Un’intervista speciale

Il professor Ndue Lazri, che aveva presentato il mio romanzo un anno fa, presso l’associazione InterAction di Molinetto di Mazzano, mi ha intervistata per il giornale albanese “Tirana Observer”. A questo link trovate l’intervista in albanese, mentre qui riporto la versione italiana. Non mi dilungo – solo, penso che per tirar fuori e far capire gli aspetti più interessanti di un romanzo, di una storia, dei personaggi, le domande siano importantissime. Quelle di Ndue sono semplici, ma profonde insieme: vanno al cuore di ciò che al lettore può interessare. Un grande grazie a lui, e buona lettura a voi.

UN  VIAGGIO  CHE  DIVENTA  UN  ROMANZO

Intervista con la scrittrice GIULIA  INVERARDI

 

Voglio iniziare la nostra conversazione parlando dell’ associazione Cross – point per i diritti dei migranti. Cosa rappresenta questa associazione e qual è la sua attività?

Cross-point è una associazione di italiani e migranti del Carmine; ho cominciato a frequentarla, ormai cinque anni fa, per conoscenze personali, e perché interessata all’interculturalità, all’antirazzismo, ai confronti fra storie.

L’associazione svolge molte attività, dallo sportello per aiutare nelle pratiche burocratiche legate ai permessi, a corsi di lingue, a cene dal mondo e autoformazioni. Di mio, ho organizzato serate di presentazione di libri, incontri, letture – ad esempio, una serata di conoscenza dello scrittore nigeriano Ken Saro Wiwa, o quella in cui abbiamo avuto ospite Gëzim Hajdari, sulla cui poesia ho scritto la mia tesi universitaria.

Nell’ultimo anno mi sono allontanata da Cross-point perché, per il mio modo di vedere, le attività di supporto ai migranti non si accompagnavano a sufficienza ad una riflessione economica, politica, storica. Le questioni sollevate dall’immigrazione, nella società di oggi devastata da un capitalismo selvaggio e globalizzato, sono molto delicate e, proprio per il rispetto nei confronti della libertà, della dignità di ogni persona che non deve essere schiava delle dinamiche del mercato, vanno affrontate con mezzi di analisi che non è semplice darsi. Insomma, pur mantenendo una grande stima per chi anima Cross-point, ho sentito il bisogno di usare le mie energie per studiare temi su cui non avevo alcuna formazione: dall’economia alla storia politica, dalla sociologia alla filosofia. E sono ancora una principiante, ma almeno comincio a farmi una minima “cassetta degli attrezzi”, indispensabile per elaborare una visione del mondo originale e critica.

 

Lei ha studiato letteratura in Francia e in Italia. E ha pubblicato un romanzo sul Albania. Com’ è arrivata questa scelta? Forse ha inciso il fatto che Lei è sempre in ricerca di nuove mondi e di nuove persone?

Decisamente. “Gelem, gelem”, che è il mio primo romanzo pubblicato, è nato da tutti i miei viaggi, non solo quelli reali, ma anche dalle divagazioni, dai tentativi che al momento sembravano perdite di tempo, dagli incontri, dagli errori e ripensamenti.

In effetti, direi che la molla principale della mia scrittura è proprio la ricerca, la curiosità – di scoprire, capire per quanto possibile gli altri, la realtà. E sono convinta che la scrittura abbia vie e mezzi unici per questa scoperta, perché crea una storia immaginaria da “mattoni” reali – ciò che ne risulta è un mondo in cui il lettore può credere, perché è verosimile, ma che lo induce in un certo senso ad abbassare le difese, perché è “solo un racconto”. Grazie a questo circuito “obliquo” possiamo vedere le cose da altri punti di vista, cogliere più sfumature del reale, e possiamo concepire persino un’alternativa che, a freddo, fuori dall’universo della narrazione, non saremmo arrivati ad accettare o ipotizzare.

 

Il suo romanzo s’ intitola “Gelem, Gelem”. Si tratta di una parola in lingua rom. Perché ha scelto proprio questa parola?

