Storia di una scrittura, delle sue ceneri, e di voi

Ricordo che a sei anni, appena capito come i segni maldestri sulla carta potessero legarsi in una avventurosa catena, in una storia, mi misi a scrivere il mio primo romanzo. Parlava di Cip e Ciop, ed era un lungo dialogo, caparbiamente monotono, coraggiosamente estenuante, fra i due scoiattoli. Roba forte, pure per le orecchie benevolenti di amici e parenti finalmente accontentati: unica nipote di nonni e zii da entrambi i rami! Il tesoro della famiglia!….va bene, ma basta “aperte le virgolette / chiuse le virgolette”, per pietà. 

Ancora prima, a quanto mi dicono, avevo dimostrato una insolita curiosità per il mezzo linguistico. Del tutto disinteressata agli orizzonti che potevano spalancarmi le abilità motorie, me ne stavo seduta come un buddha alienato a fissare il vuoto, ad inseguire nella mente qualcosa di più interessante del gatto fisico dei vicini: il gatto filosofico, l’omnigatto, tutti i gatti. E infatti un giorno, attorno ai nove, dieci mesi (anche se la leggenda parla di sette, otto mesi), cominciai a declinare le poche parole che conoscevo: “Gatto, gatta, gatti, gatte, gattini, gattine, gattino, gattina…” e via all’infinito.

Altra roba forte, tanto che mia madre chiese al pediatra (en passant: uno che sembrava il fratello magro di Snoopy, ma con una barba lunga da hippy e che fumava nel suo studio un enorme sigaro cubano) se non fosse il caso di darmi una controllatina al cervello, si sa mai, quelle convulsioni avute a 40 giorni…Ma il pediatra rispose che l’elettroencefalogramma se lo sarebbe dovuto fare lei, la madre; che quello era, invece, il segno eccezionale, ma positivo, di una grande curiosità linguistica.

In ogni caso e al di là della leggenda, non ho ricordi di una scoperta o concezione della lingua come qualcosa di staccato da me – mi sembra che sia sempre stato, invece, come essere immersa in qualcosa che era anche in me, che era anche me. Aria, o acqua, o mondo, qualcosa che sei tu, che ti serve per vivere, ma anche per scoprire – e quindi, più che naturale dedicare tutte le proprie energie, la propria curiosità, a decriptarne le regole, le frequenze, gli andamenti e le bellezze. Non per “carpirne i segreti”, per impossessarsene, concetti incongrui – ma per scoprire come si scopre la vista, e odorare, e respirare, e andare e raccontare.

Ed è così che, a quanto pare, ho acquisito quella che un professore, ai tempi dell’università, descrisse come “una proprietà del linguaggio unica” – come un orecchio linguistico che sente la sintassi come si sente una nota, e l’errore come una stonatura, ed esplora le possibilità espressive come una sinfonia da suonare. Ho lasciato lo studio del pianoforte quando è arrivato il computer, e battere sui tasti parole, sapendo naturalmente dove stanno le lettere, chiudendo gli occhi per comporre meglio, era tutto ciò che volevo.

Ciò che però ho sempre saputo, e sentito, è che sviluppare al massimo questa sorta di sesto senso o supersenso era una cosa che c’entrava poco, con la scrittura. Sì, significa aprirsi tutte le vie, i passaggi, i sentieri e le più agevoli discese, significa poter esplorare – ma costruire la città, far sì che queste vie portino da qualche parte, anzi facciano “qualche parte”, un luogo mai visto, utile, significativo per gli altri, è tutt’altro.

Per questo, ho sempre scritto in silenzio, pagine e pagine di diari, personali o meno, su tutto, in una grafomania impellente e disordinata, a voler esplorare tutto, dal dettaglio della sensazione più intima al quadro d’insieme, per mettere alla prova la mia capacità architettonica, e quella di comunicazione, e di correlazione, e di armonia e di pregnanza…

Ma nemmeno questo è bastato – perché, ora lo comprendo, si reggeva sulle sabbie mobili di un’identità inaccettata, sul pantano delle aspettative, sui malintesi di me.

