Come il traliccio per l’uva

Oggi avevo voglia di allegria, e ci sono pure riuscita per un quarto d’ora. Poi, leggendo di questo suicidio e delle parole del mio coetaneo, m’è passata subito.
Perché è qualcosa di molto diverso da un altro fatto che mi aveva colpito – non conosco questo ragazzo, ma nelle sue parole risuona la frustrazione della mia generazione, risuona quello che tocca tutti noi, che ci agguanta, trascina giù o solo lambisce. La differenza sta sempre e solo nella botta di culo: quanto sei figlio di papà o mammà, quanti parenti amici conoscenti hai che ti assumono, quanto ti sei trovato nel posto giusto al momento giusto.

Il merito!, penserà qualcuno, dove lo mettiamo il merito?!
Eccolo il grande argomento paraculo – ma lascio persino perdere qualsiasi critica sociale, qualsiasi attacco all’ipocrisia vomitevole del nostro sistema, che vorrebbe farci credere che partiamo tutti da zero e che importa solo quanto ci si dà da fare. Mi metto del tutto al livello del milanese imbruttito di oggi e mi limito a dar per buono, senza indagarne le cause, imputandole solo alla volontà del singolo, l’assunto per cui alcuni di noi sono più intelligenti, o più determinati; più maturi, più concentrati, con le idee più chiare sui propri talenti e sul proprio futuro.
Eppure, anche a questo livello, in tutto il parlare che del merito si è fatto e si fa, in questi bui decenni post 2000, pare che si siano del tutto erosi i termini, come dire?, le pietre di paragone.
Progressivamente, c’è stato uno slittamento silenzioso, pauroso, omicida.
Perché il merito, la bravura, l’impegno dovrebbero portarti alle stelle, non a sopravvivere e ringraziare; e il demerito, ammettiamo sia demerito da imputare causativamente solo al singolo, il demerito, la pigrizia, l’essere nella norma o anche un poco sotto, cazzo, dovrebbero portarti a vivacchiare. Non essere una legittima condanna a morte.
Ciò che voglio dire ancora più forte è: al giorno d’oggi, pare che tutti accettino questo, che se non sei un rampante giovane adeguato ai parametri meritocratici non meriti nulla, non meriti la dignità di vita, non meriti altro che di essere lasciato indietro.
Questo, questo nelle teste, è il cambiamento più tremendo che il sistema in cui viviamo è riuscito a compiere: far credere alle persone che il minimo non esista; che la “sostenibilità economica” (su bilanci economici da cui è stato sottratto il grosso della torta, poi) viene ovviamente prima; che chi non si reinventa, adatta, sbatte, arrangia, chi non si arricchisce in tempi di crisi floridi di opportunità per i mangiatori di carcasse, è un perdente, merita di non avere lavoro casa famiglia, merita di scomparire; che ciò che variamente avevamo, nei Paesi europei, si trattasse dello stato sociale ultra-protettivo della DDR o del nostro ottimo welfare, deve essere barattato per una roulette russa, in cui uno effettivamente può farcela al prezzo onesto degli altri 99 con un colpo di pistola in testa; che a questo non c’è alternativa, perché ogni alternativa è vecchia, utopica, impraticabile (anche se di esempi passati e attuali è piena la storia, certo non sono pieni i giornali o i TG); che garantire piena occupazione, dare un lavoro a qualsiasi persona in quanto tale, anche a costo di far vuotare buche e riempire buche, è una follia buonista e improduttiva, mentre è etico e produttivo lasciare che il capitalismo si autoregoli fra stati, anzi annulliamo gli stati, così l’ultimo povero cristo non ha manco un residuo di protezione, e libertà di licenziare, libertà di far lavorare 20 ore uno solo, libertà di spremerlo, libertà di delocalizzare, libertà dell’azienda insomma, ma per rendere liberi noi, certo solo in quanto consumatori!
Ma ho divagato, è che ho il sangue alla testa, è che la desolazione mi attanaglia indipendentemente da quello che faccio io, per me individualmente, e collettivamente.
Quindi basta: leggete, leggete tutti cosa scriveva lui.
Leggete, e se siete diversi, se la pensate diversamente, qualsiasi cosa voi siate, pensiate, abbiate vissuto, meritato, ereditato, tacete perdio. Ascoltate, immaginate, spogliatevi, fatevi più in là, sgonfiate il vostro ego e calatevi in un ego come questo, capite cosa significa.
Per quelli che la pensano invece così, e sono così, e sentono così: non so dirvi dove trovare la forza, ma è possibile, e non è una retorica “forza di non mollare”.
Dobbiamo, possiamo trovare la forza di pensare al dopo e all’oltre noi. So che sembra follia, ma noi, perduti, dimenticati, dobbiamo pensare alla nostra, di responsabilità, anche se verso di noi qualcuno, tanti hanno mancato, anche se abbiamo un debito che nessuno salderà, che nessuno riempirà.
Noi forse siamo spacciati o quasi, salvati per botta di culo individuale, per incastri, per destino. Ci sentiamo, e siamo, microbi. Ma quel che è certo è che l’unica cosa che ci salva davvero è il lasciare un segno, un senso, nella storia.
E allora leggere, studiare, capire, contrastare le narrazioni dominanti, il pensiero unico o binario, prepararsi, fare quel che si può, perché non si perda il lume della ragione, della logica, della giustizia, della verità sì incerta, ma non nichilista né del tutto relativa.
Questo è il senso, questo fa di noi microbi dei giganti.
Questo ci riempie, ci difende, questo mette una pezza all’assenza di rappresentanza, d’identità, di solidarietà di classe. Perché questo è ciò che nessuno ci potrà mai togliere, e da cui, in qualsiasi momento, si può ripartire.
E poi, amici, coetanei, se invece non ve la sentite, se soffrite troppo, se non ci sono vie d’uscita negli affetti, almeno come appiglio, in persone che vi siano guida, in gruppi, in alternative anche impensabili come mollare tutto e andare a coltivar patate in Norvegia, uscitene nel modo che volete. Per quel che vale, per me non sarete mai giudicabili, in un gioco tanto fallato in partenza.
Perché la vita, accidenti, è una, è nostra, e non è facile vederlo, questo domani, questo “oltre” noi. E non è facile aver fiducia nelle persone – ma è possibile, perché esistono queste persone, esistono libri, esistono saggi, esistono ragionamenti a cui dedicare se stessi e da cui ricavare forza, idee, direzione per se stessi, come tralicci per l’uva.
In ogni caso, non siete soli, mai così soli come sentite o pensate. Per quel che vale, un abbraccio – non risolve, ma c’è.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...