Insegnare in Italia: una tragicommedia che pagheremo tutti, e pagheremo caro

Sto cercando di capire, ma non è detto che ci sia riuscita, in cosa diavolo consista la strada per diventare insegnanti oggi, in Italia: proviamoci – e dico proviamoci perché so che molti sono meglio informati di me. Ogni contributo, soprattutto di esperienza personale, è utilissimo e benaccetto. 

In Italia, le scuole attingono personale per l’insegnamento in 3 “liste”
  1. GRADUATORIE AD ESAURIMENTO
    Ci sono i docenti abilitati, ma dal 2008 sono chiuse e andranno appunto ad esaurirsi. Suddivise in tre fasce, ma lasciamo perdere.
  2. GRADUATORIE DI MERITO
    Sono i docenti abilitati che hanno vinto il concorso pubblico per una cattedra. Dal 2016 ci si arriva col “concorsone”.
  3. GRADUATORIE DI ISTITUTO
    Solo per supplenze. Divise in:
  • I FASCIA: ci sono i docenti iscritti in una delle fasce delle graduatorie ad esaurimento
  • II FASCIA: ci sono i docenti abilitati, ma non iscritti alle graduatorie ad esaurimento
  • III FASCIA: ci sono i non abilitati, ma in possesso di titolo di laurea valido per l’insegnamento.
Quindi: per contratti a tempo indeterminato ogni anno si attingono 50% di insegnanti da 1, e 50% da 2.
Per le supplenze, da 3, a scalare.
 
In definitiva, se ho ben capito, ecco cosa deve fare una persona con la laurea, per insegnare.
  1. Adegua il tuo piano di studi ai crediti richiesti dalle classi di concorso.
    Perché non tutti i piani di studio sono predisposti all’insegnamento, e quando io ho fatto l’università non c’era mezza indicazione riguardo alle classi di concorso – e ho fatto Lettere moderne.
    Ora, so che l’ideale è che uno sappia presto cosa vuol fare nella vita e si attivi…ma perché predisporre un piano di studi di Lettere che non ti permette di insegnare manco italiano alle medie, e devi andarti a prendere crediti da altri corsi di studio? In altri casi, ad es. Giurisprudenza, non è nemmeno possibile inserire i corsi abilitanti nel piano di studi, che è “blindato”…
    A margine: io ho 200millemila CFU in letteratura italiana, lingua italiana, storia della lingua, linguistica e ogni possibile roba attinente l’italiano – più 1 esame (opzionale, perché sia mai che implementiamo in 5 dico 5 anni di studi la teoria e la pratica dell’insegnamento…poi come facciamo a VENDERE tirocini obbligatori?) un esame dicevo di didattica. La pedagogia, semplicemente, non esiste. Ma per insegnare italiano alle medie, mi servono assolutamente 6cfu in più di letteratura latina. Evabbé.
  2. Devi pagare profumatamente i CFU mancanti, se hai già terminato il corso di laurea (pagato, non profumatamente, ma insomma…)
  3. Ora sei in III fascia, complimenti!
    Vuol dire che ti chiamano per le supplenze – un giorno, un mese, non si sa. A quanto leggo, se il prof. di ruolo rientra anche per un giorno tu perdi l’incarico.
    Nel frattempo, cominci a vivere di espedienti.
  4. Vuoi salire verso l’olimpo delle supplenze? Fatti il TFA – tirocinio formativo attivo. Che vuol dire…PAGA!
    Devi pagare l’iscrizione ai test di ammissione al TFA. Già, perché non tutti sono degni di essere formati all’abilitazione.
  5. Fai la prova preselettiva del TFA, e passala.
  6. Fai la prova scritta del TFA, e passala.
  7. Fai la prova orale del TFA, e passala.
  8. PAGA!, e stavolta parecchio: tra i 2000 e i 3000€ per partecipare ad un anno di tirocinio nel quale, oltre ad imparare, a tutti gli effetti lavori.
  9. Fai il tirocinio. Un anno con frequenza obbligatoria, in cui quindi non puoi lavorare per mantenerti e per pagare il tirocinio.
    Nel frattempo, o sei ancora a casa coi genitori a 30 anni (bamboccione!), senza fidanzata e figurarsi figli…o sei diventato un boss della mala.
  10. Fai l’esame finale del TFA.
    E qui si apre un baratro di nonsense, perché non ho ancora capito cosa succede a chi:
    ha adeguato i CFU, si è iscritto in III fascia, si è iscritto, pagando l’iscrizione, al TFA, ha superato le 3 prove iniziali, ha frequentato e pagato 3000€, ovviamente oltre ad aver sostenuto una trentina di esami per 5 anni, passato 1 o 2 esami di laurea con tesi, pagando tasse e difficilmente lavorando…ma non ha passato l’esame finale del TFA.
  11. A questo punto, per me sei già un semidio. Ma non montarti la testa: sei abilitato, mica significa che puoi insegnare in una scuola, con le tue classi per più di un anno, classi di alunni con cui costruire una continuità didattica e di rapporto. E allora…
  12. Fai il concorsone, perché quello che hai alle spalle non certifica che tu sia in grado di insegnare.
    Assurdo nell’assurdo: avevi fatto un dottorato? Puoi insegnare in università, certo, con tutti gli esami che hai fatto…ma no, non puoi insegnare alle medie o superiori. Devi fare il TFA e pure il concorsone.
  13. Passi il concorsone.
    Ora sei nelle graduatorie di merito. A dicembre, ogni anno, il Ministero assegna il 50% degli incarichi dalle tue graduatorie. Quindi aspetta speranzoso!
  14. Ti chiamano per una cattedra!!!
    Hai 68 anni.
    Dovrai lavorare 15 anni per andare in pensione perché non hai maturato i contributi necessari – un po’ hai fatto il bamboccione, dai.
 
