Ritorno alle origini

Per le vicissitudini della vita, sto preparando un esame di Storia della lingua latina, sull’Eneide. Sto scoprendo molti aspetti della latinità che non avevo approfondito né mi avevano affascinato al liceo, o all’università. E magari ne scriverò.

Ma l’esame mi ha fatto venire voglia di andare ancora più indietro, alle origini – così mi sto rileggendo L’Iliade. Che è di una bellezza ancora più scabra e toccante di quanto ricordassi.

Ho pensato quindi di condividere qui le letture più belle. Semplicemente, senza commenti. Perché è già tutto già qui.

Se vi va, allora, prendetevi cinque minuti, in silenzio, nella tranquillità della vostra cucina o di una panchina. E lentamente percorrete ogni parola, lasciandovi scivolare indietro, ai tempi dei miti e della verità…

 

CANTO VI, ETTORE E ANDROMACA

Ettore si slanciò fuori di casa e ripercorse il cammino lungo le strade ben costruite. Attraversò l’ampia città finché giunse alle porte Scee, da dove sarebbe poi uscito nella pianura, e qui la sposa dalla ricca dote gli corse incontro, Andromaca, la figlia del grande Eezione, di Eezione che viveva sotto il Placo folto di boschi, a Tebe Ipoplacia, e regnava sulle genti cilicie; la figlia era sposa di Ettore dall’elmo di bronzo.

Gli si fece incontro, Andromaca, e insieme a lei veniva l’ancella che teneva tra le braccia il bambino, piccolo, tenero ancora, l’amato figlio di Ettore, bello come una stella. Ettore gli aveva dato nome Scamandrio, ma lo chiamavano tutti Astianatte  perché era Ettore, lui solo, che difendeva la città di Ilio.

Guardando il figlio sorrise Ettore, senza parlare. Ma Andromaca gli fu vicina piangendo, gli prese una mano e gli disse:

«Infelice, la tua forza sarà la tua rovina; non hai pietà del figlio ancora bambino e di me, sventurata, che presto resterò vedova perché gli Achei ti uccideranno tra poco, assalendoti in massa; e se ti perdo, allora è meglio che muoia anch’io; non ci sarà più conforto per me se il tuo destino si compie, solo dolore. Ho perduto mio padre e mia madre; il padre me lo uccise Achille glorioso quando distrusse la bella città dei Cilici, Tebe dalle alte porte; uccise Eezione ma ne ebbe rispetto e non gli tolse le armi, con le armi splendenti lo depose sul rogo e poi sparse la terra sul tumulo; piantarono olmi intorno le ninfe della montagna, le figlie di Zeus signore dell’egida. Sette fratelli avevo, nella reggia, e tutti, nello stesso giorno, scesero all’Ade: tutti li uccise il divino Achille dai piedi veloci, mentre sorvegliavano i buoi dalla lenta andatura e le candide pecore. Mia madre, che sotto il Placo boscoso era regina, la condusse qui con tutti i suoi beni, poi la liberò a prezzo di ingente riscatto, ma Artemide, signora dell’arco, nella dimora di mio padre la uccise.
Tu, Ettore, tu mi sei padre e madre e fratello e sei anche il mio giovane sposo: abbi pietà di me, resta qui sulla torre, non fare del figlio un orfano, di me una vedova; ferma l’esercito vicino al fico selvatico, dove è più facile attaccare la città, salire sulle mura. Per tre volte sono venuti a tentare l’assalto gli Achei più forti, gli Aiaci, Idomeneo glorioso, gli Atridi e il grande figlio di Tideo, spinti da qualche profezia o guidati dal loro stesso coraggio».

Le rispose allora il grande Ettore dall’elmo splendente:

«Donna, so anch’io tutto questo; ma terribile è la vergogna che provo davanti ai Troiani, alle Troiane dai lunghi pepli se, come un vile, mi tengo lontano dalla battaglia; me lo impedisce il mio cuore, perché ho imparato ad essere forte, sempre, e a combattere con i Troiani in prima fila, per la gloria di mio padre e per la mia gloria. Io lo so bene nel cuore e nell’animo: verrà il giorno in cui perirà la sacra città di Ilio e con essa Priamo e la gente di Priamo dalla lancia gloriosa. Ma al dolore dei Troiani io non penso, non penso ad Ecuba, al re Priamo, ai miei valorosi fratelli che cadranno nella polvere uccisi dai nemici. Io penso a te, a quando qualcuno degli Achei vestiti di bronzo ti priverà della tua libertà e ti trascinerà via in lacrime; a quando in Argo dovrai tessere stoffe per un’altra donna o porterai acqua dalle fonti di Messeide o di Iperea, contro il tuo volere, costretta dalla dura necessità; e forse qualcuno dirà vedendoti piangere: “È la sposa di Ettore che fra i Troiani domatori di cavalli era il più forte quando si combatteva intorno a Ilio”. Così diranno un giorno: e sarà un nuovo dolore per te, privata di un uomo che avrebbe potuto tenerti lontano il giorno della schiavitù. Ma possa io morire, possa ricoprimi la terra prima che ti sappia trascinata in schiavitù, prima che debba udire le tue grida».

Così disse Ettore glorioso e verso il figlio tese le braccia. Ma si piegò il bambino contro il petto della bella nutrice, gridando impaurito alla vista del padre, atterrito dal bronzo, dal pennacchio dell’elmo che sulla cima vedeva ondeggiare, tremendo. Sorrisero entrambi il padre e la madre; ed Ettore glorioso si tolse dal capo l’elmo splendente deponendolo a terra; poi prese tra le braccia il figlio, lo baciò e a Zeus e agli altri dei rivolse questa preghiera:

«Zeus, e voi divinità del cielo, fate che questo mio figlio sia come me, che si distingua fra i Teucri per forza e valore, che regni sovrano su Ilio. E vedendolo tornare dalla battaglia un giorno qualcuno dirà: “È molto più forte del padre”. Lui tornerà portando le spoglie insanguinate dei nemici uccisi e la madre ne sarà lieta in cuore».

Così disse e mise il figlio tra le braccia della sua sposa che lo accolse sul petto odoroso, e sorrideva, piangendo; ebbe pietà di lei l’eroe che, accarezzandola, disse:

«Infelice anche tu, non affliggerti troppo nel cuore; nessuno potrà gettarmi nell’Ade contro il destino; io ti dico che nessun uomo può sfuggire alla sorte, sia valoroso, sia vile, una volta che è nato. Ma ora va a casa e torna alle tue occupazioni, al fuso e al telaio e alle ancelle ordina di badare al lavoro; alla guerra penseranno gli uomini, tutti gli uomini di Ilio, ed io più di ogni altro».

Così disse Ettore glorioso e sollevò l’elmo dalla chioma equina; si avviò verso casa la sposa, andava voltandosi indietro e piangeva a dirotto.

Quando giunse alla bella dimora di Ettore uccisore di uomini, trovò dentro le ancelle e in tutte suscitò desiderio di pianto. Piangevano Ettore, vivo, nella sua casa; poiché non pensavano che sarebbe riuscito a sfuggire alle forti mani dei Danai e a ritornare indietro dalla battaglia.

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CANTO VIII, LA DISFATTA DEGLI ACHEI

Così Ettore parlava, e i Troiani applaudirono; staccarono dal giogo i cavalli coperti di sudore, li legarono con cinghie di cuoio ciascuno accanto al suo carro; dalla città portarono in fretta buoi e pecore grasse, e dolce vino e pane dalle loro case, e raccolsero molta legna; dalla pianura il vento portava fino al cielo l’odo- re dei sacrifici.

Per tutta la notte sul campo stettero, pieni d’orgoglio, e arsero fuochi a migliaia; come quando in cielo, intorno alla luna splendente, brillano luminose le stelle quando nell’etere c’è calma di vento: e all’improvviso tutte le vette dei monti appaiono e le cime più alte e le valli; si è aperto, in alto, il cielo infinito, tutti gli astri si vedono, e il pastore gioisce nell’animo; così, tra le navi e le acque dello Scamandro, brillavano i fuochi accesi dai Teucri davanti a Ilio; a migliaia ardevano nella pianura e intorno a ciascuno cinquanta uomini stavano, al bagliore della fiamma ardente. E intanto, vicino ai carri, i cavalli si cibavano di orzo bianco e di spelta e attendevano l’Aurora dal bellissimo trono.

