A difesa dei nostri sogni – dignità e alternative

Per la prima volta da quando tengo questo blog riporto un intero articolo, e lo commento passo per passo.

Lo faccio perché alcuni conoscenti e qualche amico che stimavo (o che stimo sub conditione) si sono dichiarati d’accordo con il succo del testo, e io non mi rassegno a credere che la mia generazione sia stata irrimediabilmente fagocitata da atteggiamenti e una visione del mondo simile.

Potrebbe sembrare tempo perso, un intervento così dettagliato su una voce assurda, con cui neanche ci si dovrebbe mettere a discutere – ma invece è un’occasione, e mi sento di doverla cogliere perché questo pezzo è esemplificativi delle pressioni, dei condizionamenti, dei discorsi malposti, di morale doppia (nel senso due pesi due misure) e unica (nel senso di unica possibile) che ci troviamo a “ricevere” da ormai decenni.

Queste voci ci parlano, sussurrano, urlano da fuori, dall’alto, poi dalle bocche di persone che abbiamo vicine, e poi ce le ritroviamo dentro: e ci diciamo fallito, e ci diciamo nullità, e ci diciamo che dobbiamo essere causativi e che la causa del nostro male siamo solo noi stessi. A questo, in questi termini, è obbligatorio dire NO – un NO logico, economico, sociale, psicologico. Perché niente parte dalla dequalificazione totale e “genetica”, e niente parte dalla negazione, dal furto di alternative.

L’articolo in questione è questo se vi va di leggerlo, prima, senza interruzioni: “I sogni non si devono avverare“. L’autrice è Anna Zafesova, che dal 1992 scrive per “La Stampa”, fino al 2004 anche come corrispondente da Mosca. Qui trovate i suoi profili twitter e facebook  – se avete voglia, su quest’ultimo ci sono interessanti commenti all’articolo in questione: a me hanno ridato un poco di speranza nell’Italia, altroché.


 

I sogni non si devono avverare
di ANNA ZAFESOVA
L’Italia è un paese che non vuole cambiare, ogni tanto l’Economist ci azzecca

Le danze delle generalizzazioni banali si aprono subito – che significa cambiare? Verso cosa? E chi lo chiede? Per che motivo?
Parlare di miglioramenti, sì, è necessario, ma acconsentire a un generico, indifferenziato cambiamento significa acconsentire ad un insensato e sospetto dogma. Quando qualcuno ti chiede, anzi t’impone di cambiare senza mettere in discussione il merito, il senso, il contesto, questo qualcuno non può che avere un interesse proprio, e bello univoco].

E così è tutto finalmente chiaro. I liberali hanno votato per i comunisti. I partigiani per i fascisti. I leghisti per i terroni. I giovani per i vecchi. I grillini per la casta. E viceversa. Le colpe dell’Italia non sono più da attribuire a improbabili poteri forti, oscure e lontane radici storiche, e meno che mai alle multinazionali e all’euroburocrazia. I responsabili ora hanno nomi, cognomi e pagine Facebook.
Alla semplice domanda «Volete proseguire il cambiamento?» – perché la domanda era questa, e gli italiani l’hanno capita perfettamente, molto meglio degli arzigogoli della riforma costituzionale – tre quinti del Paese hanno risposto: «No». E a votare «No» sono stati in gran parte quelli che ripetono sempre che l’Italia è un Paese di merda, che non cambierà mai, quelli che alla prima occasione volano a Londra e vorrebbero fare gli americani.

  1. “Proseguire il cambiamento” significa avanti con le riforme, l’austerity, l’euro, l’unione europea, la cessione di sovranità (ossia è sempre più lontano e inaccessibile e blindato il centro che decide)? Beh, mi sembra ovvio che ci fossero molte ragioni, condivisibili o meno, ma valide, per dire NO.
  2. Il quesito era tutto meno che semplice.
    Anzitutto era scritto in forma maliziosa, cioè metteva in luce solo i presunti “lati positivi” della riforma.
    Inoltre, non si trattava di un banale decreto o leggina per “portare avanti il cambiamento”, ma di una riforma della Costituzione, che non è sacra di per sé, ma che contiene le basi, i fondamenti del funzionamento del nostro Stato. Non significa che non la si possa toccare, ma che se lo si fa occorre essere delicati, attenti, mica accecati dal dogma dei costi, della velocità, dell’efficienza. Comunque per capirla, ‘sta riforma, occorreva sapere alla perfezione come funzionano i poteri dello Stato, come si bilanciano, e cosa bolle nella pentola della politica in questo momento…ma ne ha parlato qualcun’altro meglio di me, qui.
    Il punto è: il referendum non poneva questioni facili, e per questo “sì al cambiamento” non solo non era la risposta giusta, ma nemmeno era una risposta pertinente! Perché c’erano in ballo due visioni diverse del funzionamento della nostra democrazia: ognuno doveva scegliere quella che preferiva, ma non ha senso dire che fosse una passeggiata.
  3. Vorrei sapere come la giornalista conosca i retropensieri dei votanti – mi fa venire in mente quelle mamme che presumono di sapere cosa pensano in ogni occasione i figli, e imbastiscono processi alle intenzioni inviperiti, generalizzanti e moraleggianti.
    Nessuna delle persone che conosco e che ha votato NO smania dalla voglia di emigrarsene negli evoluti Paesi anglosassoni, né ritiene, nel modo manicheo di cui già nelle prime righe l’articolo dà prova, che l’Italia sia del tutto una merda.

A votare «No» sono stati quelli con il cuore a sinistra, ansiosi di mandare a casa il leader che gli aveva regalato percentuali di voto in cui non avevano mai potuto sperare. I sogni non si devono avverare, se no smettono di essere sogni e si rischia di scoprire che se non sei nessuno non è colpa di nessuno, se non tua. L’Italia è un Paese che non vuole cambiare, ogni tanto l’Economist ci azzecca.

