Riflessioni sul reale – o almeno ci si prova

Scrivo questo articolo per riassumere alcune cose che penso da qualche tempo, cose che mi hanno portano lontano da persone, ambienti, gruppi che tuttora stimo, ma che non posso non ritenere, per questo, meno valide, quantomeno come rimessa in discussione.

Si tratta di cose importanti per la vita di tutti noi, quindi penso possano interessare, potenzialmente, tutti.

Le ho scritte ad una persona precisa, ma è un avvio di dialogo con chiunque.

Come per tutti, credo, non si tratta solo di “farina del mio sacco”, ma la macinatura è tutta mia – anche perché a conclusioni simili si arriva per strade, con tempi e modi diversi, e pure litigando, con se stessi e anche con chi è d’accordo. Figurarsi con gli altri.

Come sempre, premetto le mie lacune – la mia è una formazione letteraria, quindi su praticamente tutto il resto sono autodidatta. Se c’è, fra i lettori, qualcuno meglio istruito di me in quanto a economia, politica, sociologia, è invitato a correggermi, senza scandalizzarsi se a volte, per arrivare al punto, sono un po’ “grossolana”. Ah, preciso anche che per “più istruito” non intendo per forza un titolato professore – l’ambito accademico, ne sono convinta, può egualmente dare strumenti quanto menomarli.

Buona Lettura.


[…] Io credo che dagli anni ’70 si sia aperto un baratro: questo baratro è quello della riflessione critica sul reale.

Gli ideali che avevano mosso i giovani, e portato ad eccezionali conquiste sociali, civili, economiche, sono diventate un simulacro, quindi qualcosa di nocivo, invece che uno strumento di lettura e lotta.

Credo che questo sia derivato dall’aver sottostimato il potere del capitalismo.

Credo che in molti, intellettuali e non, abbiano creduto che “bastava” opporsi con ideali forti a questo sistema per averla vinta. Forse avevano letto poco Marcuse, forse Marcuse stesso non aveva visto fino al fondo di questo buco nero – tanto da scrivere quella riflessione, divenuta mantra di molti, per cui solo i migranti, venendo da un altro sistema, avrebbero portato a lotte diverse capaci di disarcionarlo…invece di esserne, come accade oggi, totalmente strumentalizzati, e impossibilitati dalle nuove condizioni di povertà materiale e spirituale a creare una qualche solidale resistenza con i reietti “locali” – ecco la frase:

Al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico, la loro presenza prova quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni e istituzioni intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza. Perciò la loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola la regola del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato.

Fatto sta che il capitalismo fagocita davvero tutto, molto più di quanto previsto e prevedibile, annulla anzi ribalta a proprio favore ogni impulso e idea che non sia impietosamente fondato su un’analisi minuziosa, ultra-attenta, del reale.

Provo a fare qualche esempio.

Il capitalismo in passato si sposava bene alla società patriarcale, è vero; ma oggi sposa oltre al modello patriarcale anche l’opposto – non solo se ne fotte se tu, donna, ti rendi indipendente: anzi, arriva a impossessarsi del tuo slancio, lo cristallizza, ne fa un totem e lo usa per isolarti, atomizzarti. Come dire?, spinge la tua sacrosanta emancipazione fuori strada, oltre, contro di te…Dicendoti ancora cosa fare nel modo peggiore, facendoti credere che lo vuoi tu e che è un “assolutamente giusto”: non hai bisogno di nessun altro, devi puntare alla tua realizzazione “come se non fossi donna”, devi valorizzare come assoluto indipendenza, intraprendenza, modi “tutti d’un pezzo”, devi disprezzare fragilità, sfumature e “cose da donna”…E così ti ritrovi ad aver perso la dimensione collettiva, a non saperti relazionare, ad essere sola in una società spaccata – quindi: a non avere più, nemmeno, un’identità ben radicata e, pur con le sue fragilità, luci ed ombre, aggiornamenti e cambiamenti, contestualizzata e stabile.

Il capitalismo si sposava bene al razzismo, e oggi pure, solo che si sposa bene pure al suo opposto.

