Ritorno alle origini

Per le vicissitudini della vita, sto preparando un esame di Storia della lingua latina, sull’Eneide. Sto scoprendo molti aspetti della latinità che non avevo approfondito né mi avevano affascinato al liceo, o all’università. E magari ne scriverò.

Ma l’esame mi ha fatto venire voglia di andare ancora più indietro, alle origini – così mi sto rileggendo L’Iliade. Che è di una bellezza ancora più scabra e toccante di quanto ricordassi.

Ho pensato quindi di condividere qui le letture più belle. Semplicemente, senza commenti. Perché è già tutto già qui.

Se vi va, allora, prendetevi cinque minuti, in silenzio, nella tranquillità della vostra cucina o di una panchina. E lentamente percorrete ogni parola, lasciandovi scivolare indietro, ai tempi dei miti e della verità…

 

CANTO VI, ETTORE E ANDROMACA

Ettore si slanciò fuori di casa e ripercorse il cammino lungo le strade ben costruite. Attraversò l’ampia città finché giunse alle porte Scee, da dove sarebbe poi uscito nella pianura, e qui la sposa dalla ricca dote gli corse incontro, Andromaca, la figlia del grande Eezione, di Eezione che viveva sotto il Placo folto di boschi, a Tebe Ipoplacia, e regnava sulle genti cilicie; la figlia era sposa di Ettore dall’elmo di bronzo.

Gli si fece incontro, Andromaca, e insieme a lei veniva l’ancella che teneva tra le braccia il bambino, piccolo, tenero ancora, l’amato figlio di Ettore, bello come una stella. Ettore gli aveva dato nome Scamandrio, ma lo chiamavano tutti Astianatte  perché era Ettore, lui solo, che difendeva la città di Ilio.

Guardando il figlio sorrise Ettore, senza parlare. Ma Andromaca gli fu vicina piangendo, gli prese una mano e gli disse:

«Infelice, la tua forza sarà la tua rovina; non hai pietà del figlio ancora bambino e di me, sventurata, che presto resterò vedova perché gli Achei ti uccideranno tra poco, assalendoti in massa; e se ti perdo, allora è meglio che muoia anch’io; non ci sarà più conforto per me se il tuo destino si compie, solo dolore. Ho perduto mio padre e mia madre; il padre me lo uccise Achille glorioso quando distrusse la bella città dei Cilici, Tebe dalle alte porte; uccise Eezione ma ne ebbe rispetto e non gli tolse le armi, con le armi splendenti lo depose sul rogo e poi sparse la terra sul tumulo; piantarono olmi intorno le ninfe della montagna, le figlie di Zeus signore dell’egida. Sette fratelli avevo, nella reggia, e tutti, nello stesso giorno, scesero all’Ade: tutti li uccise il divino Achille dai piedi veloci, mentre sorvegliavano i buoi dalla lenta andatura e le candide pecore. Mia madre, che sotto il Placo boscoso era regina, la condusse qui con tutti i suoi beni, poi la liberò a prezzo di ingente riscatto, ma Artemide, signora dell’arco, nella dimora di mio padre la uccise.
Tu, Ettore, tu mi sei padre e madre e fratello e sei anche il mio giovane sposo: abbi pietà di me, resta qui sulla torre, non fare del figlio un orfano, di me una vedova; ferma l’esercito vicino al fico selvatico, dove è più facile attaccare la città, salire sulle mura. Per tre volte sono venuti a tentare l’assalto gli Achei più forti, gli Aiaci, Idomeneo glorioso, gli Atridi e il grande figlio di Tideo, spinti da qualche profezia o guidati dal loro stesso coraggio».

Le rispose allora il grande Ettore dall’elmo splendente:

«Donna, so anch’io tutto questo; ma terribile è la vergogna che provo davanti ai Troiani, alle Troiane dai lunghi pepli se, come un vile, mi tengo lontano dalla battaglia; me lo impedisce il mio cuore, perché ho imparato ad essere forte, sempre, e a combattere con i Troiani in prima fila, per la gloria di mio padre e per la mia gloria. Io lo so bene nel cuore e nell’animo: verrà il giorno in cui perirà la sacra città di Ilio e con essa Priamo e la gente di Priamo dalla lancia gloriosa. Ma al dolore dei Troiani io non penso, non penso ad Ecuba, al re Priamo, ai miei valorosi fratelli che cadranno nella polvere uccisi dai nemici. Io penso a te, a quando qualcuno degli Achei vestiti di bronzo ti priverà della tua libertà e ti trascinerà via in lacrime; a quando in Argo dovrai tessere stoffe per un’altra donna o porterai acqua dalle fonti di Messeide o di Iperea, contro il tuo volere, costretta dalla dura necessità; e forse qualcuno dirà vedendoti piangere: “È la sposa di Ettore che fra i Troiani domatori di cavalli era il più forte quando si combatteva intorno a Ilio”. Così diranno un giorno: e sarà un nuovo dolore per te, privata di un uomo che avrebbe potuto tenerti lontano il giorno della schiavitù. Ma possa io morire, possa ricoprimi la terra prima che ti sappia trascinata in schiavitù, prima che debba udire le tue grida».

Così disse Ettore glorioso e verso il figlio tese le braccia. Ma si piegò il bambino contro il petto della bella nutrice, gridando impaurito alla vista del padre, atterrito dal bronzo, dal pennacchio dell’elmo che sulla cima vedeva ondeggiare, tremendo. Sorrisero entrambi il padre e la madre; ed Ettore glorioso si tolse dal capo l’elmo splendente deponendolo a terra; poi prese tra le braccia il figlio, lo baciò e a Zeus e agli altri dei rivolse questa preghiera:

«Zeus, e voi divinità del cielo, fate che questo mio figlio sia come me, che si distingua fra i Teucri per forza e valore, che regni sovrano su Ilio. E vedendolo tornare dalla battaglia un giorno qualcuno dirà: “È molto più forte del padre”. Lui tornerà portando le spoglie insanguinate dei nemici uccisi e la madre ne sarà lieta in cuore».

Così disse e mise il figlio tra le braccia della sua sposa che lo accolse sul petto odoroso, e sorrideva, piangendo; ebbe pietà di lei l’eroe che, accarezzandola, disse:

«Infelice anche tu, non affliggerti troppo nel cuore; nessuno potrà gettarmi nell’Ade contro il destino; io ti dico che nessun uomo può sfuggire alla sorte, sia valoroso, sia vile, una volta che è nato. Ma ora va a casa e torna alle tue occupazioni, al fuso e al telaio e alle ancelle ordina di badare al lavoro; alla guerra penseranno gli uomini, tutti gli uomini di Ilio, ed io più di ogni altro».

Così disse Ettore glorioso e sollevò l’elmo dalla chioma equina; si avviò verso casa la sposa, andava voltandosi indietro e piangeva a dirotto.

Quando giunse alla bella dimora di Ettore uccisore di uomini, trovò dentro le ancelle e in tutte suscitò desiderio di pianto. Piangevano Ettore, vivo, nella sua casa; poiché non pensavano che sarebbe riuscito a sfuggire alle forti mani dei Danai e a ritornare indietro dalla battaglia.