  1. Non voglio aprire una parentesi sulla distinzione destra/sinistra, perché è un discorso davvero complesso, ma vi dico solo che se Renzi oggi rappresenta la sinistra, io sono pronta a dirmi, senza pentimenti, di destra – è un paradosso per me, ma significa che rinuncio volentieri a questa dicotomia se, appunto, non serve a distinguermi da Renzi e quel che rappresenta.
  2. “Se non sei nessuno non è colpa di nessuno, se non tua”.
    Come commentare una frase del genere? Fermiamoci un secondo, rileggiamola, sottolineiamo le parole: nessuno, colpa, tua.
    Io riesco solo a chiedermi come possa una persona affermare una cosa del genere, come se la questione non avesse contesto, implicazioni; come se non esistessero intere teorie politiche, economiche, sociali che affermano il contrario.  Capitemi: uno può anche non essersi letto nello specifico queste teorie, ma non può ignorarne la portata, l’articolazione, volente o nolente; non può semplicemente leggere “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”, e dire “che è cagata pazzesca”! Così, capite?, senza alcun onere di prova, che manco un bimbo di tre anni ancora convinto di essere il centro del mondo, di poter sparire quando chiude gli occhi e plasmare la realtà semplicemente nominandola.
    Poi certo, in che misura siamo ciò che ci troviamo ad essere, possiamo discuterne; cosa pesa e cosa no, pure; cosa sta a noi, e come possiamo rafforzare il nostro apporto, pure. Ma affermare che “se sei nessuno è solo colpa tua” è qualcosa che, a me, fa venir voglia di gulag, perdonatemi – anzi: già solo il concetto di “essere nessuno” mi dà l’orticaria.
    Mi permetto su questo una divagazione personale: quando mia madre, un giorno, da piccola, mi disse che “sarei diventata qualcuno”, perché ero brava a scuola e volevano farmi saltare un anno e grazieadio non lo fecero, io non capii, e le risposi che io ero già qualcuno. Quanta saggezza, quanta autostima in nuce persa poi proprio sotto i bombardamenti ad cazzum di giornalisti di questa risma. Dovremmo insegnarlo a scuola, accidenti, proprio così come lo dissi che se mai ho detto una cosa giusta in vita mia fu quella: tu sei già qualcuno, qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa tu faccia o non faccia. E non per giustificare o fomentare lassismi, ma proprio per rafforzare la base minima che permette alle persone di diventare, o provare a diventare, le mille cose che vogliono essere.

Oggi tutti dicono che Renzi, e tutti noi, non abbiamo ascoltato la pancia, non abbiamo capito il popolo e la sua rabbia. Non raccontiamoci frottole. Noi il popolo lo conosciamo. Anche noi siamo il popolo. Chi pensa che per far parte del popolo bisogna essere ignoranti e poveri, offende il popolo. Noi la pancia la conosciamo, la vediamo ogni giorno, la sentiamo brontolare. Non abbiamo bisogno di corsi accelerati per scoprire come vive, cosa vuole e quanto è incazzata. E non diciamo che chi non è d’accordo con noi ha delle ragioni che vanno rispettate. Se alla pancia si chiede se le piace il modo in cui viene riempita, risponderà sempre no. E se a qualcuno piace sentirsi pancia, deve ricordarsi dove si trova il suo sbocco.

  1. Il popolo non è solo ignorante è povero, ma è anche ignorante e povero, perché è così. L’offesa non è vedere il reale, ma anzi negarlo, disconoscendone così le condizioni materiali,  e magari rincarando poi con retoriche colpevolizzanti. Tanto per dire, è del 6 dicembre un articolo dello stesso “Sole 24 ore” secondo il quale un italiano su 4 è a rischio povertà, e si registra, alla faccia della crisi, un secco aumento delle diseguaglianze economiche.
  2. Mi stupisce sempre chi afferma, con una leggerezza quasi naif, di saperne a pacchi, di aver addirittura capito tutto. Anche perché se poi ti prendi qualsiasi mostro sacro della filosofia, della politica, della letteratura, trovi sempre una visione del mondo, per quanto coerente, fondata sul dubbio e l’incertezza. Perché la verità lo è, incerta, mutevole, inafferrabile – non significa che non possiamo dirne nulla, cadere nel relativismo estremo o nel nichilismo, ma da qui ad affermare che “noi conosciamo il popolo”, accipicchia, ce ne passa.
    Io il popolo non lo capisco, non so cosa sia, come sia cambiato, se io ne faccia parte o no, e con che pezzi di me, se io possa parlarci, se non meriti nemmeno di nominarlo oppure io possa criticarne alcuni aspetti. Ma di certo non avrò mai la presunzione, la bassezza morale e la faccia tosta per insultarlo in toto, in generale, e per ragioni così meschine, ipocrite e malposte. Fra parentesi, trovo un corto circuito logico sostanziale: non si deve dire che il popolo è ignorante; la giornalista il popolo lo conosce, lo sente brontolare; il popolo è pancia, la pancia voterà sempre no; la pancia è intimamente connessa col buco del cu*o. La morale, mi par di capire, è che il popolo vota col cu*o, e se lo dice Anna Zafesova, che lo conosce, il popolo…
  3. Qui ho avuto una botta di pressione alta, non mi capacitavo…ma poi mi sono ricordata che negli ambienti progressisti si ragiona così da un pezzo: chi ha delle ragioni diverse dalle nostre NON va rispettato. Anni di pensiero unico, di lavaggio del cervello su questioni come merito, progresso, inglese e informatica, “diritti civili per mandare affanculo quelli sociali e politici”, Paesi civili, produttività, competizione, ma anche multiculturalismo a qualsiasi costo e secondo qualsiasi ricetta, anche quella schiacciante del capitalismo, ci hanno portato a questo. E per questo esistono davvero persone, pure intelligenti, dotate, “studiate”, secondo le quali il cambiamento è la soluzione, nel senso che eliminata l’arretratezza, la pigrizia, l’assistenzialismo cronici di cui soffriamo, noi italiani sub-umani, adottando magari le ricette scandinave o anglosassoni, che loro sì che ne sanno e non hanno problemi, avremo spianata davanti la strada giusta, unica, perfetta, senza conflitti, senza ritardi, efficiente, tecnicamente ineccepibile.
    Questa idea mi pare assolutamente ingenua, non capisco davvero come ci si possa credere: anzitutto, ogni Paese è un universo a sé, e ciò che va bene in Svezia non può andar bene qua, perché la storia, la società, l’economia, la geografia, tutto è diverso, e a me pare giusto che sia così, cioè che il miglioramento doveroso, doveroso soprattutto nei confronti degli ultimi, tenga conto di ciò che la società è in realtà; inoltre, nessuna forma politica “risolve” le cose, e a ogni livello ci saranno nuovi contrasti da gestire. Perché lo scopo della politica non può essere l’efficientizzazione tecnica, ma l’armonizzazione della società in un equilibrio possibile, rispettoso del reale.
    Per questo a me la retorica del cambiamento, delle riforme, della modernizzazione, del “diventare grandi e competitivi”, suona come un incubo, che cancella con un colpo di mano quanto, a questi super-uomini e super-donne, non piace: l’incertezza, l’irriducibile differenza, il contrasto, il rispettoso dissentire e il residuale, sacrosanto, diritto di farsi i cazzi propri e farlo diversamente. Tutto questo, nella nuova società civile europeista e avanzata, non merita alcun rispetto. Mostruoso, ma logico. Illogici sono quanti non lo vedono: se ti accompagni al lupo, non puoi pensare di belare.

