La passività lamentosa e il bianco soggettivo: le nuove categorie della (non) lotta

Vorrei dire una cosa che forse risulterà impopolare – e per questo preciso, per chi non mi conosce, che non c’è niente di più lontano dal mio modo di pensare, dai miei “valori”, dell’impostazione totalmente causativa, all’americana, alla “puoi ottenere tutto quello che vuoi”, “chi s’impegna poi ce la fa”, “i migliori prima o poi emergono”, col conseguente e immancabile corollario “solo gli stupidi e i pigri non ce la fanno e quindi solo tu sei causa del tuo male”.

Eppure, anche l’opposto è altrettanto fuorviante e, in fin dei conti, controproducente. Cerco di spiegarmi con un esempio concreto.

Probabilmente non riuscirò a inserirmi nelle graduatorie dell’insegnamento, quest’anno, e dovrò aspettare il 2020 (2020! Suona ancora più lontano … ). Perché?

Beh, ci sono tanti perché oggettivi (ne avevo già parlato qui, ma abbrevio):

  • perché al tempo nessuno, in università, informava su quali esami si richiedessero per diventare poi insegnanti, e c’era confusione (oggi tutto è indicato e collegato, sotto il prospetto di ogni esame universitario);
  • perché una squadra di deficienti patentati ha creato, per Lettere (che si sa, nessuno poi va a insegnare e ci sono 2000 sbocchi…) un piano di studi che non dà accesso ad alcuna classe di concorso, manco all’insegnamento di italiano alle medie (sì, con 8000 esami di italiano, letteratura italiana, didattica, metrica, stilistica, storia…no, ti devi fare un esame di Letteratura latina – bellissimo, ma dimmi te…);
  • perché il MIUR ha dato solo una ventina di giorni dall’apertura alla chiusura del bando, per presentare domanda;
  • perché non ci si può iscrivere “sub conditione”, ossia ti iscrivi e acquisisci i crediti che ti mancano, o la laurea, entro una data successiva…

Queste cose sono vere, mica opinioni o lamentele.

Eppure è vero anche che:

  • al tempo, persa nelle mie fantasticherie, IO non mi sono interessata a cosa servisse per diventare insegnante (certo, è il mio carattere, la mia indole, che ha anche aspetti positivi, ma tant’è);
  • IO ho puntato prima sull’università (e se non ci sono riuscita non credo sia per demerito, ma tant’è);
  • IO ho preferito cominciare subito a lavorare per avere un’indipendenza indispensabile, tra l’altro, a star sveglia fino alle 3 di notte per scrivere un romanzo (per me questo era più importante, ma tant’è);
  • IO non ho studiato ogni sera e ogni momento libero, in questi 4 mesi per preparare almeno 1 dei 2 esami che mi servono (sì, è anche perché devo fare un lavoro impegnativo, mica un part-time che non t’impegna mentalmente, ma tant’è);
  • IO non me la sento di buttarmi, tra pochissimo, a dare un esame di cui so il 30% (certo, anche perché penso che andasse male sarebbe poi dura ripeterlo, con la stessa professoressa, ma tant’è).

Tutti questi fatti individuali, come si vede, hanno motivazioni e “giustificazioni” del tutto valide – e comunque, considerare queste cose non equivale a fare un processo a Giulia: io sono fatta così, io ho i miei tempi e le mie priorità, la mia storia, i miei bisogni. Che non sono solo nero, ma lo sono anche, e soprattutto hanno, nel mondo reale, conseguenze precise.

E quindi quello a cui voglio arrivare è: le sfighe personali, le circostanze, i casi della vita di ciascuno non possono essere la scusante per tutto, e soprattutto il dogma intangibile da cui derivare misure collettive.

Se io non potrò iscrivermi in graduatoria, tenuto conto di tutto, è soprattutto perché io non mi sono focalizzata in questi anni solo su questo – ribadisco, non è una colpa, ho fatto altre cose che ritenevo più importanti, ma tutto questo è un fatto, ed è stata, almeno in parte, anche una scelta.