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CANTO VIII, LA DISFATTA DEGLI ACHEI

Così Ettore parlava, e i Troiani applaudirono; staccarono dal giogo i cavalli coperti di sudore, li legarono con cinghie di cuoio ciascuno accanto al suo carro; dalla città portarono in fretta buoi e pecore grasse, e dolce vino e pane dalle loro case, e raccolsero molta legna; dalla pianura il vento portava fino al cielo l’odo- re dei sacrifici.

Per tutta la notte sul campo stettero, pieni d’orgoglio, e arsero fuochi a migliaia; come quando in cielo, intorno alla luna splendente, brillano luminose le stelle quando nell’etere c’è calma di vento: e all’improvviso tutte le vette dei monti appaiono e le cime più alte e le valli; si è aperto, in alto, il cielo infinito, tutti gli astri si vedono, e il pastore gioisce nell’animo; così, tra le navi e le acque dello Scamandro, brillavano i fuochi accesi dai Teucri davanti a Ilio; a migliaia ardevano nella pianura e intorno a ciascuno cinquanta uomini stavano, al bagliore della fiamma ardente. E intanto, vicino ai carri, i cavalli si cibavano di orzo bianco e di spelta e attendevano l’Aurora dal bellissimo trono.

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CANTO IX, L’AMBASCIATA AD ACHILLE

Non ha tribù né legge né focolare colui che ama gli orrori della guerra civile.

Niente, per me, valgono […] i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai; non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa; si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere; ma la vita dell’uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti.

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CANTO XIV – LA BATTAGLIA ALLE NAVI 2 (L’INGANNO DI ERA)

Si avviò verso il talamo che costruì per lei Efesto suo figlio, adattando agli stipiti, con chiave segreta, le solide porte che nessun altro dio poteva aprire. Appena entrata, la dea richiuse i luminosi battenti. E, per prima cosa, con ambrosia deterse e purificò il suo corpo bellissimo, poi lo unse con olio soave, profumato, odoroso: se agitava quest’olio nella dimora di Zeus dalla soglia di bronzo, esso inondava il cielo e la terra. Lo sparse sul corpo bellissimo, poi pettinò i capelli intrecciando con le mani le splendide ciocche, i bei riccioli profumati che ricadevano dal suo capo immortale. Indossò la veste divina che Atena fece per lei ponendovi molti ornamenti, e la chiuse sul petto con fibbie dorate. Si cinse con una cintura ornata da cento frange, e ai lobi forati appese orecchini con tre perle rotonde che risplendevano di grazia infinita. Il capo avvolse, la divina fra le dee, in un velo nuovo, bellissimo, fulgido come la luce del sole; ai bei piedi legò dei sandali belli. E quando ebbe così ornata la sua persona, uscì dal talamo la dea, chiamò Afrodite in disparte dagli altri immortali e le disse:

«Farai ciò che ti dico, figlia, o ti rifiuterai, irata nel cuore perché io proteggo gli Achei e tu invece i Troiani?».

Le rispose Afrodite, figlia di Zeus:

«Era sovrana, figlia del grande Crono, dimmi quello che vuoi. A esaudirti mi spinge l’animo, se è in mio potere e se è possibile farlo».

Le disse la nobile dea che tramava un inganno:

«Dammi, oggi, desiderio e amore, con cui tu vinci tutti, mortali e immortali. Ai confini della terra feconda io vado per visitare Oceano, padre di tutti gli dei, e la madre Teti, che nella loro dimora mi hanno nutrita  e allevata accogliendomi dalle mani di Rea al tempo in cui Zeus dalla voce tonante cacciò Crono sotto la terra e il mare profondo; vado a trovarli e a mettere fine alla loro eterna contesa; da molto tempo ormai non divi- dono più il letto, non fanno l’amore, da quando l’ira è discesa nel loro cuore. Ma se con le mie parole io li persuado, se al letto li riconduco perché insieme si uniscano, da loro sarò amata e onorata per sempre».

Le rispose allora Afrodite dal dolce sorriso:

«Non posso e non devo negarti ciò che mi chiedi: a te, che dormi tra le braccia del dio supremo».

Disse così, e sciolse dal petto la fascia, ricamata e variopinta, dov’erano racchiusi tutti gli incanti; vi erano amore, desiderio, dolci parole e la seduzione che rapisce la mente dell’uomo più saggio; la pose, Afrodite, nelle mani di Era, e chiamandola per nome le disse:

«Prendi, mettiti al petto questa fascia dai mille colori, che racchiude tutti gli incanti; e io ti dico che non tornerai senza aver ottenuto quello che nel tuo cuore desideri».

Così parlò, sorrise la dea dai bellissimi occhi e sorridendo si mise al petto la fascia.

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CANTO XVII – LA LOTTA PER PATROCLO (I CAVALLI DI ACHILLE)

Ma intanto, lontani dalla battaglia, i cavalli di Achille piangevano, dopo che videro il loro auriga cadere, colpito da Ettore; più volte Automedonte, il forte figlio di Diore, li sfiorava con l’agile frusta, e ora li blandiva, ora li minacciava: ma verso le navi, al vasto Ellesponto, non volevano più ritornare, e neppure in battaglia insieme agli Achei; come immobile stele sulla tomba di un uomo morto, o di una donna, così stavano, immobili, con il loro carro bellissimo, le teste sfioravano il suolo; rimpiangevano il loro auriga e dagli occhi cadevano a terra, brucianti, le lacrime; si insozzava la folta criniera che, sfuggendo al collare, ricadeva sul giogo dall’una e dall’altra parte.

Li vide piangere il figlio di Crono, ne ebbe pietà e scuotendo il capo disse fra sé:

«Cavalli infelici, perché mai vi ho donato al re Peleo, a un uomo mortale, voi che non conoscete né vecchiaia né morte? Forse perché vi toccasse soffrire fra gli umani infelici? Nulla più dell’uomo è da compiangere, nulla di ciò che sulla terra respira e cammina. No, non sarà trasportato da voi, Ettore figlio di Priamo, né da voi né dal carro splendente; non lo permetterò; è abbastanza che abbia le armi e se ne vanti. […]».

Disse così, e ai cavalli infuse forza e vigore; dalla criniera scossero a terra la polvere e rapidamente portarono il carro veloce in mezzo ai Troiani e agli Achei.

CANTO XXII:

Io non lo dimenticherò [Patroclo] finché sarò tra i vivi e avrò la forza di camminare. E se è vero che nell’Ade ci si scorda dei morti, io, anche laggiù, ricorderò l’amico carissimo

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CANTO XVIII- LE ARMI DI EFESTO (IL DOLORE DI ACHILLE)

«Ahimè, figlio del valoroso Peleo, un fatto tremendo ti annuncio, che mai avrebbe dovuto accadere; è morto Patroclo, si combatte intorno al suo corpo, nudo: le armi le ha Ettore dall’elmo splendente».