Non raccontiamoci la storia che la linea divisoria passa tra un’élite che si è chiusa nella torre d’avorio e il popolo, lasciamo queste terminologie da marxismo per gli asili. La linea divisoria passa tra chi vuole cambiare e chi stava bene quando stava peggio. Tra chi si guadagna da vivere e chi campa di rendita, e sa che potrà contare su qualche appartamentino o villetta ereditato dai genitori. Tra chi parla inglese non per finta e chi si esprime in dialetto.

Tra chi preferisce fare il figo in provincia invece che competere nella metropoli. Tra chi vuole modernizzarsi – il che non significa necessariamente vivere più tranquilli e protetti di prima – e chi chiede i posti fissi, chi vuole le protezioni dei piccoli politici locali, chi vuole chiudere la domenica, chi sostiene che il liceo classico italiano sia la migliore scuola del mondo, chi ha paura di non essere più competitivo. Che si chiamino destra o sinistra non ha nessuna importanza, non facciamoci distrarre dalle etichette, tanto sono adesive.

La differenza è tra chi vuole il mondo “liquido”, globalizzato, multi culturale, multietnico, multisessuale, multi tutto, razionale e non del cuore, con ciascuno che si sceglie l’identità che vuole e risponde per se stesso. E chi non ci vuole stare.