Ed è servito qualcosa di spaventoso, è servito spingermi fino ad uscire da me, fino a sentirmi, lo ricordo spesso con raccapriccio, letteralmente un involucro di corpo, e la mia identità, io, collegata al corpo solo da un filo fatto da chissà che, un palloncino sbattuto al vento, alle intemperie, senza protezione, senza destino – è servito questa tempesta di realtà, di ammissione, di fallimento, per farmi capire che io sono io: che questo non sarà mai perfezione, ma che questo non sarà mai, per forza, un male; e che questo è indispensabile alla scrittura.

Intendo che “io” può essere tutto, vile, strappato, incerto, assorbente e fragile: ma, per essere terreno di scrittura, non può essere lasciato sabbia, e non può essere irresponsabile di sé.

La scrittura, infatti, è una pianta fragile, che ha bisogno di natura e di arte. Natura significa un terreno fertile, di esperienze, immensità di lettura, notizie, confronti, voci – ma serve poi un punto di partenza individuale, un’asse di legno piantata nel caos su cui appoggiare i piedi, a mo’ di sgabello un centrimetro sopra l’abisso e le maree, che ti permetta di salirci e dire: “C’era una volta”.

E l’arte dev’essere anche la consapevolezza che si vuol fare qualcosa, e che per questo il terreno è sacro – non solo perché così dovrebbe essere per tutti, ma doppiamente, perché quel terreno serve ad altro che ad essere soggettivamente, per quanto possibile, felici. Serve a far fiorire qualcosa di unico, utile, significativo.

Gli atleti, penso spesso, hanno disciplina, allenamenti, regole, restrizioni, sacrifici. Gli scrittori, come dire, sono più smidollati – credono che basti la natura, basti essere scribacchini dotati, o al giorno d’oggi, peggio che mai, che basti avere cuore o ciò che la società codifica come cuore. Ed è per questo che oggi gli intellettuali, e gli scrittori al massimo grado, sono molto più stupidi della gente comune, che pretendono di capire, per cui pretendono di essere “faro” di intelligenza e comprensione. E’ per questo che pochissimi scrittori hanno capito la loro epoca – i grandi, almeno, hanno capito cose universali: siamo noi che non sappiamo usarli come chiavi.

Ma che vi frega, a voi, di tutto questo?

Non so, potrebbe fregarvi leggere qualcosa di speciale. E questo è quello che vorrei fare io per voi.

Ci ho anche provato, e in parte penso di esserci riuscita, con “Gelem gelem”. Oggi infatti dico senza paura di smentite che non avete mai letto, né mai leggerete, qualcosa del genere – è un romanzo fortemente personale, che ha imparato da tutti, si è ispirato a tanti, ma non ha preso a nolo da nessuno. Ed è un romanzo sincero: parla di qualcosa che volevo davvero capire, senza pose, senza voglia di piacere a tutti i costi.

Questo è un merito al netto delle vendite, minime, della mia capacità di promuoverlo, inesistente, dalla collaborazione nel promuoverlo di chi mi è vicino, simile alla mia a parte casi rari, e da quella della casa editrice (stendiamo un velo, perché sono stata troppo presa, per due anni, a ringraziare tutti i santi del paradiso che qualcuno si fosse degnato di pubblicare una signorina nessuno come me – per me, questo era già tanto, e invece, se pensi di aver scritto qualcosa di buono, è il minimo, e sta a te, mica a nessun’altro, lottare per portarlo in giro fra le persone).

“Gelem, gelem”, comunque, è nato da un momento particolare, in cui, benché tutto mi fosse crollato attorno, ho avuto il coraggio di mettere quell’asse sull’abisso, quel piccolo sgabello su cui salire.

Il primo problema, ora, è che ho fatto man mano una scoperta ben riassunta da una frase intercettata su facebook (grazie Marzia), cioè che il prezzo della verità è l’incertezza – tradotto: più vai avanti nel cercare di capire le cose, ed è appunto da una visione generale minima che la scrittura deve partire, più tutto sfuma, diventa dubbio, e ti porta a cercare ancora, ed è questa l’unica verità.

Il secondo problema quindi è che per mettere un’asse ora, un’asse vera, devo capire a che punto metterla, in che verso, e in che direzione guardare, perché dire cose scontate non fa per me; dire cose altrui, per niente; dire cose ininfluenti, non merita la mia fatica e l’attenzione dei lettori.