Così disse, e una nera nube di dolore avvolse l’eroe; con entrambe le mani prese la cenere arsa e se la sparse sul capo, sfigurando il bellissimo volto; cenere nera copriva la tunica profumata; nella polvere giaceva lui stesso, lungo disteso, e con le mani insozzava e strappava i capelli. Le schiave, che Achille e Patroclo conquistarono in guerra, uscite di corsa dalle tende circondarono l’intrepido eroe: con l’animo afflitto gettavano alte grida, si battevano il petto e le ginocchia si piegavano, a tutte. Dall’altra parte Antiloco si lamentava piangendo e teneva le mani di Achille, che singhiozzava dal profondo del cuore; temeva che con un’arma l’eroe si tagliasse la gola. […]

Che io muoia anche subito, poiché non ho potuto aiutare l’amico, quando fu ucciso; lontano dalla patria è morto ed io non gli ero accanto per proteggerlo dalla sciagura. […]

Se qualcuno di voi amici vuole darmi ascolto, io vi prego, non chiedetemi di saziarmi con cibo e bevande ora che un tremendo dolore mi penetra l’animo. Fino al tramonto del sole voglio aspettare, saprò resistere».

Disse così e mandò via tutti i re; solo i figli di Atreo rimasero e Odisseo glorioso, Nestore e Idomeneo e il vecchio Fenice, guidatore di carri, per consolare il suo tremendo dolore. Ma non trovava conforto il cuore di Achille, prima di immergersi nel gorgo della  battaglia cruenta. E, ricordando, l’eroe sospirava e diceva:

«Anche tu un tempo, infelice, amico amatissimo, anche tu nella tenda, sollecito, mi preparavi il pasto squisito, allora, quando gli Achei contro i Troiani domatori di cavalli conducevano la guerra dolorosa. Ora tu giaci con il corpo straziato e il mio cuore rifiuta cibo e bevande, che pure non mancano, per il rimpianto di te. No, io non patirò un dolore più grande, neppure se venissi a sapere che è morto mio padre, lui che oggi a Ftia versa lacrime amare per la mancanza del figlio: ma il figlio in terra straniera si batte contro i Troiani per Elena, donna funesta; o se sapessi la morte del figlio mio che cresce a Sciro, se pure è ancora vivo Neottolemo, simile a un dio. Prima d’ora speravo nel cuore che solo io sarei morto qui a Troia, lontano da Argo ricca di cavalli e che tu saresti tornato a Ftia per riportare da Sciro mio figlio, sulla nera nave veloce, e mostrare a lui tutto il mio regno, le mie ricchezze ed i servi e la grande dimora dagli alti soffitti. Perché io credo che Peleo è morto, ormai, oppure, se ha ancora un soffio di vita, soffre, oppresso dall’odiosa vecchiaia mentre attende la dolorosa notizia, l’annuncio della mia morte».

Così diceva piangendo, piangevano intorno i condottieri ricordando ciò che lasciarono nelle loro dimore.

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CANTO XX – IL RITORNO DI ACHILLE (GUERRA E PAROLE)

Tale è la stirpe, tale il sangue di cui mi vanto. Ma il valore degli uomini Zeus lo fa grande e piccolo, come gli piace: immenso è il suo potere. Non restiamo qui, ora, a parlare come bambini,  in mezzo alla mischia e alla carneficina.

Molte ingiurie possiamo lanciare entrambi, non ne sosterrebbe il peso una nave di cento rematori. Sciolta è la lingua degli uomini e molte parole diverse conosce, un pascolo ricco di nomi in un senso e nell’altro e qualunque  parola tu dica, ne udrai in risposta una simile. Ma perché dobbiamo altercare così scambiandoci insulti e minacce, come donne infuriate che, in aspro litigio, scendo- no nella pubblica via e lanciano l’una all’altra molte accuse, vere e non vere, così come l’ira comanda? Non mi distoglierai dalla lotta con le parole, prima che io ti abbia affrontato con la lancia in pugno. È ora di misurarci al più presto l’uno con l’altro con le nostre armi di bronzo.

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CANTO XX & XXII – IL RITORNO DI ACHILLE & LA MORTE DI ETTORE

«Figlio di Peleo, non pensare di spaventarmi a parole, come fossi un bambino […]. So che sei forte ed io sono molto inferiore: tuttavia anche questo riposa sulle ginocchia dei numi, e io forse, anche se meno forte di te, ti toglierò la vita con la mia lancia: anch’essa ha la punta acuta».

Già [Achille] si era mosso verso la città, superbo, con lo slancio di un cavallo vincitore nella corsa coi carri, che vola, a galoppo disteso, attraverso la pianura; così Achille correva, muovendo rapidamente piedi e ginocchia.

Il vecchio Priamo fu il primo a vederlo mentre avanzava nella pianura splendido come l’astro che sorge in autunno, Sirio che brilla di fulgida luce nel cuore della notte in mezzo a miriadi di stelle; lo chiamano il cane di Orione ed è il più luminoso ma la sua luce è segno funesto, presagio di febbri violente per gli infelici mortali; così brillavano le armi di bronzo sul petto dell’eroe mentre correva.

Con un gemito il vecchio re alzò le braccia al cielo e con le mani si percosse il capo mentre, tra alti singhiozzi, supplicava il figlio; ma lui davanti alle porte, immobile, irremovibile, ardeva dal desiderio di battersi con Achille.

Tendendo le mani il vecchio gli diceva con voce pietosa:

«Non aspettarlo, Ettore, figlio mio, non aspettare quell’uomo, tu, solo, lontano dagli altri, se non vuoi che il tuo destino si compia tra breve per mano del figlio di Peleo; è molto più forte di te quell’uomo crudele. Se gli dei lo amassero come io lo amo! Cani e avvoltoi divorerebbero il suo cadavere e il mio tremendo dolore ne avrebbe sollievo; perché lui mi ha privato di tanti valorosi figli, che ha uccisi o venduti in terre lontane. […]

Rientra fra le mura, figlio mio, per la salvezza degli uomini e delle donne di Troia, non dare questa grande gloria al figlio di Peleo, non perdere la vita. E abbi pietà di me, infelice, sventurato e tuttavia ancora cosciente: al limite estremo della vecchiaia, per volontà di Zeus, morirò di morte crudele dopo aver visto orrori infiniti, figli uccisi, figlie condotte in schiavitù, letti nuziali devastati, teneri bimbi scagliati a terra nello spaventoso massacro, nuore trascinate dalle mani degli Achei maledetti. E io stesso, infine: davanti alle porte qualcuno mi colpirà, da vicino o da lontano, con la sua lancia acuta, e mi toglierà la vita; davanti alle porte mi dilanieranno i cani inferociti, i cani che ho nutrito nella mia reggia, alla mia tavola, perché fossero di guardia alle porte: essi berranno il mio sangue e poi si sdraieranno, furenti, nell’androne […]».

Così diceva il vecchio e con le mani tirava e strappava dalla testa i bianchi capelli. Ma Ettore non lo ascoltava. Anche la madre si lamentava piangendo. Con una mano si sciolse la veste, con l’altra sollevò il seno e tra le lacrime pronunciò queste parole:

«Ettore, figlio mio, rispetta questo seno; e abbi pietà di me che te lo offrivo un tempo per calmare il tuo pianto; ricordalo, figlio mio e respingi il nemico restando dentro le mura, al riparo, non affrontarlo in campo. È un uomo crudele; se ti ucciderà non potrò piangerti sul letto funebre, io che ti ho messo al mondo, figlio, e neppure la sposa dalla ricca dote. Molto lontano da noi, presso le navi dei Danai, ti divoreranno i cani veloci».