  1. Popolo ed élite sarebbero terminologie da marxismo buone per gli asili – ma come si può, accidenti, liquidare la questione delle diseguaglianze, delle contrapposizioni di classe che magari fosse lotta, con tanta superficialità, noncuranza, spocchia? Ma chi è, chi si crede di essere questa donna?
    E infatti si apre la diga dell’accanimento acre, secco, tipico di chi non costruisce la propria identità su sentire ragioni e valori umani, ma su contrapposizioni inflessibili, su prese in giro da bulletta prima ed estremizzazioni che rendono tabù, tare, delitti quelle che sono esigenze minime – e allora è reato chiedere uno stato sociale, cosa ben diversa dal pretendere di campare di rendita; e allora è peccato capitale parlare dialetto…capite?!, il dialetto! Perché invece uno è un grand’uomo, o una gran donna, se parla inglese “non per finta”, very fluently! Ma avete presente che a leggerla, questa ex sovietica come tanti saltata sul carro del capitale, mi è venuta voglia, cosa mai capitata e contraria a qualsiasi mio principio, di diventar leghista e parlare solo dialetto, e fanculo l’inglese e i suoi sostenitori?!
  2. Lasciando perdere che, sul serio, nessuno “stava bene quando stava peggio”, la Zafesova martella con la banale retorica su quelli in gamba, che si fanno il culo solo per qualità caratteriale intrinseca, e quelli che invece campano della rendita dei genitori…Ma io penso: e anche se fosse, cristo? Perché non avrei alcun dubbio sulla strada da prendere, se davvero, prima estremizzazione, ce ne fossero solo due e cioè: di qua, correre come un maiale felice al macello cittadino insieme a tutti, tutti, tutti, milioni!, spopoliamo il resto del territorio e se resti sei uno sfigato malghese magutto; di là, fare vita ritirata in provincia. Non avrei dubbi, perché se in provincia mal che vada incontri gente gretta, che però di certo ha un mondo di idee proprie su cui discutere, con cui dissentire, su cui riflettere, in città è grosso il rischio d’incontrare, accipicchia, coglioni che competono. In provincia, forse, potrei farmi i cazzi miei, scrivendo, creando, conoscendo, e ditemi che ne sa la Zafesova di quello che uno può scegliere di fare in provincia – no, secondo lei puoi solo marcire e fare il mantenuto di Stato e famiglia, perché la provincia è out, non è trendy, non è fashion né smart. Pausa conati, scusate.
  3. Ormai è chiaro. Per gente così è davvero reato lottare per il posto fisso (e si lotta, Zafesova, non si chiede); è reato decidere della propria attività, fottersene del signor Mercato, e vaffanculo, chiudere la domenica, perché magari esistono persone che non si realizzano, o non solo, facendo soldi, e perché questo delle 24 ore di apertura grazieadio non è l’unico modello si sviluppo economico; è reato fare il liceo classico, che io l’ho fatto e non lo rifarei, ma certo non vorrei la sua chiusura, perché sono sicura al 1000% che per qualcuno di diverso, in situazione diversa, con altre combinazioni di professori, è la scuola migliore.
    Capite?, per questa gente è reato avere una visione del mondo diversa dalla loro, una visione legata a valori di eguaglianza, protezione sociale di base, valorizzazione vera della diversità. Ed il colmo è che a queste truppe piaccia parlare di mondo liquido, magari senza sognarsi che Baumann non lo ritiene esattamente un pregio; amano parlare di mondo multiculturale e multietnico (perché, come dovrebbe essere?, monoetnico?!), “multitutto” (che cazz?), “razionale e non del cuore”. Rabbrividisco. Tremo. Mi angoscio – perché la società in cui viviamo ormai sembra davvero dare a tutti la libertà di scegliere quel che si è, di andare dove si vuole, di non avere confini…ma io mi chiedo: dove cazzo vai, se non hai uno Stato nel quale lottare, nel quale creare dinamiche su cui pesare; dove vai, se il capitale ti stupra il territorio, ti obbliga ad emigrare, solo, isolato, schiavizzato, odiato da altri che la tua venuta ha reso facile schiavizzare quanto te; e dove vai, se puoi essere gay, chi se ne fotte, ma non persona pensante e lottante, dove vai se puoi per legge guadagnare come un uomo ma devi essere stronza più di un uomo e rinnegare metà di te, dove cazzo vai ti chiedo, se puoi sposare un altro uomo ma manco hai i soldi per mangiare? Che cazzo di libertà di essere quel che vuoi è, questa, di “sceglierti la tua identità”? Ma io mi chiedo se ci prendono per il cu*o o ci credono davvero! Perché in realtà tu sei quel che sei, quello che le condizioni determinano tu sia, più quel che, avendo capito quel che vuoi essere, riesci a strappare, con le unghie, i denti, il sangue e mille labirinti, a queste condizioni, quando hai culo e una rete e il momento storico apre una parentesi di respiro nella catena di oppressioni. In realtà, accidenti, la libertà pura non esiste, anzi è il cappio facile da impugnare per mani ben più potenti delle tue, facendoti credere, sì, che lo vuoi, che vuoi essere leggero, liquido, progressista, “qualsiasi cosa”, senza accorgerti che il cappio stringe e ciò che davvero hai dentro, che vuoi, non lo puoi neanche, neanche sognare. Perché una Zafesova arriva a dirti pure, dopo la merda che hai spalato, che sbagli sogno, capito?
  4. “Tanto sono adesive”. Mi cadono le braccia per la banalità dell’eloquio, sul serio. Questi sono gli intellettuali, questi i giornalisti? Questi, che credono di strappare il cinico sorrisino di complicità con battute degne, queste sì mica Marx, dell’asilo?

Abbiamo sbagliato in una sola cosa: a trattarli come dei bambini e non dire loro la verità. E cioè che Babbo Natale non esiste. Dal treno della globalizzazione non si può scendere. Le leggi dell’economia sono inesorabili quanto quelle della fisica, e non sono imposte dalla Goldman Sachs, dalla Merkel e dalla dittatura dei mercati. Chi dice «no» non tornerà indietro nell’Italia della lira, della scala mobile, del sindacato, del BOT alle stelle, dei mercati protetti dalla concorrenza da ordini e corporazioni, delle baby pensioni, senza immigrati e disoccupati.

È impossibile far ridiventare una zuppa di pesce un acquario. Il «No» non fa che rendere più pesanti le condizioni del cambiamento, come è stato per l’«ohi» greco. Con il «Sì» e tutto quello che significava avremmo potuto aiutare quelli rimasti indietro a traghettarsi, a coinvolgerli. Chi ci vuole morti perché pensa che è per colpa nostra che hanno perso il loro passato, potrà anche averci morti ma non potrà tornare indietro. L’alternativa è il Venezuela. Qualcuno glielo deve dire.

