Ancora, Camus!

Un amico, qualche tempo fa, mi chiese un’opinione per una lezione: l’argomento era “il razzismo / non razzismo di Camus”.
Questo mi ha portato a riflettere ancora sull’autore che scelsi di approfondire nella mia tesi specialistica, colpita com’ero stata da “L’Etranger”.
E questa, per i camusofili, camusofobi e in generale i curiosi, è la mia risposta:

Camus, senza dubbio, non era razzista in senso stretto, ossia non riteneva gli arabi una “razza inferiore”. Ma occorre inquadrare il contesto non semplice nel quale visse, dal quale crebbe – la posizione di pied noir [francese d’Algeria], infatti, non poteva non essere ambigua.

Tu provieni da una “comunità nazionale” indubbiamente più avanzata, che ha conquistato con la forza una terra e una cultura altre – e la retorica nazionale francese è intrisa non della convinzione, del tutto legittima e positiva, che il posto da dove vieni abbia delle eccellenze, delle particolarità che personalmente apprezzi, ma della certezza che oggettivamente l’insieme di valori della tua comunità sia il meglio possibile, e tutti, per questo, dovrebbero avere maggior riguardo, stima, e un filo di deferenza verso di te.

D’altro canto tu, tu Camus, sei figlio di poveretti, tuo padre è un signor nessuno morto in guerra senza lasciar traccia sulla faccia della terra, tua madre è una donna quasi muta e forse non proprio a cinque. Socialmente, se più vicino a un colonizzato, che a un colonizzatore.

Il risultato è che in un certo senso sei solo – e così ti rifugi nel fascino, più che delle persone di questa cultura altra, non essendo in grado forse di rimetterti in discussione, dei luoghi: vivi simbioticamente alla natura, al mare, a questo paesaggio caldo e accogliente, che ti parla.

Quindi: sei sotto sotto un po’ sciovinista, ma non lo puoi confessare (anche perché la tua condizione personale della grandeur francese non ha proprio nulla); allora, quasi per nascondere una superiorità “culturale” che non è umanista ed è pure un gigante coi piedi d’argilla, per non perdere nemmeno il legame rassicurante con le radici naturali algerine, ti dedichi a combattere l’arretratezza in Algeria. Fai reportages, denunce accorate, viaggi nell’Algeria più sperduta – e gli scritti di “Misère de la Kabilye” sono pregevoli, sentiti (l’edizione Pleiade è ottima, naturalmente).

Però, in tutto ciò, manca qualcosa di fondamentale: manca la soggettività umana, storica, politica dell’altro. Manca cosa l’altro dice. L’arabo può essere o una figura del paesaggio, l’amato paesaggio naturale, o un “oggetto di compassione” – ma non pare avere diritto di parola, né nell’opera di Camus, né nella realtà.

Si è scritto molto sul fatto che comunque, ne “Lo Straniero”, l’assassino sia un francese e l’ucciso un arabo – a me è sempre apparso un dato più evidente, e insieme problematico, il fatto che Meursault abbia un nome, una storia, mentre l’Arabo no, e sia una specie di presenza inerte.

Quando Camus è, giustamente, tirato in ballo affinché esprima un’analisi intellettuale sugli evenements d’Algerie, beh, perde l’occasione della vita per dimostrarsi un grande intellettuale, un pensatore. È un fantastico scrittore, ma effettivamente moralista, ossia capace di pensare solo per moralismi astratti, e non per dati storici, antropologici, politici; capace di pensare solo quanto è astrattamente buono e non mini le sue convinzioni (rischiando quindi di non essere, concretamente, giusto).

La sua frase “Je crois à la Justice, mais je défendrai ma mère avant la Justice”, lo dimostra. In una questione gigantesca, per tutte le sue implicazioni, come la guerra d’Algeria, il punto non è il personale, non è cosa faremmo noi individualmente, ma cosa pensiamo come intellettuali: e per pensare, dobbiamo aver analizzato il più possibile oggettivamente. E per far questo, dobbiamo aver ammesso la realtà del conflitto, determinata da varie soggettività in campo. Camus, questo, non è mai riuscito a farlo: ha voluto fino alla fine tenere in piedi un’assurda posizione moralistica, in cui gli Arabi no, non sono né cattivi né inferiori, ma devono accettare, è logico, naturale!, una qualche forma di dominazione francese: bisogna tutelare i coloni, ed evitare che gli arabi si abbandonino ad una regressione islamista.

