Pride e domande

Oggi a Brescia c’è il Pride.
Non ho aderito, non ho messo “mi piace” alla pagina, non parteciperò.
 
Se mi conoscete lo saprete, ma lo ribadisco: probabilmente l’unica certezza che ho nella vita, e con la quale sono sicura di morire, è che tutte le persone nascano uguali, e debbano avere pari rispetto e opportunità di realizzazione personale, sociale, economica, insomma umana.
 
Tuttavia, altra cosa è l’elaborazione politica, la traduzione pratica e collettiva di questa certezza.
Che deve basarsi sul reale, sull’analisi, sul contesto, sugli altri e su altre battaglie, sulla consapevolezza delle forze in gioco.
 
E invece in molte battaglie LGBT riscontro una chiusura totale (certo frutto anche dei beceri attacchi di forze davvero discriminanti), posizioni ideologiche incontestabili, apriori intoccabili.

 
Per aderire alle battaglie LGBT, dovrei poter parlare (dico i primi “tabù” che mi vengono in mente):
  • di genere, che per me non può esistere come “costruzione solo culturale” o almeno come dogma della “costruzione solo culturale”;
  • di rapporto fra figure genitoriali dello stesso sesso e figli (non per preclusione, ma per capire, e senza che si tirino fuori argomenti idioti come “e allora i figli di vedovi…” o simili);
  • di strategie contro l’atomizzazione dell’individuo;
  • di come il capitalismo possa usare le battaglie per i diritti civili, e di rapporto e pure gerarchia fra diritti politico/economici e civili (per mi una gerarchia è sacrosanta, tutto meno che discriminatoria, ma sono disposta a parlarne – se anche gli altri lo sono)…
 
Una volta, discutendo sul genere, una cara amica (che stimo molto e che, appunto, è fra i pochi, non so come dire, gravitanti attorno all’universo delle lotte LGBT in cui abbia trovato un interlocutore aperto), mi ha detto che le mie domande sono legittime, anzi che è giusto porsele…ma che sono ad un “secondo livello” – mentre al “primo livello” bisogna abbattere le discriminazioni che la maggior parte delle persone ancora esercita, più o meno consciamente, nei confronti degli omosessuali.
Allora come ora, non ero e non sono d’accordo.
 
Anzi, io credo che l’omofobo lo possa essere anzitutto per ignoranza, per paura…ma anche per il fatto che queste cose non possono essere esternate; che o sei al Pride o sei un omofobo del Medioevo; che le sue ragioni, i suoi timori vengano respinti con un blocco di convinzioni granitiche estreme, sprezzanti, superiori, progressiste, che non ammettono discussione o indagine o compromesso e si fanno spesso beffe di quelli che, per alcuni, sono gli ultimi rifugi di identità e protezione (veri o presunti – quali famiglia, religione, identità nazionale).
Da parte delle varie realtà LGBT questo atteggiamento può certo derivare dall’aver subito, e prima, lo stesso trattamento – quando le tue ragioni, da alcuni, non sono accolte, diventi intransigente, ti richiudi in dogmi, non ammetti deviazioni e apertura del contesto, perché temi che tutto sia una bordata, sia solo odio e disconoscimento.
Ma è evidente che si finisce in un circolo vizioso: gli omofobi da una parte, sempre più omofobi; i “proud” dall’altra parte.
 
Naturalmente gay e lesbiche possono essere proud – trovo stupida qualsiasi contestazione, e ne ho lette molte, sul fatto che non si dovrebbe essere orgogliosi del proprio orientamento sessuale.
Ma lo si è quando questo è stato negato, svilito, discriminato.
Di mio, penso comunque che meno lo Stato, il pubblico, la legge entrino nel privato, meglio sia – capisco che ci sia un minimo di esplicitazione necessaria (ad. es per i diritti della coppia, per i figli etc…), ma non giocherei la battaglia soprattutto sul terreno legale, dell’esplicitazione, della “dettagliazione”, quanto su quello della cultura e della critica.
Cultura e critica vere, aperte, in cui si possano rimettere in discussione gli argomenti di cui parlavo sopra, senza essere tacciati di omofobia o tradizionalismo.
 
Poi certo, io sono pigra, non mi sono presentata a nessuno degli appuntamenti organizzati in questi mesi dal comitato per il Pride, sicuramente interessanti (anche se mi sono sembrate, da titoli e presentazioni, iniziative di diffusione di una visione del mondo già elaborata, non di rimessa in discussione) – ma non avevo voglia né di essere tacciata di pensieri che non ho e di essere quel che non sono, né di guastare con la mia cupezza il clima di amore e arcobaleni che si propone.
Capisco che anche la profusione di cuori e baci ha il suo senso, ma il mio prioritario bisogno, e il mio “compito” di essere umano, è di capire la società in cui vivo, e vedo tutto meno che amore e arcobaleni – sopratutto, resto convinta che ad un miglioramento si arrivi con la rimessa in discussione, la comprensione della complessità, con una vera democraticità (ossia ammettere che nella società ha diritto di vivere e di esprimersi, entro certi limiti, anche chi ci fa schifo, e che io sono libero non quando anche l’ultimo coglione mi ha dato ragione e ha sposato le mie battaglie, ma quando ho una legittimità di massima nella mia stessa società); non, invece, con un appello a emozioni ed empatia facilmente strumentalizzabile e “vendibile” altrove, per ben altri scopi che quelli di una lotta contro la discriminazione.
Quindi auguro buona sfilata e buon orgoglio ad amici e amiche gay, lesbiche, bisessuali o transessuali.
Se però aspirate ad una società davvero equa e totale (cioè non fatta solo di persone identiche a voi), in cui si possa serenamente essere quel che si vuole, accettate che qualcuno possa avere, sempre e ancora, domande, dubbi e riserve, e restare in disaccordo – non su ciò che siete e avete diritto di essere, come tutti, ma sulla realtà, sui limiti che essa ha per tutti, su conseguenze, rapporti di forza e implicazioni altre.
Ed accettate anche che per qualcuno, che pure appoggia il senso delle vostre battaglie se ci si può entrare in merito, queste stesse battaglie diventino insostenibili quando non collegate e contestualizzate rispetto a quelle politiche ed economiche.
Fare una battaglia da sola significa infatti sbagliare la mira, farsi del male o far del male ad altre battaglie – e per fare una battaglia comune (per chi se la passa peggio, per le classi oppresse, per chi non ha voce) non basta metterlo nel titolo: occorre fare un confronto, un’analisi, una strategia complessi, aperti, critici. 
Ma la faccio breve. In fondo ciò che volevo dire è solo: buon pride, e buone domande a tutti.
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