Per non perdere il senso della parola: lavoro

Una faccenda, recentemente, ha destato un acceso dibattito e riportato al centro il tema del lavoro: quello delle aperture domenicali e/o festive dei grandi centri commerciali.

Mi sono scontrata con molti su questo argomento, e poi riporterò alcune riflessioni – ma anticipo una cosa: non avevo mai davvero capito perché la Repubblica italiana, addirittura nel primo articolo della Costituzione, si fondi sul lavoro.

Tutti hanno il diritto ad un lavoro significa: tutti hanno diritto alla vita – non solo chi è figo, chi è pieno di iniziative, chi capisce come va il mondo.
Si tratta di un modello economicamente sostenibilissimo, come dimostrano gli eserciti di impiegati statali dei Paesi Scandinavi.
Lo scopo è proprio quello, capite?: che tutti abbiano un lavoro. E in quest’ottica, in un sistema di questo tipo, è perfettamente logico, economicamente proficuo, pagare operai per scavare buche e pagarne altri per riempirle.
Se invece a voi sta sul cazzo che uno si prenda un salario per fare poco, è un altro problema – ed è un problema (psicologico?) vostro (perché in uno Stato equo lo stipendio base dell’impiegato non viene accantonato rosicchiando di qua e di là a stipendi o piccoli, minimi patrimoni) – ma NON è un problema socio-economico.
E non mi rompano i radical-chic contrari al “dovere” del lavoro, perché lavoro può voler dire tante cose, e ognuno, se c’è il diritto al lavoro, può provare a realizzare quella più adatta a sé: il pastore, l’impiegato o persino lo scrittore.
Anzi, mi sembra che prendersi ognuno la propria responsabilità lavorativa, piccola grande intensa o scialla, è proprio ciò che consente di garantire il diritto al lavoro in una comunità.
Il lavoro è il modo per essere indipendenti, se stessi, ma anche per permettere agli altri di esserlo, e per creare con questo una relazione di comunità: io sono questo, e lo sono anche per permettere a te di esserlo, perché m’importa che anche tu lo sia, e viceversa.
E non mi rompano neanche i romantici del quando ce l’amore / la salute / gli amici / il sole c’è tutto. Non sono cose in contrasto, ma tutte vitali – che te ne fai della salute, se non puoi “usarla” per niente, se non puoi metterla alla prova e goderne grazie al salario e alla dignità, all’identità che ti dà avere un tuo lavoro? E l’amore ha bisogno di progetti, varietà, attività, avventure insieme e scoperte…E così gli amici, e pure il sole, che quando brilla sennò sembra uno sberleffo.
Ma taglio corto, e vi propongo la mia risposta ad un conoscente che argomentava così, a favore delle aperture domenicali:
Io le mie collaboratrici le pago il più possibile e faccio tutto ciò che posso perchè trovino sempre un buon ambiente lavorativo. Pago corsi, trasferte, vitto e alloggio. Offro prospettive di crescita.
Il giorno del compleanno sono a casa, pagate e senza consumare ferie, perchè credo che sia un giorno speciale che ognuno si deve dedicare.
Nonostante i miei competitor siano aperti da anni la domenica, io non l’ho voluto fare.
Infatti, l’ultima volta che ho messo un annuncio, ho ricevuto 136 CV, di cui oltre la metà persone già in possesso di contratto a tempo indeterminato, che però sarebbero venute di corsa da me.Il fatto, però, è che ovviamente scelgo le eccellenze.
Per ognuna che ho selezionato ce ne sono 20 che meriterebbero di restare disoccupate a vita per quanto sono scarse e pressopochiste. E, ovviamente, c’è tutta la scala nel mezzo.E poi ci sono gli altri settori, sui quali faccio un paio di considerazioni random, senza pretendere di essere esaustivo.

Se ti laurei, in questi anni, in uno dei settori che sai già essere iper-saturo, forse non fai una buona scelta. Se ti laurei mettendoci 8 anni invece che 4, non accresci di certo le tue probabilità di successo.

Ci sono troppi avvocati, ci sono troppi architetti, ci sono troppi commercialisti. E lo si sa da anni. E ho detto le prime tre che mi sono venute in mente.

Quanto a chi lavora in un centro commerciale, mi chiedo come possa pensare di contestare le decisioni della dirigenza.
La tendenza si sa. Se accetti quel lavoro, accetti anche quella tendenza. Come lo fanno, da sempre, camerieri, cuochi, baristi, pizzaioli e tanti altri.