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CANTO IX, L’AMBASCIATA AD ACHILLE

Non ha tribù né legge né focolare colui che ama gli orrori della guerra civile.

Niente, per me, valgono […] i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai; non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa; si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere; ma la vita dell’uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti.

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CANTO XIV – LA BATTAGLIA ALLE NAVI 2 (L’INGANNO DI ERA)

Si avviò verso il talamo che costruì per lei Efesto suo figlio, adattando agli stipiti, con chiave segreta, le solide porte che nessun altro dio poteva aprire. Appena entrata, la dea richiuse i luminosi battenti. E, per prima cosa, con ambrosia deterse e purificò il suo corpo bellissimo, poi lo unse con olio soave, profumato, odoroso: se agitava quest’olio nella dimora di Zeus dalla soglia di bronzo, esso inondava il cielo e la terra. Lo sparse sul corpo bellissimo, poi pettinò i capelli intrecciando con le mani le splendide ciocche, i bei riccioli profumati che ricadevano dal suo capo immortale. Indossò la veste divina che Atena fece per lei ponendovi molti ornamenti, e la chiuse sul petto con fibbie dorate. Si cinse con una cintura ornata da cento frange, e ai lobi forati appese orecchini con tre perle rotonde che risplendevano di grazia infinita. Il capo avvolse, la divina fra le dee, in un velo nuovo, bellissimo, fulgido come la luce del sole; ai bei piedi legò dei sandali belli. E quando ebbe così ornata la sua persona, uscì dal talamo la dea, chiamò Afrodite in disparte dagli altri immortali e le disse:

«Farai ciò che ti dico, figlia, o ti rifiuterai, irata nel cuore perché io proteggo gli Achei e tu invece i Troiani?».

Le rispose Afrodite, figlia di Zeus:

«Era sovrana, figlia del grande Crono, dimmi quello che vuoi. A esaudirti mi spinge l’animo, se è in mio potere e se è possibile farlo».

Le disse la nobile dea che tramava un inganno:

«Dammi, oggi, desiderio e amore, con cui tu vinci tutti, mortali e immortali. Ai confini della terra feconda io vado per visitare Oceano, padre di tutti gli dei, e la madre Teti, che nella loro dimora mi hanno nutrita  e allevata accogliendomi dalle mani di Rea al tempo in cui Zeus dalla voce tonante cacciò Crono sotto la terra e il mare profondo; vado a trovarli e a mettere fine alla loro eterna contesa; da molto tempo ormai non divi- dono più il letto, non fanno l’amore, da quando l’ira è discesa nel loro cuore. Ma se con le mie parole io li persuado, se al letto li riconduco perché insieme si uniscano, da loro sarò amata e onorata per sempre».

Le rispose allora Afrodite dal dolce sorriso:

«Non posso e non devo negarti ciò che mi chiedi: a te, che dormi tra le braccia del dio supremo».

Disse così, e sciolse dal petto la fascia, ricamata e variopinta, dov’erano racchiusi tutti gli incanti; vi erano amore, desiderio, dolci parole e la seduzione che rapisce la mente dell’uomo più saggio; la pose, Afrodite, nelle mani di Era, e chiamandola per nome le disse:

«Prendi, mettiti al petto questa fascia dai mille colori, che racchiude tutti gli incanti; e io ti dico che non tornerai senza aver ottenuto quello che nel tuo cuore desideri».

Così parlò, sorrise la dea dai bellissimi occhi e sorridendo si mise al petto la fascia.

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CANTO XVII – LA LOTTA PER PATROCLO (I CAVALLI DI ACHILLE)

Ma intanto, lontani dalla battaglia, i cavalli di Achille piangevano, dopo che videro il loro auriga cadere, colpito da Ettore; più volte Automedonte, il forte figlio di Diore, li sfiorava con l’agile frusta, e ora li blandiva, ora li minacciava: ma verso le navi, al vasto Ellesponto, non volevano più ritornare, e neppure in battaglia insieme agli Achei; come immobile stele sulla tomba di un uomo morto, o di una donna, così stavano, immobili, con il loro carro bellissimo, le teste sfioravano il suolo; rimpiangevano il loro auriga e dagli occhi cadevano a terra, brucianti, le lacrime; si insozzava la folta criniera che, sfuggendo al collare, ricadeva sul giogo dall’una e dall’altra parte.

