Atto di scienza – vaccini, sacerdoti ed esseri umani

La scienza è una cosa seria.
Proprio per questo è importante non dimenticare su cosa si fonda: il dubbio.
La scienza lascia sempre aperto il dubbio di poter rimettere in discussione, sulla base di dati, le verità raggiunte in un preciso momento.

Se mi spaventa la gente che si crede medico, che crede la scienza sia solo bordello di corruzione e poteri (e lo è, ovviamente, in parte), altrettanto mi spaventa chi prende la scienza per dogma divino.

Non vedo alcuna differenza tra il vituperato atto di fede del credente religioso e quello del fanatico della scienza – anzi, sì: tendenzialmente il primo risente della pressione sociale, dei giudizi, della nomea di bigottismo o fideismo, ed è quindi, sotto sotto, meno sicuro.
Il secondo, quando è un vero “scientista”, ha una fede incrollabile, non lo smuovi, non apri spiragli – per lui è la scienza che informa la realtà, e non viceversa – un po’ come quei giuristi per cui se una legge dice una cosa, quello diventa non solo il giusto, ma anche il vero.
Un po’, a pensarci bene, è un ritorno alle origini della medicina “alta”, che era prerogativa dei sacerdoti e connessa al divino, opposta alla medicina “bassa”, quella esercitata da guaritori “artigiani” e manipolatori.

Ma quello che volevo dire è: sì, c’è bisogno di scienza, è vero. Ma di quella fondata sulla scoperta, sull’indagine, non sul sopruso, la fede, la presunzione di infallibilità.

Non sto naturalmente dicendo che nell’ambito scientifico tutti partono, e possano presumere di partire ed esprimersi, “dallo stesso livello” – c’è chi è all’asilo, chi alle elementari, chi alle medie, chi alle superiori, chi all’università, chi ha pure un dottorato…

Ma anzitutto, ed è ora di dirlo: questo vale per tutti i campi.
Perché quando qualcuno parla di letteratura, raramente lo fa con proprietà dei mezzi di analisi – e ad un semplice laureato viene male sentir parlare non “l’uomo della strada”, ma il giornalista, di figure retoriche ad cazzum, per non parlare della metrica, o delle correnti letterarie; quando qualcuno si esprime su leggi e Tribunali, spesso non ha la minima idea della fine costruzione del diritto, e al semplice laureato viene un coccolone, quando si fanno filippiche del tutto fuori merito, che non stanno né in cielo né in terra proprio nei presupposti; quando qualcuno parla di filosofia, di economia, di arte…di qualsiasi cosa, non avrà mai lontanamente la competenza di una persona che su quelle cose si è formato.
Sì: per capirne qualcosa di Medicina occorre studiare molto di più che per capirne qualcosa di Poesia. Ma questo non fa della prima un assoluto, e del resto un gioco da bambini.

Inoltre, non si coglie un aspetto.
Qualsiasi persona vive immersa nelle leggi, nella medicina, e (forse un po’ meno) nella letteratura. Questi aspetti sono la sua vita – la medicina, poi, è letteralmente e primariamente la sua vita.
Ciò non equivale ad una prerogativa nelle decisioni mediche da parte del signor Chiunque – significa però che è col suo corpo che si ha a che fare, quello del signor Chiunque, ed è quindi con la sua mente che è necessario dialogare, la sua soggettività che si deve considerare.

In ogni campo del sapere umano la tendenza a rafforzarsi, autodefinirsi, darsi stima settizzandosi è fortissima, e penso non ci sia bisogno di spendere parole su quanto questo atteggiamento possa essere nocivo – nei confronti delle discipline stesse, che si privano di qualsiasi dinamica dialogica, e che perdono del tutto la loro funzione, che è in ogni caso di stare nel mondo, di capirlo e dargli strumenti; e, poi, nei confronti degli esclusi dai fondamenti della loro stessa vita, magari con la beffa aggiuntiva di volerli in qualche modo “salvare” – fisicamente, in medicina e con la medicina; moralmente, la legge; spiritualmente, l’arte…

Ma non si salva nulla che non sia partecipe; non si salva nulla, se non essendo partecipi.
E il cieco fideismo è una fortezza che pretende di essere, sempre è comunque, l’unico mondo, il solo giusto.
Questo, al giorno d’oggi, è ancora più pericoloso, perché a differenza che in passato si maschera dietro l’inattaccabilità della “tecnica”, del progresso, del giusto assoluto in quanto “matematico” ed evoluto.