Il mondo cambia e non sempre in meglio. Una persona a me cara aveva investito i risparmi di una vita in un videonoleggio. Poco prima che nascesse Blockbuster e si accaparrasse tutti i clienti della città. Poi, è arrivata la banda larga e anche Blockbuster ha chiuso.

I senatori pugliesi sono riusciti a far vietare in Italia gli autobus a basso prezzo flixbus, per tutelare le aziende di trasporto esistenti. Ma siamo sicuri che sia un bene?
I tassisti strepitano contro Uber, ma intanto paghiamo tariffe assurde a tassisti spesso non esattamente “ineccepibili”.

Viviamo in un’epoca strana, di cambiamenti veloci, dove chi ha un’attività medio-piccola deve farsi in quattro per adeguarsi a qualsiasi cambiamento, mentre altri vorrebbero mantenere immutate tutte le loro abitudini.

La mia sulle cassiere è un pò una constatazione ed un pò una provocazione.

Ma, di fatto, io accanto a persone che si fanno il culo e che fanno anche 2-3 lavori, vedo tanti giovani che non hanno davvero voglia di fare nulla, se non il comodo lavoro dei loro sogni. E ti parlo, in entrambi i casi, di persone che conosco e non per sentito dire.

Non si può generalizzare in queste cose.

Concludo dicendo che se una persona è davvero valida, può contrattare stipendio, turni e mansioni che vuole, più o meno ovunque. Se invece una persona è sostituibile con chiunque altro, deve accontentarsi di quello che trova.

Forse, se tante persone mettessero un pò più di interesse e passione nel proprio lavoro, la situazione sarebbe migliore.

Ecco la mia risposta:

La prima cosa che ho pensato leggendo le tue parole, è stato: ma quali sono le prove che il mondo debba andare così? Dove sta scritto sia un destino fatale? Certo a volte ci sono cambiamenti ai quali non ci si può opporre, che sono oltre il nostro potere…ma so anche che moltissimo dipende da ciò che si vuole e si crede giusto, dalla propria visione del mondo, di sé, dei rapporti. Le azioni sono figlie delle idee.

E, soprattutto, penso che “non c’è alternativa” è la gran bastardata dietro a cui, in questi anni, è stato avvallato di tutto, a cominciare dalla distruzione del nostro stato sociale e, insieme, del nostro tessuto produttivo.

Comunque, se ci lasciamo convincere che tutto sia inevitabile, anche un peggioramento, lo avvalleremo (e ci lasciamo convincere in due casi: se in fondo per noi, individualmente, non è poi tanto un peggioramento, oppure perché abbiamo paura di dover davvero muovere il cu*o e lottare – motivi comprensibili, ma che non rendono l’opposto “adeguarsi” un comportamento sacrosanto, o addirittura intelligente e moderno ); se invece pensiamo si possa far qualcosa, forse non cambieremo il mondo, ma almeno opporremo il peso per quanto limitato delle nostre vite e forze a un cambiamento negativo.

Questo non è solo un discorso teorico, ma anche storico e concreto. Perché mai, se uno si fa assumere da un Centro commerciale (e immagino non abbia trovato molte alternative…), dovrebbe accettare qualsiasi cosa? Mica è un servizio di prima necessità – o operi quando serve o uno muore.

Storicamente, i lavoratori hanno sempre avuto o si sono presi il diritto di discutere delle condizioni di lavoro – mi sembra chiaro che l’opposto è praticamente dittatura, chiunque sia ad imporla: lo Stato, se ti impone cose riguardanti le tue condizioni di lavoro senza possibilità di replica o discussione, o un privato, un titolare.

Il diritto di dire la propria sulle proprie condizioni di lavoro è la base di una società. Altrimenti sei sottoposto all’arbitrio dello Stato o del titolare (che non sempre è sano di mente, o generoso come puoi essere tu); ma soprattutto all’arbitrio dei mercati – proprio perché sono potenti, grandi, occorre essere vigili su quello che ci dicono di fare, come se non ci fossero alternative.
I mercati decidono che dobbiamo americanizzarci e tenere aperto 24h (ed è UN modello: ce ne sono, in questo momento, altri): perché a me dovrebbe andare bene? Il conflitto sociale è determinante per decidere l’equilibrio di uno Stato, sia che si vinca sia che si perda: si fa pesare la propria realtà, la propria condizione (che è molto diversa, spesso opposta e conflittuale, rispetto a quella di chi decide – e questo non è un problema da eliminare, ma lo specchio delle differenti condizioni ed esigenze).

La seconda cosa che ho pensato riguarda gli studi legali (o altri ambienti “saturi”, ma conosco meglio l’ambiente legale).