  1. Sempre più chiaro. Chi la pensa diversamente è un bambino che prima va blandito, irretito con storielle per fargli credere che possa scegliere, e poi felicemente disilluso. Perché, come diceva la cara Thatcher, come ripeté Mario Monti presentandosi agli italiani, come ci ripetono da decenni da Bruxelles: non esiste alternativa. E per me questa è sempre stata la frase-cartina di tornasole. Di cosa? Beh, della dittatura, o dell’aspirazione alla dittatura almeno. Diteglielo ai greci, che ora stanno rimpiangendo non gli anni ’80 (che paura!, torniamo indietro di 30 anni!, così ci dicono), ma l’800 rimpiangono, accidenti a voi – che l’800 è pur sempre un’alternativa migliore allo stupro che subiscono.
  2. “Le leggi dell’economia sono inesorabili quanto quelle della fisica”. Ora, sul serio: ma una giornalista può affermare qualcosa del genere? Come diceva il nonno di un mio amico, convinto che egli stesse in Erasmus “pour mener un vie de bohème”: “Ma chi gliel’ha messo in testa?!”.
  3. So che sarà difficile capirlo se siete già monopensatori à la Zafesova, ma non è che per forza uno voglia tutto dell’Italia di prima. Uno può, anzi tendenzialmente vorrebbe le cose buone dei decenni passati, mica per nostalgia (e mi è venuta in mente l’ostalgia), ma appunto perché cose buone ce n’erano, oggettivamente e di per sé, non certo frutti buoni di un sistema cattivo.
    Esempi? Uno stato sociale degno di questo nome, e la scala mobile maledetta CGIL che mio padre dopo decenni di tessera l’ha strappata per quella non-lotta, e la lira, ebbene sì, la liretta con la quale siamo diventati una potenza industriale, e un modello di sviluppo economico tutto meno che fragile, inadatto ai tempi moderni, o basato su giochi di prestigio finanziari come, invece, tante economie “avanzate”.
  4. Si vede che le brucia proprio alla Zafesova – ci tiene a ripeterlo, e pure a terrorizzare: non c’è alternativa, col vostro capriccio peggiorate solo le cose e, paura paura, rischiate di finire come il Venezuela, ecco l’unica alternativa! Ora vorrei davvero qualcuno mi spiegasse come l’Italia può diventare il Venezuela – e magari, a tempo perso, spiegasse alla signora che in Grecia hanno detto OKI, che si legge ochi, e forse lo saprebbe se avesse fatto il liceo classico. E poi le chiedesse di sciacquarsi la bocca, al di là di tutto, prima di parlare della Grecia – non hanno potuto ribaltare le cose, i greci, perché sono un Paese piccolo e soprattutto poco industrializzato, perché i loro leader non sono stati all’altezza, e perché erano e sono dannatamente soli, dato che nessuna forza politica di sinistra, nel resto d’Europa, ha per ora mosso il cu*o verso l’analisi, la critica, il contrastodi questa nazipotenze che è l’UE.
  5. Livello di ragionamento asilo. Con il SÌ la Zafesova e il suo branco di iene avrebbero aiutato noi, poveri ritardati rimasti al palo, a entrare nel favoloso mondo del progressismo europeista, a partecipare al meraviglioso carosello delle opportunità, a “sentirci coinvolti”. Sì, con un enorme palo nel cu*o, ma l’importante, si sa, è immaginare. Su, immaginiamoci tutti vincenti a discapito del palo in cu*o!
  6. “Chi ci vuole morti perché pensa che è per colpa nostra che hanno perso il loro passato”. A parte che altro che classico, ‘sta frase ha una sintassi che manco alle media – ma chi la vuole morta? Può starsene tranquilla a cantare le lodi dell’austerity nel suo perfetto inglese su un prato di margheritine a forma di euro, per me.

La scelta è chiara, e l’antagonismo palese. Gli adulti e i bambini, gli autosufficienti e gli assistiti, quelli che cercano di capire e di risolvere e quelli che – sì, diciamolo finalmente, basta con il politicamente corretto, lo dite voi, no? – non capiscono niente e non vogliono nemmeno informarsi sulla tegola che sta per cadere sulle loro teste, e scoprire che i politici che hanno guidato la crociata del «no» in buona parte avevano votato per la riforma del «sì» in Parlamento. Non siamo pronti a morire per il loro diritto di esprimere le proprie opinioni, perché per farsi un’opinione bisogna prima fare qualche sforzo. O noi, o loro.

E continua il cancan del peggiore, meschino, imperdonabile, impudente, tracotante classismo.
Gli adulti e i bambini; coloro che vogliono capire (e s’intende, capire solo ciò che si accorda alla visione unica consentita), e chi fa lo struzzo, e poi: gli autosufficienti e gli assistiti.
Fermatevi a pensare a queste parole, ve ne prego. Autosufficienti, persone fattesi da sole, venute su così, sotto un cavolo, intraprendenti e capaci di guadagnarsi da vivere col solo ardore delle proprie qualità innate – e assistiti: le larve, i pezzenti, gli omuncoli e donnine o donnacce, quelli ritardati, senza ambizioni, senza dignità e slancio, le merdacce fantozziane.
Non c’è bisogno di ripetere, poi, che per i campioni arrembanti del pensiero unico, se uno vota diversamente, pensa diversamente, sogna diversamente, vota, pensa e sogna sbagliato – di più: ignorantemente, sconsideratamente, senza aver capito e studiato! Anche Renzi, nel suo discorso d’addio scritto a quanto pare da quell’altro mostro di simpatia e elevazione intellettuale che è Baricco, l’ha ripetuto: non ho saputo farvi capire la riforma. Mai che li sfiori l’idea, oppure lo sanno ma è più facile fingere che no, che gli altri abbiano invece capito tutto. E proprio per questo, proprio perché la proposta non corrisponde ai propri differenti valori, differentemente votano.

Il paragone con Brexit e Trump regge fino a un certo punto. I giovani inglesi hanno votato Remain, i giovani americani hanno votato Hillary, i giovani italiani rimasti in Italia hanno votato «No». A 15 anni parlano della pensione, vivono con i genitori fino ai 40 anni, fanno errori di ortografia dopo due lauree. E non diciamo che vivono peggio dei loro genitori, hanno viaggiato, studiato, ballato e fatto l’amore molto più di loro, che dovevano anche lavorare.

