Una stanza tutta per noi

Una stanza tutta per sé è un testo che avevo sul comodino da anni – chissà, magari ho esitato tanto per una forma di vergogna, visto che di Virginia Woolf lessi solo, a 8 o 9 anni e senza capirne molto, Orlando.

Ma ora l’ho letto, e l’ho trovato, per molti aspetti, fondamentale.

Buona parte di questa impressione è senza dubbio personale, perché questo saggio famosissimo parla di donne e romanzo, ed ha risposto o mi ha aiutato a elaborare risposte ad un bel po’ di domande o riflessioni che in tutti questi anni mi erano girate in testa.

La prima domanda, a dire la verità, io non me l’ero mai posta, ma al contrario mi è stata rivolta a tutte le presentazioni del mio romanzo. Ossia: perché nel tuo romanzo le voci narranti sono tutte maschili?

Risposta: …ehm…altre domande?

Ma il saggio della Wolf è così interessante che, come faccio spesso, vorrei percorrerlo in ordine, attraverso citazioni più o meno lunghe, mentre provo a scrivere che ne penso (in particolare sviluppando le conseguenze che le sue riflessioni hanno, oggi, per le scrittrici e per la loro sfera affettiva).

In questo modo, gli sconsiderati che non han voglia di leggersi tutto il testo potranno almeno farsene un’idea, e ragionare sui temi che Virginia Wolf articola…e magari, agli sconsiderati benintenzionati come me, che fino ai 30 e passa anni hanno tenuto il libro sul comodino, farò finalmente venire l’ispirazione per aprirlo.

Buona lettura!


 

Una donna deve avere soldi e una stanza propri se vuole scrivere romanzi; il che, come vedrete, lascia insoluto il grosso problema della vera natura della donna e della vera natura del romanzo. […] Le donne e il romanzo restano, per quel che mi riguarda, problemi insoluti. Ma cercherò di riparare facendo del mio meglio per mostrarvi come sono arrivata a questa opinione sulla stanza e sul denaro.

Da subito, appena si inizia la lettura, si apprezza il tentativo della Woolf di inquadrare il problema anche e soprattutto dal punto di vista materiale e deterministico. Per quanto riguarda invece l’aspetto culturale, sociale, tradizionale, credo che il suo approccio sia oggi meno attuale, almeno nel complesso.

In ogni caso, nei primi capitoli Virginia Woolf riflette sulle cause psicosociali del maschilismo, dell’ostilità soprattutto in ambito artistico verso le donne. La sua analisi mi sembra molto acuta:

La rabbia, mi chiedevo, non sarà forse lo spirito folletto al servizio del potere? I ricchi, ad esempio, spesso si arrabbiano perché sospettano che i poveri vogliano impadronirsi della loro ricchezza. I professori, o patriarchi come sarebbe più preciso chiamarli, potrebbero essere arrabbiati in parte per la stessa ragione; ma anche per un’altra un po’ meno superficialmente evidente.
Forse non sono affatto arrabbiati; spesso, in realtà, nella vita privata sono pieni di ammirazione, di devozione per la donna, si comportano in modo esemplare.
Con ogni probabilità, quando il professore insisteva un po’ troppo enfaticamente sull’inferiorità delle donne, si riferiva non alla loro inferiorità, bensì alla propria superiorità. Era questo ciò che difendeva, forse con spiriti troppo bollenti e con troppa enfasi, perché per lui è un gioiello inestimabile.
La vita, per entrambi i sessi -e li guardavo passare, lottando per farsi strada – è ardua, è difficile, una continua lotta. Richiede coraggio e forza giganteschi. Più che altro, forse, poiché siamo creature d’illusione, richiede fiducia in se stessi.
Senza fiducia in noi stessi siamo come bambini in culla.  E come possiamo generare in noi, più rapidamente possibile, questa imponderabile eppure inapprezzabile qualità? Pensando che gli altri sono inferiori a noi.
Di qui l’enorme importanza, per un patriarca che deve conquistare, che deve governare, di sentire che un gran numero di persone, la metà della razza umana, invero, è per natura inferiore a lui. Anzi dev’essere una delle fonti principali del suo potere. […]
[Quello degli uomini sarcastici verso le donne nella cultura] non è solo il grido della vanità ferita; è una protesta contro qualche infrazione della sua facoltà di credere in se stesso.
Per tutti questi secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo. Qualunque sia il loro uso nelle società civilizzate, gli specchi sono essenziali a ogni azione violenta ed eroica.
Perciò Napoleone e Mussolini insistono tanto enfaticamente sull’inferiorità delle donne, perché se esse non fossero inferiori cesserebbero di ingrandire loro. Questo serve in parte a spiegare la necessità che gli uomini spesso sentono delle donne. E serve a spiegare come li fa sentire inquieti la critica femminile; come a lei sia impossibile dir loro che il libro è brutto, il quadro difettoso, o cose del genere, senza provocare assai più dolore e suscitare assai più rabbia di quanta potrebbe suscitarne un uomo con la stessa critica.
Perché se la donna comincia a dire la verità, la figura nello specchio rimpicciolisce; l’uomo diventa meno adatto alla vita. Come può continuare a giudicare, a civilizzare gli indigeni, a vestirsi elegante e a pronunciare discorsi nei banchetti, se non può più vedersi riflesso, a pranzo e a cena, almeno due volte più grande di quanto è veramente?

