La Riforma NON è semplice – Lettera sul Referendum

Se seguite il mio blog da un po’, sapete che non ospito mai contributi esterni. Al massimo riposto cose altrui, ma più spesso le rielaboro.

Stavolta, però, siamo di fronte ad una grande eccezione: primo, ho il costituzionalista in casa; secondo, ne so talmente poco di tutto ciò che gira attorno alla Riforma su cui saremo chiamati a votare, che non potrei rielaborare un bel niente; terzo, ho comunque contribuito, seppur con domande basiche degne di una bambina delle elementari, alla nascita di questa Lettera. 

Vi auguro quindi buona lettura, e buon voto. Posso solo aggiungere che, come sempre, per me la partenza di tutto restano le domande, e magari non quelle strumentali, strumentalizzate, sensazionalistiche, parziali, non richieste che ci martellano addosso da mesi tutti – ma quelle fondamentali.

[grassetti e corsivi vari miei]

 

Lettera, arrabbiata ma non troppo, a chi vota sì.
(Ma anche a chi vota no)
3 settembre del 1946. Immaginatevi un’aula gremita, un’assemblea, e un arbëreshë di Corigliano Calabro sulla soglia dei 60 anni che prende la parola e, stando agli atti, dice più o meno queste cose:

Passando al problema dell’unicameralismo e bicameralismo, osserva che, per risolverlo, bisogna chiedersi quali sono i fini politici che si vogliono raggiungere con l’esistenza di due Camere anziché di una sola. Tali fini possono essere molteplici e si tratta di vedere come si possano realizzare. Un primo fine è quello di esercitare una funzione ritardatrice, di controllo dell’operato della prima Camera. Si osserva che il meditare su una deliberazione presa dalla prima Camera, l’approfondire il problema e il ripetere la discussione, possono agevolare così la valutazione della convenienza politica della legge come il suo perfezionamento tecnico. Questo scopo può essere raggiunto da una seconda Camera qualsiasi: anche una seconda Camera formata con la stessa struttura della prima può esercitare questa funzione ritardatrice, questa ripetizione dell’esame. Il caso tipo di una seconda Camera formata esclusivamente con questo intento è offerto dalla costituzione norvegese; l’unica che forma la seconda Camera dallo stesso seno della prima: il corpo elettorale norvegese elegge, infatti, un certo numero di Deputati, i quali eleggono nel loro seno un numero più ristretto di membri che vanno a formare la seconda Camera; e si dice che il risultato di questo sistema sia assai soddisfacente, il che significa che non è esatta la tesi che quella seconda Camera non sia che un duplicato della prima.
Ma, accanto a questo scopo ve ne è un altro più particolare e che esige forme specifiche di realizzazione: quello dell’integrazione della rappresentanza. Ammessa una rappresentanza generale del popolo, indifferenziato, può apparire utile accompagnare la prima Camera con una seconda, la quale sia formata in modo diverso, pur essendo sempre di origine popolare. Bisogna partire dal presupposto che questa seconda Camera debba essere capace di decisioni politiche, cioè di manifestazioni di volontà e non di pure espressioni di pareri o manifestazioni di desideri. Questa seconda Camera, posta in posizione di parità con la prima, potrebbe realizzare meglio il suo fine quando fosse espressione di una integrazione del suffragio….la seconda Camera dovrebbe avere non solo piena parità di diritti in materia legislativa, ma anche piena parità in ordine alla fiducia da accordare al Governo”.

Quello riportato è uno stralcio degli atti della seconda Sottocommissione della Commissione per la Costituzione del 3 settembre 1946, e chi parla non è un burocrate (pure un po’ albanese, ho scoperto) che vuole impedire al governo di lavorare, al parlamento di fare leggi e all’Italia di essere “competitiva, veloce, efficiente, moderna!”.

Chi parla è Costantino Mortati, non un costituzionalista qualsiasi, ma uno dei più grandi giuristi del Novecento. E che cosa dice Mortati? Ci dice, oltre a fare un lungo excursus comparatistico (che non ho riportato), che due camere non sono inutili, anzi; che la seconda camera ha una funzione di contropotere, di controllo, di approfondimento e di rimeditazione; che la seconda camera garantisce un perfezionamento tecnico, un’integrazione della rappresentanza; che, ma guarda un po’, la seconda camera ha una funzione ritardatrice. Avete capito bene: la funzione è, letteralmente, ritardatrice.

Ora, immaginatevi l’Italia del 3 settembre del 1946: era da poco finita la Guerra mondiale, molte città erano state bombardate, le case distrutte, le fabbriche rase al suolo, ovunque c’erano fame, povertà, emigrazione…Tre mesi prima si era votato per il referendum in cui si scelse tra monarchia e repubblica, e per l’elezione dell’assemblea costituente – la prima volta col suffragio universale, la prima volta col voto delle donne, in un Paese che mai, prima di allora, aveva conosciuto istituzioni democratiche. Era, letteralmente, la prima volta.