Li vide piangere il figlio di Crono, ne ebbe pietà e scuotendo il capo disse fra sé:

«Cavalli infelici, perché mai vi ho donato al re Peleo, a un uomo mortale, voi che non conoscete né vecchiaia né morte? Forse perché vi toccasse soffrire fra gli umani infelici? Nulla più dell’uomo è da compiangere, nulla di ciò che sulla terra respira e cammina. No, non sarà trasportato da voi, Ettore figlio di Priamo, né da voi né dal carro splendente; non lo permetterò; è abbastanza che abbia le armi e se ne vanti. […]».

Disse così, e ai cavalli infuse forza e vigore; dalla criniera scossero a terra la polvere e rapidamente portarono il carro veloce in mezzo ai Troiani e agli Achei.

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CANTO XVIII- LE ARMI DI EFESTO (IL DOLORE DI ACHILLE)

«Ahimè, figlio del valoroso Peleo, un fatto tremendo ti annuncio, che mai avrebbe dovuto accadere; è morto Patroclo, si combatte intorno al suo corpo, nudo: le armi le ha Ettore dall’elmo splendente».

Così disse, e una nera nube di dolore avvolse l’eroe; con entrambe le mani prese la cenere arsa e se la sparse sul capo, sfigurando il bellissimo volto; cenere nera copriva la tunica profumata; nella polvere giaceva lui stesso, lungo disteso, e con le mani insozzava e strappava i capelli. Le schiave, che Achille e Patroclo conquistarono in guerra, uscite di corsa dalle tende circondarono l’intrepido eroe: con l’animo afflitto gettavano alte grida, si battevano il petto e le ginocchia si piegavano, a tutte. Dall’altra parte Antiloco si lamentava piangendo e teneva le mani di Achille, che singhiozzava dal profondo del cuore; temeva che con un’arma l’eroe si tagliasse la gola. […]

Che io muoia anche subito, poiché non ho potuto aiutare l’amico, quando fu ucciso; lontano dalla patria è morto ed io non gli ero accanto per proteggerlo dalla sciagura. […]

Se qualcuno di voi amici vuole darmi ascolto, io vi prego, non chiedetemi di saziarmi con cibo e bevande ora che un tremendo dolore mi penetra l’animo. Fino al tramonto del sole voglio aspettare, saprò resistere».

Disse così e mandò via tutti i re; solo i figli di Atreo rimasero e Odisseo glorioso, Nestore e Idomeneo e il vecchio Fenice, guidatore di carri, per consolare il suo tremendo dolore. Ma non trovava conforto il cuore di Achille, prima di immergersi nel gorgo della  battaglia cruenta. E, ricordando, l’eroe sospirava e diceva:

«Anche tu un tempo, infelice, amico amatissimo, anche tu nella tenda, sollecito, mi preparavi il pasto squisito, allora, quando gli Achei contro i Troiani domatori di cavalli conducevano la guerra dolorosa. Ora tu giaci con il corpo straziato e il mio cuore rifiuta cibo e bevande, che pure non mancano, per il rimpianto di te. No, io non patirò un dolore più grande, neppure se venissi a sapere che è morto mio padre, lui che oggi a Ftia versa lacrime amare per la mancanza del figlio: ma il figlio in terra straniera si batte contro i Troiani per Elena, donna funesta; o se sapessi la morte del figlio mio che cresce a Sciro, se pure è ancora vivo Neottolemo, simile a un dio. Prima d’ora speravo nel cuore che solo io sarei morto qui a Troia, lontano da Argo ricca di cavalli e che tu saresti tornato a Ftia per riportare da Sciro mio figlio, sulla nera nave veloce, e mostrare a lui tutto il mio regno, le mie ricchezze ed i servi e la grande dimora dagli alti soffitti. Perché io credo che Peleo è morto, ormai, oppure, se ha ancora un soffio di vita, soffre, oppresso dall’odiosa vecchiaia mentre attende la dolorosa notizia, l’annuncio della mia morte».

Così diceva piangendo, piangevano intorno i condottieri ricordando ciò che lasciarono nelle loro dimore.