La Woolf prosegue mettendo in luce come l’ostilità maschile dei secoli precedenti e della sua contemporaneità finisca per condizionare le donne che si accingono a scrivere – il condizionamento è mentale, ossia obbliga le donne ad una “reazione”, ad un dispiego di energie di giustificazione o opposizione che le distolgono dalla scrittura. Secondo la Woolf, e sono d’accordo, la partenza per contrastare, vincere questa “colonizzazione” anche mentale, è pratico, materiale, perché:

Nessuna forza al mondo può togliermi le mie cinquecento sterline. Cibo, alloggio e vestiti sono miei per sempre. Pertanto non solo cessano lo sforzo e la fatica, ma anche l’odio e l’amarezza.
Non ho bisogno di odiare nessun uomo; non può ferirmi.
Non ho bisogno di lusingare nessun uomo: non ha nulla da darmi.
Così, impercettibilmente, mi son trovata ad adottare un nuovo atteggiamento verso l’altra metà della razza umana.
[…] E, mentre mi rendevo conto di queste remore, la paura e l’amarezza gradatamente diventavano compassione e tolleranza; e poi, dopo un anno o due, anche la compassione e la tolleranza scomparvero, e apparve il sollievo più grande di tutti, cioè la libertà di pensare alle cose in sé.

“La libertà di pensare alle cose in sé” è la condizione indispensabile alla scrittura, e per le donne, per i motivi sopracitati, è molto più difficile da conquistare – ma ci torneremo poi.

Secondo Virginia Woolf, le ali delle donne aspiranti scrittrici vengono tarpate in particolare dal senso di esclusione dalla tradizione: come entrare a far parte di un mondo che da secoli è esclusivamente maschile, di una tradizione che esplicitamente ha vietato l’accesso alle donne?

Pensavo alle porte chiuse della biblioteca; e pensavo com’è spiacevole rimanere chiusi fuori; e poi quanto fosse peggio rimanere chiusi dentro; e pensavo alla sicurezza e alla prosperità di uno dei due sessi, e alla povertà e all’insicurezza dell’altro, e all’effetto della tradizione e della mancanza di tradizione sulla mente dello scrittore.

Prima di andare oltre, su questo rapporto fra tradizione narrativa maschile / aspiranti scrittrici, mi fermo – perché credo che le condizioni oggi siano, fortunatamente, molto diverse. E perché l’esperienza che posso portare lo è del tutto.

Se penso al mio approccio alla scrittura, non ricordo un singolo momento in cui il mio essere donna sia emerso come limitazione, come variante, come opposizione. Ho imparato a leggere, e non ho più smesso di farlo, voracemente; ho imparato a scrivere, e da quel momento non ho fatto altro che scrivere, che voler scrivere “come” i grandi scrittori, di volta in volta, scoperti ed amati.

