Ius soli, cittadinanza e multiculturalismo

Vi prego, smettetela di postare video strappalacrime o elenchi di bambini di 100 nazioni diverse che si sentono italiani, per asfaltare chiunque sotto la divina santità dello ius soli.

Buttate così in melodramma un nodo importante, e lo fate nel modo peggiore: strumentalizzando qualcosa che dovrebbe essere libero, le emozioni, superficializzandole e usandole a mo’ di pialla indistinta che cancella senso critico e profondità sentimentale.

Lo ius soli è un fatto politico, che naturalmente coinvolge persone e sentimenti – ma su cui bisogna non commuovere, ma argomentare con ragionevolezza. E per ragionevolezza, intendo un insieme di ragione e sentimento – perché anche nei sentimenti esiste la ragionevolezza, il merito, la profondità.

Insomma: non sputtanate una causa importante, per sé e per le riflessioni che potrebbero accompagnarla.

Non trasformatela, come tutto il resto soprattutto negli ultimi anni, soprattutto su facebook, in un cancan indegno di flatulenza e “presa in ostaggio” emotiva; non aggiungeteci robe che con lo ius soli non c’entrano; non usate i bambini per riempire i vostri bisogni o raccontare il vostro vissuto; non usateli come ariete per battaglie che neanche sapete dove ci e li stanno portando.

Questo è ciò che avevo scritto stamattina in facebook – ma poi ho pensato che la questione richiedeva qualche approfondimento.

Se vi va, ecco un tentativo.


 

IUS SOLI

Lo ius soli temperato proposto per l’Italia mi sembra una buona cosa, anche piuttosto “piana” (che non dovrebbe scatenare tutte queste reazioni “pro” né “contro”): non risponde infatti ad un bisogno umanitario, ma garantisce i diritti del cittadino a chi, nei fatti, lo è o si avvia a diventarlo, a chi rientrerebbe già in ciò che l’orizzonte della cittadinanza è: uno status (da ufficializzare), non un diritto (da concedere a chiunque).

Infatti, il minore che abbia frequentato un ciclo di studi in Italia, o nato da almeno un genitore con permesso di lungo periodo (non è importante il criterio della legalità, ma della durata, che determina una stabilità importante), si avvia a diventare in tutto e per tutto un appartenente alla comunità italiana.

Preciso queste cose perché il tono, gli argomenti, i proclami sullo ius soli dimostrano quanto poco si rifletta su cos’è la cittadinanza. Se ne parla a braccio, la si usa come grimaldello per tutt’altri temi, la si ritiene uno strumento di discriminazione, la si vorrebbe strumento di protezione…ma non si riflette su cosa sia, sul perché sia nata, su cosa significhi.

 

LA CITTADINANZA E LO STATO-NAZIONE

E allora, prima di tutto, la cittadinanza è indissolubilmente legata allo Stato-nazione.

Curioso, vien da pensare, che fra i maggiori promotori della cittadinanza per tutti ci siano quanti auspicano le frontiere spalancate e la dissoluzione degli Stati – gli stessi che manifestano contro la “fortezza Europa” e poi manifestano anche per un permesso di soggiorno europeo.

Ci si appella in sostanza a istituzioni di cui si disconosce la legittimità, e nell’atto stesso le si legittima.
Nel primo caso si vuole ipocritamente rivendicare solo il positivo del sistema-Stato sottraendosi allo scioglimento dei suo nodi problematici; infatti  proprio mentre si reclama lo smantellamento dello Stato e delle sue prerogative (controllo delle frontiere, ad esempio), si richiede un allargamento delle tutele che il solo Stato nazionale ha garantito ai suoi cittadini
Nel secondo caso, invece, ci si appella a qualcosa di fondativamente antidemocratico come l’Unione europea, che sta comprimendo tutti i diritti possibili, affinché riconosca diritti ai migranti (perché almeno lo Stato-nazione ha una storia democratica alle spalle, o anche solo una storia, un sistema di welfare, una base sociale comune, propria, su cui si ha in teoria possibilità di influire, cose che non si possono certamente dire dell’UE – un po’ come se al tempo si fosse fatta una manifestazione in Italia per chiedere al III Reich un permesso di soggiorno per gli ebrei).

