Hjemme i Norge: la Norvegia da dentro

I.

Fuori scorrono grandi rocce scure, e abeti e profumo di foresta, e forse, lontano, è l’oceano cupo. Poi improvvisa appare la città – grattaceli, palazzi geometrici, profili di luce, moduli quadrati che sporgono e variazioni, pur nella diversità, sempre logiche, ordinate: sembra così silenziosa, e nitida nel nero attorno.

Quando le porte del bus si aprono, respiro a fondo l’aria fredda, diversa – ormai la faccenda è partita.
Ricordo i giorni scorsi, più convulsi ancora dei mesi. Giorni e mesi in cui dello spostamento, dell’eventuale alternativa potevo percepire solo il dramma, l’attanagliante scomodità del cambiamento – da un giaciglio caldo ad un gelido tavolo operatorio. Che importa la diversità, che importa la scoperta? Importano le radici, la memoria, gli strati di cultura che è tua, che parla la tua lingua, che ha i tuoi ritmi fisiologici – oppure no, ma ci hai costruito un passo di danza che ha, comunque, la sua regolare bellezza.

E l’incognita, e l’incerto totale a braccetto col cambiamento – orrore, altro che esaltazione del nuovo, del viaggio, della cittadinanza mondiale: io voglio la signoria cittadina, la dimensione umana, la comunità ristretta – aperta, ma locale, misurabile, abbordabile. Il resto sono cose buone per chi se lo può permettere, in ogni senso, per chi può non preoccuparsi di nulla.

Tutto vero, ogni intuizione ha del giusto, perché ho discrete doti di sensitività che mi consentono di mettere in immagini vaghe impressioni, soprattutto se negative – i nodi stanno venendo al pettine, la faccenda del tavolo operatorio, e lo sconcertante immenso, preumano della natura scandinava…

Ma, ma poi la realtà sopravanza le ingegnerie della mente e sono in aeroporto, e c’è quel viavai umano che mi ha sempre rapita – un elettroshock di fibrillazione vitale, di cieca frenesia. Treno, aereo, bus: non esiste luogo dove mi senta meglio. Credo c’entri qualcosa con l’inevitabile – quale luogo, quale momento è più inevitabile dell’aereo? È la situazione in cui hai meno potere: puoi solo star seduto, zitto e buono. Balla l’aereo, sbaglia rotta? – che ci posso fare, io? Non devo decidere nulla, non devo riconsiderare nulla. L’aereo può cadere? Poco male: comunque, non dipende da me. La mia soggettività sempre in subbuglio, che freme per capire capirsi decidere, capire la decisione decidere la comprensione, del mondo e di sé, finalmente, riposa.

In ogni caso, anche se diverso è il modo di leggerli e sentirli, i miei prodotti mentali sono calzanti – a partire dal controllore dell’autobus nei suoi abiti troppo larghi e tristi da scapolo pacatamente senza speranza. Mi risponde a monosillabi, restio, come se lo scomodassi o stessi approfittando della sua benevolenza chiedendogli una informazione – tanto da farmi dubitare sia lui, davvero, il controllore. Primo incontro norvegese: cominciamo bene, penso – magari gli sono morti tutti i gatti, ma non importa.

Perché l’inarrestabile forza che ti tira fuori dall’eccesso di elaborazione, pur utile a tempo debito, non è la positività: è l’immanenza. È il qui ed ora, che in viaggio non è migliore, ma solo inevitabile. Sei letteralmente trascinato in un altrove, in un altro momento, in una diversità: quindi, questo è per forza il tuo qui ed ora. Non c’è da riflettere e soppesare – il che, per me, è un gran sollievo.

Qui ed ora è un sottopasso buio di Oslo, è la valigia mia grande tanto che potrebbe nascondere un cadavere, quella di V. che ha già perso una ruota e sembra ancor più quella dell’emigrante italiano squattrinato – ed è un tizio inglese di cui non capisco il nome, perché inizia a parlare a raffica e pure sottovoce e da dietro/sotto un enorme zaino e un sacco a pelo. Forse parla da solo, forse no, ma capisco che va a Bergen, in montagna, per tre giorni. Quando gli diciamo che noi andiamo verso Stavanger, e staremo un mese in una fattoria, sembra diventare d’un tratto lucido, ci guarda: “Wow, amazing!”. Sta al nostro stesso ostello, e arrivati alla reception lo salutiamo.

Ci introduciamo silenziosi nella camerata dove dormono altre cinque o sei persone – mi spoglio, mi lavo, esausta.