Non mi sono mai posta il problema dell’essere donna – non mi sono mai sentita diversa da questi grandi scrittori in quanto tale. Io ero, io sono io, e scrivo essendo me stessa – questa identità comprende l’essere donna, immagino comporti doti o sfumature di percezione più femminili, ma non è per me il punto cruciale. Il punto cruciale è quello che ho da dire, le mie storie, la mia visione delle cose. E in questo (ma è solo il mio vissuto, e fino ad oggi) la mia diversità è emersa come soggettiva, non come diversità di genere: io scrivo diversamente da un altro in quanto sono una persona diversa, non in quanto genere diverso...Anche se, lo ribadisco, non nego che il genere possa avere una gradazione, dei “range” tipici: ad esempio nella facilità di descrizione psicologica, in un certo impressionismo della narrazione…e su questo è interessante che la Woolf ipotizzi doti androgine per i buoni romanzieri, ossia identità che sappiano usare al meglio gli strumenti “di media” propri di uno e dell’altro sesso.

Ma per tornare al rapporto donna-tradizione, da lettrice mi sono sempre posta in posizione “didattica”, di allievo che apprende, e da scrittrice non mi sono mai sentita da meno rispetto ai grandi – so che può sembrare megalomane, e naturalmente non significa che io sia brava come Dostoevskij o Steinbeck o Palazzeschi o Saramago. Ma se si vuole davvero scrivere non si possono avere complessi d’inferiorità – e credo questo non possa essere una dichiarazione d’intenti, una volontà, ma una qualità innata, un prerequisito.

In definitiva, il fatto che la tradizione narrativa occidentale sia, a tutti gli effetti, una tradizione maschile, non è mai stato un mio problema di scrittrice: la storia ha prodotto questo, le condizioni precedenti l’hanno prodotto, ne sono consapevole – ma io sono nata oggi, in un’epoca in cui le condizioni sono diverse, e nella mia scrittura, che esprime la mia visione delle cose, la questione del genere non ha grande rilevanza. Sarà una colpa, una “insensibilità” mia, ma questo fa sì che la tradizione narrativa occidentale sia sempre stata, senza alcun dubbio, senso di esclusione, complessi di inferiorità o bisogno di rivendicazione, la mia tradizione.

Questo per quanto riguarda la scrittura – ciò non toglie che a me, come donna, come “pensatrice”, possa interessare eccome la questione del genere nella letteratura; e possa interessarmi in modo particolare essendo scrittrice, ma non, scusate se mi ripeto ma credo sia un punto importante, non come taglio della mia visione e oggetto della mia scrittura. E’ qualcosa che m’interessa socialmente, ma che non sento come fondamentale in ciò che voglio raccontare: né per me come soggetto di scrittura, né per la mia materia.

Ammetto di non aver mai sentito troppo nemmeno il peso delle aspettative altrui su di me in quanto donna scrittrice – forse c’entra la citata “autostima necessaria” dello scrittore, perché in effetti ho sempre pensato: chi sono lo dirà la mia bravura, e io credo di essere brava.

Non ho mai pensato, insomma, mi si potesse tappare la bocca, o travisare le mie parole, perché donna, o che la valutazione della mia scrittura potesse essere a priori sfalsata da un pregiudizio di genere. Forse la mia è stata solo ingenuità – o forse non pormi il problema è stato ciò che mi ha consentito di prendere la penna in mano e fare.  Credo che questo, al netto del merito, continui ad essere l’approccio migliore per scrivere, per chiunque – dopo aver scritto, ci potranno essere battaglie da fare, attenzione da pretendere, reti da costruire, critiche da accettare, autocritiche da fare, miglioramenti e arrabbiature per i propri errori o ciò che non si è riuscito a fare. Ma le battaglie e le rivendicazioni non devono entrare nella scrittura – oppure, la scrittura non inizia nemmeno a vivere.

Ed è appunto questo l’argomento che più mi è piaciuto del saggio della Woolf – e su cui bisogna essere molto chiari.

La Woolf non dice mai che la scrittura deve essere a-politica, astratta, avulsa dall’attualità: tutt’altro. La scrittura può essere strumento di rivendicazione, espressione di ingiustizie, creazione di possibili alternative a qualcosa che, nel mondo reale, è sbagliato, orrendo, discriminante. Il punto è che tutto ciò non può essere trattato personalmente – o meglio ancora: lo scrittore deve aver elaborato questi conflitti, ciò che più del mondo lo tocca, in modo maturo. Può essere impazzito, sceso sul fondo dell’abisso, anzi deve averlo fatto – ma prima di scrivere qualcosa destinato al pubblico.