Ma tornando allo Stato-nazione: essere cittadini, lo ripeto, significa far parte di una comunità nazionale, che condivide una base di abitudini, lingue ed usi – e qui, anche se non sarebbe strettamente connessa al tema dello ius soli, entrano in gioco un nugolo di argomentazioni sulla discussa identità italiana, mutevole e molteplice, le sperticazioni di chi mi ricorda l’enorme differenza tra l’esperienza di vita di un bambino nato a Cagliari e uno nato a Bolzano.

 

IDENTITA’ NAZIONALE 

Anzitutto, sia mai, meglio precisare: in un’identità molteplice e mutevole non trovo nulla di male, anzi.

Secondariamente, la natura mutevole e molteplice non implica l’inconsistenza dell’identità italiana: è cambiata nei secoli, certo, e cambierà; ha declinazioni e sfumature, ma ciò non significa che non abbia un fondo comune, anche in retaggio, o in opposizione.

Penso ad esempio alla religione cattolica, e mi fa ridere chi dice che non si sente appartenente ad uno Stato cattolico, che non vuole averci a che fare – credo che molti non abbiano ancora capito che certi aspetti di sé, del proprio momento storico, non dipendono da ciò che vogliamo, da ciò che ci piace, riteniamo giusto o vorremmo che fosse. Infatti, anche se non ci si sente, per fortuna o purtroppo, lo si è – nel senso che, per quanto atea, io sono inevitabilmente e profondamente diversa da un ateo greco, o islandese.
Dove nasciamo, ciò che ci attornia mentre cresciamo e viviamo, determina in buona parte ciò che siamo – anche per opposizione, anche inconsciamente (è il primo passo per migliorare tutto ciò, se non ci piace, è accettarlo in quanto reale – ma non è questa la sede).
Il punto è: questo reale storico, sociale, religioso, conscio e inconscio, ci lega a chi cresce nel medesimo contesto.

Negare che questa varietà, questa divaricazione fra italiani sia qualcosa di diverso, e minore, una specie di diversità nella comunanza, rispetto all’esperienza di vita di un bambino di Brescia e uno di Marsiglia, denota un’idea rigida della cittadinanza, questa sì idealistica e retrograda, manco dovessimo richiamarci all’Impero romano o solo al Rinascimento.

Invece, spero che nessuna persona razionale ritenga la cittadinanza una cittadella fortificata, tanto meno in Italia. Che persone di origine etnica, culturale, religiosa differente da quella italiana, pur sfaccettata, possano entrare a far parte della comunità italiana, mi sembra ovvio.

Terzo: il richiamo al nostro passato, fatto di invasioni, scambi, meticciamenti, deve essere contestualizzato e differenziato dalla situazione attuale.
Oggi da noi non arrivano popoli guerrieri, oggi non si scontra con noi un Impero che vuole conquistare terre, o un’avanguardia di ricchi mercanti per aprire qualche nuova via della Seta; oggi, in epoca moderna, arrivano centinaia di migliaia di disperati – un milione in Europa nel 2015 (un milione, quanto una capitale europea); più di 180.000 nel 2016 in Italia (una media città italiana, quindi); nel 2017 siamo già, a fine maggio, a più di 60.000 persone, +26% rispetto allo stesso periodo del 2016 (qui i dati).

Si tratta di persone in stato di fragilità esistenziale, sociale, economica, che da un lato, per forza di cose, impatteranno enormemente sul tessuto socio-economico del Paese, già sgretolato dalla crisi e dalle folli politiche di austerity (non è un giudizio, ma un fatto), e dall’altro ne saranno matematicamente vittime, strumentalizzabili e atomizzate come sono.