Così parlavano al figlio, piangendo e supplicando.

Ma Ettore non li ascoltava.

Lui aspettava il gigantesco Achille che si faceva sempre più vicino. Come un serpente sui monti, appostato presso la tana, aspetta l’uomo; gonfio di veleni e in preda a una furia tremenda, avvolge le sue spire intorno alla tana, lanciando sguardi terribili; così Ettore, pieno di inestinguibile ardore, non arretrava di un passo, lo scudo luminoso appoggiato a una sporgenza del muro. Con l’animo turbato diceva però a se stesso, al suo cuore generoso:

«Ahimè, se passo le porte e rientro tra le mura, Polidamante mi coprirà di ingiurie per primo, lui che mi consigliava di guidare i Troiani verso la città quella notte, la notte di sventura in cui è riapparso il divino Achille. Ma io non l’ho ascoltato; eppure sarebbe stato meglio. Ora che, per la mia follia, ho condotto l’esercito alla rovina, provo vergogna davanti ai Troiani e alle Troiane dalle lunghe vesti; temo che un giorno qualcuno, inferiore a me, possa dire: Ettore si è fidato della sua forza e ha rovinato il suo popolo. Questo diranno. E allora è molto meglio per me affrontare Achille e ritornare dopo averlo ucciso, o essere ucciso da lui, ma con gloria, davanti alla mia città.

E se invece depongo lo scudo convesso e l’elmo pesante, se appoggio al muro la lancia e vado incontro al nobile Achille, se gli prometto di restituire agli  Atridi Elena e con lei tutti i tesori, tutti quelli che Alessandro portò a Troia sulle concave navi – e fu l’inizio della contesa –, se prometto di far parte agli Achei di tutto ciò che possiede questa città, facendo giurare agli anziani di Troia di non nascondere nulla, ma di dividere tutti i beni che la nostra bella città racchiude fra le sue mura… Ma che cosa mi suggerisce il mio animo? Se gli vado incontro, non avrà certo pietà di me, né rispetto,  e se depongo le armi mi ucciderà così, nudo e inerme come una donna. No, non è il momento di parlare del più e del meno come fanno i giovani con le fanciulle e le fanciulle con i giovani nei loro colloqui d’amore. Meglio lo scontro, subito; vedremo a chi dei due il re dell’Olimpo vorrà dare la gloria».

Pensava così mentre aspettava, e già Achille gli era vicino, simile ad Ares, l’audace dio della guerra: alta sulla spalla destra brandiva la lancia terribile, costruita col frassino del monte Pelio; tutto intorno il bronzo splendeva, di un bagliore simile a quello del fuoco che brucia o al sole che sorge.

Ettore lo vide e fu preso dal terrore. Non poté più aspettare, lasciò le porte dietro di sé e si diede alla fuga; e il figlio di Peleo si lanciò a inseguirlo, con tutta la forza delle sue gambe.

Come quando sui monti un falco – il più veloce fra gli uccelli – piomba di slancio su una colomba tremante, ma essa gli sfugge, e lui da vicino la incalza con acute strida, avido di catturarla; così Achille, furente, volava dritto su Ettore, ed Ettore fuggiva atterrito sotto le mura di Troia, muovendo rapidamente le gambe.

[…] Passano oltre correndo, uno fugge, l’altro, dietro, lo insegue. Colui che davanti fugge è un valoroso, ma più valoroso ancora è colui che lo insegue veloce, e la posta in gioco non è una vittima o una pelle di bue, che vengono date in premio nelle gare di corsa: si corre per la vita di Ettore, il domatore di cavalli.

Come quando i cavalli dai solidi zoccoli, campioni di corsa, girano velocemente intorno alla meta: in palio c’è un premio di valore, un tripode o una schiava, per onorare un guerriero caduto; così essi, con le ali ai piedi, per tre volte girarono intorno alla città di Priamo.

[…] Così, nel sogno, non riusciamo a inseguire chi fugge. Chi fugge non riesce a fuggire, chi insegue non riesce a inseguire. Così Achille non riusciva a raggiunge- re Ettore, Ettore non riusciva a sfuggire ad Achille.

[…] Ma quando per la quarta volta raggiunsero le fontane, allora il padre Zeus spiegò la bilancia d’oro e vi pose due destini di morte dolorosa, uno di Achille, l’altro di Ettore, domatore di cavalli; poi la prese nel mezzo e la sollevò: il giorno fatale di Ettore declinò precipitando verso l’Ade e in quel momento Apollo lo abbandonò.

E invece Atena […] raggiunse il glorioso Ettore, simile in tutto a Deifobo, uguale l’aspetto, uguale la voce so- nora. E quando gli fu vicina, gli rivolse queste parole:

«Fratello mio, ti sfinisce davvero la violenza di Achille, che ti insegue con i suoi piedi veloci intorno alla città di Priamo; ma ora fermiamoci e aspettiamolo per affrontarlo».

[…] Andarono l’uno verso l’altro gli eroi, e quando furono vicini il grande Ettore dall’elmo splendente disse per primo:

«Non fuggirò più davanti a te, figlio di Peleo, come prima quando per tre volte ho corso intorno alla grande città di Priamo e non avevo animo di aspettare il  tuo assalto. Adesso invece sento in me il coraggio di starti di fronte: ti ucciderò o mi ucciderai. Ora però giuriamo davanti agli dei, che saranno i testimoni migliori e i garanti del nostro patto: io non strazierò il  tuo corpo in modo indegno se Zeus mi concederà di vincere e di toglierti la vita; ti spoglierò delle tue armi gloriose, Achille, ma il tuo corpo lo restituirò agli Achei. Anche tu restituisci il mio».

Guardandolo con odio gli rispose Achille dai piedi veloci:

«Ettore, dannato, non parlarmi di patti. Non esistono accordi fedeli tra uomini e leoni, e lupi e agnelli non hanno animo eguale: la discordia è fra loro, per sempre. Così anche fra me e te amicizia non vi sarà mai, non vi saranno patti fra noi prima che l’uno o l’altro muoia e sazi con il suo sangue Ares, l’indomabile dio della guerra. Fa appello al tuo valore; è adesso che devi mostrarti un audace e valoroso guerriero. Non hai più scampo perché Pallade Atena e la mia lancia ti abbatteranno; pagherai in una volta sola il lutto per i compagni che hai ucciso con la furia della tua lancia».

Disse così, e dopo averla bilanciata scagliò l’asta dalla lunga ombra; ma il glorioso Ettore la vide arrivare e la schivò; la vide prima e si piegò su se stesso: l’arma di bronzo gli volò sopra conficcandosi a terra e Pallade Atena la divelse e la restituì ad Achille. Ma Ettore, condottiero di eserciti, non se ne accorse […].