Tu dici che uno deve capire che quella professione si sta saturando, che un po’, se si iscrive a Legge e ci sono millemila avvocati, se lo vuole.
Beh, anzitutto a 18 anni non tutti abbiamo la consapevolezza di guardare avanti – errore o meno che sia, è un fatto, e non possiamo limitarci a dire “non dovrebbe essere così: hai (eventualmente) sbagliato, cavoli tuoi”.
Inoltre, il mercato cambia velocemente, e ad esempio qualche anno fa la situazione dei praticanti non era tanto disastrosa.
Ma soprattutto, le persone hanno talenti, predisposizioni, aspirazioni: c’è chi ha passione, si studia i casi che manco potrà discutere lui, costruisce difese che sono architetture di narrazione e logica; prende a cuore i clienti, e crede nonostante tutto in questo lavoro, che ha un senso importante, perché può migliorare le cose per chi si ritrova in situazioni spiacevoli.
Io non sto dicendo che per questo, per la sua “vocazione”, uno abbia diritto a realizzarla, automaticamente – ma ha diritto di lottare per arrivarci, non beccandosi per questo dell’immaturo, dell’irresponsabile, di quello che non si adegua.
Perché una lotta uno l’affronta se ha regole decenti, se ha un senso ed è umana, non una continua, esasperante, del tutto evitabile presa per il cu*o.
Perché i problemi, se li guardi bene “sotto e sopra”, non sono mai frutto solo del mercato, della saturazione del settore e quant’altro, non sono mai “inevitabili” e calati dal cielo – i problemi sono soprattutto frutto delle circostanze, delle modalità, della visione del mondo di chi questi problemi addirittura li crea.
Ad esempio, per quanto riguarda il settore legale, i problemi sono l’idea di una generalizzazione insensata dell’istruzione (è un diritto avere quella di base, mica arrivare a qualsiasi grado al di là di predisposizione e merito), sono le logiche da setta delle professioni, sono le raccomandazioni.
Solo un’idea: si potrebbe cominciare a mettere un test d’ingresso a Legge, dove confluisce, insieme a Lettere, la gente che ha bisogno di una laurea ma pensa che lì non dovrà studiare; si potrebbe cominciare a sfoltire chi si parcheggia per 10 anni senza arte né parte, chi non deve mantenersi, insomma i figli di papà che poi intasano l’Esame di stato, e lo riprovano finché hanno il cu*o o la soffiata per passarlo – intanto gli altri, quelli che ci credono o comunque ci trovano un onesto senso, ma devono campare, sono morti per strada.
Ah, per la cronaca: tanti di quelli che muoiono per strada si laureano in tempi perfetti, con media alta, e magari pure con borsa di studio. Perché la retorica della meritocrazia, dei bravi studenti, della democrazia delle possibilità “basta impegnarsi”, ce l’hanno ben inculcata – e magari siamo pure appassionati.Inoltre, se tutti ci piegassimo al mercato, invece di ambire a gestirlo, a lottare per essere quel che vogliamo essere (o almeno qualcosa di simile), ora tutti ci butteremmo a fare marketing, i venditori vincenti o gli imprenditori – e nessuno farebbe più l’operaio, l’avvocato..ciò che è, per cui è portato, per cui potrebbe dare davvero un contributo. E il bello delle persone è la loro unicità, le qualità, perché è con questo, non con la riduzione a soldatini del capitale, che si contribuisce ad una società, la si coltiva, la si rende un posto migliore dove vivere.La terza cosa che ho pensato è stata: ma tu, al tuo amico del videonoleggio, che gli hai detto? Immagino tu non gli abbia dato del coglione, né sia stato felice della cosa. Perché il punto non è, dato che siamo in un’economia di mercato, bloccare cambiamenti davvero inevitabili (come quello della diffusione di film online) – il punto è se vogliamo tutelare le inevitabili vittime di questo, che è un sistema disumano (altro che il migliore possibile – io lo baratterei subito con uno pure “a minori libertà”, che garantisca però un benessere minimo a tutti).
Vogliamo tutelarlo un minimo, il tuo amico, o ce ne laviamo le mani? Gli diamo una mano a rimettersi in piedi, o un calcio in culo perché “è il capitalismo, baby”? Ecco il punto.

Non è buonismo, è semplice solidarietà; non si basa su privilegi o assistenzialismo, ma sulla giustizia e la consapevolezza che la vita di per sé, e di più in questo sistema, è dura, al di là di meriti, tentativi, impegno. Vogliamo provare a creare una rete per chi non ce l’ha di famiglia, reddito, cu*o, oppure lasciamo che la vita e i poteri con questi si accaniscano liberamente e al massimo?