 

MULTICULTURALISMO?

Non si può avere insomma, nelle condizioni attuali, quel multiculturalismo felice che tanti esaltano, vogliono, sognano – e non perché io non lo voglia, o lo ritenga, quando libero e in certa misura, una ricchezza, ma perché per esserci multiculturalismo, come diceva Preve, devono esserci molte culture attive, cioè persone che possano essere soggettività in grado di esprimere la propria cultura e dialogare.

E questo oggi in Italia non esiste – non tanto per il razzismo, la cattiveria, il terrore del diverso, quanto a causa delle condizioni in cui si realizza questo incontro e non può che realizzarsi (se prima non si riconquista una sovranità politica ed economica, e non si ristabiliscono le garanzie sociali e lavorative).

Oggi si può avere solo un incontro non democratico, nel quale né gli uni né gli altri si sono potuti liberamente esprimere, hanno potuto decidere – i migranti, che nella stragrande maggioranza dei casi, se potessero, non lascerebbero le loro terre, e finiscono in una terra d’arrivo radicalmente diversa dalla propria, con altri ritmi, regole, lingua, costumi (un amico raccontava lo shock all’arrivo in Italia e alla vista di donne scoperte – lui non aveva mai visto per strada donne con gambe, braccia, seno quasi del tutto scoperti – non saremmo altrettanto scioccati noi se arrivassimo in un Paese in cui tutti vanno in giro nudi); e gli italiani, che magari così stronzi e senza cuore non sono, ma ai quali viene imposto un pacchetto “qualsiasi diritto” riguardo l’immigrazione, e “nessun diritto” riguardo a se stessi (che poi nei fatti sia pochi diritti per tutti, è chiaro).

Invece, per parlare di multiculturalismo, credo che dopo la formazione dello Stato italiano ci sia stato, bene o male, spazio, terreno comune e modo (creati anche da precedenti storici, culturali, linguistici) per far parlare tra loro le molte soggettività – capitemi, intendo anche precedenti e momenti non felici in sé, penso alle Guerre e a tutto quanto crea terreno di unione e confronto.

In Erasmus, in Francia (esperienza di cui la retorica europeista mi ha fatto pentire, visto come viene strumentalizzata), ho conosciuto amici da tutte le parti d’Italia, e ci siamo stupiti e divertiti delle differenze nei modi di vivere, parlare, pensare – eppure, non solo per pigrizia, eravamo contenti di stare fra noi, o meglio stare fra noi era diverso dallo stare con gli altri nonostante le differenza fra noi. Perché una base comune c’è, eccome. E a me è piaciuto proprio, più che scoprire la francesità, poter scoprire la differenza nell’unione dell’italianità – perché ognuno di noi poteva esprimerla, esprimersi, ed era una differente declinazione dell’italianità.

Certamente questo deriva in parte, lo ribadisco, da “intenzioni” pure negative, forzature, persino da una forma di colonizzazione come fu quella sabauda – il punto è che i processi storici, culturali, sociali, hanno portato ad uno Stato nazionale italiano: con le sue mancanze, coi suoi scheletri nell’armadio, tutto ciò che si vuole, ma con un’identità, un contenitore che si fa contenuto. E che sia molteplice è una caratteristica, e pure positiva a mio parere; non certo una negazione della sua essenza.

 

IL BELLO DELLO STATO-NAZIONE

Ma per tornare al punto politico: questa unione, nata non dal nulla o solo da forzature e decisioni arbitrarie, ha o no permesso la costruzione di uno Stato di diritto, di uno stato sociale, di una forma di democrazia che mai c’era stata in Italia e che oggi è in crisi?

A mio parere, sì.