Gelem, gelem significa andare andare, camminare camminare in lingua romanì. È anche il titolo dell’inno del popolo rom. L’ho scelto perché rimanda ad alcuni aspetti che nella cultura rom vengono vissuti in modo diverso che nella nostra, ma c’è qualcos’altro, ed è suggerito dalla citazione (un estratto di una poesia di Machado) che apre il romanzo:

O tu che cammini, i tuoi passi sono il cammino, e nient’altro; o tu che cammini, non esiste la strada, la strada si fa camminando.

Tanto per la storia di cui parliamo, quanto per la scrittura e più in generale per la vita, questo è uno sguardo fondamentale – la scrittura è al tempo stesso ciò che tu fai e ciò che ti fa, ciò che tu guidi e che ti guida. Voglio fare un esempio concreto: per questo romanzo, io ero partita con l’idea di tratteggiare, in parallelo alla trama, la comunità albanese, dato che ho avuto occasione di conoscerla…ma alla fine mi sono ritrovata a veder sorgere, dalla storia, due comunità, una nell’altra eppure una separata dall’altra – parlo delle comunità rom in Albania e, appunto, degli albanesi. Mentre scrivevo, infatti, la condizione dei rom albanesi, che nelle mie intenzioni avrei solo dovuto sfiorare, ha preso piede, così ho iniziato a documentarmi, a studiare, e poi ho incrociato Paul Polansky, un poeta americano venuto al Carmine e che ha poi dedicato una raccolta al quartiere…Ma ciò a cui Polansky ha dedicato la vita è la conoscenza delle comunità rom dell’est Europa – lui vive in Bosnia in uno di questi gruppi, e scrive di loro senza esaltazioni né pregiudizi. E, per tornare a “Gelem, gelem”, mi ha fatto il grande dono di lasciarmi leggere pagine e pagine di interviste che lui stesso ha fatto a uomini e donne rom d’Albania.

Il punto comunque era che scrivendo e camminando ho perso buona parte della mia foga di dimostrare, di determinare la realtà, lasciando che fosse la storia a mostrare se stessa, passo per passo, dialogando con me e permettendomi di creare un racconto, una realtà possibile.

 

Nel suo romanzo s’incrociano  le vite di Pëllumb, un immigrato albanese, quella di Cesare, suo amico italiano, e fra loro c’ è l uomo nero che muove come un ombra sia nella vita che nel romanzo. Tre personaggi incontrati nella vita, o frutta della sua fantasia?

I due protagonisti, Cesare e Pëllumb, hanno una forte ispirazione reale. Cesare, in particolare, è il nome di uno dei miei migliori amici, e il personaggio prende in prestito buona parte dei suoi tratti, del suo atteggiamento nei confronti della vita. Al tempo stesso, però, nel personaggio di Cesare c’è molto di me – come molto c’è in Pëllumb, che poi indossa l’aspetto e alcuni modi di un secondo mio amico. Altri personaggi “minori” sono poi rubati del tutto alla realtà, soprattutto a quella albanese.

Per quanto riguarda l’uomo in nero, invece, la faccenda è più complicata – anzi, mi sono ricordata ora che quasi quindici anni fa scrissi un racconto, in cui un giovane protagonista partiva per un viaggio in Albania, in nave, e veniva visitato da una presenza che non era neanche un uomo, ma il vento: il vento andava a soffiare alle orecchie del ragazzo domande e scherzi, per preparare il terreno del suo animo a ricevere il viaggio, ad arricchirsi davvero con le esperienze che avrebbe fatto. Nezir, l’uomo in nero, è nato insomma come simbolo, un simbolo che man mano ha assunto valenze diverse – direi, a storia completa, che Nezir rappresenta l’inquietudine, il doppio più difficile, ma più fruttuoso e profondo, della curiosità.

Ho cercato, in ogni caso, di non farne una macchietta: nelle prime stesure infatti mi pareva un po’ una caricatura del rom casinista e sregolato, miscuglio dei pregiudizi belli e brutti, e facili, che noi abbiamo sui rom. Spero, avendo preso spunto da storie, fotografie, voci reali, di essere riuscita a renderlo non un simbolo astratto, ma un uomo portatore di simboli, che per questo sa parlare e rimanere nella mente del lettore.