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CANTO XX – IL RITORNO DI ACHILLE (GUERRA E PAROLE)

Tale è la stirpe, tale il sangue di cui mi vanto. Ma il valore degli uomini Zeus lo fa grande e piccolo, come gli piace: immenso è il suo potere. Non restiamo qui, ora, a parlare come bambini,  in mezzo alla mischia e alla carneficina.

Molte ingiurie possiamo lanciare entrambi, non ne sosterrebbe il peso una nave di cento rematori. Sciolta è la lingua degli uomini e molte parole diverse conosce, un pascolo ricco di nomi in un senso e nell’altro e qualunque  parola tu dica, ne udrai in risposta una simile. Ma perché dobbiamo altercare così scambiandoci insulti e minacce, come donne infuriate che, in aspro litigio, scendo- no nella pubblica via e lanciano l’una all’altra molte accuse, vere e non vere, così come l’ira comanda? Non mi distoglierai dalla lotta con le parole, prima che io ti abbia affrontato con la lancia in pugno. È ora di misurarci al più presto l’uno con l’altro con le nostre armi di bronzo.

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CANTO XX – IL RITORNO DI ACHILLE (ETTORE E ACHILLE)

«Figlio di Peleo, non pensare di spaventarmi a parole, come fossi un bambino […]. So che sei forte ed io sono molto inferiore: tuttavia anche questo riposa sulle ginocchia dei numi, e io forse, anche se meno forte di te, ti toglierò la vita con la mia lancia: anch’essa ha la punta acuta».


 

CANTI VARI – SPLATTER WAR [VM14]

Cadde l’eroe, come cade una quercia o un pioppo o un altissimo pino che dei falegnami sui monti tagliano con le scuri affilate per fare chiglie di navi; così Asio giaceva lungo disteso davanti al carro e ai ca- valli e rantolando graffiava con le mani la terra insanguinata.

Lo colpì in pieno petto Idomeneo con la lancia e squarciò la co- razza di bronzo che dal corpo, prima, gli teneva lonta- na la morte; allora invece mandò un suono secco, squarciata dall’asta di bronzo. Cadde con fragore l’eroe e l’arma rimase piantata nel cuore che, palpitando, faceva vibrare l’impugnatura, fino a che Ares possente non ne ebbe spento il vigore.

Lo seguì Merione mentre si allontanava e con la lancia lo colpì tra l’ombelico e il sesso, là dove più dolo- rose sono le ferite per gli infelici mortali: là si conficcò la lancia; e intorno ad essa si torceva l’eroe sussultan- do come un bue che i bovari sui monti trascinano a forza, dopo averlo legato con delle funi; così, colpito, l’eroe sussultava, ma per poco, non per molto tempo, fino a che Merione gli venne vicino e gli strappò la lancia dal corpo: la tenebra allora gli scese sugli occhi.

Pisandro colpì Menelao al cimiero dell’elmo dalla folta criniera, in alto, sotto il pennacchio, Menelao lo colse invece in fronte, sopra la radice del naso;   scricchiolarono le ossa e gli occhi insanguinati caddero ai suoi piedi, nella polvere; si piegò e cadde l’eroe; e Menelao gli pose il piede sul petto, lo spogliò delle armi.

Mentre si allontanava, Merione gli scagliò una freccia di bronzo e lo colse nella natica destra; al di sotto dell’osso, il dardo penetrò nella vescica. Tra le braccia dei compagni si accasciò Arpalione, esalando il respiro, e sulla terra giacque lungo disteso, simile a un verme; scorreva il sangue nero, bagnava la terra. Lo circondarono i Paflagoni intrepidi, e dopo averlo deposto sul carro, lo portarono a Ilio sacra, addolorati nel cuore; insieme a loro andava suo padre, piangendo: non vi è ricompensa per un figlio che muore.

Egli ferì Ilioneo, figlio di Forbante ricco di greggi, che Hermes amava fra tutti i Troiani e a cui aveva donato ricchezze; a lui la moglie aveva dato un solo figlio, Ilioneo; e Peneleo lo ferì sotto il sopracciglio alla radice dell’occhio, strappò la pupilla; attraverso l’occhio e la nuca passò la lancia e l’eroe si accasciò tendendo le braccia. Peneleo estrasse la spada acuta e lo colpì al collo tagliando via la testa insieme con l’elmo; era ancora infissa nell’occhio la lancia pesante, ed egli la sollevò come un papa- vero e rivolto ai Troiani trionfante gridò:

«Dite da parte mia, Troiani, al padre e alla madre del nobile Ilioneo di piangerlo nella loro casa; nean- che la sposa di Promaco figlio di Alegenore avrà la gioia di rivedere il suo sposo, il giorno in cui noi, figli degli Achei, sulle navi faremo ritorno da Troia».