  1. E infatti è la prima volta negli ultimi decenni in cui mi capita di essere fiera dei miei coetanei, guardaunpo’ cosa può accadere a spalancare la mente al pensiero piùcheunico.
  2. Ma che adolescenti frequenta ‘sta donna? 15enni che si preoccupano della pensione? Ma magari!, che preoccuparsi ed occuparsi del proprio futuro sarebbe cosa buona e giusta. Ma no, dobbiamo tutti assolutamente forzatamente vivere nell’eterno qui ed ora, sempre belli sempre scattanti, sempre ganzi sempre “cadenti in piedi”, mai una macchia, mai una paura, sicuri delle nostre qualità individuali – ed occuparci solo di lanciarci, di aderire alla mission, di essere motivati e diventare qualcuno, altro che la pensione!
    E i 15 ansiosi si accoppiano, per la Zafesova, ai 40enni che vivono con mammà. Aiutatemi voi, davvero, perché io proprio non ce la faccio, non ce la faccio a capire come si possa sfottere e liquidare con tanta insensibile stupidità un problema serio come quello della disoccupazione. Come si può credere che il 42% di giovani disoccupati lo sia solo per demeriti propri, per mancanza di spina dorsale, per mammonaggine? E queste merdate tossiche, badate bene, non sono episodiche, ma anzi sono sistemiche, è questo il problema. Ce le rifilano ogni giorno, le ripetono, le martellano tutti, dalla giornalista emerita all’esperto che ieri, in TV, affermava: “Non c’è alcuna correlazione fra crisi economica e disoccupazione giovanile. Dobbiamo imputare questo dato all’incapacità della scuola a preparare i giovani al mondo del lavoro”. Ripetete con me: non c’è alcuna correlazione fra crisi economica e disoccupazione giovanile. Ripetete: non c’è alcuna correlazione fra crisi economica e disoccupazione giovanile. Vi rendete conto?
    A me non nient’altro che venga dopo queste premesse, e questo è il punto della mia incazzatura: io non nego ci siano seri problemi di millemila tipi in Italia, ma mi rifiuto di iniziare qualsiasi analisi su dati irreali, assurdi dal punto di vista logico, economico, sociale!
  3. En passant: pensate che, per la mia visione delle cose, la colpa della scuola è opposta. Volete che proprio la scuola, cioè capite la scuola, quel posto dove si forma l’interezza dell’individuo per quanto riguarda cultura, socialità, valori, interessi, maturità, equilibrio e, infine, competenze, abbia il compito unico primario di sfornare menti adatte, plasmate, perfette per questo mondo del lavoro? Io voglio menti che immaginino alternative, e che essendolo siano armate per giudicarlo, cambiarlo, sottometterlo ai propri bisogni, e non viceversa perdio, ‘sto mondo del lavoro. E sì, questa è una prospettiva rivoluzionaria, perché questa è l’unica che, ad oggi, rappresenti per me una visione sensata, dignitosa, etica, rispettosa, umana – presentatemene un’altra che abbia queste caratteristiche e l’abbandonerò. Ma non propinatemi queste marionette di segatura capaci solo di ripetere la manfrina del padrone, e di immanfrinire altre marionette.
  4. Davvero, non è che quel 42% di giovani sogna di grattarsi le palle per decenni; pure il peggior scansafatiche dopo un po’ si stufa. Se avessero la possibilità accidenti se lavorerebbero i giovani – perché con questo clima stronzo a livello lavorativo, e sociale, la voglia di mangiare, di ballare, di far l’amore e pure di vivere dopo un po’, Zafesova, ti passa.
    Che se ci penso poi, a mia madre e mio padre, eccome se si sono dati da fare, ma hanno penato un decimo di quanto stanno penando i giovani italiani di oggi – avevano la scala sociale, lo sa Zafesova, avevano i contratti a tempo indeterminato, e i sindacati, e tutti questi “relitti ideologici” che volete a tutti i costi farci suonare vecchi, superati, addirittura da Medioevo. È su queste conquiste, su questo stato sociale coi controcazzi oltre che su un onesto piegar la schiena, che i nostri genitori hanno costruito piccole imprese che voi oggi, tra l’altro, tacciate di provincialismo, di disonestà se evadono il minimo per pagare stipendi e fornitori, di lassismo se chiudono come han sempre fatto ben 2 giorni la settimana, di piccineria se non sognano di diventare “impresa” o catena.
    Ma comunque: prendeteli e metteteli oggi in questo mondo, i nostri genitori, e s’inciamperanno nelle loro gambe ancora prima di fare un passo, e creperanno prima di noi, abituati come sono non a privilegi, ma a un mondo che era arrivato ad essere almeno umano, a non scipparti almeno i mezzi per costruirti la tua base.

Gli altri giovani italiani hanno votato con i piedi. Ed è un’altra legge della natura inesorabile. Il voto all’estero, il «Sì» soverchiante, lo dimostra. È come nel Meridione: chi non ne può più se ne va, e fa fortuna altrove, chi resta in fondo preferisce restare, e vivere nel mondo abitato dai peggiori. Le famiglie che se lo possono permettere ormai mandano i figli a studiare all’estero non all’università ma già al liceo. Chi resta però non deve tirare un sospiro di sollievo. Quando tutti i rompiscatole se ne saranno andati arriveranno i cinesi. O i coreani, i russi, gli indiani, o qualche altro extracomunitario che nel frattempo si sarà dato una mossa. E compreranno l’Italia. Che resta il più bel Paese del mondo, come dice Renzi, seppure solo paesaggisticamente.
Chi non voleva riformarsi da solo, o sotto la spinta della troika, lo farà sotto la frusta degli asiatici, che non terranno referendum. Chi oggi vota «No» perché ha paura che le loro figlie verranno molestate dai musulmani domani dovrà farsi piacere dei rampanti generi cinesi. Perché sì, non è buonista dirlo, ma il mondo si divide in falliti e riusciti. E il fallimento e il successo si misurano anche da quanti stranieri vogliono vivere, lavorare, studiare, investire e sposarsi – e non solo passare le vacanze – in un posto.
In Italia non ci sarà mai più un politico che promuoverà le riforme, perché saprà che finirà fucilato da un fuoco incrociato. Questo non significa che l’Italia non cambierà. Ma il suo cambiamento sarà molto più doloroso, e lascerà sul terreno molte più vittime. E non si potrà accusare nessuno, perché ora sappiamo finalmente chi è stato.