E che problema si pongono questi costituenti, a quanto pare ignari dei problemi del paese o, peggio, insensibili alle sofferenze altrui? Di ritardare il procedimento decisionale. Ma perché lo fanno? Di certo non erano né scemi né sadici, e avevano anzi ben presenti i problemi dell’Italia di allora. Il fatto è che tra i banchi dell’Assemblea sedevano anche persone che qualche nozione di diritto l’avevano, e sapevano benissimo che l’opera di ingegneria costituzionale è un affare delicato, che non si risolve con gli slogan sui costi della politica, sull’efficienza, o su quanto si è moderni e veloci. Bisogna sistemare sapientemente pesi e contrappesi, sapendo che basta scrivere male un articolo, un comma, o una frase, per stravolgere quel fragile equilibrio. Bisogna sapere che ogni articolo, ogni istituto, non è un mondo a sé, ma interagisce con gli altri, e crea un sistema che arriva ad operare più o meno bene. Per farlo funzionare al meglio possibile bisogna conoscere un popolo, le sue tradizioni, la sua storia, i suoi problemi.

Diavolo, però, questa funzione ritardatrice: quella che ci ha impedito di essere moderni e efficienti, che non consente al governo di lavorare, e al parlamento di fare leggi…Poi, però, vai a vedere i dati (quelli veri, non quelli inventati) – ad esempio dai un occhiata a quei siti (es. normattiva) che raccolgono molta della produzione normativa italiana, ti metti a contare le leggi approvate del parlamento solo nel 2016, e fai fatica ad arrivare alla fine. Io ci ho provato, sono tante, ho iniziato a contarle ma non avevo voglia di arrivare in fondo, e ho rinunciato. Poi aggiungete i decreti legge e i decreti legislativi, i regolamenti (a volte non proprio secondari, pensate a quello sulle sostanze stupefacenti), le leggi regionali, e quel fitto sottobosco di norme regolamentari e atti amministrativi generali. La verità è che siamo tra i paesi che fanno più leggi al mondo, e chi ha a che fare quotidianamente con la legge queste cose le sa. E questo avviene, badate bene, nonostante ci sia il Senato, con la sua funzione ritardatrice.

Ma com’è possibile? E’ possibile perché, lo ripeto, ogni istituzione non è un mondo a sé, ma un ingranaggio in un sistema di pesi e contrappesi. C’è un Senato che ritarda? Sì, ma c’è anche la potestà legislativa primaria del governo (decreti legge e decreti legislativi) che consente di intervenire con rapidità ed urgenza. Ci sono due camere che hanno gli stessi poteri? Sì, ma c’è anche la possibilità (troppe volte abusata) di porre la questione di fiducia e far approvare rapidamente provvedimenti che il Governo valuta essenziali. C’è la legge elettorale, ad esempio, che può garantire una stabilità più o meno intensa, e così via…

Quindi smettiamola, per favore, di dire che in questo Paese non si può decidere nulla. Guardate alla nostra storia: eravamo, nel ’46, un Paese in ginocchio, e siamo diventati un Paese industrializzato; in più di mezzo secolo di storia repubblicana abbiamo prodotto importanti riforme. Così, a caso: lo statuto dei lavoratori, la legge sul divorzio, l’istituzione delle regioni (partendo da zero), la creazione (creazione, partendo da zero) del sistema sanitario nazionale. Siamo uno dei pochi Paesi, per intenderci, che è riuscito a far approvare un Codice di procedura penale mediante un sistema democratico – gli altri codici risalgono al periodo fascista, perché i codici sono opere lunghe e complesse, e richiedono, per la loro approvazione, governi stabili, che abbiano a disposizione tempi lunghi. Tutto questo è stato fatto con la legge elettorale proporzionale e per mezzo di una Costituzione “vecchia e arrugginita”.

Ma pensate anche alle cose più recenti e meno belle. Forse non tutti l’hanno notato, ma ognuno dei Governi che si alternano è riuscito a far approvare la propria riforma costituzionale; pensate alla rapidità con cui è stato introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, dopo la famigerata lettera della BCE. Pensate alle continue modifiche al sistema elettorale, o a tutto quello che è stato approvato, in soli due anni, dal solo Governo Renzi. Vi sembra che viviamo in un Paese in cui non si può decidere, fare leggi, apportare modifiche anche importanti al sistema dal delicato equilibrio di cui parlavo prima?

E smettiamola, inoltre, di fare paragoni più o meno casuali con altri Paesi: l’architettura costituzionale di quegli Stati, citati sempre per sentito dire, per conoscerla è necessario averla prima studiata. Siamo l’unico paese al mondo ad avere due camere con gli stessi poteri…e chi se ne frega! In Inghilterra hanno ancora la Camera dei Lord, e non se ne vergognano di sicuro.

Vi piace tanto il sistema francese, che è stabile e centralizzato? Bene, andate a vedere in Corsica se sono contenti del centralismo francese. O andate a vedere quanti deputati ha il Front National: ve lo dico io, 2 deputati, nonostante all’epoca (2012) fosse il terzo partito francese (e oggi, forse, il primo). Pensate che sia giusto, a prescindere da che idea abbiate del FN, un sistema in cui i posti di comando vengono divisi fra due partiti che fanno le stesse identiche politiche, e che esclude forze politiche considerate, ovviamente da quelle due stesse forze, estreme? Lo credete sul serio? Credete che prima o poi il tappo non salti, con risultati forse ancora più travolgenti, a forza di imbrigliare l’espressione della sovranità popolare, anziché incanalarla, integrarla, darle uno sbocco?