Il terzo problema, poi, è che l’abisso si è collettivamente allargato, e se vuoi mettere un’asse devi prima fare lavoro di carpenteria sugli argini, un lavoro concreto, fatto di quotidiano da metter su e riparare, mattone per mattone, di scelte e di rinunce. Un concreto che, se da un lato fa bene alla psiche e all’esistenza, fa male al tempo e alle energie.

Il risultato di tutti questi problemi è stato, inevitabilmente, uno solo: non ho più tempo per scrivere, né una stella polare che mi dica dove deve andare la mia scrittura, che storie deve raccontare il mio terreno.

Il risultato è stato che l’asse di prima, pur buona che sia stata, l’ho dovuta bruciare, e con asse intendo tutto l’armamentario di idee su di me, sul mondo, sui rapporti, che avevo faticosamente costruito – non era una visione errata, o del tutto standardizzata. Ma era una visione ancora in bianco/nero – e il prezzo della verità è l’incertezza. Se vuoi scrivere qualcosa di vero, e quindi utile e significativo, devi andare avanti.

Ora c’è qui questo mucchietto vario, cenere, le aspettative degli altri, i giudizi, la paura, qualche brace forse, la castrazione di mie passioni (come il bagaglio di letteratura che ho amato, e non ho mai usato perché mi sembrava fosse qualcosa di antico e demodé, o la fragilità, o il ridicolo), e poi le dicotomie storiche che si erodono, il disastro sociale, i lettori che non leggono, la gente che non sa, i giornali che non si aprono e le cose che non si sanno, il passato che non è saputo e cade nell’oblio, ma anche la consapevolezza di essere una persona rinforzata, con quel palloncino rientrato, al sicuro – incerto, ma  capace di volgere le pressioni in spinte, di farne altro…

A voi, dicevo, che vi frega?

Ho sempre pensato un bel cavolo di niente, ma in questi giorni, casualmente, si sono assommate manifestazioni di stima da parte di tante persone, e caute attese, e curiosità. Ho qualche fans, insomma, oltre a critici, ai detrattori, agli eterni freddi o alle persone semplicemente scettiche e riservate.

Forte, almeno un po’, di mio, e soprattutto delle sincere altrui parole, ho sentito il bisogno di fare il punto, per me e per chi è interessato – gli altri, finalmente me la sento di dirlo, possono anche andarsene affanculo alla leggera, a far ciò che interessa loro, perché se non mi capiscono o apprezzano, se non traggono qualcosa di buono da ciò che scrivo, è un problema loro. Non m’interessa essere il meglio, o inattaccabile: ma di fare, scrivere qualcosa di buono, unico, significativo, sono sicura.

Ecco, allora, volevo dirvi, miei 2,5 lettori: sono qui col mio mucchiettino di cenere e qualche brace, e con la vostra presenza; sto lavorando di carpenteria sugli argini, e dovrò farlo ancora per un po’…Ma mi prendo un impegno, con voi e con me stessa: fatti gli argini, farò l’asse, farò lo sgabello, e inizierò con nuovi, unici, significativi “C’era una volta”. Se potete, aspettatemi.

Di più: se potete, accompagnatemi.

Perché nonostante tutto ‘sto bel dire resto un colabrodo di incertezze, facile preda di assoluti alla “un vero scrittore fa questo e quest’altro” o alla “nulla dies sine linea”…oddio, molti dies sine linea!; e soprattutto, senza rimpiangerlo, resto completamente convinta dell’importanza degli altri, in qualsiasi cosa. Nella vita privata come nelle grandi imprese, nei piccoli libri come nei grandi capolavori.

Ciò che scriverò, dipende in buona parte anche da voi.

Grazie

 

Ti racconterò i grandi dolori e le speranze che originarono, in tempi lontani, la mia stupefacente ricerca…e come si dice: se mi credi credimi, se non vuoi crederci non crederci.

Che mio padre mi assista e renda il mio racconto degno dei suoi!

Devi sapere che egli era paramnisaris, il migliore contastorie che mai nacque sotto il cielo dei Balcani. Non credere questo sia un vanto, perché è il pubblico a fare il cantore, non viceversa. Mio padre divenne così bravo perché suo padre era un cantore eccezionale e suo nonno anche, ma soprattutto perché la comunità era il suo pubblico.

Furono il pubblico, le strade e le piazze a nutrire le sue capacità [da qui].

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