  1. Fra le trite retoriche dei nostri giorni, quella autorazzista non si era ancora delineata in tutto il suo splendore, nell’articolo. Perché chi resta è il peggio, di nuovo il fallito, il peggiore – “il mondo abitato dai peggiori”, capite? Immaginatelo, il mondo abitato dai peggiori, che formula immaginifica degna di una sitcom scabrosa: italiani tutti corrotti, merde senza spina dorsale, che non fanno la fila, amano fare i furbi, falsi invalidi, mantenuti, scansafatiche, ignoranti e senza sogni. Ma a chi importa il peso delle parole?, le parole che diventano macigni perché si parla di persone, di centinaia di migliaia di persone sfiancate dalla mancanza di opportunità, dalla precarietà, dai contratti merda, ma ancora non basta: altra merda addosso, perché la giornalista smart social multicultural deve sentirsi la più giusta del villaggio globale.
    Perché invece, eh!, vuoi mettere gli italiani che se ne sono andati, che hanno scelto il mondo dei migliori?
    Lasciando perdere il fatto che nessuno mi convincerà mai sia cosa buona e giusta far votare su questioni più che folkloristiche gente che ormai ha la vita del tutto radicata oltreconfine, che vive in altre condizioni, che oggettivamente non può capire e sapere cosa accade in Italia; lasciando perdere questo, non si può ancora, scusate se mi ripeto ma non è mia colpa, affrontare con la stessa deprimente semplificazione una cosa del genere.
    Se avessi capito il momento, sapete, e me ne fossi infischiata della tesi da finire presto, forse sarei a Parigi; forse, trovandomici, qui in Italia, preferisco restare in un luogo in cui mi sento meno individuo, in cui mi vien voglia di capire la società, di farne parte; di certo i miei amici rimasti all’estero sono in gamba, ma altrettanti, altrettanto in gamba, sono tornati e si barcamenano come possono; altri sono rimasti in Francia e poi tornati, altri son tornati e poi ripartiti, per ragioni nobili, meno nobili, che condivido o non condivido, e hanno situazioni che invidio o non invidio. Di certo, in ognuna delle situazioni delineate, che saranno venti e non rimasto fallito / emigrato sgamato, ci sono persone che si spendono per farsi un’idea critica del mondo, e altri che proprio no, e vivono di ideées réçus, come si dice lassù…
    Quindi come diavolo si può giudicare con un unico parametro le scelte di tutti, e dedurre che i migliori se ne vanno e i cogliono restano? Davvero, questa retorica è tanto bassa che non meriterebbe di essere commentata, come d’altronde il resto dell’articolo – se non fosse che moltissimi poi, purtroppo, ci credono, e anzi ci credono soprattutto quelli che, da queste cazzate dominanti martellanti imperanti, vengono schiacciati. E resto convinta che le condizioni materiali di miseria, precarietà, mancanza di prospettive feriscano, tolgano il respiro, mortifichino, ma di più fa il carico di giudizio, di colpevolizzazione che c’è sopra: la mancanza di lavoro è il danno, la colpevolizzazione la beffa e il colpo di grazia. Quindi no, non è tempo perso parlarne – non dobbiamo più permettere a nessuno di iniziare un’analisi sul lavoro, sull’economia, sulla società, addirittura sulla psicologia di una fetta di popolo da queste stronzate.
  2. Non capisco che consecutio logica segua questa luminare del pensiero occidentale, ma ci provo. I migliori se ne vanno e sono i rampanti, quelli che “rompono le scatole” perché hanno ragione e sanno tutto e ne hanno il diritto; i peggiori, che restano, temono i nuovi arrivi, quei poveracci obbligati dalla stessa distorta “libertà di circolazione” a abbandonare il proprio Paese, unica possibile risposta al comando del mercato (e in quest’ottica i poveri cristi della migrazione vengono rivalutati, paraculescamente, perché loro si danno da fare – che scelta hanno, perdio?). Ma ecco, ci spiega l’ex sovietica: i peggiori, i loschi provinciali che non vogliono cambiare, gl’ignorantoni che parlano inglese per finta, non possono mica pensare di avere una propria idea di società, di fermare il cambiamento, ad esempio mettendo in discussione la gestione dell’immigrazione, perché il capitale, dopo aver spostato a piacimento le pedine povere, piazza loro in casa il genero cinese, o almeno li minaccia di farlo. Perché l’autrice questo fa: ci minaccia, noi nostalgici della pensione, del posto fisso, della scala sociale, con l’invasione cinese! Mamma li cinesi!
  3. E ecco che lo esplicita, che “chi non vuole riformarsi” (riformarsi, attenzione alle parole, lessico da olio di ricino), neanche, badate bene e pensate che sfrontatezza, “sotto la spinta della troika” (la spinta!, chiedetelo ai greci che diavolo di spinta!), dovrà farlo “sotto la frusta dei cinesi”. Che i cinesi, loro, mica ve lo concedono il referendum – a differenza della nostra bella democrazia europeista dove ti fanno un referendum kafkiano, con quesito truffaldino, spostandolo sempre più in là nei mesi e imbastendo nel frattempo una campagna referendaria vergognosa, fatta di battibecchi ignoranti su costi efficienza e velocità, e non sui valori che si vanno a toccare in quella che è la nostra carta dei fondamenti, dicendoti che “dai, è semplice la riforma, leggila”, e tu la leggi, e siccome non vuoi fare la figura del coglione devi dire che effettivamente è semplice, anche se il re è nudo e la riforma non è semplice manco per il cazzo, e poi, e poi se comunque voti NO, per mille e una ragione valida o non valida, ti trattano da buzzurro decerebrato di provincia che ha votato così perché non ha capito, ha frainteso, aveva paura, ha votato di pancia…e poi, anche se formalmente il risultato del referendum bisogna rispettarlo, si fa della volontà popolare carta da culo in altri mille modi. Bella libertà, quasi quasi li aspetto felice, ‘sti asiatici sanguinari.
  4. Dopo averci definitivamente chiarito che è una classista senza ritegno, perché il mondo si divide, netto netto, in “falliti e riusciti”, l’esimia Zafesova fa un altro triplo carpiato indietro, affermando che la riuscita di un Paese si misura anche da quanti stranieri sa attirare. Cioè, seguitemi: non ci frega una sega della politica internazionale, della storia delle spoliazioni colonialiste, dei disastri ambientali, delle guerre, della richiesta di manodopera non sindacalizzata, non qualificata, isolata, ricattabile, a costo poco superiore allo zero, di tutto ciò che insomma obbliga, altro che libertà di movimento, centinaia di migliaia di persone a lasciare la propria terra, deprivando quelle terre delle loro forze – no, questo non conta. Quelli vengono in Italia perché siamo vincenti – meno, ovviamente, dei tedeschi, ed è per questo che i cervelli volano in Germania anche dall’Italia, a farsi incu*are dai minijobs o porcate del genere. E pensa, Zafesova, che io ingenua pensavo questo, invece: se la gente non ha protezione, e protezione te la può dare solo quello Stato che a voi progressisti fa tanto schifo, la gente è costretta ad andare non dove stanno i vincitori, dove si vive cool e fast, ma dov’è più forte il capitale, dove vuole il capitale, altro che vincenti!
    Ma lasciamo perdere, perché per me è inaccettabile, come spero si sia capito, partire da presupposti del genere – e attenzione: questa non è una presa di posizione ideologica, come può essere quella di dichiararsi di destra o di sinistra, per la democrazia parlamentare o presidenziale, o quel che volete. La mia è una presa di posizione etica, ed è praticamente l’unica, l’unica certezza che ho: nessun essere umano è inferiore o superiore, migliore o peggiore, né uguale, ad un altro – è diverso, di egual valore. Che poi uno possa comportarsi da coglione, impegnarsi, non farlo, essere uno stronzo o un buon samaritano, è un altro, davvero tutt’altro discorso – ma sulla qualità delle persone non si può, non si deve discutere, e chi lo fa con qualunque “ragione” o scopo merita, per me, il gulag; chi lo fa con tanta leggerezza, figuratevi.
  5. La chiusa dell’articolo è il punto. Per questa folle, la colpa di tutto è dei falliti che vogliono restare falliti, che sono delle merde e non si sforzano di lanciarsi a competere nelle metropoli, non si svenano per plasmarsi in quel che serve, non si adeguano, liquidi, al mercato. Cioè la colpa non è di chi specula, di chi gonfia bolle finanziarie, di chi fa prestiti a condizioni raccapriccianti, sempre e comunque al riparo – la colpa è dei falliti, che magari accettano il mutuo non sapendo se possono pagarlo. Quando si dice la trave e la pagliuzza, e avere la faccia come il cu*o di spacciare una per l’altra].