Dopo averla bilanciata, scagliò l’asta dalla lunga ombra. Colpì il figlio di Peleo in mezzo allo scudo, senza sbagliare; ma lo scudo respinse la lancia lontano. Ettore si irritò perché il colpo veloce era fuggito invano dalle sue mani; rimase lì, turbato: non aveva un’altra lancia di frassino. Chiamò allora a gran voce Deifobo dallo scudo lucente, gli chiedeva una lunga lancia. Ma Deifobo non gli era più accanto. Allora Ettore comprese in cuor suo e disse:

«Ahimè, la morte è sicura, gli dei mi hanno chiamato. Credevo di avere Deifobo accanto a me, ma lui è dentro alle mura, Atena mi ha ingannato. Ora la morte crudele non è più lontana, è qui, vicino a me, non la posso evitare; questo era, da tempo, il volere di Zeus e di suo figlio, il signore dei dardi, che pure una volta mi proteggevano  benevolmente.  Ora  mi  ha  raggiunto il destino. E tuttavia non voglio morire senza lotta e senza gloria, voglio fare qualcosa di grande che sia tramandato anche agli uomini che verranno».

Disse così, ed estrasse la spada affilata, lunga e pesante, che portava sospesa al fianco, si raccolse su di sé e prese lo slancio, simile a un’aquila dall’alto volo che attraverso le nuvole oscure punta sulla pianura per rapire un tenero agnello o una timida lepre. Così Ettore si lanciò agitando la spada affilata.

Achille si lanciò a sua volta con l’animo pieno di fu- ria selvaggia: gli copriva il petto lo scudo, luminoso, bellissimo, oscillava sul capo l’elmo splendente, a quattro punte, volteggiava intorno la bella criniera d’oro che Efesto aveva fatto ricadere, folta, intorno al cimiero.

Come la stella della sera che sale tra le altre stelle nel cuore della notte – Espero, l’astro più bello dell’universo – così splendeva la punta acuta della lancia che Achille impugnava nella destra meditando la morte di Ettore glorioso e spiando sul suo bel corpo il punto più vulnerabile.

Tutto il corpo di Ettore era coperto dalle armi di bronzo, le belle armi che aveva tolto al forte Patroclo dopo averlo ucciso. Ma là dove la clavicola separa il collo dalle spalle – la gola – quel punto era scoperto. Quella è per la morte la via più breve: là il divino Achille colpì con la lancia Ettore che gli si scagliava contro. La punta trapassò da parte a parte il collo delicato, ma la pesante arma di bronzo non recise la tra- chea così che egli poteva proferire ancora qualche parola. Cadde nella polvere. […]

Gli rispose in un soffio Ettore dall’elmo splendente:

«Per la tua vita, per le tue ginocchia, per i tuoi genitori io ti supplico: non lasciare che i cani mi divorino presso le navi dei Danai; accetta il bronzo, l’oro, quanto ne vuoi, accetta i doni che ti offriranno mio padre e mia madre, ma restituisci il mio corpo perché lo portino a casa, perché i Troiani e le loro spose lo consegnino alle fiamme del rogo».

Gli rispose, guardandolo con odio, Achille dai piedi veloci:

«Non supplicarmi, cane, né per le ginocchia né per i genitori. Ira e furore mi spingerebbero a farti a pezzi e divorare la tua carne cruda, tanto è il male che mi hai fatto. Nessuno potrà tenere i cani lontano da te, nemmeno se mi portassero qui e mi posassero davanti un riscatto dieci, venti volte più grande e altrettanto me ne promettessero, nemmeno se Priamo, figlio di Dardano, volesse pagarti a peso d’oro. No, la tua nobile madre non ti deporrà sul letto funebre, non potrà piangerti, lei che ti ha dato la vita. Cani e uccelli divoreranno il tuo corpo».

Gli rispose, mentre moriva, Ettore dall’elmo splendente:

«Basta vederti, per capire, piegarti non era possibile: hai nell’animo un cuore di ferro. Ma bada che io non diventi per te causa dell’ira divina nel giorno in cui Paride e Febo Apollo ti daranno la morte alle porte Scee, anche se sei valoroso».

Aveva appena parlato e la morte lo avvolse, l’anima abbandonò il corpo e volò verso l’Ade piangendo il suo destino, la forza e la giovinezza perdute.

[…] Intanto preparava per Ettore un oltraggio indegno. Nella parte posteriore dei piedi forò i tendini, tra caviglia e tallone, vi passò delle corregge e le legò al carro, lasciando che la testa fosse trascinata per terra. Poi salì sul carro portando le armi famose e con un colpo di frusta stimolò i cavalli che di slancio presero il volo.

Una nuvola nera si leva intorno al corpo trascinato,  i capelli bruni si spargono intorno, nella polvere giace la testa che prima era così bella e che ora Zeus ha abbandonato ai nemici perché le rechino oltraggio nella sua stessa patria.

La testa era tutta coperta di polvere. E la madre, quando vide il figlio, diede un alto grido, gettò lontano il velo splendente e si strappava i capelli; scoppiò in singhiozzi dolorosi il padre, e tutti intorno, per la città, si abbandonavano al pianto e ai lamenti. Era come se la città intera, era come se l’alta città di Ilio bru- ciasse dalle fondamenta.

A stento gli uomini trattenevano il vecchio, che, fuori di sé, smaniava per uscire dalle porte di Dardano. Rotolandosi per terra supplicava tutti e a ciascuno si rivolgeva chiamandolo per nome:

«Non datevi pena per me, amici, lasciate che io esca dalla città solo, lasciate che vada alle navi dei Danai. Voglio supplicare quell’uomo arrogante e violento se mai abbia rispetto dell’età, pietà della vecchiaia; anche lui ha un padre, Peleo, che lo ha messo al mondo e lo ha allevato per la rovina di Troia e per la mia sventura; perché a me soprattutto ha dato dolore, tanti sono i figli che mi ha ucciso, tutti nel fiore degli anni. Ma, pur soffrendo per loro, non li piango tanto quanto piango quell’unico – Et- tore – per cui provo uno strazio acuto che mi farà scendere all’Ade. Fosse morto almeno fra le mie braccia; avremmo potuto saziarci di lacrime e pianto sua madre, infelice, che gli ha dato la vita, e io stesso».

Così diceva piangendo, e  intorno  singhiozzavano gli uomini.

Tra le donne intanto Ecuba diede inizio al  lamento:

«Figlio mio, me sventurata! Come potrò vivere dopo questa spaventosa sciagura, dopo la tua morte? Tu che, giorno e notte, eri il mio orgoglio,nella città, e una difesa per tutti gli uomini e le donne di Troia; come un dio ti accoglievano ed eri per loro una gloria immensa quando eri vivo. Ora il destino di morte ti ha raggiunto».

Così diceva, piangendo.

Ma la sposa di Ettore nulla ancora sapeva. Nessun messaggero fidato era venuto ad annunciarle che fuori dalle porte era rimasto il suo sposo.

Lei tesseva una tela – nel cuore dell’alto palazzo – una tela di porpora, doppia, e vi ricamava ogni sorta di fiori. Aveva ordinato alle ancelle dai bei capelli di mettere al fuoco un grande tripode perché Ettore trovasse caldi lavacri al ritorno dalla battaglia. Non sapeva ancora che, molto lontano dai suoi lavacri, Atena, la dea dagli occhi azzurri, lo aveva ucciso per mano di Achille.