Spio fuori dalla finestra della camerata: Oslo tace, così nera e primordiale, come se gli uomini fossero arrivati, furtivi come noi, giusto l’altro ieri, e di lena avessero tirato su, nella terra di rocce muschio e foreste, tutto quanto. La grande natura, la grande modernità: i contrasti, come sempre, seducono e evidenziano e insieme creano qualcosa di impressivo. Oslo è un animale da ombra, immobile, immenso. Dà un senso di calma pretemporale – o forse è solo il freddo, non terribile ma pungente, e il qui ed ora significa il sonno immediato.

Il qui ed ora significa anche un coglione italiano che alle tre di notte entra, sbatte la porta, e si fa una doccia di quarantacinque minuti, chiacchierando poi con l’altro suo degno compare. Non generalizzo facile, eh, dall’estero: però, almeno un po’, m’incazzo.

oslo-1


II.

Al mattino Oslo è nitida come un disegno a china saturo di colori, che sono sensazioni di nitido, brillante, vivido. Il qui ed ora diventa incalzante: guardo, fisso, riguardo, circondo a vista, sfumo e poi metto a fuoco, bevo con gli occhi. Vorrei cucirmi sulle cornee ogni cosa: gli spazi, i laghi cittadini, il verde, e i dettagli. Che dire di questo angolo, due vetrate di bar, la mensola di legno con tre candele panna, semplici rettangoli dai lineari decori intagliati, e dietro l’arancio della casa, il verde dell’altra, bici che passano, un uomo che lava la nostra vetrata e insapona tutto? Via dalle cornee, via dalla mente: il qui ed ora cambia, corre, riempie di troppo nuovo e importante. Importante: non so per cosa, per chi. Che senso potrebbe avere?, eppure sembra il senso di tutto.

Ma nel bar dell’angolo, in realtà, non stiamo scoprendo la Norvegia: stiamo solo prendendo un caffè, lunghissimo com’è giusto che sia, e un dolcetto, inevitabilmente alla cannella – un passero cinguetta sopra di noi e sopra i nostri caffè e dolcetti, poi svolazza sopra le teste di altri clienti e le loro colazioni o frokost (bisogna imparare il più possibile, anche quando sembra poco utile), ma nessuno se ne preoccupa. Gli uomini e le donne seduti sembrano saldi, tranquilli, effettivamente un po’ spenti – banale, lo so, ma provo la straniante sensazione di trovarmi in una puntata di Omicidi tra i fiordi, che poi è svedese. Kitchen Stories? Beh, comunque un’enorme riproduzione de “L’urlo” ci fissa dalla parete – siamo nella via dove abitò Munch. Che io credevo fosse tedesco. E pure Ibsen non ero tanto sicura fosse norvegese. Però, alle elementari avevo fatto la ricerchina sulla Norvegia – il mio slancio per la Scandinavia era morto lì.

Io non sono mai stata, in teoria e ricerchina a parte, un’amante del Nord. I posti che vibrano alle mie stesse frequenze sono quelli sovraccarichi di storia, di incroci, di questioni e contraddizioni. Ho sempre prediletto i Paesi dove la stratificazione delle civiltà balla da secoli un contrastato lento con la natura, e gli esiti sono imprevisti, grotteschi o sfolgoranti.

A dirla tutta, immaginarmi negli sterminati spazi del Nord mi ha angosciato, e in parte mi angoscia anche ora, che come un cucciolo di animale da niente fiuto, e non mi fido della tranquillità e del senso di pace che respiro.

Lande infinite, nessun segno della presenza umana, l’interminabile susseguirsi di steppe rocce alture prive di vita – ecco cosa immaginavo, e saranno pure scenari bellissimi…ma io che ci faccio in un palcoscenico simile? Che senso ha starci?

Non eccediamo in psicologizzazione, mi dicevo, ma una forte divaricazione nel rapporto fra psiche e ambiente è innegabile. Per capirci: io esco da casa mia…anzi, manco esco – in casa ho nicchie di mattoni seicenteschi, e un binario del vecchio tram di Brescia, dismesso, a far da trave. Ma se poi esco, mi ritrovo a camminare in una strabordante stratificazione di segni – calco il decumano di Brixia romana e penso alla Vittoria Alata, attraverso il Broletto, palazzo del Governo delle Signorie, vedo il Castello lassù, la torre dei Francesi, la fortezza gigantesca, e i numeri civici austriaci, e poi il complesso di Santa Giulia, orgoglio dei Longobardi, la medievalissima croce di Diocleziano, la volta stellata della Chiesa di San Salvatore…E in tutto questo io dialogo, mi confronto, mi specchio. Io sono io, perché posso misurarmi con tutto questo attorno, perché questo è quel che ero.