Il motivo è chiaro: la scrittura “pubblica”, d’arte, non può, non deve essere strumento di risoluzione di conflitti individuali. La scrittura, al contrario, deve usare i conflitti individuali, le esperienze personali, tutto il concreto, il vissuto vero e crudo, per se stessa: cioè per creare quell’universo parallelo funzionale, scorrevole, in grado di reggere alternative possibili.

La qualità, il respiro della scrittura è direttamente proporzionale a quanto uno scrittore avrà lavorato su questi aspetti, e inversamente proporzionale a quanto avrà messo di sé nella scrittura in modo irresponsabile, fuori controllo, o peggio ancora con un fine (vendicarsi delle donne che l’hanno trattato male; sfogare la rabbia per la discriminazione che subisce; sputtanare il conoscente razzista; farla vedere a tutti quanti non credevano in lui…). Se l’avrà usata per i suoi scopi (anche nobili!) la sua scrittura resterà rasoterra, vicina a questo mondo, incapace di farsi tela, terreno e humus di mondi paralleli. Sarà uno schizzetto autoreferenziale – che può reggere sensi ed illuminazioni, ancora ancora, in poesia; ma la narrazione è altra cosa. La narrazione è la creazione di mondi possibili, nei quali tutto deve reggersi, essere in rapporto, giustificarsi – l’ego irrisolto dello scrittore invece piomba su questi mondi come un cataclisma, un’alluvione che spazza ogni cosa.

Di questo mi sono accorta recentemente. Perché la scrittura ha in effetti un grande potenziale terapeutico: niente come la scrittura ti aiuta a mettere in fila e far luce nel tuo complicato mondo interiore. E non c’è niente di male nell’usare la scrittura in tal senso – basta sapere che si fa una cosa diversa: si usa la scrittura per sé, mentre nella scrittura d’arte, persino nel romanzo autobiografico, si fa l’esatto opposto, si usa il proprio vissuto, pure il caos del proprio io, il dolore patito, per la scrittura.

Tutto ciò che è sfogo psicologico, conscio o meno, che cela o esprime un bisogno di dimostrare, rivendicare, “rifarsi” di qualcosa, nella narrazione stona, destabilizza, disturba, mina alla radice – e si sgonfia come una finzione – perché lo è, è bisogno individuale che si finge mondo universale. Proprio perché il mondo narrativo è finzione, ma finzione che si autoregge, finzione “vera”, in essa lo sfogo psicologico piomba come un’autoaccusa, come uno smascheramento: ne impedisce il respiro, la vita. Quanto invece è potente un mondo costruito per tutti, che riguarda tutti, nato proprio dalla sofferenza individuale dell’autore rielaborata, pensata, dettagliata, masticata e digerita pensandoci e ripensandoci?

Ecco la Woolf, che parla meravigliosamente di questo aspetto:

Scrivere un’opera di genio è quasi sempre un’impresa di prodigiosa difficoltà. Tutto si oppone alla possibilità che l’opera esca dalla mente dello scrittore completa e integra com’era stata concepita. Di solito le si oppongono le circostanze materiali. I cani abbaiano; la gente interrompe; bisogna far soldi; la salute non regge. Inoltre, ad inasprire e ad accrescere tutte queste difficoltà, c’è la notoria indifferenza del mondo. Esso non chiede alla gente di scrivere poesie, romanzi e libri di storia; non ne ha bisogno. […] Ma per le donne queste difficoltà erano infinitamente più formidabili.
In primo luogo, avere una stanza tutta per sé […] che le proteggesse dalle pretese e dalle tirannie della famiglia.
Le difficoltà materiali erano formidabili; ma assai peggiori erano quelle immateriali. L’indifferenza del mondo […] nel caso della donna non era indifferenza, ma ostilità. […] Intellettualmente non ci si poteva aspettare nulla delle donne. […] E qui, dicevo aprendo un libro sulla musica, troviamo le stesse parole usate ancora in questo anno di grazia 1928, sulle donne che cercano di scrivere musica: […] ‘Signore, una donna compositrice è come un cane che cammina sulle zampe posteriori: non lo fa bene, ma vi sorprende lo stesso che lo faccia’.
[…] E purtroppo sono proprio gli uomini e le donne di genio a preoccuparsi di più di ciò che si dice di loro. […] E questa loro suscettibilità è doppiamente sfortunata, pensavo ritornando alla mia primitiva indagine sullo stato d’animo più propizio al lavoro creativo, perché la mente dell’artista, per poter compiere lo sforzo prodigioso di liberare nella sua totalità l’opera che è in lui, deve essere incandescente […]. Non ci deve essere in essa alcun ostacolo, alcuna materia estranea non consumata.
[Parlando di Jane Austen]: Ecco una donna che, intorno al 1800, scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza predicare. Era così che scriveva Shakespeare: […] la mente di entrambi aveva consumato ogni ostacolo; ed è per questo che non conosciamo Jane Austen e che non conosciamo Shakespeare, ed è per questo che Jane Austen pervade ogni parola da lei scritta, e così Shakespeare.
[Parlando invece di Charlotte Brontë]: si potrebbe dire […] che la donna che scrisse queste pagine aveva in sé più genio di Jane Austen; ma basta rileggerle e osservare in esse quella smorfia, quell’indignazione, per capire che non riuscirà mai ad esprimere compiutamente ed integralmente il suo genio. I suoi libri saranno deformati e contorti. Scriverà scioccamente, quando dovrebbe scrivere saggiamente. Scriverà con rabbia, quando dovrebbe scrivere con calma. Scriverà di sé, quando dovrebbe scrivere dei suoi personaggi. E’ in guerra col suo destino.

Ancora più precisamente, sull’attitudine ideale alla scrittura e sulla natura del romanziere e della romanziera:

A volte i romanzi reggono, spesso in modo notevole. E ciò che li tiene insieme […] è qualcosa che si chiama integrità. […] Ciò che chiamiamo integrità, nel caso del romanziere, è la convinzione che ci comunica di dire la verità. Sì, sentiamo di non aver mai creduto che le cose potessero andare così; non ho mai conosciuto gente che si comportasse a questo modo. Ma tu mi hai convinto che è vero, che è così che vanno le cose. […]
Ora, nei passi che ho citato di Jane Eyre, è ovvio che la rabbia ha corrotto l’integrità della romanziera, che ha abbandonato il racconto, al quale era dovuta tutta la sua attenzione, per occuparsi di qualche ingiustizia personale. Ha cominciato a ricordare di essere stata defraudata della sua parte di esperienza; di essere stata costretta ad ammuffire in un presbiterio, rammendando calze, mentre avrebbe voluto girare libera per il mondo. L’indignazione ha fatto barcollare la sua indignazione; e noi la sentiamo barcollare. […]
L’intera struttura del romanzo del primo Ottocento veniva costruita, se l’autore era una donna, da una mente un po’ deviata – […] basta sfogliare questi vecchi romanzi dimenticati, ascoltare il tono di voce in cui sono stati scritti, per indovinare che la scrittrice fronteggiava i critici; che diceva questo per essere aggressiva, o quest’altro per essere conciliante. Riconosce di essere “solo una donna”; oppure protesta di valere “quanto un uomo”. […] Non importa cosa fosse; lei stava pensando a qualcosa di diverso dalla sua materia. Il libro ci crolla in testa; c’è una crepa nel mezzo.
[Mary Carmichael] prima ha rotto il periodo; ora ha rotto la concatenazione. Benissimo, ha tutto il diritto di fare entrambe le cose […] se le fa perché ama creare. […] Non posso esserne certa finché non avrà fronteggiato una situazione. […] Può fabbricarla come vuole […], ma deve convincermi a credere che sia una situazione; e poi, una volta che l’ha creata, deve affrontarla. Deve saltare. […] E continuai a guardare, con molta curiosità. Perché volevo vedere come lavorava Mary Carmichael per catturare quei gesti non registrati, quelle parole non dette o dette per metà, che si formano, non più palpabili delle ombre delle falene sul soffitto, quando le donne sono da sole, non illuminate dalla luce capricciosa e colorata dell’altro sesso.
[Dorothy Osborne] aveva messo a frutto la prima grande lezione: scriveva da donna, ma da donna che ha dimenticato di essere donna; cosicché le sue pagine erano piene di quella curiosa qualità sessuale che appare solo quando il sesso è inconsapevole di sé. […] Ma nulla sarebbe servito, se non fosse riuscita a costruire, da ciò che è passeggero e personale, l’edificio duraturo che resta incrollabile […] e il lettore avrebbe sentito, mentre lei continuava a scrivere, di trovarsi come sulla cima del mondo e di vederlo tutto disteso, molto maestosamente, ai suoi piedi.