Chiudo dicendo che resto aperta a qualsiasi analisi critica sull’Italia, che non fa schifo o almeno non lo faceva, che non è un piccolo Paese e di certo non lo era. Ma ogni ragionamento deve partire da evidenze non ideologiche, da fatti, da comportamenti, e anche, soprattutto, e prima, da un assunto comune: non esiste un unico modello di sviluppo; non esistono “Paesi civili che fannoblablabla” (cagate che nessuno ha approfondito ma ripete per sentito dire); non esistono ricette perfette per ogni società a ogni latitudine. Perché, ancora, se mi dite che non c’è alternativa siete dei cazzo di autoritari di merda, ciechi, sordi, malevoli e pigri, che per di più non vogliono sembrarlo perché irretiti dal sogno europeo, del mondo senza confini, del tutti uguali e nessuna appartenenza – che si finisce nell’incubo tedesco, nel mondo senza protezione e tutela delle differenze, del tutti uguali sulla carta e per il privato e tutti in caste nella realtà e nelle basi, e se questo posto è di tutti non è di nessuno, quindi se lo prende il più forte.

Questo fondo di riflessioni cercherò presto di alimentarlo meglio, con una serie di letture di cui vi darò segno sul blog; restate connessi.

E nel frattempo non credete, non credete, non credete a chi vi dà dei falliti, a chi divide il mondo in due con la bacchetta del pensiero unico; difendete prima di tutto la vostra dignità, non perdete mai il rispetto di voi stessi.
Prima la dignità personale e collettiva, prima le alternative, poi qualsiasi cazzo di opinione.

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One thought on “A difesa dei nostri sogni – dignità e alternative

  1. un commento scritto d’impeto il tuo, che in gran parte condivido e non ho la forza e la pazienza di controbattere nel dettaglio. Una sola frase voglio commentarti: “negli ambienti progressisti si ragiona così da un pezzo: chi ha delle ragioni diverse dalle nostre NON va rispettato”. Ho seguito, con crescente disgusto, il dibattito tra SI e NO, in tv, sui giornali e sui social. Dopo aver capito, dopo tre minuti il contendere del dibattito, come poteva fare qualsiasi persona capace di leggere e ascoltare, ho assistito ad un imbarbarimento compiaciuto delle due parti che si sono assalite -soprattutto sui social- con ogni mezzo, dal più assurdo al più volgare. La maggiore volgarità, stupidità e violenza devo dire l’ho riscontrata tra i NOini. Quando mi sono permesso prima di propagandare il mio astensionismo -coerentemente da anarchico tra l’altro- e poi riconoscere qualche sana motivazione anche al SI sono stato aggredito soprattutto dai vari sedicenti anarchici o libertari e rivoluzionar-marxisti vari, così come dai colleghi insegnanti e dai professionisti dell’ordine degli architetti al quale appartengo, più intellettuali e giornalisti vari.
    E’ la categoria del ‘politico’ che oggi è marcia e questo processo di putrefazione coinvolge tutti dalla ex-destra alla ex-sinistra: sia chi la pratica per professione sia chi ancora ne è coinvolto non per passione ma per stanca abitudine. Nessuno che appartenga alla categoria del ‘altro’ va rispettato sia SI sia No. Al bar sport delle ideologie o si è dell’inter o si è del Milan. Non essere tifosi non è ammesso.
    E’ il modo perfetto per non cambiare mai nulla e per non ‘disturbare il manovratore’. Aspettiamoci tanti piccoli Trumpini.

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