Udì singhiozzi e gemiti che venivano dalla torre. Fu scossa da un tremito, a terra le cadde la spola. E subito disse alle schiave dai bei capelli:

«Due di voi mi seguano, andiamo! Voglio vedere che cosa è accaduto. Ho udito la voce della mia nobile suocera e il cuore nel petto mi è balzato fino alle labbra, le mie ginocchia si piegano. Una sventura incombe sui figli di Priamo. Non vorrei sentirmi annunciare questa notizia, ma temo, temo che Achille divino abbia tagliato fuori dalla città il valoroso Ettore – solo – e che lo insegua nella pianura e riesca a stroncare quell’audacia indomabile che lo possiede: perché lui non resta mai in mezzo agli altri guerrieri ma è sempre avanti a tutti e tutti supera col suo coraggio».

Disse così e si slanciò fuori dalle sue stanze come una pazza, il cuore in tumulto; andavano, insieme a  lei, le ancelle. Quando giunse alla torre, in mezzo alla folla, si arrestò sulle mura guardando intorno. E lo vide, trascinato davanti alla città. I cavalli veloci lo portavano, indegnamente, verso le concave navi dei Danai.

Una notte cupa le scese sugli occhi, cadde all’indietro, priva di sensi. Scivolarono dal capo i nastri lucenti, il diadema, la cuffia con la benda intrecciata e il velo, il velo che le aveva donato la bionda Afrodite il giorno in cui Ettore dall’elmo splendente la condusse sposa dalla reggia di Eezione, dopo aver offerto per lei doni infiniti.

Le cognate le si affollarono intorno e la sostennero, esanime per il dolore. E quando fu tornata in sé ed ebbe ripreso il respiro, in mezzo alle donne di Troia disse scoppiando in un pianto dirotto:

«Ettore, me sventurata! Siamo nati con lo stesso destino, entrambi, tu a Troia nella reggia di Priamo, io a Tebe sotto il Placo coperto di boschi, nel palazzo di Eezione che mi allevò da bambina, padre infelice di un’infelice. Vorrei non essere nata. Ora tu te ne vai sotto terra, nelle profonde dimore di Ade, e lasci me vedova nella tua casa, immersa nel più tremendo dolore. Il figlio che abbiamo messo al mondo tu ed io, sventurati, è piccolo ancora; non gli sarai di sostegno, Ettore, perché sei morto, né lui potrà esserlo a te. Anche se riuscirà a sopravvivere alla dolorosa guerra dei Danai, in avvenire soffrirà sempre pene e dolori; altri gli porteranno via i suoi averi. Il giorno in cui rimane orfano, il fanciullo perde gli amici; è sempre a occhi bassi, le guance rigate di lacrime; spinto dal bisogno si rivolge ai compagni del padre, tira il mantello a uno, la tunica all’altro; alcuni hanno pietà e gli offrono per un momento la coppa, tanto da bagnargli le labbra, non il palato. E chi ha padre e madre lo scaccia dal banchetto, lo percuote e  lo copre di insulti: va via, tuo padre non siede insieme con noi. Piangendo torna dalla madre vedova il fanciullo, Astianatte, lui che prima, sulle ginocchia del padre, si nutriva solo di midollo e di grasso di montone; e quando, finiti i giochi, lo prendeva il sonno, dormiva nel suo letto tra le morbide coltri, nelle braccia della nutrice, con il cuore sazio di gioia. Ma ora che ha perduto il padre, molto dolore attende colui che i Troiani chiamavano “il signore della città”, perché eri tu solo a difendere le porte e le alte mura. Tu che adesso, accanto alle concave navi, lontano dai tuoi genitori, sarai preda dei vermi, dei cani che si sazieranno di te divorando il tuo corpo, nudo.

E nella reggia vi sono abiti di raffinata bellezza, tessuti da mani di donna. Io li getterò tutti nel fuoco ardente, non per te, che non potrai esservi avvolto, ma per la tua gloria davanti agli uomini e alle donne di Troia».

Così diceva, piangendo. Singhiozzavano, intorno, le donne.

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CANTO XXIV – IL RISCATTO DI ETTORE

Priamo scese a terra dal carro, lasciò Ideo a sorvegliare muli e cavalli e si diresse alla tenda dove sedeva Achille, amato da Zeus; lo trovò che era solo […]. Entrò il gran re, senza essere visto, e quando fu accanto ad Achille gli abbracciò le ginocchia e gli baciò le mani, le mani terribili che tanti figli gli avevano ucciso. Come quando un’acuta follia travolge un uomo, che in patria ha commesso omicidio e si rifugia in terra straniera, nella casa di un uomo ricco, e coloro che lo vedono restano attoniti; così Achille restò stupefatto nel vedere Priamo simile a un dio […] e Priamo si rivolse a lui con parole di supplica:

«Ricordati di tuo padre, divino Achille, tuo padre che ha la mia stessa età ed è alle soglie della triste vecchiaia; e quelli che vivono intorno forse lo insidiano e non c’è chi lo difenda dalla sventura e dalla rovina. Ma lui, almeno, si rallegra in cuor suo sentendo che tu sei vivo, e di giorno in giorno spera di rivedere suo figlio di ritorno da Troia. Ma la mia sventura è immensa: ho messo al mondo valorosi figli nella grande città di Troia e di loro non me n’è rimasto nessuno; cinquanta ne avevo, quando giunsero i figli dei Danai; diciannove erano figli di una sola madre, gli altri nacquero da altre donne nella mia reggia; a molti di loro Ares ardente ha tolto la vita; l’unico che mi restava, colui che proteggeva la città e i cittadini – Ettore – tu l’hai ucciso mentre difendeva la patria; è per lui che io vengo ora alle navi dei Danai, per riscattarlo, e porto doni infiniti. Abbi rispetto degli dei, Achille, e abbi pietà di me, ricordando tuo padre; io sono ancora più sventurato, io che ho osato – come nessun altro fra i mortali su questa terra – portare alle labbra le mani dell’uomo che ha ucciso mio figlio».

Così parlò Priamo, e in Achille fece sorgere il desiderio di piangere per suo padre; prese il vecchio per mano e lo scostò da sé, dolcemente; tutti e due ricordavano: Priamo, ai piedi di Achille, piangeva per Ettore uccisore di uomini, e Achille piangeva per suo padre e piangeva anche per Patroclo: alto si levava, dentro la tenda, il lamento.