Siccome quasi nessuno fa più né condivide più una vera analisi politica, di scontro, confronto, riflessione, rimessa in discussione, valori sì ma nessun totem e tabù, ma ci si scanna su destra e sinistra (ah, a proposito di analisi del reale e destra/sinistra, mi viene in mente quel Marx che, mi è stato detto, non si definiva di sinistra, perché la dicotomia destra/sinistra non significava nulla, non esisteva…eppure qualche bella rivoluzione l’ha seminata lo stesso, senza bisogno di dirsi di sinistra…che anche a me viene male all’idea di non dirmi di sinistra, ma a questo punto mi pare chiaro che sia un problema più emotivo e psicologico, o meglio un bisogno di questo tipo, più che una riflessione, identificazione, costruzione onestamente politica) – dicevo: siccome non si analizza il reale con categorie rigorose, è facile credere e far credere che l’unione indistinta faccia la forza, che se i migranti arrivano in modo indiscriminato ci daranno una mano, si uniranno a noi nella lotta contro il sistema. E invece accade l’opposto: l’arrivo indistinto è strumentale, atomizza, separa, schiavizza.

Forse perché il “proletari del mondo unitevi” funziona solo se prima si vince, si pesa, si costruisce qualcosa nel proprio Stato, e poi ci si unisce – tra l’altro, a modo proprio, secondo la propria storia e le legittime aspirazioni. E questo mi sento di dirlo dopo anni, belli ma esasperanti per le frustrazioni continue e il senso di finire a fare l’opposto di ciò che volevo fare, a lottare per i diritti dei migranti.

Oggi credo, come allora e come sempre, che nessun uomo sia migliore di un altro per provenienza etnica/nazionale/culturale/religiosa, e meriti gli stessi diritti (una delle poche certezze che ho – e mi sembra quasi pleonastico, ma ho imparato a dirlo prima di sentirmi dare della razzista…sic!) – ma oggi credo che noi quei diritti li abbiamo persi, li stiamo sempre più perdendo, e stiamo non solo permettendo, ma anche favorendo una schiavizzazione dei migranti per il nostro bisogno di dirci, sentirci, mostrarci antirazzisti.

Credo anche che i diritti non esistano se non in concreto, nella loro declinazione particolare – se astratti, sono l’opposto che utili, che aspirazioni, perché diventano appunto totem strumentalizzabili.

I diritti sono una concretizzazione storica, politica, sociale, antropologica – questo significa che ognuno deve essere responsabile di definirli nella propria società in relazione agli altri, e non necessariamente i diritti devono essere, in società diverse, gli “stessi” – perché grazieadio, e questo sì che sarebbe rispetto della diversità, non tutti vogliamo le stesse cose, aspiriamo agli stessi traguardi, abbiamo lo stesso concetto di libertà o progresso.

E di certo aborro l’opposto: imporre agli altri il nostro modello valoriale – non solo imporlo, ma imporre che lo vogliano. Esportare democrazie è un ossimoro, e a me non spaventa pensare che nel mondo arabo non si possa parlare di laicità dello Stato, o di femminismo per come lo intendiamo, o di socialismo per come lo intendiamo. Quando qualcosa del genere c’è, ha sempre le sue peculiarità – qualcuno dice che è la stessa cosa, ma perché dovrebbe essere un problema dire che “è altro”? credo sia molto più rischioso affibbiare etichette potenzialmente uniformanti, che riconoscere dignità nella diversità – senza vietarsi critiche, pressioni, solidarizzazioni.

Naturalmente (ancora mi pare pleonastico, ma…), non sto dicendo che dobbiamo essere razzisti, o antifemministi, non riuscirei manco a sprangate. Sto dicendo che occorre essere accorti, e sapere che il capitalismo non è solo razzista, ma anche antirazzista; che il capitalismo si veste pure da femminista, e progressista, e democratico, e empatico ed umano.

Anzi: nel tempo dei mass-media, l’empatia è molto più utile, strumentale e strumentalizzabile, del suo contrario, della fantomatica indifferenza. Sono convinta che oggi, con l’uso delle emozioni (che poi ci tengo sempre a distinguere: si parla di emozioni banalizzate, di uno stupro delle emozioni…il problema mica è il “lato emotivo”), si riuscirebbe, anzi si sta riuscendo, a far fare, credere, lottare chiunque per qualsiasi cosa, per di più mettendoci su l’etichetta di quel che si vuole: antirazzismo, femminismo, socialismo. Il crimine perfetto, lo stupro dei valori più nobili.

Quindi non direi che abbiamo bisogno di più emozioni, manco chi non condivide certi indirizzi sia un automa senza cuore – direi che c’è un gran bisogno di senso critico, e per me il senso critico ha due gambe o una coda con due pinne, perché si condizionano e supportano e orientano: la ragionevolezza “razionale” e quella “sentimentale”.

