Non è un 2+2

Lo sapevo che prima o poi la subdola fregatura, il “clic” dell’asservimento finale sarebbe scattato, e il processo di annientamento di ogni pensiero critico sarebbe stato portato a compimento. Dopo anni di slittamento, di banalizzazione, oggi finalmente ho sentito abbinare esplicitamente il sintagma “rischio di nazifascismo” a quello “contestazione delle istituzioni europee”.
Ora. E’ ovvio che rigurgiti fascisti e nazisti ce ne siano. E mi sembra altrettanto ovvio che connotare qualsiasi cosa come “rischio nazifascista” non aiuti affatto a identificare e combattere proprio questo rischio.
Ma secondariamente c’è un rischio ben maggiore, che pare non passare per la testa che a pochi, o ancora peggio pare che, se passa per la testa di molti altri, sia troppo destabilizzante per chi ci pensa (e allora venga messo via, così, a lato della realtà).

Il rischio ben maggiore del connotare come “nazifascismo” tutto ciò che è contrario a una certa idea (astorica, spesso paracula e superficiale, buonista e buona solo a far sentire buoni noi che la formuliamo) di progressismo, illuminismo, dirittocivilismo, è che il concetto di “lotta al nazifascismo” venga strumentalizzato da chi ha ben altri interessi per zittire qualsiasi dissenso, per veicolare comportamenti unici, pratiche uniche, luoghi comuni unici.
Ora 2. Non so voi, ma la mia idea di democrazia fa rima con sovranità, ossia la concreta possibilità di incidere e decidere su ciò che è proprio (proprio contesto sociale, propria vita lavorativa, e personale) e con pluralità vera (non tanto di aspetti quali il genere, il colore della pelle, l’orientamento sessuale, quanto di idee politiche, visione del mondo, reddito, condizione sociale).
Qualsiasi cosa sia unica, tanto più se imposta o veicolata da istituzioni radicalmente antidemocratiche come quelle europee, a suon di vuoti moralismi paternalisticheggianti su maturità, accoglienza, sacrifici, “vivere al di sopra delle proprie possibilità” e “daje al povero”, a me non va bene – no, fosse anche un’unicità di gente laureata, che legge, che guarda Report, che vaccina anche il canarino di casa, che viaggia e apre la mente e roba varia. Anzi.
Perché il dissenso, la capacità di mettere in discussione, il dialogo, la comprensione del reale, vanno ricercati, praticati sempre (ad esempio, diceva Preve, tramite il paradosso; ad esempio, diceva Preve, valutando di votare per il Front National); perché l’asservimento assume sempre forme diverse.
Perché si può essere analfabeti funzionali anche con 3 lauree, eccome.
Perché, semplicemente, la realtà è plurale, diversa, molteplice – perché i poveri esistono, ancora; perché il disagio esiste, ancora; perché la discriminazione sociale, economica, lavorativa esiste, ancora e in certi casi di più in termini di divario, e rischierà sempre di esistere, anche in tempi si spera migliori.
E perché il potere punta sempre a zittire il dissenso, il contrasto, la pluralità radicale – e lo fa colpendo i poveri, gli oppressi, chi tenta di far valere le proprie ragioni e la propria condizione.
E’ per questo che, più che l’irruzione di naziskin in un’associazione pro-migranti, effettivamente in modalità intimidatoria, mi preoccupa l’uso che di questi episodi si fa, la narrazione che ne esce. Perché sono sempre più convinta che la dittatura, la vera violenza di regime, sia stata veicolata nella storia non tanto da “il dittatore cattivo che cavalca le basse pulsioni del popolo becero e ignorante”, ma dal fatto che al popolo, becero e ignorante o no, fossero state inflitte sofferenze…con aggiunte la beffa di non poterne parlare, il discredito, magari la colpevolizzazione. Non ci si ribella, magari, quando si soffre, ma quando alla propria sofferenza è appiccicata una narrazione unica falsante.
Quindi più che dei fasci redivivi, mi preoccupa la polarizzazione bevuta, veicolata, praticata dalla maggioranza della gente sufficientemente per bene – gente che magari non se la spassa, addirittura che è ad un passo dalla povertà, e che forse proprio per questo, proprio perché non ha più possibilità di identificarsi in un ruolo, in un partito, in una vera lotta, deve disperatamente sentirsi, almeno, “dalla parte giusta”, “dalla parte buona”. E per questo getta discredito, prende le distanze, bolla come arretrato, egoista, ignorante tutto ciò che, semplicemente, si oppone a questo “pacchetto di valori illuminista” (a ben vedere molto più nazista del presunto nazifascismo partout). Pacchetto che, è questo il punto, non può che spingere chi è oppresso e vorrebbe almeno dire la propria su questa oppressione, verso chi almeno non urla “mostruosità!” alla semplice espressione di disagio.