Ed è per questo che l’idea di nazione non dovrebbe essere lasciata monopolio delle destre, o di forze effettivamente razziste.
Ed è per questo che la questione dello ius soli non dovrebbe essere lasciata monopolio degli sciorinatori emotivi.
Perché politicamente e socialmente è un’idea, un terreno prezioso: di comprensione, e democrazia, eguaglianza.

 

La cittadinanza, chiudendo il cerchio, riconosce e sancisce l’appartenenza ad una comunità nazionale che, per come la vedo io, ha ancora un senso e anzi dovrebbe averne molto di più.

Questo non per ideologia, ma per ragionamento ed evidenza politica: rispetto a chi desidera un mondo senza frontiere perché i nazionalismi sono brutti e cattivi e hanno causato tante guerre (…), ritengo che lo Stato-nazione sia stata l’unica forma istituzionale a garantire la costruzione di un sistema di diritti, e che, nel momento storico attuale, sia l’unico “organismo” in grado di opporsi all’attacco capitalistico ai diritti economici e sociali che stiamo vivendo. Che, fra parentesi e alla faccia di tutte le retoriche all”l’Europa ci ha garantito decenni di pace”, è una forma di guerra al povero molto più mirata delle guerre mondiali.

 

CITTADINANZA: NON PROTEZIONE, MA STATUS LEGATO AD UNA COMUNITA’

Ricordo anche che qui non parliamo di “diritto d’asilo” – del fatto cioè sacrosanto di trovare risorse, anche quando non ci sono, per chi scappa da una situazione di pericolo enorme, questione di vita o di morte, garantendogli una protezione momentanea. Qui parliamo di cittadinanza.

E senza volermi dilungare ancora, forse manca la precisazione che la cittadinanza non è una forma di protezione – è uno status, consegue insomma ad una situazione in cui già si è, che viene attribuita se si hanno criteri. D’altro canto, i minori nati attualmente in Italia, anche se non cittadini, hanno diritti e protezione derivanti da vari aspetti: dall’essere minori, dall’essere in condizioni precarie, etc etc…

Inoltre, la cittadinanza non può non riguardare e chiamare in causa gli altri, quelli che sono cittadini – non perché la nazione italiana sia “loro” di fatto (non l’hanno effettivamente “fatta” o conquistata), ma perché è loro la vita che si organizza in questa nazione, in questa società.

Chi dice che l’Italia non è “nostra”, sta dicendo che la vita non è nostra, che non possiamo avanzare riflessioni, e anche pretese, su qualcosa che nei fatti è la nostra vita (e oltretutto, quando qualcuno afferma che una cosa non è “nostra”, rischia di lasciarla in mano a qualcun’altro – che, di solito, è il più potente).

Possiamo parlare ore, e in me chiunque troverà una porta aperta, su quanto poco e poco consapevolmente le persone siano, o partecipino, alla propria società oggi, e su quali siano le cause, e i possibili rimedi. Ma dubito un argomento mi convincerò mai di questo: che una persona nata in una nazione, cresciuta in essa, con le varie sfumature del medesimo pacchetto socio-culturale (lingua, religione, storia etc…e intendo: sia che quel pacchetto sia il suo, per famiglia e tradizione, sia che no; di qualsiasi origine sia, quindi, purché sia stato in contatto con quel pacchetto, abbia preso le misure, lo conosca e in un certo modo ne riconosca la legittimità, pur nei limiti); dicevo, nessuno mi convincerà che una persona nata e cresciuta in Italia, straniera ma pure italiana, non abbia alcun diritto di esprimersi in proposito come di una “cosa sua”.

 

CONFRONTO E DEMOCRAZIA, IMPOSIZIONE E CAOS

Essere cittadini significa questo: avere il diritto di esprimersi su quello che è l’orizzonte collettivo della propria vita, significa democrazia, significa essere implicati, significa diritti&doveri (non contrapposti, nella visione liberista quasi trasformati in privilegi/sfruttamento, ma legati in quanto portatori di premesse e conseguenze) – perché questo si traduce in come sarai curato, nella tua libertà di credere o non credere, in chi ti governerà, nelle condizioni lavorative che ti ritroverai, tu e i tuoi cari, nella tua responsabilità e possibilità di realizzare e realizzarti…Come può tutto questo non essere “nostro”?

