I nostri 2 minuti d’amore sulla pelle dei bambini – da Il Pedante su emozioni, sentimenti, ragione e politica

Ho appena letto, grazie ad una condivisione in facebook, un articolo dal blog Il Pedante.

Ne riporto alcuni stralci, perché li trovo chiari e lucidi come poche altre cose sul tema dell’uso strumentalizzato e svilente che, nella comunicazione di oggi, si fa delle emozioni.

Mi rendo così conto che un buon 80% di tutti gli articoli che scrivo qui su Crosscritture riguardano o sono attraversati proprio da questo problema, che provo disperatamente a sviscerare sia in declinazioni particolari, ad esempio sull’immigrazione, lo ius soli, il Front National, il genere sessuale, sul “caso-Saviano“, o in generale, sulle modalità del dibattito riguardo l’attualità, su emozioni e sentimenti nella comunicazione odierna, sulla strumentalizzazione dei buoni sentimenti, e via dicendo.

Buona lettura.

 

L’infanzia sofferente – vera, falsa o presunta – è un’arma di guerra non convenzionale spesso utilizzata per sedare o esaltare le coscienze dell’opinione pubblica. […]

A Port Said (Egitto) una pattuglia di polizia avvista una bambina coperta di stracci insanguinati che corre tra le macerie di un edificio abusivo in demolizione. Avvicinatisi, gli ufficiali vi trovano altre persone: un regista, due cameraman, un ragazzino e la famiglia della piccola, il cui sangue si rivela poi essere vernice rossa. Il gruppo finisce in commissariato. Il regista confessa ai poliziotti l’intenzione di realizzare e distribuire un finto reportage sulla crisi umanitaria di Aleppo, la città siriana a lungo assediata dall’esercito governativo di Bashar al-Assad.

Nello stesso mese gli oppositori del regime siriano diffondono sui social network la fotografia virale di un’altra bambina in corsa tra i cadaveri. […] L’immagine è in realtà tratta da un videoclip della cantante libanese Hiba Tawaji. Due anni prima, il 10 novembre 2014, il tema era stato declinato anche da una troupe cinematografica norvegese con un cortometraggio intitolato «Eroico ragazzo siriano salva la sorella da una sparatoria». Prima di ammettere che il film era un falso girato a Malta con attori professionisti e fondi inspiegabilmente pubblici, gli autori avevano incassato più di 5 milioni di visualizzazioni e scatenato l’indignazione di pubblico ed esperti per l’«uso di cecchini contro i bambini piccoli» da parte dell’esercito siriano.

La guerra contro la Siria è un laboratorio di prostituzione minorile coatta alla propaganda degli aggressori. Si consideri l’ottenne Bana Alabed, l’«Anna Frank della Siria» che dal suo account Twitter commuove ogni giorno i suoi oltre 370 mila follower denunciando in tempo reale i dolori inflittile dalle armi di Assad e lanciando appelli alla pace (cioè a un intervento militare degli eserciti occidentali), alla felicità dei piccoli siriani e, se occorre, all’amore universale. Il tutto nonostante sia accertato che la piccina non conosca una parola di inglese, che i suoi tweet non provengano da Aleppo ma dall’Inghilterra e che il suo babbo militi nel gruppo terrorista antigovernativo Kataib Safwa al Islamiya. […]

Di esempi come questi è piena la propaganda di guerra. Eppure vi si insiste. Perché? Perché funziona. Perché queste immagini soddisfano una sete pornografica di tragedie infantili, un voyeurismo sadosentimentale di bambini mutilati, sofferenti e defunti che non conosce declino, di cui è bene indagare il meccanismo e gli scopi. Per difendersene. Producendo una serie di effetti.

[…] Il primo: nel condividere la pena dell’infanzia violata in modo iconico e rituale si offre ai celebranti l’occasione di (ri)affermare il proprio primato morale, di (ri)scoprirsi «buoni», compassionevoli, umani ecc. Una riaffermazione tanto più urgente in quanto negata dai fatti. Le complicità dei governi e di buona parte del pubblico occidentali nelle stragi di adulti e bambini in Medio Oriente e altrove, così come nella sofferenza di adulti e bambini per le politiche austere che seminano miseria nel mondo sviluppato, o ancora nelle tragedie di un’immigrazione dissennatamente promossa, sono così macroscopiche da avere ormai sfiorato anche le coscienze più conformiste e distratte. Sicché la contrizione a comando serve a espiare forfettariamente il peccato. È l’inverso dei due minuti d’odio di Orwell: sono i due minuti d’amore con cui ci si illude di scontare le connivenze di ogni giorno.