Tutto questo meccanismo, infine, ha eroso le capacità di pensiero sfaccettato, di una visione che tenga in sé anche sfumature e conflitti in quanto esistenti, e gradazioni di analisi – quindi:
  • se non ritieni l’azione dei nazi un dato di imminente ritorno del nazismo puro, sei un nazista;
  • se ritieni che regolare l’immigrazione sia una scelta migliore, per migranti ed italiani, di gettare gente da tutto il mondo in quello che così diviene ancora di più un tritacarne sociale per tutti, sei nazi-fascio-razzista;
  • se t’interroghi sui vaccini e non prendi la scienza come un dogma (curioso ossimoro, no?), sei un vetero-nazi-troglodita;
  • se ti sembra assurdo già di per sé ritenere il genere “solo una costruzione sociale”…e poi in aggiunta tirare il ballo l’assoluto biologico nel caso di persone transessuali, sei un LGBT-nazista…e via dicendo.
Tanto che è impossibile formulare un pensiero articolato, con distinguo, livelli, limiti, confronti: a tutti si richiedono solo professioni di fede euro-illuminista, limpide verità indiscutibili, tautologie da far invidia al pensiero unico di Orwell – tirato in ballo di frequente per perculare gli analfabeti funzionali, in realtà auto-perculandosi.
Insomma, povero Orwell. Ai suoi tempi era necessario ribadire che nessuno può obbligarti a credere che 2+2 non faccia 4, bisognava ribadire verità mini come gesto rivoluzionario, come partenza. Mica avrebbe pensato che in futuro la gente imparata, ubriacata di individualismo, dimentica di qualsiasi forma di visione organica della società, di qualsiasi approccio analitico e critico, ne avrebbe tratto tutt’altro insegnamento. Ossia, che la verità è una somma elementare, è solo un 2+2 – trovando in questo il massimo, intaccabile rifugio, la sicurezza che a ognuno è stata levata, la “copertina di Linus” come placebo morale ed emotivo per non dover capire come è stato possibile, le lotte che non sono state fatte, gli errori nostri, i soprusi, le priorità, le scelte.
Ma, che ci piaccia o no, la verità, il reale non è un 2+2: è una dannata equazione con mille variabili, con passaggi ardui, con contrasti che neanche immaginiamo – un’equazione che non potremo, per di più, mai risolvere davvero.
Ma che possiamo almeno, se vogliamo dare un senso alla nostra esistenza, una dignità al nostro vivere, tentare di percorrere: con umiltà, atteggiamento investigativo, aperto, critico, con alcuni punti fermi e un saldo rispetto per la pluralità, per l’altro. L’altro “più difficile”, che spesso non è il migrante o il gay – differenze che in una società “sana” e sovrana non dovrebbero destare alcun problema. Ma l’altro che rimette davvero in discussione, con la sua presenza e condizione concreta, il martellamento unico che il potere comunica. L’altro è il disoccupato 50enne senza speranza, il 30enne laureato rimpallato da un contratto precario all’altro, la 35enne che non può permettersi un figlio, la pensionata che non arriva a fine mese.
Smettiamola, accidenti, di giudicare moralmente queste persone, di processarle come non ci sogneremmo di processare nessun altro, e solo perché c’infastidisce il baratro che rappresentano – con cui non vogliamo avere a che fare, dal quale siamo usciti, o proprio perché anche noi rischiamo di caderci, ed è più facile negarlo.
O se vogliamo continuare a fare i blastatori seriali, i grandi intellettuali del nuovo millennio, se la nostra identità non può che reggersi su questo, beh, non lamentiamoci se poi persone che non sono mai state di destra, e tanto meno fasciste, si avvicinino a partiti, movimenti, formazioni (paraculi o meno, non è questo il punto) più o meno autoritari. Perché con tutti i limiti, inaccettabili visioni o ambiguità che ha questo “universo”, un merito ce l’ha: pone certi problemi. Problemi classici della sinistra, ma che, colmo dell’assurdo, per la sinistra di oggi, ectoplasmica, venduta in ogni senso, perduta per sempre, dalla coscienza sporchissima, è ormai reato anche solo pensare.
A noi scegliere.
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