Ancora: quanti deputati ha l’Ukip, in Gran Bretagna? 1, col 13% dei voti. E il partito nazionalista scozzese? Ha 56 deputati, col 5% dei consensi. Va bene, vi piace quella stabilità lì, il sistema maggioritario: ma pensate che sia tutto rose e fiori, che vada tutto bene? Pensate che in Francia e in Gran Bretagna, due esempi a caso, non si pongano problemi sul proprio sistema istituzionale, sul proprio sistema elettorale, che non si discuta di queste cose, che nessuno le metta in discussione? Se credete che le cose siano così semplici, allora la vostra esterofilia puzza del più becero provincialismo. Buona fortuna. Ci rivedremo in Francia il 23 aprile del 2017.

Smettiamola pure di dire che la Riforma costituzionale non c’entra nulla con la legge elettorale. Se pensate che le leggi elettorali siano dettagli, cose da considerare separatamente dalla Costituzione, date un’occhiata alla legge Acerbo, e scoprirete come basti dare un ritocchino a una legge ordinaria per stravolgere un intero sistema istituzionale.

E da ultimo, finiamola col dire che questa Riforma è una cosa semplice, che basta leggerla per aver capito, che basta un sì per ridurre i costi della politica e cazzate varie. Una riforma di questo tipo è una cosa molto complessa. Mettete da parte, per favore, la presunzione di aver capito tutto per aver letto il testo della Riforma un mese prima del Referendum, mettete da parte l’egocentrismo del “non sono un costituzionalista, ma…”. Certe cose non si improvvisano.

Mi spiace dirvelo, ma potete esservi studiati a memoria tutta la riforma, aver sentito il parere qualche cosiddetto esperto, e non averci capito ancora nulla. Lo ripeto, queste cose non si improvvisano, richiedono molto studio, tempo e fatica. Bisogna sapere cosa sono, solo per cominciare, una forma di governo, una forma di Stato, l’interazione tra istituzioni e norme…E poi bisogna saper unire i puntini, interpretare una norma per mezzo di un’altra, andarsi a vedere i dibattiti in Assemblea, conoscere come operano i pesi e contrappesi, quale effetto può avere un sistema elettorale, conoscere la storia istituzionale (e non solo) del nostro Paese, saper confrontare (conoscendoli bene, però) i sistemi istituzionali stranieri, e così via. Se qualcuno vuole farvi credere che è tutto semplice, che basta leggere la riforma per capirla, che basta un sì, allora quel qualcuno vi sta prendendo per i fondelli, gonfiando al tempo stesso il vostro ego.

Mettete da parte la presunzione di aver capito. Mettetevi l’anima in pace e sappiate che, il vostro voto, per quanto informato, sarà pur sempre un voto formato su un analisi parziale e, necessariamente, lacunosa, carente. Non è una colpa, certo. Come diceva il buon vecchio Preve, non si può sapere tutto, e non si può aver letto tutto, altrimenti non si ha più il tempo di pensare qualcosa di veramente originale.

Che fare dunque? Per come la vedo io, leggere il testo della riforma è fondamentale, ma sarebbe meglio evitare di improvvisare analisi pseudo-tecniche, e fare riferimento, piuttosto, al sistema di valori (volgarmente detto ideologia) che ciascuno di noi ha, alle proprie idee, e poi farsi due domande fondamentali.

Uno: Vi piace la democrazia?
E, due, se vi piace la democrazia, cosa pensate che sia la democrazia?

Vi dico, in estrema sintesi, la mia opinione, sperando vi sia più utile dei pareri di tanti esperti.

Prima risposta: a me la democrazia piace.

Seconda risposta: per me la democrazia è quella parlamentare, cioè l’opposto di una democrazia in cui chi vince decide tutto, e lo fa rapidamente, e velocemente, ed “efficientemente”…Mi piace la democrazia con al centro il parlamento, ed è il parlamento a dover essere il centro di tutto il sistema. Il perché è semplice: perché in parlamento, se ci fate caso, ci sono tutti, chi vince e chi perde. Al governo no, solo chi vince. E la democrazia, per me, è quella cosa in cui nel luogo delle decisioni ci sono tutti. Anche chi ha perso. La democrazia è quella cosa che non si riduce al voto una volta ogni cinque anni, dando pieni poteri ad un governo per tutta la legislatura, ma che consente a tutti i cittadini di influenzare, costantemente, le scelte di chi governa, attraverso la rappresentanza parlamentare, ma anche attraverso i referendum o, che ne so, il diritto di esprimersi e manifestare. E questo deve valere anche per chi le elezioni le ha perse. O per chi, semplicemente, decide di non votare.

Anche tutto questo è democrazia, o sbaglio? Per me è la migliore. E voi, cosa ne pensate?

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