 

Lei ha viaggiato 2 volte in Albania, nei tempi abbastanza difficili. Che impressioni ha del nostro paese?

Preciso, come faccio ogni volta e in effetti ci tengo molto, che non sono un’esperta di Albania, e che tutto quello che ho raccontato deriva da un punto di vista soggettivo e letterario. La mia intenzione cioè non era, non è mai quella di parlare a nome di altri o di fare il ritratto ad un popolo. “Gelem, gelem”, quindi, non vi dice la verità assoluta su ciò che è l’Albania, ma dà una seconda vita, una vita letteraria, ad una vicenda e ad un contesto che mi hanno colpita.

Certo, per quanto soggettiva e letteraria quella di “Gelem, gelem” vuole essere una storia realistica – per capire e raccontare il reale in modo il più possibile onesto, io credo, non si può estremizzare ciò che si vede né in “positivo”, con astrazioni politicamente corrette del tutto irreali o quadretti folkloristici banalizzanti, né in negativo, con pregiudizi facili. Il problema, o meglio la sottigliezza della cosa, è che non si può nemmeno essere troppo diplomatici. La diplomazia non è per scrittori – e io faccio molta fatica in questo, temendo sempre di offendere o creare conflitti. Eppure, se non posso dire ciò che ho visto, che senso ha la mia scrittura?

Ad esempio, l’ospitalità della famiglia del mio ex compagno mi è parsa, già dopo poche ore, una gabbia d’oro – un modo per onorarmi, certo, ma senza tenere conto di una cosa fondamentale: la mia libertà. E questo l’ho ritrovato in altre famiglie – sembra sia scontato che ci si adegui sempre a certe convenzioni, a certi ritmi e passaggi, cascasse il mondo e indipendentemente alla volontà del singolo, alla situazione, al momento. Non sto naturalmente parlando di tutti gli albanesi, cosa impossibile, ma questo è lo spaccato di realtà che ho potuto vedere.

Così come ho potuto apprezzare, nelle occasioni che ho vissuto, la grande voglia degli albanesi di parlare, di raccontare, di farsi conoscere e di ascoltare storie – una socialità appassionata, a volte anche sopra le righe, ma piena di curiosità ed energia. Cosa che, pensandoci, mi è mancata nel mio recente viaggio in Norvegia – diversi popoli, diverse fisionomie.

La prima impressione che ricordo, comunque, è quella di una grande miseria. Il porto di Durazzo coi mendicanti, che sciocca il protagonista, ha scioccato anche me, così come gli scheletri di case, le strade dissestate, i bambini che mi guardavano straniti a Kolaneç…Questa povertà materiale si accompagnava, così mi è parso, ad una particolare impetuosità dei modi, ruvida, non facilmente decifrabile – una specie di anima scabra, spazzata dal vento, temprata dai secoli e dai monti. In Albania ci si sente in un paese primordiale, più che antico…e insieme fuori dal tempo, in un tempo che c’è solo lì e che è sempre stato.

E poi, sì, un orgoglio incredibile e un’altrettanto incredibile generosità. La scena che descrivo, della parente di Pëllumb che mette in tavola il cibo di un mese, l’ho vissuta in prima persona, e mi resta nel cuore; così come i sorrisi della zia, a Kolaneç, onorata, quasi lusingata dalla mia semplice presenza.