Ma in che modo il capitalismo può rendere razzista, classista, qualcosa che sembra pianamente giusto come, chessò, la libera circolazione?

Io credo, dai fatti storici degli ultimi anni, dalle dinamiche delle migrazioni che ho studiato e “toccato con mano”, che il capitalismo abbia una sola regola: comandare, ricavare più potere e soldi possibili, a qualsiasi costo.

Quindi il modo migliore è senza dubbio: spoliazione dei territori, delle comunità meno forti; delocalizzazione delle imprese in quei paesi; delocalizzazione della forza lavoro da quei paesi ai paesi che avevano solide basi democratiche ed economiche; sfruttamento della forza lavoro migrante isolata, desindacalizzata, spaesata, sino alla vera e propria schiavitù (profughi a costo zero); compressione dei salari per i lavoratori dei paesi d’arrivo; delocalizzazione dei lavoratori dei paesi d’arrivo in paesi di tradizione capitalista o evoluzione capitalista, come USA, Germania, Inghilterra.

Tutto questo, mi sembra chiaro, ha un solo vincitore: le classi dominanti di tutti i paesi coinvolti; e un solo sconfitto: le classi “inferiori” di tutti i paesi coinvolti.

A me, alla luce di questi che si basano sì su fatti, ma possono essere anche semplici dubbi, paiono assurde, anzi pericolose, convinzioni granitiche opposte: no, i migranti si ribelleranno, il loro afflusso farà saltare il tavolo, ci uniremo e sconfiggeremo i poteri – perché ci deve essere uguaglianza, ci deve essere libera circolazione, non ci devono essere discriminazioni migranti economici/richiedenti asilo…

E alle mie orecchie queste frasi suonavano da troppo, prima di tutto, inconsciamente razziste – cioè: i migranti ci servono a far saltare il tavolo (perché noi non ci sentiamo in grado di farlo). Così sì che fai discendere un diritto dall’utilità, senza vedere come e se si realizza, questa utilità, in che condizioni, a scapito di chi, migrante e italiano.

Inoltre, queste frasi capovolgono totalmente, mi sembra, l’ordine delle cose, facendo conseguire decisioni politiche, economiche e sociali ad assoluti ideali e intoccabili, indeclinabili – e non che questi valori non mi trovino d’accordo, anzi, lo ripeto: contesto questo approccio proprio perché li vorrei veder concretizzarsi, e non che per inseguirne l’ombra emotiva avallassimo lo smantellamento dello stato sociale, o più ampiamente dello stato di diritto!

E questo è causato, e a sua volta causa, una visione del mondo basata  non sui fatti, ma su quello che tu vorresti – cosa ben diversa, questa, dagli ideali, e che ti porta a sposare battaglie che poi fan vincere la guerra agli ideali opposti.

Un esempio: anziché battersi per una libertà di spostamento sensata per le persone, ci si batte per una mostruosa libera circolazione totale, per la cancellazione dei confini che sono anche la protezione della comunità, e così facendo si fomenta la libertà di sfruttamento per le aziende, e l’obbligo di emigrare per le persone – lo si fa, apparentemente, senza interrogarsi sulle conseguenze, sui precedenti, sui meccanismi socio-economici che non sono “il contrario” dei “valori buoni”, dei diritti umani, e anzi, appunto, con una polarizzazione da pensiero unico “buono/cattivo”.

(en passant: tralascio chi, invece, conosce bene le conseguenze, ma le desidera. Un solo nome: il…non so come definirlo, uomo d’affari Soros, che finanzia Arcigay, il blog di Del Grande e qualsiasi cosa sia progressista e per i diritti civili. Se siete disposti a credere che lo faccia perché ha un grande cuore, non sapete di cosa è responsabile. Se lo sapete, delle due l’una: o è schizofrenico lui, o lo siete voi).

Comunque, all’opposto, è solo da un’analisi precisa della situazione oggettiva che si può costruire un concreto obiettivo di giustizia, e solo poi scegliere le politiche per realizzarlo.

Questa analisi dell’attuale, delle condizioni storiche, non è un’inezia, e soprattutto non è, come viene invece posta oggi, un sacrilegio (come fosse un’offesa, un reato di lesa maestà contro quei valori intoccabili). È, appunto, la partenza di tutto.