Quarta cosa: dici che alcuni meriterebbero di restare a vita disoccupati. Su questo dissento totalmente, ma temo che in questi anni si sia persa la barra della dignità umana, siano state rinfocolate invece tensioni nei piccoli artigiani, imprenditori e produttori, del tutto funzionali a distogliere da quanto, invece, si stava smantellando dall’alto…
Perché un sistema economico sano, che non deve essere necessariamente la Norvegia, un sistema in cui ci sia un’equa ripartizione delle ricchezze, in cui un manager guadagna non quanto un impiegato, ma nemmeno 100 volte tanto, o 1000 alla Marchionne, può permettersi largamente uno stato sociale equo. Equo significa che funziona anche per il piccolo imprenditore, che può lavorare dignitosamente senza impazzire ed essere sempre con l’acqua alla gola. Equo significa che una persona svogliata, invece, si prende il suo stipendio minimo – farà la sua vita, sfigata o meno, ma il punto non è se si guadagnerà o meriterà lo stipendio…perché porsi questa domanda significa chiedersi se quella persona merita o meno di vivere.

Per me, per quanto possano irritarmi snervarmi esasperarmi modi e atteggiamenti di molte persone oggi, sì. Ti meriti di avere la base per sopravvivere umanamente – anche perché tanto la vita ti bastonerà in mille modi diversi e, se giustamente la mettiamo sul piano economico, perché in uno stato minimamente equo, che abbia una visione economica non schizofrenica, le risorse per mantenere anche persone nella media o sotto la media in quanto a talenti, capacità, energia, collaborazione, non si rubano a piccole imprese, altri dipendenti o piccoli redditi, ma agli enormi patrimoni, alle transazioni a nonsoquantizeri oggi esentasse, alle megaimprese che delocalizzano pur avendo pure in Italia utili stellari e mollano a casa gente che il mestiere l’ha imparato, lo ama, lo sa fare – e fino ad oggi ha fatto, col suo lavoro e stipendio, girare l’economia nazionale.

Credo che chi si lamenta, in genere piccoli imprenditori o dipendenti, di quelli che “rubano lo stipendio” / “vivono sulle spalle altrui” / “pretendono di non lavorare la domenica”, in genere…come dire? Gli rode, perché effettivamente questo qualcuno magari si sbatte alla follia, ma non ha quel che merita – e questo non per colpa dei “parassiti sociali”, ma per colpa di chi sta più in alto, di chi usa le risorse per fare le marchette alle grandi imprese che poi delocalizzano, di chi importa forze dai paesi del III mondo a gratis, schiavizzandole e pure spacciandolo per “antirazzismo”…fottendosene del 40% di giovani disoccupati. Questo è ciò che mina il nostro sistema economico, questo è ciò che ci toglie il grosso del frutto del nostro lavoro – e io voglio la torta, per me e per tutti, non le briciole tolte a gente già senza rosee prospettive (che sia “colpevole” di qualcosa o meno).

Un altro motivo per cui ce la si prende con chi sta in basso, credo, è che mette in discussione il nostro stile di vita – le reazioni di Letizia [conoscente comune che mi ha attaccata in un dibattito su facebook] mi sono sembrate esemplari. Il solo fatto che io contestassi la sua visione delle cose è bastato a farla sbottare, come se già solo un’idea diversa, oltretutto argomentata e non aggressivamente usata contro di lei, fosse una minaccia, una crepa, una pericolosa accusa a tutto il suo mondo e il modo di vivere. Francamente, rivendicare il diritto allo shopping domenicale mi fa sorridere, anzitutto perché se proprio sei così impegnata, se sei costretta a lavorare 16 ore al giorno, dovresti chiedertene il motivo e magari aspirare a cambiare questa situazione…non pretendere che altri rinuncino a diritti ben più “umani” e fondamentali, quali stare coi propri cari nei giorni festivi, per il tuo diritto alla borsetta ultimo modello.

[…]

Comunque scusa, ma torno al punto iniziale. Perché scrivi che i piccoli imprenditori devono accettare qualsiasi cambiamento di questo mondo in trasformazione? Le trasformazioni non sono maledizioni del fato, eventi naturali, necessari, immutabili. Guarda, non è che sono un’esperta in economia, ma ho cercato almeno di seguire quel che riesco a seguire, a leggere qualche saggio, e articoli…e mi sono fatta 2 idee – tranquillo non voglio dirtele 😀 né penso di aver capito tutto. Ma non sono più disposta ad accettare qualsiasi pseudo-informazione mi si racconti – sulla spesa pubblica, sull’inflazione, sul cambio bloccato, sulla necessità di essere grandi, sul modello americano.