Disse così, e tutti furono colti da un tremito e si guardarono intorno cercando dove fuggire l’abisso di morte.

Patroclo balzò di nuovo e colpì Testore, figlio di Enope – se ne stava rannicchiato sul suo bel carro, stordito, gli erano cadute di mano le redini – lo colpì da vicino con l’asta alla mascella destra, l’asta passò tra i denti, con l’asta lo sollevò sopra il parapetto del carro; come quando un uomo seduto su  una roccia, con il filo di lino e l’amo lucente tira su dal mare un grandissimo pesce, così con la lancia splendente Patroclo lo tirò su dal carro a bocca aperta e lo gettò a terra, sulla bocca: cadde l’eroe, lo abbandonò la vita.

Poi con un sasso Patroclo colpì Erilao che si lanciava, lo colpì in mezzo alla testa: dentro al solido elmo la testa si spaccò in due; cadde a terra, bocconi, l’eroe e su di lui discese la morte che divora la vita.

Patroclo a sua volta balzò a terra dal carro, impugnando la lancia nella mano sinistra; con l’altra mano prese una pietra bianca ed aguzza, l’afferrò saldamente e, quando fu alla giusta distanza, la lanciò  con forza contro l’eroe. Non sbagliò il tiro e colpì l’au- riga di Ettore, Cebrione, figlio bastardo del nobile Priamo, che dei cavalli teneva le redini; lo colpì in mezzo alla fronte con la pietra aguzza: la pietra spaccò i sopraccigli, l’osso non resistette, gli occhi caddero a terra nella polvere, lì, davanti ai suoi piedi; cadde dal carro ben fatto anche lui, simile a un uomo che si tuffa, e la vita lasciò le sue membra.

Beffandolo così gli dicesti, Patroclo guidatore di carri:

«Che uomo agile, come salta bene. Se fosse sul mare ricco di pesci in cerca di ostriche, ne pescherebbe tante da saziare molta gente quest’uomo, saltando giù dalla nave anche col mare in tempesta; così come ora, in terraferma, tanto agilmente salta dal carro. Anche fra i Teucri vi sono dunque degli uomini bravi a tuffarsi».

Mentre si lanciava all’assalto, lo colpì con la lancia il divino Achille, alla testa; la testa si spaccò in due, cadde l’eroe con fragore e il divino Achille disse vantandosi:

«A terra sei, figlio di Otrinteo, guerriero tremendo; qui, muori, tu che nascesti sulle rive della palude Gigea, dove sono i domini di tuo padre, vicino all’Illo ricco di pesci e all’Ermo dai gorghi profondi».

Così, trionfante, egli disse; sugli occhi dell’eroe scese la tenebra; i carri degli Achei lo straziarono sotto le ruote nelle prime file della battaglia.

E dopo di lui Achille colpì Demoleonte, figlio di Antenore, valoroso campione, lo colpì alla tempia attraverso i rinforzi dell’elmo; non resistette l’elmo di bronzo e la punta dell’arma lo trapassò con impeto spezzando l’osso: si spappolò, dentro, tutto il cervello; in pieno slancio Achille lo uccise.

E Ippodamante colpì, che era balzato dal carro e fuggiva davanti a lui, lo colpì con la lancia nel dorso; esalò l’anima l’eroe, rantolando, come muggisce un toro mentre lo tirano i giovani intorno all’altare del signore di Elice, di Poseidone che, al vederli, si rallegra nell’animo; così egli muggiva, e l’anima lasciò le sue membra.

Con la lancia in pugno Achille balzò su Polidoro divino, figlio di Priamo; non voleva che combattesse, suo padre, perché tra i suoi figli era il più giovane d’anni, il più caro e tutti, nella corsa, vinceva; anche allora, come un fanciullo, per mostrare l’agilità dei suoi piedi, correva tra i primi finché perdette la vita. Con la sua lancia lo colse in pieno Achille dai piedi veloci, mentre passava oltre, lo colpì alle spalle, dove si uniscono le fibbie d’oro della cintura e doppia è la corazza; trapassò il corpo la punta dell’arma e uscì dall’ombelico, cadde in ginocchio l’eroe con un grido e una nube l’avvolse, oscura; con le mani, cadendo, cercava di trattenere le viscere.