[…] Il secondo: per sentirsi «buoni» (e non più opportunamente razionali, o sensati) occorre misurarsi con l’antagonismo dialettico dei «cattivi». E per sentirsi umani bisogna postulare i disumani al loro massimo grado, quello cioè di chi fa morire i più innocenti tra gli innocenti: i bambini. In questa dicotomia tutta letteraria è fin troppo facile che si intrufoli chi vuole sdoganare la disumanità vera verso i propri, personalissimi, nemici. Se Assad è colpevole di aver fatto soffrire il piccolo Omran, o gli «xenofobi» di aver fatto morire il piccolo Alan, o i «no vax» di aver lasciato perire un piccolo infermo, nessun atto è troppo feroce per castigare la loro ferocia. Non c’è dialogo né compromesso con chi viola l’infanzia, c’è solo la guerra. Sicché per punire il-dittatore-che-ferisce-un-bimbo si acclama chi ne ha spenti a migliaia con un colpo di stato senza fine.

[…] Ma l’aspetto della vicenda che ci deve più preoccupare è un altro. È che, come suggeriscono gli esempi nella prima parte e quelli che seguiranno, il rinforzo retorico dell’infanzia tribolata si accompagna troppo spesso alla mendacità e/o distorsione dei messaggi a cui si attacca. Ne trarremo una legge quasi universale: ubi puer, ibi mendacium.

Se la violenza è l’argomento di chi non ha argomenti, quella di sbattere in faccia lo strazio dei minori è una violenza al cubo, una shock doctrine dialettica. Perché non si limita a inibire l’esercizio della ragione prendendo a pugni l’umanità di chi ascolta, ma quell’esercizio lo colpevolizza e lo squalifica, ne fa un gesto indelicato di cui scusarsi.

Chi pretendesse di superare l’urgenza della compassione dovuta a una piccola vittima per disputarne la didascalia, immaginarne il contesto, interrogarsi sulle cause e sulle eventuali falsificazioni che l’hanno resa tale, sarebbe un cinico senza cuore.

[…] I temi dell’immigrazione sono un’altra miniera di reductiones ad pueros. Nel 2016 si è stimato che, tra gli stranieri entrati clandestinamente, i minori di 15 anni rappresentavano all’incirca l’1,4% del totale, mentre i minori di 8 anni erano solo lo 0,04%. Ciò nondimeno l’iconografia e la retorica degli sbarchi è tutta sbilanciata sull’infanzia. […]

Mentre infuriava il dibattito sullo ius soli, il diritto di acquisire la cittadinanza italiana per chi nasce in Italia, un noto quotidiano confezionò un filmato di diversi minuti in cui un’intervistatrice fuori campo si intratteneva con alcuni bambini stranieri di età compresa tra 5 e i 10 anni. Dopo averne spremuta la tenerezza con primissimi piani e domande su gusti, sogni e quotidianità di ciascuno, passava all’attacco con la domanda: «Ma lo sapete che lo Stato italiano non vi riconosce ancora come cittadini italiani, fino a diciott’anni?». Seguivano lunghe riprese sui volti ammutoliti dei pargoli che, riavutisi dal magone (o più verisimilmente dall’avere udito una parola di cui nessuno può conoscere il significato, a quell’età), rispondevano poi di sentirsi italiani, pur non essendolo. Il senso dell’operazione si chiariva definitivamente con l’ultimo titolo di coda: «Il diritto di essere italiani». Un diritto che non esiste, che non è previsto in nessun codice, mentre si taceva che tutti i diritti veri dei bimbi italiani sono gli stessi di quelli stranieri. Quindi? Qual era lo scopo di quella pantomima? Quale che sia sia la risposta, l’esibizione iperglicemica dei piccoli volti rendeva inopportuna la domanda.

Nel caso, già trattato su questo blog, delle vaccinazioni pediatriche, […] si sono toccati vertici da antologia, come quando il Ministro della salute proclamò in televisione che a Londra nel 2013 erano morti 270 bambini a causa del morbillo. E, con immutato fervore, un anno dopo ci aggiornava sulla strage dei piccoli londinesi che anche nel 2014 mieteva «più di 200 bambini» morti della stessa malattia. Di fronte a tanto lutto nessuno osò farle notare che in tutta l’Inghilterra, nel 2014, non vi fu alcun decesso collegato al morbillo (su un totale di 130 casi), mentre nel 2013 ve ne fu uno (su 1843 casi), ma non era un bambino. Cumulando i numeri, il ministro che oggi giura di rimettere la pratica vaccinale nell’alveo del rigore scientifico con la forza della legge, aveva esagerato i dati del quarantaseimilanovecento per cento. Ma attenzione: quell’esercito di cadaveri immaginari non era un esercito di cadaveri qualsiasi: erano bambini.

E arrivati a questo punto, lasciamo che sia il lettore a rispondersi perché.

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