Oltre alla scabrosità, alla generosità, all’orgoglio, il mio ricordo dell’Albania è legato anche ad un forte senso di estraneità – partendo dalla lingua, perché anche se quasi tutti gli albanesi che ho incontrato parlano italiano, giustamente fra loro dopo un po’ parlavano albanese, alle forme di educazione, alle cose che si possono dire e a quelle che è inopportuno manifestare, ai ruoli attribuiti a uomini e donne per così dire “naturalmente”, indiscutibilmente, o alle usanze e prassi della famiglia. In Albania, soprattutto se ospite di una famiglia e non semplice turista, un italiano può vivere davvero un’alterità – intendo, non è come vivere in Francia, dove già piccoli slittamenti ci sono. Credo che lo straniamento in più sia dato dal fatto di non averle potute non solo sperimentare mai di persona, queste abitudini, ma nemmeno conoscere prima nella teoria; è che in Italia non sappiamo niente, davvero, dell’Albania. E per questo, per la nostra impreparazione, spesso non è facile trovarcisi immersi: a pochi chilometri da casa si fa l’esperienza di un mondo altro.

Nonostante incomprensioni, tensioni e estraneità, comunque, non posso negarlo: l’Albania per me non è, non sarà mai un posto come un altro. Ha toccato corde profonde e mi ha lasciato, fra i luoghi che ho conosciuto e vissuto, una specie di solco più profondo…e le ragioni non sono tutte spiegabili.

 

Lei ha avuto una relazione con un ragazzo albanese. Quella relazione ha influenzato in qualche maniera durante la scrittura del romanzo, nella natura dei suoi personaggi?

Sì, moltissimo. Quella con il mio ex compagno è stata una storia di sei anni, durante i quali, ricordo, io sentivo una specie di frenesia, di scoprire la lingua, le usanze, le differenze di cultura e abitudini. È stata questa relazione a orientarmi verso la poesia albanese – a dire la verità è stato il mio professore di allora, Mario Allegri…un professore eccezionale, di quelli con cui puoi parlare e che, sapendo della mia lunga storia di coppia, mi ha incoraggiata a leggere e scegliere un poeta albanese per la mia Tesi triennale. In quell’occasione ho coinvolto il mio compagno, abbiamo fatto un lavoro molto valido confrontando la scrittura albanese di Gëzim Hajdari con la riscrittura italiana. Mi fa piacere dire solo un’altra cosa, prima di proseguire: Mario Allegri e Gëzim Hajdari mi hanno incoraggiata moltissimo a scrivere, con gesti di generosità, disponibilità, attenzione davvero rari.

Per tornare al romanzo: quando da anni la nostra storia era finita, mi sono comunque potuta servire della “consulenza” del mio precedente compagno, dei suoi ricordi – e anzi proprio un episodio tragico a cui aveva assistito da bambino, in effetti, è stato lo spunto di tutta la storia. Ed è curioso come, da compagna, io fossi troppo vicina per poter insistere, anche se un po’ l’ho fatto, nel voler sapere di più di questo grande “tabù” della sua infanzia; da lontana e dopo, invece, l’ho potuto fare, e forse anche per lui è stata l’occasione giusta, il momento giusto per riandare finalmente a quel giorno tremendo, che mi ha raccontato in modo finalmente aperto, e che abbiamo potuto ricostruire nel dettaglio.

I personaggi albanesi, infine, sono per la maggior parte estrapolati, seppur romanzati, dalla sua famiglia – forse per questo alcuni di loro sono così riusciti…Il mio preferito è Brigel, padre di Lumi e in realtà padre del mio compagno del tempo: un uomo serio, che metteva soggezione, ma pieno, credo, di un’umanità profonda e riflessiva, e di storie sul periodo comunista. È questo che rende i personaggi albanesi di “Gelem, gelem” speciali: sono persone vere, nel proprio mondo, messe di fronte ad un fatto che hanno realmente vissuto.

 

Sposerebbe un uomo albanese?

Diciamo che non ho preclusioni di principio! Certo dovremmo mettere alla prova la reciproca capacità di adattamento – questo accade in ogni coppia, ma le differenze caratteriali, emotive, di aspirazioni in una coppia di diversa nazionalità slittano spesso ancora più lontane. È come se ci si dovesse incontrare da “terreni di partenza” sconosciuti, per vie più accidentate. Capirsi, rispettarsi, mettere limiti alle influenze esterne è un lavoro faticoso – spesso si finisce schiacciati, altre volte nascono equilibri così autentici da essere veri “capolavori”, belli e funzionali. Ed altre ancora, si è molto più simili che fra connazionali.