Perché se lo scopo è arrivare sulla vetta della montagna, non è la stessa cosa partire dal paesello nella valle o da un’isola nel lago vicino: ma se parti da un’isola la barca la devi prendere, che ti piaccia o no il mare…Se prendi la bici come se fossi ai piedi della montagna, il rischio, manco a dirlo, è che affoghi – e con te tutti i tuoi cari, e discendenti.

Non voglio aprire un altro discorso infinito, ma trovo sia fondamentale riportare al centro del dibattito il ruolo dello Stato come terreno delle lotte sociali (ho riassunto un paper dell’economista Cesaratto, su questo: qui) – non perché lo Stato sia buono di per sé, ma perché storicamente ha permesso alle classi oppresse di far valere il proprio peso, e perché, semplicemente, se esiste una comunità in qualche modo definita, per quanto varia e molteplice, con regole e confini (che essendo confini non diventano muri), è possibile al suo interno esercitare questo scontro di forze, contro l’alto.

Un mondo senza nazioni, comunque le si voglia chiamare, è un mondo senza rifugio, flipper orrendamente regalato a poteri politici ed economici, dove tu non sei nessuno in relazione agli altri, sei uno, non hai ruolo se non quello di strumento del Capitale, e non puoi costruire nessun conflitto – scioperi? E il padrone delocalizza. Vuoi contestare una decisione politica? Ma è l’UE che ce lo chiede. E dov’è l’UE? Lontana, lontana – molto più del governo nazionale. Ti licenziano perché fanno fare il tuo lavoro gratis ad un profugo (roba che a casa mia si chiama schiavismo)? Non c’è uno Stato su cui fare pressioni, da cambiare con il voto o le azioni. Non c’è più nulla, manco la speranza.

Comunque, ci tengo a sottolineare questo punto. Avendo perso lo Stato la funzione di campo equilibratore delle tensioni sociali, oggi in Italia l’arrivo indiscriminato di migranti può andare in un solo modo, perché è impossibile il contrario, e perché questo arrivo indiscriminato è desiderato e canalizzato, al di là di proclami politici, proprio per questo: schiavizzazione dei migranti (e non li abbiamo, no, gli strumenti per lottare contro questo, almeno finché non ridiventiamo voci di uno Stato, di una comunità libera e sovrana); compressione dei salari e ricatto salariale; mantenimento della disoccupazione come spauracchio e minaccia.

Ora io non ho la soluzione in tasca, ma sono certa, dopo aver litigato dibattuto convinto studiato essermi spaccata la testa, della necessità assoluta di due battaglie.

La prima è politica, ed è riconquistare la sovranità nazionale minima – io non amo lo Stato di per sé, ma voglio che esista un qualcosa che si frapponga fra me e i poteri forti, semplicemente perché so per certo che altrimenti i poteri forti mi ammazzano.

Se lo Stato appare un’entità pericolosa, con i rischi delle derive autoritarie o i mali di corruzione e nepotismo, a me questo sembra, però, un qualcosa connesso alla natura umana, ai rapporti sociali, su cui insomma non si può fare a meno di lavorare – invece l’alternativa, un individuo “obbligatoriamente libero” di fare quel che vuole e andarsene dove vuole e essere chi vuole, a me semplicemente sembra mostruosa, deresponsabilizzata, destoricizzata, il destino tragicomico di un individuo incapace di costituirsi collettivamente come comunità e quindi menomato nella sua identità. Il tutto, mi sembra chiaro, è estremamente desiderabile per i poteri economici.

Io voglio uno Stato che intervenga in economia, in politica, nel mercato del lavoro, che ponga limiti e regole. Voglio uno Stato che abbia confini gestiti con intelligenza e umanità: niente muri, ma libertà di decidere di una comunità. Non per razzismo, ma per analisi economica, sociale, politica, e per la vera dignità e libertà di tutti. E voglio uno Stato vicino, tanto da poterlo condizionare col mio voto, con le mie azioni, con le mie pressioni, mie e della mia comunità.

Pensavo, riguardo alla distinzione migrante economico/rifugiato: chi chiamerebbe razzismo il fatto che su una barca che affonda si dia la priorità a donne e bambini? Allo stesso modo, chi fugge da una guerra perché rischia la vita ha priorità su chi vuole migliorare economicamente la propria situazione. E sì, noi siamo in una situazione di emergenza – almeno, finché non riprenderemo la libertà di decidere come comunità.