Ed è naturale che questo non sia un “nostro” blindato – ma è un “nostro” su cui chi ci è già dentro deve potersi esprimere, deve poter mettere in campo le proprie paure, deve trovar risposta ai propri bisogni, e pure discutere di alcune condizioni. Non per manie di superiorità, ma perché senza un terreno di confronto comune non ci può essere né coesistenza né scambio. Ci può essere solo caos, anzi odio, tensione, paura – e si sa che quando grande è il caos sotto il cielo, la situazione diventa, per qualcuno, molto propizia. Tanto propizia che, quasi quasi, quel caos diventa imperativo costruirselo.

Ciò che voglio dire è: non è la cittadinanza (status, e non forma di protezione) a garantire che ci sia meno razzismo, o una fantomatica società multiculturale. Basti pensare alle nazioni (pochissime, anche se al TG pare il mondo intero) in cui esiste uno ius soli puro, e in particolare agli Usa.

Una società rispettosa la si crea del tutto diversamente, ossia garantendo un terreno di confronto in cui le soggettività siano libere, davvero, di esprimersi, di porre questioni e di realizzarsi – questo significa libertà reali (non l’orrenda libertà di migrare che diventa un obbligo di farlo, e cancella il diritto a restare – e parlo tanto dei migranti “da fuori” che di quelli “da dentro”, italiani); condizioni economiche equilibrate (che, partendo dallo stato attuale di cose, col quale, ci piaccia o meno, dobbiamo fare i conti, non sono certo agevolate dall’arrivo non controllato di forza-lavoro sparsa, ricattabile, totalmente sfruttabile anche come leva per comprimere i salari – condizioni economiche di cui dobbiamo diventare responsabili); da una vera cultura del dialogo (in cui la gente impari la dignità salda e misurata della propria identità, sia psicologica che collettiva, e su questa sappia confrontarsi senza frustrazioni né scatti reattivi all’altro, portatore della stessa degna identità).

 

LIBERTA’ MULTICULTURALE O LIBERTA’ DI SFRUTTAMENTO? 

Ultimo appunto: trovo il multiculturalismo emotivo e senza criterio proposto oggi da media e social molto pericoloso.

Non si tratta, infatti, di quanto ho cercato di delineare in questo articolo, ossia di un libero e rispettoso confronto, ma di un’uniformazione di fondo, di una società fatta a ghetti, con la China Town chiusa in sé e la Little X pure, dove i poveri sono sempre più poveri, e conservano con le unghie e con i denti qualche tratto della loro identità etnica come protezione e unico riconoscimento possibile per non finire alla deriva, mentre le classi agiate e dirigenti sono del tutto identiche, si alternino presidenti neri o bianchi, donne o uomini, gay o etero.

Perché alla base di questo modello di “multiculturalismo” non c’è una visione del mondo fatta di valori e modelli, ma uno stile di vita basato sul consumo e sullo sfruttamento, sul diritto di consumare e di sfruttare, sul dovere di consumare e sfruttare.

E questo, sinceramente, mi sembra quanto di meno auspicabile, per noi già italiani (nei quali comprendo ovviamente chi ha vissuto solo l’Italia come società e patria), per i futuri italiani, e per chi non per forza deve volerlo o diventarlo.

 

 

In genere sfugge all’osservatore poco attento il fatto che il cosiddetto multiculturalismo non è affatto un profilo pluralistico di fattori intrecciati e dialoganti l’un l’altro (se così fosse, sarebbe ottimo, e non mi sognerei affatto di polemizzarci contro), ma è un profilo ferreamente unitario, quasi totalitario, che si pone come unico codice culturale di accesso alla cosiddetta “globalizzazione”.