Insomma, dipende tutto dal singolo e dalle singole circostanze.

 

Il teatro delle vicende del suo romanzo è la città di Korçë. Ha avuto la possibilità di conoscere quella città, la sua gente, le sue tradizioni, o si è limitata solo nella sua periferia dove vivono i rom?

In realtà non ho mai conosciuto, di persona, rom albanesi, che vivono tuttora piuttosto separati dalla comunità nazionale in Albania. Mi è capitato solo di sfiorarne le sagome, percepirne le ombre – un lustrascarpe, un uomo con un orso, al mercato…Come dicevo, la curiosità mi è nata dopo, leggendo tutto quello che riuscivo a trovare – e che è niente in italiano, qualcosina in albanese, qualcosa in francese e in inglese, a cui si aggiungono le interviste di Polansky. Le comunità rom albanesi non riscuotono insomma grande interesse. Ma quello che ho trovato mi ha molto colpito – ad esempio, il fatto che la situazione dei rom in Albania è drasticamente peggiorata dopo la caduta del comunismo. Enver Hoxha, il dittatore albanese che era cresciuto in stretto contatto, in amicizia con una famiglia rom, scriveva nei suoi diari dell’ammirazione che i rom gl’ispiravano, della vita dura che toccava loro: quando conquisterà il potere, farà di tutto per equiparare i rom agli albanesi. Non si può dire che li rispettasse per ciò che erano, ovviamente, se il fine delle sue politiche era di assimilarli – tuttavia, alla caduta del comunismo i rom vennero drasticamente rigettati ai margini della società, e questo è accaduto in tutta l’Europa orientale alla caduta dei governi comunisti. Ma in nessun paese europeo si è avuto un simile peggioramento delle condizioni di vita di una minoranza: i rom non avevano più garantito l’accesso all’istruzione, all’abitazione, al lavoro. Oggi ci sono intere compagnie rom che vivono all’interno delle discariche, come quella di Sharra a sud di Tirana – non lavorano solo raccogliendo i rifiuti riutilizzabili, ma abitano letteralmente sui rifiuti.

Per quanto riguarda invece la città di Korçe, sì, l’ho visitata, ma ammetto che avrei voluto conoscerla meglio – è che le incombenze familiari venivano prima di tutto. La piccola parte della città risparmiata dal cemento è molto bella, anche se non può essere paragonata a gioielli come Berat o Gjrokaster. Degli abitanti della città mi ha colpito l’incredibile orgoglio, ma credo sia una caratteristica nazionale – se si dice o korçare o i çfare, credo si possa tranquillamente dire o shqiptare o i çfare!

 

Vuole ritornare in Albania, magari con qualche progetto di una nuova opera letteraria?

I Balcani mi hanno sempre interessata, e progetto da tempo un viaggio dall’Italia, alla Serbia, alla Bosnia, fino all’Albania e, magari, alla Turchia. Ma non bisogna chiudersi troppo su certe passioni – se l’Albania mi resterà sempre nel cuore, ho avuto ad esempio molti stimoli positivi, contrariamente a quanto mi aspettassi, da un lungo soggiorno in Norvegia. Ora sto scrivendo un reportage su questa esperienza, e poi vorrei riprendere i racconti da cui è nato il romanzo – si tratta di una decina di scritti fra i tanti che non ho ancora portato a compimento, ma che necessitano di un ripensamento generale. In questi anni sono cambiate molte cose, nel mondo esterno e dentro di me – ora vorrei scrivere storie che rendano la precarietà, le incertezze del mondo di oggi, storie ancora più piene di domande. Perché, come ho letto in un testo di psicologia, il prezzo della verità è l’incertezza – se si vuole scrivere e provare a capire il reale, non si ha altra scelta che immergersi nell’incerto.

 

Insieme ci siamo conosciuti durante la promozione del suo romanzo “Gelem, Gelem”. Ho notato che Lei conosce tanti albanesi a Brescia e nella provincia, tiene amicizia con molti di loro. Cosa ne pensa dell’ integrazione degli immigranti albanesi nella vita e nella realtà italiana?