Ma se si parla di Norvegia, di Islanda, che specchiamenti potrò avere? Cosa mi diranno le pareti chilometriche dei fiordi dal mare a mille metri in un soffio, o l’immenso ghiacciaio, o lo srotolarsi di foreste per ettari ed ettari uguali, mute, scure? E niente, niente che ti parli, ti insegni, ti attragga o respinga…tu, solo, chi sei? “Chi sono”, così pensavo, dovrei chiarirmelo un po’ meglio, se non voglio rischiare di perdermici nel grande Nord.

E invece in queste prime ore norvegesi “io”, grazieadio, non sono in questione – la questione è cosa c’è attorno. E attorno è tutto un parco, un verde, tutto panchine – ah, quanto ci mancavano le panchine, a Brescia, tolte per non far “accampare” barboni, poveracci e stranieri. Star seduti, così, senza far niente, le gambe che appena si toccano, senza nemmeno guardarsi attorno, lasciando solo che le cose, i momenti, gli odori e le facce ti entrino negli occhi, per osmosi: cos’è? Nemmeno un piacere, di meno e di più.

Passeggiamo, io instancabile come sempre quando annuso odore di cose da scrutare – i bei palazzi, moderni o antichi, solenni, e le casette rustiche, di rosso e verde scuro, con le grandi finestre orchideate, e la giovane, bella signora bionda in pigiama che sulle scalette della sua casa vecchia, invasa e cinta dietro dal verde, legge, in pendenza, perché è la Damstredet, mentre sorseggia un lungo caffè norvegese, fumante.

Ma ora guardo dove il fiordo arriva nella città, da dentro il grande Comune, questo strano edificio con due torri e un enorme orologio e, all’interno, giganteschi dipinti stilizzati sulle pareti, dipinti da elementari, e decori lignei da Norvegia russa, belli, arcaici – l’acqua fuori,  invece, brillante, è tutta tempestata di isolotti, abetini, verde, e barche, e un veliero ricco di alberi funi vele e legno, e sulla sinistra la fortezza della città. Sono in una grande stanza, sola, al buio – la luce che entra dal mare, attraverso l’alta finestra minima, fa un perfetto quadrato di luce sul pavimento, e l’ombra fa un perfetto quadrato di cornice alla città.

Oslo, sono ad Oslo e non la capisco, eppure sembra così semplice da essere già stata capita. Perché è ordinata e non noiosa – è alla mano, e sobria, eppure non cupa; è piena di gente, e colori e voci, o forse è solo che c’è il sole. E due uccellini scolpiti su una delle pale di legno della Rådhus: stanno lì, appena appoggiati l’uno all’altro, appena sorridenti, su rami dai grossi fiori, blu, rosso, verdone – in un chiaroscuro rigato, bluastro ma solare: tutto è detto, tutto è così. Naturale,  elementare: bello.

Mangiamo un pølse all’aperto e allo scintillio fresco, seduti ad un piccolo chioschetto vicino al porto, nel golfo racchiuso fra la fortezza, alte case signorili e la Rådhus. Mi guardo attorno: forse Oslo non è la Norvegia, anche se sembra di stare in un piccolo regno che è urbano solo a macchia di leopardo – ma ritrovo, nei veloci flash che catturo, cose che della Norvegia mi aspettavo, che volevo vedere coi miei occhi.

Ad esempio, l’esercito di bambini che ti fa temere una prossima dominazione vichinga, perché tra due decenni i norvegesi saranno quintuplicati. Ma anche la presenza dei papà – prima non ci fai caso, poi ti dici “accidenti quanti uomini col passeggino”, poi ti sembra sia difficile trovare una donna, col passeggino. E a proposito: dopo poche ore quel che mi piace di più, di Oslo, sono le donne.

Donne sorridenti, belle e brutte, per strada, ma sempre il momento, unico, in cui incroci lo sguardo di una sconosciuta, lei china il capo, rialza gli occhi nei tuoi e sorride. Lo so che non devo generalizzare, ma anche solo un paio, e poi mezza dozzina, e poi dieci di questi incontri sono tanto qualitativamente speciali, diversi, che non posso non pensare all’Italia –  agli sguardi indagatori, soppesanti o ostili, che esaminano il mio abbigliamento, la pettinatura, il trucco. E se non è aria di competizione, di guerra all’ultimo grammo di appetibilità, poco ci manca. A Oslo invece è come se quasi ogni donna mi dicesse “ehy, ciao, coraggio, piacere” – accarezzo questo ideale, non tanto di solidarietà quanto di comprensione femminile, vagamente materna. Ideale, sì, ma  questo “femmineo materno vicino” qui sembra di respirarlo, che ti sfiori, ogni volta una donna ti guarda – interessata, benevola.