Mi sembra scontato dirlo, ma ovviamente anche i migranti economici hanno tutta la mia solidartietà – solo che incentivare lo spopolamento dei paesi del Terzo mondo, ancora a “nostro” vantaggio (cioè delle nostre classi dominanti) non mi sembra poi così antirazzista.

E’ di poche settimane fa la notizia: la Procura di Catania sta indagando sulle attività di varie ONG finanziate per “aiutare” i migranti…andando a prenderli in Libia, anche “su appuntamento”, frapponendosi al soccorso e ai controlli delle autorità italiane, e poi scaricando i migranti a caso sulle coste italiane: senza occuparsi delle loro condizioni, del loro futuro, del fatto che abbiano una rete di parenti o conoscenti pronti ad aiutarli, né (un minimo, ci sarebbe pure quella) della sicurezza. E guardacaso, chi torna fuori, fra i finanziatori di queste ONG filantropiche? Lui, l’affarista schizofrenico: George Soros.

E capitemi, il mio non è il leghista e menefreghista “aiutiamoli a casa loro = laviamocene le mani”: è che se davvero si lottasse, con solidarietà questa sì veramente fra classi, perché in ogni nazione, ogni cittadino fosse libero di contare e pesare, non sarebbero più nemmeno necessarie quote sanatorie e flussi. Chi volesse migrare, libero di decidere di farlo, lo potrebbe fare, perché si tratterebbe di un numero gestibile di persone, non strumentalizzabili e non disperate, spinte a lasciare tutto come fosse l’unica strada…per affrontare prove fisiche e psicologiche massacranti, in un calvario disumano di incertezza, sopraffazione, mancanza di prospettive, degrado totale. Tanto che, ma ovviamente sono notizie non particolarmente sottolineate o viceversa strumentalizzate, aumentano i casi di suicidi fra i migranti – si dirà che è la burocrazia razzista, l’Europa chiusa, l’indifferenza. E invece, quelle sono vittime dello sfruttamento capitalistico della forza lavoro, e di chi lo avalla senza rendersene conto.

Si viene tacciati di qualsiasi cosa, a fare questi ragionamenti, ad esempio di incoerenza – ma che io adori il mio quartiere con il 40% di popolazione straniera non significa volerlo a qualsiasi condizione, a discapito dei migranti, per la libertà di sfruttamento e impoverimento generale.

Soprattutto, all’opposto questo non può essere fatto per il mio piacere, il mio ideale di società multiculturale, per la mia sfregola di esotico – perché purtroppo in tanti (non certo in tutti) ho trovato questo: la superficiale, egotistica illusione di avere il mondo a casa propria, di assaggiare piatti dal mondo, di scambiare conoscere aprire la mente. Tutte cose bellissime, che riempiono il cuore…bene per Giulia – ma a che costo?, e per chi?

E appunto, la seconda battaglia è quella per i termini, il discorso, la comunicazione. Per risvegliare le coscienze, sì, ma non per forza quelle del popolo bue, che spesso è più aperto al confronto di chi ha enormi barriere mentali, date da buone intenzioni, dall’essersi impegnato una vita in battaglie simili, dalla fortissima volontà che la realtà corrisponda ai propri ideali, che niente della realtà intacchi il proprio pacchetto di valori – perché questi lo caratterizzano, gli danno un’immagine di sé in un’epoca in cui tutte le caratterizzazioni, i ruoli nel senso positivo del termine, dati da una dimensione collettiva ormai del tutto smagliata, stanno saltando.

Cosa intendo di preciso?

Intendo che c’è gente di sinistra che sbraita contro la Le Pen (fascista!, fascista!) senza aver minimamente letto il suo programma, o senza averlo rimesso in discussione, provato a capirlo nelle sue ragioni e intenti…e criticato, certo, pure a fondo.

Fascista!, fascista!, anche se propone di introdurre in Francia il referendum abrogativo (che non c’è) e un sistema elettorale migliorato sotto il profilo democratico, insomma misure incompatibili con un sistema davvero autoritario…

Ma il colmo è che io non sono d’accordo con la Le Pen per molte cose (ad esempio, la soppressione degli aiuti per le famiglie di minori criminali, o dei fondi medici per le cure a immigrati clandestini, o il riarmo massivo delle forze dell’ordine, o ancora il ventilato referendum, ma appunto è un referendum quindi si esprime il popolo, sulla pena di morte), ma anzitutto capisco, e condivido, l’intento primo, la prima tappa, l’ispirazione generale di questo programma: puoi essere d’accordo o meno, se sei cittadino puoi votare o meno questo programma, ma è diritto di uno Stato, di un politico, di un cittadino esprimersi in piena sovranità su queste questioni. Immigrazione, confini, difesa, politica estera non sono tabù.