La chiusa del testo è intensa e precisa:

Frugandomi nella mente, non trovo alcun sentimento nobile riguardo al fatto di essere compagne e pari, e di indirizzare il mondo verso scopi più elevati. Mi sento invece di dire, brevemente e prosaicamente, che è molto più importante essere se stessi che non tutto il resto. Non sognate di influenzare gli altri, vi direi, se sapessi dare a questa frase un tono più esaltato. Pensate alle cose in se stesse.

Per concludere, aggiungo solo che anche la riflessione materiale, sui soldi e la stanza tutta per sé, mi tocca molto da vicino, e credo dia spunti preziosi per riflettere su donne e scrittura, anche al giorno d’oggi.

Nel concreto: non credo sia un caso che la mia prima e finora unica opera compiuta, il romanzo Gelem gelem, sia nato in quella che era, letteralmente, una stanza tutta per me, ossia un piccolo, confortevole, accogliente monolocale. In cui cenavo o non cenavo, all’ora che volevo; in cui dormivo o non dormivo, all’ora che volevo; in cui scrivevo intensamente, libera da sguardi preoccupazioni vibrazioni del mondo “di qua”, essendo pienamente soggetto e autrice del mondo “di là”, della mia storia.

Quando invece qualcuno, pur rispettoso dei nostri spazi, vive con noi, si muove, guarda, lascia nell’aria la propria presenza, noi smettiamo magicamente di essere quell’entità creatrice iper-soggettiva che scrive. Ci cadono le ali, e se ce le rimontiamo non hanno la polvere di scrittura sopra – perché la presenza altrui, pur amata e voluta, ci inchioda a questo mondo, ci impedisce di liquefarci nell’altro, ci sequestra l’identità che non può che essere, anche, quella di compagna, quindi soggetto di interazione, e anche oggetto (di percezione, attenzioni, sguardi, gesti, fossero anche del tutto positivi a livello personale). Questo, inevitabilmente, altera del tutto il campo di pensiero, l’aria attorno – che smette di essere una tela malleabile, del tutto libera per la nostra astrazione e immaginazione.

Per scrivere, io credo, non si deve essere visti o visibili; non si deve parlare, o rischiare di dover parlare; non si deve essere interrotti o rischiare di essere interrotti, né dover pensare ad altro che a scrivere (né a salutare, né alla colazione, né a lavarsi ed essere “presentabili” – cosa che pure si fanno, più o meno, quando si è soli, ma fluidamente, a caso, inconsciamente, ai minimi termini e automaticamente, con la minor interazione possibile persino con noi stessi).

Questo perché la nostra mente, quando scriviamo, deve diventare altro, un terreno di realtà parallela che deve autoreggersi in maniera perfetta, per essere “vera”, utile per il lettore, e anche per diventare una sorta di humus in cui i personaggi maturino e si rivelino, almeno in parte, autonomamente e scorrevolmente – basta una distrazione, una preoccupazione di questo mondo, persino una gioia di questo mondo, e al protagonista è cresciuto qualcosa di strano in testa, ha detto una frase impossibile, aliena, ha fatto qualcosa non di folle, ma di totalmente inverosimile in quel mondo…e tutto crolla, si spegne, svanisce. La magia dell’altro mondo, che è già quasi impossibile da creare, è compromessa – per quel giorno, certo: ma se ogni giorno è così? I giorni delle donne, in particolare, non sono per forza così?