Ci siamo dimenticati che l’Italietta sfigata aveva un ottimo tessuto economico – non come gigante alla General Motors, ma come realtà fondata su piccole e medie imprese. E avrebbe potuto continuare a funzionare, se la si fosse difesa e portata avanti, invece di voler fare gli americani o i tedeschi.
La si sarebbe potuta, dovuta migliorare, ma senza tradire la nostra identità, anzi essendone fieri. E invece è passato un solo, univoco messaggio: l’artigiano/imprenditore piccolino, ignorante, un po’ ladro e un po’ babbeo, capace solo di evadere, incapace di strutturarsi come impresa seria, deve crepare. Quando in realtà, pur essendoci carenze, malfunzionamenti, caos e quant’altro, la base era più che buona.

Hai ragione, molta gente oggi è svogliata al limite dello stato vegetale – ma perché, io credo, non ha prospettive, non ha un obiettivo né individuale né collettivo, e non ha gli strumenti per costruirselo. Non è una scusa, ma che vogliamo fare? Dar addosso ancor di più a questa gente, minacciarli con l’arrivo di amazon e dei robot, rassegnandoci e dicendo che bisogna accettare anche i peggioramenti (magari perché alla fine noi così male non stiamo), o guardarci intorno e vedere se c’è qualcosa di meglio, che certo sia giusto per tutti?

Parlo spesso della Norvegia, perché se è vero che sono aiutati da tanti fattori (petrolio, ma stavano bene pure prima, e anzi si sono messi via i soldi, cioè lo Stato li ha messi via, e la gente ha continuato a vivere come se manco ci fosse il petrolio; sono 5 milioni; hanno mari pescosi…), ma la forza che hanno è la testa, la visione: a loro frega di star tranquilli, di fare una vita sana, e che ci sia giustizia. A questo orientano tutte le loro forze, per questo non gl’importa di sentirsi dei super fichi griffati, per questo nessuno in Norvegia ha stipendi esorbitanti – ma hanno tutti stipendi più che dignitosi.

Insomma, spero di aver chiarito perché non sono d’accordo sulla visione “meritocratica” – semplicemente perché penso che si possa parlare di meritocrazia quando tutti partono dallo stesso livello, ma davvero (senza essere chissà che intellettuali, i miei mi hanno fatto trovare in casa libri, giornali, musica, da quando avevo 3 anni, e incoraggiato qualsiasi bisogno culturale manifestassi…mentre andavo a scuola con compagni i cui genitori erano semianalfabeti, e finite le medie li avrebbero già sbattuti in qualche retificio o a far le strade, se non ci fosse stato l’obbligo scolastico, e un’enciclopedia, un teatro, un museo non li avevano mai visti neanche dipinti).

Inoltre, nemmeno il più coglione, stronzo, approfittatore essere umano “merita” di crepare. Il lavoro, mi sembra chiaro, è la base per vivere; niente lavoro, niente vita. E questo ben prima di un’altra mia certezza: che nessuno sia coglione, stronzo e approfittatore “di natura” – o almeno che questa è una cosa che non si può affermare se si è nati, come me, col culo relativamente nel burro (ciò non significa che io non mi sia data da fare…ma anche questo, se ci pensi, è solo in parte un merito, perché io imparavo a memoria con un paio di letture quello che altri impiegavano ore ad imparare, bella bravura insomma). Comunque, anche se mi sono data da fare, non è stato il mio merito a permettermi di avere una casa, o di viaggiare, di fare l’Erasmus, di provare varie strade…ma la posizione dei miei – cioè qualcosa che viene dritto dritto dagli anni ’70, quando mio papà poteva guadagnare come operaio cifre che un operaio oggi sogna di notte, facendo lo stesso lavoro, e mia mamma poteva aprire un’attività quasi senza capitali iniziali. Certo: entrambi avevano anche il merito, ma senza ciò che è giusto, ossia una società equa, il merito ti porta solo fino a un certo punto – poi è il baratro.

Scusa la lunghezza. Immagino che rimarremo in disaccordo su tanto. Ma a me piace davvero confrontarmi con chi argomenta – mi permette di capire meglio le cose, di mettere in discussione quel che penso, o pure di rafforzarlo. L’importante è che non mi si dica che penso una cosa così, per vezzo, perché non è vero. Quindi se avrai tempo e voglia di rispondere ancora sarò felice; altrimenti è stato un piacere comunque.

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