In realtà mi risulta difficile dare un parere generale, perché i miei amici o conoscenti albanesi non rappresentano, nella mia testa, una categoria con comportamenti comuni, ma persone che sì, possono avere approcci diversi dai miei alla società, alla politica, all’attualità, alle relazioni, ma queste differenze solo in parte derivano dall’origine albanese, oppure non c’entrano per nulla.

Per quanto riguarda invece il mio precedente compagno, i suoi amici e parenti, notavo un grande bisogno di ritrovarsi fra albanesi, per festività o semplicemente la domenica e in ogni occasione. Credo che questo valga soprattutto per chi è immigrato in cerca di lavoro con la famiglia, o comunque con parenti già in Italia, mentre valga di meno per i tanti ragazzi albanesi che studiano in Italia, e a Brescia.

Direi che ci sono due esigenze, entrambe comprensibili e che forse ogni emigrante dovrebbe cercare di armonizzare per quanto possibile: l’esigenza di rifugiarsi fra persone che parlano la propria lingua, che capiscono immediatamente riferimenti culturali o storici, che condividono esperienze di vita simili, e quella invece di porsi come individuo nella società d’arrivo, senza essere preventivamente caratterizzato da un insieme di attributi nazionali.

Riguardo al Paese d’arrivo poi, penso sia importante che un emigrante ne riconosca la dignità, ne rispetti le abitudini, ma al tempo stesso non perda la dignità delle proprie. Per questo non mi trovo d’accordo con nessuna delle definizioni correnti sull’immigrazione, e con nessuna delle idee di società che rappresentano: dall’assimilazione modello francese o dall’integrazione, che presuppone una tolleranza piena di sufficienza e poi un’“italianizzazione” delle comunità di origine straniera, ai modelli a mio parere frustranti e falsanti di multiculturalismo globalizzato.

Credo che sia importante invece non disconoscere la storia, le identità dei popoli, e gestire i flussi migratori con equilibrio, per garantire una convivenza reciprocamente rispettosa, curiosa, stimolante. Siamo diversi come individui, come uomini e donne, come albanesi e italiani, questa è la verità – ed una realtà complessa, a volte faticosa, da cui bisogna partire e di cui bisogna tener conto, se si vuole sia restare se stessi che rispettare l’altro, fianco a fianco come “diversi di eguale dignità”, nelle differenti società del mondo.

 

Ha pensato di pubblicare il suo romanzo in Albania?

Sinceramente no! Ma ne sarei felice. Sono sicura che Lei potrebbe tradurlo molto bene.

 

Lei è molto attiva anche come giornalista e scrive le sue riflessioni su problemi importanti. Ci ha mai pensato di scrivere qualcosa sulla vita degli immigranti albanesi in Italia, o dall’ Albania stessa?

Sì, scrivo di molte questioni sul mio blog (per chi fosse curioso: www.crosscritture.wordpress.com), ma per quanto riguarda gli albanesi in Italia credo sia giusto lasciar spazio a loro. Quando abbiamo presentato il mio romanzo all’associazione InterAction, ho insistito molto su questo punto: io non voglio sostituirmi agli albanesi, dare un’immagine dell’Albania o lo specchio di un popolo. Credo ci siano molti albanesi in gamba, a Brescia e in Italia, ed è giusto che abbiano modi e spazi per far sentire la loro voce tanto sull’Albania che sull’Italia.

Riguardo l’Albania, comunque, tutta una parte del mio blog è dedicata a “Gelem, gelem”, e ora ho anche creato una pagina facebook “Gelem, gelem – Giulia Inverardi”. In questi “luoghi” scrivo articoli che parlano molto delle città albanesi, delle abitudini, degli incontri che ho fatto. Ne scrivo per ciò che sono: non una che ha capito tutto o che conosce il Paese come fosse nata lì…ma una scrittrice, curiosa, che fa e si fa molte domande.

 

Grazie per la sua intervista e spero di incontrarla qualche giorno in Albania.

 

 

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