Ci sono persone (e odio chi dice questo in senso comparativo, e con la conclusione facilona “tutti ce la possono fare, basta impegnarsi”: non è quello che intendo), ci sono persone che in situazioni ben più complesse della mia, già insegnano. Non sono migliori di me, forse non hanno scritto un romanzo, magari vivono ancora a casa coi genitori per forza di cose, magari non hanno raccolto altrettante esperienze rispetto a me (oppure hanno fatto anche tutte queste cose, ma non altre, necessariamente)…ma qui non si parla di questo: loro hanno messo l’insegnamento come primo obiettivo e l’hanno raggiunto. Io no.

Parentesi: non è giusto, chiaramente, che in Italia occorra, in ambito lavorativo e in particolare nei concorsi pubblici, un di più di volontà, pazienza, abnegazione, spirito di sacrificio, stabilità mentale…Soprattutto perché non è un “di più” casuale o necessario – il reclutamento insegnanti non è un manicomio perché “sono tanti gli insegnanti / si fa selezione / ci sono stati errori”, ma perché è frutto di una volontà fortemente politica, di una visione della società nel quale si sono persi la dignità del lavoro, il senso dell’equità, e una meritocrazia reale (mica così).

Ma quando ci si trova davanti ad un’ingiustizia collettiva, a mio parere, l’unico modo degno, politico e produttivo di affrontarla è lottare – non lamentarsi passivamente, aspettando che la soluzione arrivi dall’alto perché “ci spetta”, perché “non è giusto”. Questo equivale ad una tautologia: subisco un’ingiustizia e questo non è giusto. Evabbé – se sono tuo amico ti ascolto, ti capisco, e hai pure ragione; ma per la società il tuo lamento è ininfluente, o pure nocivo, per te, per chi sta messo come te.

Perché no, non ci spetta di diritto quasi nulla nel reale, per il semplice fatto che il mondo non è un ideale – non solo nel senso che il mondo “non è giusto” di principio, ma che “non è falso” (non è in bianco e nero, non è verità e menzogna, non è due + due).

Il mondo è ingiusto (e possiamo fare lotte per migliorarlo, dopo un’analisi del reale), ma sarà sempre sfaccettato, attraversato da conflitti. E questo non per cattiveria delle persone, ma perché è una condizione ontologica, perché la medaglia ha molti rovesci, perché le persone sono diverse e hanno desideri, bisogni e voleri diversi, perché esiste la storia ed esistono le sue conseguenze, perché ogni azione comporta rinunce ed esiti.

Ma cerco di non divagare: io persona, io Giulia posso facilmente, naturalmente capire, ritenere gravi e ingiuste, dispiacermi nel profondo e con sincerità per le avversità, le frustrazioni, le vere follie che ciascuno subisce…ma questo, la mia comprensione, non cambia un fatto: o lotti, tu con me/altri, per quello che vuoi nelle condizioni attuali; o lotti, tu con me/altri, per cambiare quelle condizioni.

Nient’altro – il resto ha senso psicologicamente, umanamente, deve essere ascoltato ed accolto, anzi è l’unica partenza…ma solo se poi la strada la si fa attivamente, solo se poi arriva il momento in cui si prende in mano, per quel che si può, il proprio destino.

Perché la responsabilità di questo è anche individuale – non “solo individuale”, ma è vero anche che la responsabilità collettiva non si realizza senza quella individuale.

Intendo, per essere ancora più precisa: non puoi pretendere che di diritto, dal cielo, passivamente, e per i tuoi casi singoli e personali, quello che vuoi ti sia matematicamente attribuito.

Questo non esisterà mai, e forse, in parte, è un bene: io voglio lottare, io voglio scegliere, io voglio capire la mia situazione e quella altrui relativamente alle condizioni del mondo in cui mi trovo ad agire, e si può conoscere se stessi e il mondo solo tramite scelte, conflitti e lotte che occorre fare. Non voglio essere un criceto nella ruota, con il mangime l’acqua e la gabbietta. Perché questo è qualcosa di piatto, e non ha niente a che vedere con la grandezza potenziale dell’essere umano.