Per Camus l’indipendenza dell’Algeria resta sempre fuori discussione, e io credo che la motivazione di fondo sia prima personale, e poi morale: a livello personale, paura di perdere, insieme, la superiorità “culturale” che l’essere un francese in Algeria conferiva, almeno idealmente, e perdere il diritto ad una natura accogliente e amorevole; a livello morale, paura del conflitto, dell’impossibilità di essere buoni, della necessità di confrontarsi, paura della libertà “concessa” a chi è diverso, e magari sceglierà diversamente e “male”.

Perché ragionando oggettivamente i coloni francesi, soprattutto quelli meno abbienti, avevano certo il diritto di esprimersi sul futuro dell’Algeria, avendo vissuto non tanto da dominatori quanto da miseri coltivatori, fianco a fianco agli Arabi; ma ragionando pianamente, senza entrare nel merito del trauma dell’invasione, della dominazione, sul rancore dei colonizzati, non si può neppure non riconoscere agli autoctoni, come minimo, il medesimo diritto di decisione sulla propria terra. E questo Camus non lo fa mai: gli Arabi non possono decidere di essere indipendenti perché “una nazione algerina non è mai esistita” (invece una nazione di colonizzati sì?! Ed è curioso, anzi immagino offensivo, che Camus non chiami mai gli indigeni algerini, ma genericamente Arabi); perché sarebbe inaccettabile vivere in Algeria come “minoranza” (cosa che i francesi erano già, concretamente; in caso contrario, sarebbero gli algerini a dover essere minoranza, almeno politica, ma questo non pare preoccupare Camus, perché i francesi, tra le righe, sono quelli intelligenti, progressisti e illuminati, quindi faranno sicuramente bene); perché sarebbe inaccettabile pensare di usare un passaporto per rientrare a casa, una casa governata da quei fascisti del FLN. E qua il sarcasmo erompe spontaneo, pensando alla complessità, alla drammaticità del momento, alla posta in gioco, e di fronte la risposta del grande intellettuale, che dovrebbe essere all’altezza, qualsiasi cosa dica, e invece è di una piccolezza disarmante: il passaporto! Sarà che non può non venire il mente l’attualità, con tutti gli italiani, magari pure intellettuali, sedotti da una “cittadinanza europea” che costa la nostra storia, la nostra identità, lo stato sociale, la sovranità che significa democrazia…ma sai che bello non dover cambiare i soldi o portarsi dietro il passaporto, e poter dire, vabbé con le pezze al culo, ma poter dire: “sono a casa ovunque”? Cioè, a casa e protetto da nessuna parte. Ma ho divagato.

Tornando al punto centrale: Camus in certi momenti non è all’altezza intellettuale della situazione; è come un adolescente che non sopporta di aver perso il mondo ideale (che non lo era nemmeno prima, evidentemente) nel quale i buoni francesi civili convivevano armoniosamente, pietosamente, caritatevolmente (ma senza mischiarsi troppo, né parlare, né tanto meno ascoltare) con queste figure più paesaggistiche che umane, una specie di flora antropomorfica, ossia “gli Arabi”.

Ecco, scusa se mi sono dilungata e allargata. Spero di aver reso come la penso, dopo aver attraversato tutte le fasi del rapporto con uno scrittore: dall’adorazione, all’odio dopo aver scoperto Sartre, ad una visione credo neutra.

Di certo Camus non era in una posizione facile, e non nego anche una componente di generosità al suo spendersi per evitare che il confitto degenerasse. Semplicemente, se non lo ammetti e non capisci che quel conflitto non può non degenerare, e per delle ragioni che hanno un fondo di “giustizia”, ti spenderai in modo sbagliato, un modo che serve a salvare più le tue idee sul mondo, la tua integrità, il tuo passato, che la giustizia per più persone possibili, e le persone stesse.

Gli algerini volevano la Francia fuori dalla loro nazione, e della pietà di Camus non se ne facevano niente – questo lui non poteva, voleva, né sapeva recepirlo.

Se di razzismo si può parlare, è di un razzismo che non vede l’altro come costituzionalmente inferiore, ma che comunque non lo conosce, non lo ri-conosce come soggettività avente diritto ad una nazione, ad una politica, a decisioni anche “altre” rispetto alle proprie.

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