Non credo sia un caso, infatti, che le più grandi scrittrici non abbiano avuto figli, né compagni per la vita o compagni estremamente comprensivi. Perché una persona che si dedichi alla scrittura, è una persona fondamentalmente assente. Non può non esserlo – la scrittura, il mondo parallelo, si nutre della sua assenza dal mondo reale. Nel momento in cui diventa presente personalmente, o anche solo potenzialmente presente, uno scrittore smette di scrivere, il terreno si sospende, l’humus si secca: cala il sipario sul mondo parallelo. E più di frequente questo succede, meno probabilità ci sono che nasca un “mondo nuovo”, una realtà di letteratura nuova.

Per questo una donna deve potersi mantenere con un lavoro che le lasci la mente libera e tempo a sufficienza – e deve avere, a casa, una stanza tutta per sé. Nella quale poter dormire, chiudersi, non rispondere, non essere presente per nessuno, nemmeno per la persona amata, per un figlio, nemmeno per se stessa, per giorni interi.

A questo punto è chiaro che una donna che voglia fortissimamente scrivere ha due sole scelte: rinunciare del tutto ad una vita privata; cercare ed essere così fortunata da trovare un compagno che in questo la supporti, che creda nell’importanza, nelle potenzialità e nel senso di ciò che lei fa, indipendente a sufficienza da cavarsela non tanto materialmente quanto psicologicamente, socialmente. Perché in un certo senso deve condividere la priorità della scrittura, una missione, un assetto nel quale, comunque, lui non è il protagonista assoluto.

Certo, tanti uomini al giorno d’oggi non avrebbero problemi ad aderire ad un simile “assetto”, anche perché, si può pensare, loro possono avere i propri, di progetti. Ma fino ad un certo punto – perché cosa accadrebbe se il “progetto scrittura” avesse la priorità (non per importanza, per merito, per valore della scrittrice, ma per la natura stessa dell’atto) non solo su aspetti privati (quindi meno tempo per stare insieme, meno attenzioni, meno aiuto nelle faccende concrete), non solo su aspetti psicosociali e riguardanti “i ruoli” (è lui che deve preparare più spesso la cena, o badare di più ai figli, o far la spesa…), ma addirittura sui progetti stessi, sulle ambizioni stesse dell’uomo?

In questo, credo, una certa differenza fra i sessi permane: l’immagine della moglie devota, che annulla la sua vita perché sente, più o meno consciamente, il genio del marito, è molto meno scandalosa e “urticante”, ancora oggi, di quella di un uomo che faccia lo stesso per la propria compagna. Per quanto un uomo sia autonomo, “progressista” e paritario, non credo sia facile, fondamentalmente, accettare di buon grado la parte di aiutante della “prima donna”, in un progetto astratto che non solo non contempla la sua presenza, ma richiede la sua assenza (almeno nel momento creativo).

Tutto ciò è a maggior ragione vero nella cura dei figli.

Io credo che una madre abbia il dovere, soprattutto nei primi anni della vita del bambino, di porre il benessere di questo al primo posto, di dedicare anzitutto a questo scopo le energie e le attenzioni di cui dispone – ma al tempo stesso so che l’unico segreto per scrivere è: dedicare alla scrittura tutti i propri pensieri. Pensare al proprio racconto mentre si mangia, prima di dormire, mentre si fa pipì – immaginare varianti, perdersi nei dettagli, entrare e restare, anche oziando, in quella realtà parallela.

E com’è possibile fare tutto ciò mentre si deve pensare, nello stesso modo, con eguale dedizione e attenzione, al proprio figlio?

Una sfida quasi impossibile – che credo si possa vincere, come sempre, con dei compromessi sensati. Con una messa in secondo piano della scrittura nei primi mesi del bambino, con una collaborazione attivissima del compagno, con limiti e regole che provino a gestire la compresenza di due mondi così importanti. Quello degli affetti e quello della scrittura, quello reale e quello della realtà parallela narrativa.

Anche perché, semplicemente e almeno per me, tertium non datur: rinunciare a una delle due cose è impossibile. Ne andrebbe della mia integrità – e questo danneggerebbe in ogni caso il “mondo” superstite.

 

 

 

 

 

 

 

 

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