Inoltre, molte delle misure proposte dalla Le Pan, se non sono socialismo, rimettono almeno al centro le questioni base per una minima dignità umana, e non intervengono invece in quello che è il privato delle persone (anche se la Le Pen si è espressa a favore dell’aborto; si è dichiarata cattolica ma non praticante, e laica; non si è mai schierata contro i matrimoni omosessuali, come molti membri del Front National, ed ha anzi affermato che farebbe evolvere i PACS in quella direzione – e ha eletto delegato nazionale del Rassemblement bleu Marine, coalizione di partiti sovranisti, un politico dichiaratamente gay, Sébastien Chenu, che è anche segretario dipartimentale di 3 dipartimenti del FN): potere d’acquisto alle famiglie, aiuti importanti alle famiglie stesse, aumento del salario minimo, aiuti alle imprese francesi anche con massicci interventi statali, accesso al credito agevolato per piccole e piccolissime imprese, riduzione dell’età pensionabile da 62 a 60 anni, ritiro della Loi Travail (qualcosa di simile al Job act),  detassazione delle piccole eredità, diminuzione delle tariffe delle bollette domestiche, “blindatura” della settimana lavorativa di 35 ore, investimenti nella sanità pubblica, blocco di qualsiasi aumento dell’IVA, abbandono della NATO…

Insomma, la Le Pen mi sembra tutto meno che l’indegna, vergognosa, scriteriata razzista dipinta dai media – nel confronto a Ballarò con D’alema si può, di nuovo, non essere d’accordo in tutto o in parte con le sue parole, ma lei è un politico, che analizza, si basa sui fatti, ha una visione generale con alcune priorità, anzitutto il recupero di una sovranità nazionale…mentre D’Alema è un omuncolo che predica di aria fritta, sviando del tutto le responsabilità sue e della sinistra italiana sul processo di accentramento europeo, sulle condizioni dei giovani italiani, sui disastri nella gestione dell’immigrazione.

Anche riguardo all’immigrazione, poi, ci sono sì non programma del FN punte di severità che non condivido, ma voglio dire forte che non si può chiamare razzista uno Stato che rivendica di avere sovranità sui propri confini, cioè di stabilire che in una comunità quella comunità deve potersi esprimere su che cos’è. Comunque, da questa analisi poi, appunto, la Le Pen propone una società diversa da quella che mi è propria, ma Cristo!, almeno a quel punto si può lottare, si può opporre un’altra idea di società. Almeno, a quel punto, ci sarà, legittimamente, una società.

Oggi, all’opposto, la comunicazione sotto cui ci schiacciano è tutto un frullare di ideali stuprati, stuprati perché accidenti quelli sarebbero i miei ideali, quello che voglio: ma io lo voglio davvero, e per tutti, e con giustizia. E invece mi parlano di emancipazione femminile per trasformarmi in un’arrivista rampante e maschiofobica, o comunque atomizzata; mi parlano di antirazzismo per farmi accettare che le forze migliori di quei paesi vengano sradicate, umiliate fino allo svuotamento esistenziale, e usate per tenere sotto scacco italiani e altri migranti; mi parlano di diritti civili, sacrosanti, mentre mi tolgono dalle mani quelli che, non per importanza ma per sopravvivenza, vengono prima, quelli materiali e poi quelli politici – ne avrai di amici gay a cui non fotte un cazzo di potersi sposare, perché tanto fanno la fame…e oltretutto, non mi paiono del tutto senza fondamento quei ragionamenti secondo cui al capitalismo non dispiaccia affatto tutta questa modalità di concepire l’identità come qualcosa che “ci costruiamo liberamente”, senza generi e limiti, come se generi e limiti non esistessero né se ne potesse parlare (ho provato a capirne qualcosa qui, ma in quello che è considerato un ambiente di femminismo aperto, come il gruppo Abbatto i muri, ho ricevuto solo muto ostracismo, manco fossi una retrograda bigotta) – sempre più atomizzati, senza riferimenti, alla ricerca di una mitica autenticità che non raggiungeremo mai, perché continuiamo ad afferrare modelli vuoti, come bastasse quello per essere, integralmente, un essere umano nel suo tempo.

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2 thoughts on “Riflessioni sul reale – o almeno ci si prova

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