Da questa fede cieca è venuto il Governo dei tecnici e dei burocrati; da questa fede vengono i giovani progressisti che si indignano per lo scarso uso del bancomat, meraviglia della modernità tecnologica e tema di gigantesca importanza e bollenti furori (e se ne sbattono poi delle condizioni economiche generali del loro Paese); da questa fede vengono quelli che non si pongono il minimo scrupolo che non è nemmeno di “democrazia”, ma proprio di diritto personale minimo proprio e altrui, e imporrebbero ai figli di tutti millemila vaccini a scatola chiusa – che tanto i genitori sono tutti capre, “analfabeti funzionali” (espressione che mi dà l’orticaria) e trogloditi complottisti.

Capitemi: so benissimo che non è in gioco solo la libertà personale (che però, d’altro canto, E’ in gioco), ma la salute collettiva; so bene che il rischio di un’epidemia antiscientifica c’è. Ma proprio per questo combatterlo con un bombardamento scientista di massa mi pare una pessima idea.

Le persone, qualsiasi persona, deve avere il diritto di esprimere in sedi opportune dubbi, paure, richieste, opinioni su alternative alle cure mediche.
Anche perché la scienza non è un dogma, anche perché la scienza è fatta da persone, quindi suscettibile di errori eccezioni pressioni affari e fallacie, anche perché la scienza ha anche, accanto a millemila effetti benefici, sempre effetti collaterali. Che vanno spiegati, approfonditi, portati alla luce del sole, e non nascosti, nel tentativo di convincere le masse come un tempo si faceva con le prediche ai contadini ignoranti, dando loro un’immagine intoccabile e monolitica, incredibilmente infallibile, della scienza.

Penso che le derive antivacciniste, omeopatofile e via dicendo derivino in parte proprio dall’atteggiamento settario e impermeabile degli ambienti e “attori” scientifici – quelli per cui se hai un disturbo che non sanno diagnosticare ti stai inventando tutto; quelli che, negli ambulatori in cui stai nudo come un verme di fronte a loro, letteralmente e metaforicamente, ti trattano come sacerdoti che magna cum patientia, e pure un po’ sdegnosamente, ti concedono gocce di sapere distillatissime.
Mica avrai domande?, accidenti. Mica penserai di riferirmi un sintomo che non c’entra? – chi è il dottore qui, eh? Ah, sei stanca e ti preoccupi: ipocondriaca! (no, non parlo di me, ma di una conoscente e cliente morta poco fa, a 3 settimane dalla diagnosi di tumore praticamente dappertutto).

Per chi non vuole capire, ma solo scandalizzarsi per la lesa maestà scientifica, ribadisco: nessuno si deve sostituire al medico. Ma il medico nemmeno deve usurpare il paziente della sua soggettività, fisica, morale, intellettuale.

Certo, è in parte infantile chi reagisce a questo affidandosi a fanfaronate naturofile e a rimedi all’acqua di rose – ma è anche estremamente umano, e a me sembra un rivendicare la propria voce, sul proprio corpo, sulla propria vita, dopo essere stati estromessi da tutto ciò.
Se la scienza non ti vuole, l’economia non ti vuole, il diritto non ti vuole, la letteratura non ti vuole, la politica non ti vuole, il lavoro non ti vuole (tutti “reami” presidiati, unico mondo sacrosanto e giusto, da medici-sacerdoti, economisti-sacerdoti, giuristi-sacerdoti, scrittori-sacerdoti, politici-sacerdoti, imprenditori-sacerdoti…), in cosa puoi rifugiarti? In un mondo sconclusionato, certo, ma in cui tu ritorni soggetto, attore, in cui l’unica qualifica che devi avere è di esistere, di essere un uomo.

Niente di cui ridere, di cui farsi beffe, insomma – perché è un gioco pericoloso da entrambe le parti, se sono estreme.

E che si rompe solo creando le sovracitate sedi opportune, che sono esistite poco ed esistono ancora meno; solo formando i medici a considerare i pazienti non deficienti ambulanti da rimettere in sesto, volenti o nolenti, carcasse vuote con cui nemmeno vale la pena parlare, ma su cui riversare senza speranze addestramenti tecnici, vuoti a perdere utili solo a rimarcare la propria classe sacerdotale; solo facendo un serio lavoro di educazione di base, fin dalle scuole primarie, affinché la scienza sia una passione, la più grande, la più rispettata, proprio in quanto ricerca, scoperta del vero, riscoperta e progresso – ma soprattutto, sia di nuovo sinonimo di rispetto e orgoglio dell’essere umano.

 

La medicina non è una scienza, è una pratica basata su scienze e che opera in un mondo di valori.
È, in altri termini, una tecnica – nel senso ippocratico di techne – dotata di un suo proprio sapere, conoscitivo e valutativo, e che differisce dalle altre tecniche perché il suo oggetto è un soggetto: l’uomo.

[Giorgio Cosmacini, Il mestiere di medico]

 

 

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