Ma  quando  Achille  glorioso  fu  sazio  di lacrime, quando il desiderio di pianto abbandonò le sue membra e il suo cuore, allora si levò dal seggio, prese il vecchio per mano e lo fece alzare; e compiangendo i capelli bianchi e la bianca barba del vecchio, si rivolse a lui con queste parole:

«Infelice, quante sventure hai patito nell’animo; come hai osato venire alle navi dei Danai, da solo, presentarti agli occhi dell’uomo che ti ha ucciso tanti figli valenti? Hai un cuore di ferro. Ma ora siedi su questo seggio, chiudiamo nell’animo, per quanto sia grande, la nostra angoscia; a nulla servono pianti e lamenti: hanno stabilito gli dei che gli infelici mortali vivano nel dolore, mentre loro non conoscono affanni. Nella dimora di Zeus vi sono due grandi orci che ci dispensano l’uno i mali, l’altro i beni; li mescola il dio delle folgori, e colui a cui ne fa dono riceve ora un male ora un bene; e chi riceve dolori diventa un miserabile, una insaziabile fame lo spinge per tutta la terra e lui va errando, disprezzato dagli dei, odiato dagli uomini. Ecco: gli dei diedero a Peleo splendidi doni fin dalla nascita; era superiore a tutti gli uomini per ricchezza e fortuna, era re dei Mirmidoni, e benché fosse mortale gli diedero come sposa una dea; ma poi gli inflissero anche una sventura, perché nel suo palazzo non sono nati figli destinati a regnare, un solo figlio è nato, dal breve destino; e io non sono lì per aver cura di lui nella sua vecchiaia, sono qui a Troia, molto lontano dalla mia patria, sono qui per la rovina tua e dei tuoi figli. E anche tu, vecchio, lo sappiamo, eri felice un tempo […], ma poi gli dei celesti ti hanno inflitto questo dolore, di vedere intorno alla tua città battaglie e carneficine. Fatti forza e non tormentarti senza tregua nell’animo; a nulla ti servirà piangere su tuo figlio, non lo farai rivivere e forse dovrai patire qualche altra sciagura».

 

[…] Come un leone intanto il figlio di Peleo si era slanciato fuori dalla porta; non era solo, lo seguivano due scudieri […]. L’eroe chiamò le schiave e ordinò che lavassero e poi ungessero d’olio il cadavere, ma prima lo fece portare lontano perché Priamo non lo vedesse, e vedendolo, per il dolore, non riuscisse a trattenere la collera ed egli allora non si irritasse al punto di ucciderlo, trasgredendo così il volere di Zeus. Lavarono il corpo e lo unsero d’olio le schiave, poi lo vestirono con la tunica e nel telo splendente lo avvolsero; Achille stesso lo sollevò e lo depose sul letto funebre; i compagni lo misero poi sul carro ben fatto. E Achille pianse chiamando per nome l’amico:

«Non adirarti con me, Patroclo, se nel regno di Ade verrai a sapere che ho restituito il valoroso Ettore al padre, in cambio di un riscatto non disprezzabile; di questo darò anche a te la parte che ti è dovuta».

 




 

CANTI VARI – SPLATTER WAR [VM14]

Cadde l’eroe, come cade una quercia o un pioppo o un altissimo pino che dei falegnami sui monti tagliano con le scuri affilate per fare chiglie di navi; così Asio giaceva lungo disteso davanti al carro e ai ca- valli e rantolando graffiava con le mani la terra insanguinata.

Lo colpì in pieno petto Idomeneo con la lancia e squarciò la co- razza di bronzo che dal corpo, prima, gli teneva lonta- na la morte; allora invece mandò un suono secco, squarciata dall’asta di bronzo. Cadde con fragore l’eroe e l’arma rimase piantata nel cuore che, palpitando, faceva vibrare l’impugnatura, fino a che Ares possente non ne ebbe spento il vigore.

Lo seguì Merione mentre si allontanava e con la lancia lo colpì tra l’ombelico e il sesso, là dove più dolo- rose sono le ferite per gli infelici mortali: là si conficcò la lancia; e intorno ad essa si torceva l’eroe sussultan- do come un bue che i bovari sui monti trascinano a forza, dopo averlo legato con delle funi; così, colpito, l’eroe sussultava, ma per poco, non per molto tempo, fino a che Merione gli venne vicino e gli strappò la lancia dal corpo: la tenebra allora gli scese sugli occhi.

Pisandro colpì Menelao al cimiero dell’elmo dalla folta criniera, in alto, sotto il pennacchio, Menelao lo colse invece in fronte, sopra la radice del naso;   scricchiolarono le ossa e gli occhi insanguinati caddero ai suoi piedi, nella polvere; si piegò e cadde l’eroe; e Menelao gli pose il piede sul petto, lo spogliò delle armi.

Mentre si allontanava, Merione gli scagliò una freccia di bronzo e lo colse nella natica destra; al di sotto dell’osso, il dardo penetrò nella vescica. Tra le braccia dei compagni si accasciò Arpalione, esalando il respiro, e sulla terra giacque lungo disteso, simile a un verme; scorreva il sangue nero, bagnava la terra. Lo circondarono i Paflagoni intrepidi, e dopo averlo deposto sul carro, lo portarono a Ilio sacra, addolorati nel cuore; insieme a loro andava suo padre, piangendo: non vi è ricompensa per un figlio che muore.

Egli ferì Ilioneo, figlio di Forbante ricco di greggi, che Hermes amava fra tutti i Troiani e a cui aveva donato ricchezze; a lui la moglie aveva dato un solo figlio, Ilioneo; e Peneleo lo ferì sotto il sopracciglio alla radice dell’occhio, strappò la pupilla; attraverso l’occhio e la nuca passò la lancia e l’eroe si accasciò tendendo le braccia. Peneleo estrasse la spada acuta e lo colpì al collo tagliando via la testa insieme con l’elmo; era ancora infissa nell’occhio la lancia pesante, ed egli la sollevò come un papa- vero e rivolto ai Troiani trionfante gridò:

«Dite da parte mia, Troiani, al padre e alla madre del nobile Ilioneo di piangerlo nella loro casa; nean- che la sposa di Promaco figlio di Alegenore avrà la gioia di rivedere il suo sposo, il giorno in cui noi, figli degli Achei, sulle navi faremo ritorno da Troia».

Disse così, e tutti furono colti da un tremito e si guardarono intorno cercando dove fuggire l’abisso di morte.

Patroclo balzò di nuovo e colpì Testore, figlio di Enope – se ne stava rannicchiato sul suo bel carro, stordito, gli erano cadute di mano le redini – lo colpì da vicino con l’asta alla mascella destra, l’asta passò tra i denti, con l’asta lo sollevò sopra il parapetto del carro; come quando un uomo seduto su  una roccia, con il filo di lino e l’amo lucente tira su dal mare un grandissimo pesce, così con la lancia splendente Patroclo lo tirò su dal carro a bocca aperta e lo gettò a terra, sulla bocca: cadde l’eroe, lo abbandonò la vita.

Poi con un sasso Patroclo colpì Erilao che si lanciava, lo colpì in mezzo alla testa: dentro al solido elmo la testa si spaccò in due; cadde a terra, bocconi, l’eroe e su di lui discese la morte che divora la vita.

Patroclo a sua volta balzò a terra dal carro, impugnando la lancia nella mano sinistra; con l’altra mano prese una pietra bianca ed aguzza, l’afferrò saldamente e, quando fu alla giusta distanza, la lanciò  con forza contro l’eroe. Non sbagliò il tiro e colpì l’au- riga di Ettore, Cebrione, figlio bastardo del nobile Priamo, che dei cavalli teneva le redini; lo colpì in mezzo alla fronte con la pietra aguzza: la pietra spaccò i sopraccigli, l’osso non resistette, gli occhi caddero a terra nella polvere, lì, davanti ai suoi piedi; cadde dal carro ben fatto anche lui, simile a un uomo che si tuffa, e la vita lasciò le sue membra.