La mia valutazione è questa.
Che io sia in gamba, discretamente colta, piuttosto informata; che io mi sia laureata con una media alta, e il 100e lode (ma tanto a Lettere…); che abbia fatto due Tesi innovative, di critica e filologia; che io abbia insegnato italiano all’estero; che io abbia una propensione ai rapporti interpersonali e una passione per la pedagogia; che io abbia pubblicato un romanzo, scritto racconti, articoli di giornale, approfondimenti di attualità e cultura…Dicevo: per me è certo che tutto questo NON basta, è giusto che sia codificato, misurato, provato.
Ma NON così.
Così chi non una rete minima sotto al culo (che non vuol dire ricco – vuol dire con almeno un parente che non è alla canna del gas, e oggi non è poi così facile), chi non ha nervi d’acciaio e una certa capacità di sospendere giudizio, sano bisogno anticipatorio e normali preoccupazioni materiali, e non ha sacchi di senso dell’ironia e dell’assurdo, a insegnare non ci arriva. Molla, rimanda, si perde.
Quando sarebbe, né più né meno, l’insegnante giusto per i tuoi figli, quello che gli cambia la vita, che cambia la vita di tutti.
Poi sì, piace a tutti pensare che se uno ha la vocazione, la voglia, affronta tutto – questa è la realtà, mettiti alla prova. Ma questa visione romantica, pericolosamente facile e solleticante, “dal di fuori”, manco la vita delle persone fosse un romanzo che più ha prove, difficoltà, ostacoli, più è avvincente e succoso, è appunto una visione – la realtà è fatta di mancanza di reddito, precarietà, maturità personale e familiare rimandata, rapporti che si sfaldano, senso di “presaperilculo” insopportabile.
Ciò non toglie, naturalmente, che uno ce la possa fare, ce la faccia meglio di un altro, ce la faccia pure senza troppi di questi danni. Ma il punto è che il percorso per diventare insegnante dovrebbe avere prove, non ostacoli; misurazioni, non percorsi di sopravvivenza; strumenti che esaltino le doti dei futuri insegnanti, che le trovino, non che le spazzino via.
Perché per insegnare devi essere o diventare una persona eccezionalmente sensibile, colta, intelligente, flessibile e ferma – ma non un Highlander disposto a tutto, che rischia poi di arrivare sfiancato, senza più dignità, desensibilizzato.
Ce la farà un pungo di ottimi, sì, ma forse ce la faranno più facilmente gli indolenti, quelli che non hanno bisogno di lavorare, quelli che non gliene fotte proprio niente di insegnare, ma possono permettersi di aspettare e nemmeno riflettere criticamente su quanto ci sta intorno.
E questo, di certo, lo pagheremo tutti, lo pagheremo caro.
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