Gli abbracciò le ginocchia, Troo, per supplicarlo, ma lui con la spada lo colpì al fegato, il fegato schizzò fuori dal corpo e il sangue nero sgorgò riempiendo il suo grembo. Gli occhi dell’eroe si velarono d’ombra mentre esalava la vita.

E Mulio colpì da vicino, lo colse con la lancia all’orecchio e dall’altro orecchio uscì la punta di bronzo.

Con la spada dalla solida elsa colse alla testa Echeclo figlio di Agenore, la spada si intiepidì tutta di sangue. Sugli occhi dell’eroe scesero la nera morte e la Moira implacabile.

Con la punta di bronzo trapassò il braccio di Deucalione, dove si uniscono i tendini del gomito; con il braccio gravato dalla ferita, l’eroe lo aspettava, vedendo davanti la morte: e con la spada Achille lo colpì  al collo e la testa con tutto l’elmo scagliò lontano; il midollo schizzò dalle vertebre, giacque sulla terra il tronco lungo disteso.

[…] Il figlio di Peleo voleva la gloria e le sue mani in- vincibili erano lorde di sangue e di fango.

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CANTI VARI – VITA QUOTIDIANA

Resistevano essi: come un’onesta lavoratrice pone sulla bilancia dei pesi e del- la lana e la solleva in equilibrio per procurare ai suoi figli un misero guadagno; così lotta e battaglia erano pari da entrambe le parti.

Di là si riversarono i Troiani compatti, davanti a tutti era Apollo con l’egida preziosa: abbatteva il muro degli Achei senza fatica, come un fanciullo sulla riva del mare costruisce per gioco castelli di sabbia e per gioco poi li distrugge con le mani e coi piedi. Così tu, signore dell’arco, rovesciasti il muro che ai Danai era costato tanta pena e fatica e li facesti volgere in fuga.

Come quando, in un luogo solitario dove l’acqua scorre abbondante, un uomo cresce una pianta d’olivo fiorente, bella, vigorosa, coperta di fiori bianchi, che si muove al soffio dei venti; ma all’improvviso una tempesta la sradica da terra e l’abbatte al suolo; così Menelao figlio di Atreo uccise il figlio di Pantoo, Euforbo dalla forte lancia, e lo spogliò delle armi.

Incise un luogo di danze lo Zoppo famoso, simile a quello che un tempo, nella grande città di Cnosso, Dedalo costruì per Arianna dai bei capelli. Qui, giovani e fanciulle bellissime danzano tenendosi per mano; le fanciulle hanno vesti di lino sottile, i giovani tuniche ben lavorate e luccicanti di olio; esse portano belle corone, essi hanno corte spade d’oro con baltei d’argento; e corrono, ora agilmente in cerchio – come quando un vasaio, seduto, prova a mano un tornio per vedere se corre – ora gli uni verso gli altri, in fila. Una gran folla circonda festosa la danza leggiadra: e due acrobati volteggiano in mezzo, dando inizio alla festa.

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CANTO IX – STRANEZZE GASTRONOMICHE

Davanti a loro la fanciulla mise una tavola bella, liscia, con le gambe smaltate, sulla tavola pose un paniere di bronzo, dentro vi erano cipolle per accompagnare la bevanda, e poi biondo miele, e farina di orzo sacro; pose anche una coppa, stupenda, che il vecchio aveva portato da casa: era ornata di borchie d’oro e aveva quattro manici, con due colombe dorate in atto di beccare intorno a ciascuno, e due sostegni aveva, di sotto; un altro l’avrebbe spostata a fatica dal- la tavola quando era piena, ma senza sforzo la solleva- va il vecchio Nestore. In essa, la donna che somigliava a una dea mescolò il vino di Pramno, con una grattugia di bronzo grattugiò il formaggio di capra, vi sparse sopra bianca farina: preparata così la bevanda, invitò tutti a bere. Ed essi bevvero, calmando la sete ardente, e godevano di parlare fra loro.

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