Penso sia chiaro, ma non sto dicendo che questo sia il miglior mondo possibile – c’è molto che è giusto fare, c’è un “minimo” di giustizia che in molti campi è ben lungi dall’essere raggiunto, ci sono situazioni che sono molto oltre il limite dell’ingiusto, dell’umano, del sopportabile…

Ma questo non cambia, o anzi proprio per questo è utile chiarire il fatto che: nel mondo reale, tu hai diritto a migliorare la tua condizione, hai diritto ad un sistema di reclutamento equo per restare in tema, ma solo se sei disposto a prendertene la responsabilità, ad approfondire, a far tutto quello che puoi per quella cosa, se è la più importante, e a inserire tutto questo in una visione del mondo che includa gli altri, a mobilitarti, attivarti – e non hai diritto, invece, a che quel sistema, e tutta la società in generale, si tari e modifichi e agisca da “compensazione” alla tua condizione, con la stella polare “bianca” (sacrosanta, giusta in assoluto) del tuo soggettivo.

Il diritto, insomma, non è mai solo individuale, non è mai senza limiti, non è mai astorico, non è mai passivo, non è mai automatico – e che sia così è solo un bene. Perché noi siamo uomini, non criceti.

Credo infine che la modalità di (non) lotta del lamento passivo derivi da una fragilità psicologica, frutto dei mutamenti sociali degli ultimi 20-30 anni, in particolare delle pressioni economico-sociali che hanno portato ad una disgregazione collettiva. E senza argini, punti di partenza e di specchiamento, senza “terreni di forza” collettivi, il soggettivo perde la bussola – non gli resta che assumere la bussola facile, passiva, del “bianco soggettivo”: ciò che accade a me, ciò che desidero, ciò che mi è mancato, ciò che proietto sul mondo è la sola bussola e stella polare che deve guidare, informare il reale collettivo – e questo è un “giusto” intoccabile.

Pare un paradosso, ma questo “egocentrismo”, come dicevo, deriva dall’incertezza paurosa, una vera voragine, sulla propria identità – questa specie di “sabbiemobili” dell’io, infatti, determina una totale incapacità di far fronte alle avversità delle circostanze, ai conflitti fra interessi, alle sfaccettature di persone e situazioni. Siamo incapaci di collocarci, con un’identità non granitica, ma strutturata, nell’agone del mondo – e se ciò partiva da uno smantellamento collettivo, produce altro smantellamento del collettivo. Se il soggettivo non si costruisce senza un minimo di collettivo, quest’ultimo non riesce a ricrearsi senza i mattoni di solide individualità.

Mi sono decisa a scrivere questo articolo pensando alle graduatorie d’insegnamento, ma anche alle modalità di tante (non) lotte contemporanee, molte delle quali mi riguardano – penso a certi atteggiamenti “femministi” che pretendono un’uniformazione di pensiero e comportamenti ideale, bianca, totale, capace di spazzare via la complessità del rapporto uomo-donna, ma anche del rapporto con l’alterità in generale. E lo stesso dicasi di alcuni toni delle lotte anti-omofobia, o antirazziste. Tutte aspirazioni sacrosante, che condivido da una vita – ma condotte spesso con ragionamenti ed azioni apolitici, passivi, appiattiti, binari, ideologici, vuoti e controproducenti.

Spero quindi che chi legge questo articolo e ha qualche sogno nel cassetto, qualche ingiustizia dalla ferita ancora aperta, qualche obiettivo personale o collettivo complicato reso ancora più complesso dalla vita o dalle male-politiche attuali, capisca il mio intento: non di “causatività” schiacciante, non di colpevolizzazione, anzi tutt’altro – compresi i torti, messe a fuoco le ingiustizie, condivise le pene, occorre rendersi responsabili del proprio destino per quel che si può, scegliendo, scartando, rinunciando, e andando avanti per la propria strada, il più “focalizzata” e attiva possibile. Auguri!

 

 

 

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