Beffandolo così gli dicesti, Patroclo guidatore di carri:

«Che uomo agile, come salta bene. Se fosse sul mare ricco di pesci in cerca di ostriche, ne pescherebbe tante da saziare molta gente quest’uomo, saltando giù dalla nave anche col mare in tempesta; così come ora, in terraferma, tanto agilmente salta dal carro. Anche fra i Teucri vi sono dunque degli uomini bravi a tuffarsi».

Mentre si lanciava all’assalto, lo colpì con la lancia il divino Achille, alla testa; la testa si spaccò in due, cadde l’eroe con fragore e il divino Achille disse vantandosi:

«A terra sei, figlio di Otrinteo, guerriero tremendo; qui, muori, tu che nascesti sulle rive della palude Gigea, dove sono i domini di tuo padre, vicino all’Illo ricco di pesci e all’Ermo dai gorghi profondi».

Così, trionfante, egli disse; sugli occhi dell’eroe scese la tenebra; i carri degli Achei lo straziarono sotto le ruote nelle prime file della battaglia.

E dopo di lui Achille colpì Demoleonte, figlio di Antenore, valoroso campione, lo colpì alla tempia attraverso i rinforzi dell’elmo; non resistette l’elmo di bronzo e la punta dell’arma lo trapassò con impeto spezzando l’osso: si spappolò, dentro, tutto il cervello; in pieno slancio Achille lo uccise.

E Ippodamante colpì, che era balzato dal carro e fuggiva davanti a lui, lo colpì con la lancia nel dorso; esalò l’anima l’eroe, rantolando, come muggisce un toro mentre lo tirano i giovani intorno all’altare del signore di Elice, di Poseidone che, al vederli, si rallegra nell’animo; così egli muggiva, e l’anima lasciò le sue membra.

Con la lancia in pugno Achille balzò su Polidoro divino, figlio di Priamo; non voleva che combattesse, suo padre, perché tra i suoi figli era il più giovane d’anni, il più caro e tutti, nella corsa, vinceva; anche allora, come un fanciullo, per mostrare l’agilità dei suoi piedi, correva tra i primi finché perdette la vita. Con la sua lancia lo colse in pieno Achille dai piedi veloci, mentre passava oltre, lo colpì alle spalle, dove si uniscono le fibbie d’oro della cintura e doppia è la corazza; trapassò il corpo la punta dell’arma e uscì dall’ombelico, cadde in ginocchio l’eroe con un grido e una nube l’avvolse, oscura; con le mani, cadendo, cercava di trattenere le viscere.

Gli abbracciò le ginocchia, Troo, per supplicarlo, ma lui con la spada lo colpì al fegato, il fegato schizzò fuori dal corpo e il sangue nero sgorgò riempiendo il suo grembo. Gli occhi dell’eroe si velarono d’ombra mentre esalava la vita.

E Mulio colpì da vicino, lo colse con la lancia all’orecchio e dall’altro orecchio uscì la punta di bronzo.

Con la spada dalla solida elsa colse alla testa Echeclo figlio di Agenore, la spada si intiepidì tutta di sangue. Sugli occhi dell’eroe scesero la nera morte e la Moira implacabile.

Con la punta di bronzo trapassò il braccio di Deucalione, dove si uniscono i tendini del gomito; con il braccio gravato dalla ferita, l’eroe lo aspettava, vedendo davanti la morte: e con la spada Achille lo colpì  al collo e la testa con tutto l’elmo scagliò lontano; il midollo schizzò dalle vertebre, giacque sulla terra il tronco lungo disteso.

[…] Il figlio di Peleo voleva la gloria e le sue mani in- vincibili erano lorde di sangue e di fango.

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CANTI VARI – VITA QUOTIDIANA

Resistevano essi: come un’onesta lavoratrice pone sulla bilancia dei pesi e del- la lana e la solleva in equilibrio per procurare ai suoi figli un misero guadagno; così lotta e battaglia erano pari da entrambe le parti.

Di là si riversarono i Troiani compatti, davanti a tutti era Apollo con l’egida preziosa: abbatteva il muro degli Achei senza fatica, come un fanciullo sulla riva del mare costruisce per gioco castelli di sabbia e per gioco poi li distrugge con le mani e coi piedi. Così tu, signore dell’arco, rovesciasti il muro che ai Danai era costato tanta pena e fatica e li facesti volgere in fuga.

Come quando, in un luogo solitario dove l’acqua scorre abbondante, un uomo cresce una pianta d’olivo fiorente, bella, vigorosa, coperta di fiori bianchi, che si muove al soffio dei venti; ma all’improvviso una tempesta la sradica da terra e l’abbatte al suolo; così Menelao figlio di Atreo uccise il figlio di Pantoo, Euforbo dalla forte lancia, e lo spogliò delle armi.

Incise un luogo di danze lo Zoppo famoso, simile a quello che un tempo, nella grande città di Cnosso, Dedalo costruì per Arianna dai bei capelli. Qui, giovani e fanciulle bellissime danzano tenendosi per mano; le fanciulle hanno vesti di lino sottile, i giovani tuniche ben lavorate e luccicanti di olio; esse portano belle corone, essi hanno corte spade d’oro con baltei d’argento; e corrono, ora agilmente in cerchio – come quando un vasaio, seduto, prova a mano un tornio per vedere se corre – ora gli uni verso gli altri, in fila. Una gran folla circonda festosa la danza leggiadra: e due acrobati volteggiano in mezzo, dando inizio alla festa.

Si misero in fila, Achille indicò la meta. Fin dalla partenza fu serrata la corsa. In testa correva il figlio di Oileo, dietro incalzava vicino Odisseo glorioso: come al petto di una donna dalla bella figura è vicina la spola ch’essa tira con forza per passare la trama attraverso l’ordito e al petto la tiene accostata: tanto vicino correva Odisseo e sulla testa di Aiace soffiava il fiato Odisseo glorioso, correndo con tutte le forze.

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CANTO IX – STRANEZZE GASTRONOMICHE

Davanti a loro la fanciulla mise una tavola bella, liscia, con le gambe smaltate, sulla tavola pose un paniere di bronzo, dentro vi erano cipolle per accompagnare la bevanda, e poi biondo miele, e farina di orzo sacro; pose anche una coppa, stupenda, che il vecchio aveva portato da casa: era ornata di borchie d’oro e aveva quattro manici, con due colombe dorate in atto di beccare intorno a ciascuno, e due sostegni aveva, di sotto; un altro l’avrebbe spostata a fatica dal- la tavola quando era piena, ma senza sforzo la solleva- va il vecchio Nestore. In essa, la donna che somigliava a una dea mescolò il vino di Pramno, con una grattugia di bronzo grattugiò il formaggio di capra, vi sparse sopra bianca farina: preparata così la bevanda, invitò tutti a bere. Ed essi bevvero, calmando la sete ardente, e godevano di parlare fra loro.

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