata durante la guerra del Vietnam, è stata arrestata e il processo ha preso la direzione inversa. Oggi l’America sta proletarizzando la sua borghesia e questo processo promette di culminare in una rivolta populista dal basso. […] Dal 1973 è diventato sempre più assurdo dare per scontato che tutte le coppie americane spostate che lavorano duramente possano permettersi una casa. […]

Il 72% degli americani ritiene che licenziamenti e perdite di posti di lavoro in questo paese continueranno indefinitamente. Hanno delle buone ragioni per pensarlo […], perché la mancanza di sicurezza è dovuta in gran parte alla globalizzazione del mercato del lavoro – una tendenza che secondo previsioni ragionevoli accelererà a tempo indeterminato […].

La globalizzazione consiste in un’economia mondiale nella quale un tentativo condotto da qualsiasi Paese di evitare l’impoverimento dei suoi lavoratori può concludersi solo con la perdita del loro impiego. Questa economia mondiale sarà presto in mano a un alto ceto cosmopolita che non avrà alcun senso di comunanza nei confronti di alcun lavoratore in alcuna parte del mondo, come non lo avevano i grandi capitalisti americani all’inizio del ‘900 nei confronti degli immigrati che affollavano le loro fabbriche. […] Questo cosmopolitismo economico che mette paura ha, come sottoprodotto, un gradevole cosmopolitismo culturale – […] che però è limitato al più ricco 25% degli americani. Il nuovo cosmopolitismo economico fa presagire un futuro nel quale il restante 75% degli americani vedrà il proprio standard di vita peggiorare costantemente.

[…] Ed è come se la distribuzione del reddito fosse diventata un argomento troppo scottante anche solo da menzionare per ogni politico americano. […] I politici temono che menzionare la distribuzione del reddito farebbe loro perdere voti tra gli umici americani su cui si può fare affidamento circa la loro partecipazione al voto: gli abitanti dei quartieri residenziali. […]

Se la formazione di caste ereditarie continuerà e se la pressione della globalizzazione creerà caste siffatte in tutte le antiche democrazie, finiremo in un mondo orwelliano. […] Vi sarà un analogo del Partito Interno – cioè, i super-ricchi internazionali e cosmopoliti, quelli che prenderanno tutte le decisioni importanti. L’analogo del Partito Esterno sarà costituito da professionisti ben educati, di buone condizioni finanziarie e cosmopoliti – le persone come voi e me.

Il lavoro della gente come noi sarà di assicurare che le decisioni prese dal Partito Interno siano eseguite senza contrasti e in modo efficiente. Sarà nell’interesse dei super-ricchi internazionali mantenere la nostra classe relativamente prospera e felice: infatti, hanno bisogno di gente che finga di essere la classe politica di ciascuno dei singoli stati. Al fine di mantenere quieti i proletari, i super-ricchi dovranno alimentare la finzione che le politiche nazionali possano un giorno portare un cambiamento. Dal momento che le decisioni economiche rappresentano la loro prerogativa, incoraggeranno i politici, tanto di destra quanto di sinistra, a specializzarsi in questioni culturali. Lo scopo sarà di mantenere […] il più povero 75% degli americani e il più povero 95% della popolazione mondiale occupato in conflitti etnici e religiosi, e in dibattiti sulle abitudini sessuali. […]

La visione di questo mondo possibile sollecita due diverse risposta da parte della Sinistra. La prima prevede che si insista sulla necessità di mitigare le disparità tra nazioni – e in particolare che l’emisfero settentrionale debba condividere la propria ricchezza con quello meridionale. La seconda prevede che si insista sul fatto che la responsabilità primaria di ogni Stato-nazione democratico è nei confronti dei propri cittadini più svantaggiati. Queste due risposte ovviamente sono in tensione reciproca. In particolare, la prima risposta suggerisce che le democrazie di vecchia data aprano le loro frontiere, mentre la seconda suggerisce loro di chiuderle.

Il contrasto tra queste due proposte è stato bene illustrato al ‘Seminario per il lavoro’ tenuto alla Columbia University il 3 e 4 ottobre 1996. Orlando Patterson, l’eminente storico della schiavitù, ha argomentato che la frontiera con il Messico sarebbe prima o poi da chiudere per proteggere i lavoratori americani. E’ stato ripetutamente interrotto e contestato dall’auditorio: ‘E i lavoratori del Terzo Mondo?’. E’ raro che uno studioso nero venga fischiato da un uditorio in prevalenza bianco e di sinistra, ma quella volta è accaduto. […]

La Sinistra culturale spesso sembra persuasa che lo Stato-nazione sia obsoleto e che perciò non abbia più senso cercare di rianimare la politica nazionale. Il problema di questa asserzione è che il governo del nostro Stato-nazione sarà, per l’immediato futuro, l’unico agente in grado di fare una qualche differenza nel grado di egoismo e di sadismo inflitto agli americani.

Non c’è consolazione, per chi corre il pericolo di impoverirsi a causa della globalizzazione, nel sentirsi dire che, siccome i governi nazionali divengono irrilevanti, dobbiamo escogitare un modo per rimpiazzarli. […]

L’orgoglio di essere nero o gay costituisce una risposta del tutto ragionevole alla sadica umiliazione a cui si è soggetti. Ma nella misura in cui questo orgoglio impedisce a qualcuno di essere anche orgoglioso della propria cittadinanza, di credere che il suo Paese è capace di riforme, di unirsi agli eterosessuali o ai bianchi per iniziative riformiste, esso costituisce un disastro politico. […]

Nessuno ha ancora suggerito una praticabile alternativa di sinistra alla religione civile di cui Whitman e Dewey erano profeti. Quella religione civile era orientata a trarre profitto dal tradizionale orgoglio di essere americani per sostituire la giustizia sociale alla libertà individuale come meta principale.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...