In proposito, non facciamoci illusioni infondate.

La globalizzazione neoliberista ha certamente avuto alcune (purtroppo assai leggere) battute d’arresto in campo economico a causa della crisi scoppiata nel 2008, ma la cupola oligarchica che domina il mondo è rimasta pressoché intatta, ed a proposito del profilo culturale della globalizzazione (di cui ovviamente il Multiculturalismo è il pezzo forte, come il re nel gioco degli scacchi) non è cambiato assolutamente nulla, ma proprio nulla.

[…]  Sul piano ideologico, rimando a quanto ho detto nel capitolo precedente, in cui il vecchio internazionalismo degli intellettuali di sinistra, oggi delusi ed in preda ad una crisi esistenziale e narcisistica di ripensamento “globale” (si veda l’abbondante memorialistica dei “sinistri invecchiati” di oggi, basata sull’elaborazione letteraria della proiezione nel mondo esterno del proprio ombelico tolemaico), si è rovesciato in una sorta di irrefrenabile voluttà di autoannientamento, che prende la forma del postmoderno in filosofia e della teoria delle “comunità immaginarie” in campo nazionale, integrate dalla riproposizione dell’ateismo illuministico come frontiera della civiltà contro la barbarie e della scoperta dei migranti come nuova frontiera del significato sociale del mondo.

Sul piano sociologico, infine, il multiculturalismo è la bandiera culturale identitaria dei nuovi ceti universitari postsessantotteschi, portatori di un profilo culturale basato sull’autoannientamento nazionale e sull’identificazione con l’America Progressista (Obama, Hannah Arendt, eccetera).

Il cuore del problema sta nel capire che il modello multiculturale, proiezione ideologica subalterna del modello della globalizzazione neoliberale (in termini marxisti, potremmo dire che la globalizzazione neoliberale è la struttura, mentre il multiculturalismo è la sua sovrastruttura), è un nemico del dialogo interculturale e della indispensabile comunicazione fra culture.

Esso infatti predetermina a priori una sorta di terreno obbligatorio preliminare (siamo già comunque multiculturali, ormai, lo si voglia oppure no), laddove il dialogo fra culture è per definizione aperto ad ogni possibile esito. Si può infatti accogliere, modificare, respingere una proposta culturale, mentre invece se si postula che esiste già un multiculturalismo da cui partire questa “apertura di possibilità” non è automaticamente più possibile. Ma temo che, nella attuale congiuntura culturale, si tratti di ciò che a suo tempo Luigi Einaudi chiamò “prediche inutili” [C. Preve]..

 

Ho vissuto i miei primi sessant’anni all’insegna del più completo multiculturalismo, cioè della pratica di diverse lingue e della conoscenza di diverse culture. Le culture ovviamente non escono intatte dal dialogo e dallo scambio, ma si modificano e non restano mai eguali, come del resto avviene in tutti i rapporti umani.

Ma appunto perché vi sia multi-culturalismo bisogna che le culture siano molte, perché se non sono molte non possono neppure dialogare fra loro. Ma per molti falsi multiculturalisti, in realtà, ci deve essere una unica cultura multiculturale globale, che ovviamente diventerebbe una cultura unica, e non più multi-culturale, con unica lingua inglese, unica cucina cinese, unico shopping italiano, eccetera. Questo multiculturalismo, ovviamente, sarebbe solo l’involucro pittoresco della totale americanizzazione del mondo. Il fatto che la stragrande maggioranza della cultura di sinistra non se ne accorga neppure, e se ne faccia anzi promotrice, continuando a gridare contro l’etnocentrismo persino quando si fanno cose elementari come la difesa dell’uso corretto della propria lingua nazionale, segnala una tragedia storica e culturale devastante, di cui non si vedono purtroppo ancora segnali confortanti di superamento [C. Preve].

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One thought on “Ius soli, cittadinanza e multiculturalismo

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