C’è altro che, invece, all’inizio non mi spiego, e poi collego ad una caratteristica norvegese di cui avevo letto: la città è invasa dai cantieri, ogni cantiere avrà almeno dieci operai, ma di questi nessuno sembra lavorare. So che pare assurdo, ma cantiere dopo cantiere diventa una sfida trovare un operaio che non sia al cellulare, che non stia fumando una sigaretta, che non osservi placidamente l’impalcatura sotto di lui – ovviamente, c’è anche l’operaio che fissa le donne, ma si limita a sorridere.

Mi viene in mente, presto, quanto avevo letto in un articolo non ricordo più dove, riguardo la bassa disoccupazione in Norvegia, che si aggira attorno al 4% e si vuole portare, in questi anni, al 2%. Un simile risultato non è solo frutto delle risorse del Paese o dello scarso numero di abitanti, ma di una scelta politica che mira, né più né meno, alla piena occupazione. In Norvegia è convinzione comune, quasi un’ovvietà, che tutti debbano avere un lavoro – questa è la prima premessa della società. Forse non si tratta di sincera aspirazione all’eguaglianza, ma poco importa: il punto è che se troppe persone non hanno uno stipendio si creano tensioni, malesseri, e oltretutto il denaro non gira; per vivere, per essere parte della società, per fare qualcosa per questa società, prima di tutto devi avere un lavoro. Pare che nessuno, qui, pensi che per lavorare tu debba essere intelligente, votato, produttivo: devi semplicemente essere qualcuno – poi si miglioreranno il tuo rendimento, le tue abilità e quel che serve. Se la teoria fila, vedere la pratica per noi italiani, vessati da anni di ingiuriosi giudizi e autorazzismo, è sconcertante: nessun operaio si preoccupa che qualcuno lo giudichi un fancazzista, uno che mangia a sbafo sulle spalle di qualcun altro. Attorno, nessuno pare ammazzarsi di lavoro, correre, dover dimostrare di dare anima e corpo a lavoro e solo a quello, di guadagnarsi la pagnotta. Tanta energia risparmiata, altrettanta disponibile per essere un po’ quel che si vuole: dentro e fuori dal lavoro.

Ma ormai è arrivato il nostro treno: Oslo – Sandnes, 7 ore e qualcosa. Saliamo, e mettiamoci comodi. Inizia un altro viaggio, nel viaggio.

III.

Entriamo nel vagone e ci sembra di essere in un caldo incavo d’albero – tavolini, serramenti, dettagli dei sedili, tutti di legno; e poi rivestimenti colore azzurro pallido, con una vaga aria da DDR.

Già però il treno parte – Oslo, arrivederci. Mi hai dimostrato che è possibile affezionarsi ad un posto, che pure non ti ispirava, in poche ore. Scivola via la città, scivola via la sua idea perché c’è un nuovo qui ed ora, fuori – spazi così estesi, ampi, da riempirti dentro di aria e spazio. E subito, neanche una decina di minuti e chilometri, si aprono, slanciano, allargano le foreste – distese senza fine di foglie e fronde e rami e aghi, che ricoprono tutto, monti pianure leggere alture valli e gole. È impressionante, e so che nessuno scrittore mai sarà riuscito o riuscirà a dirlo, quanto sia enorme il manto verdeabete che ricopre la Norvegia – e capisco coi sensi perché le case siano di legno, e gli interni dei treni pure, e qualsiasi cosa sia possibile costruire col legno.

Intanto, abbiamo passato Drammen, e salgono una vecchia signora e un ragazzo. Mi sposto per far sedere la prima, che ringrazia e scambia due parole – è truccata pesantemente, le grasse braccia tatuate, i capelli grigi raccolti con una molletta da bagno. Si mette a parlare al cellulare ad alta voce, in un inglese maccheronico. Il ragazzo, invece, si siede di fronte a noi, non ci guarda. Inizia a leggere un libro. Quando V. cerca di prendere lo zaino Invicta da 15kg sopra la sua testa, quello resta immobile, neanche sbatte le palpebre, zero.

Isolamento assoluto? Distacco assoluto? Cerco di frenare la mia voglia di capire, che a volte sopravanza di slancio la decenza di aspettare, di guardare, di lascia accadere – altrimenti, che vuoi capire? Ma la distanza, la fermezza dei comportamenti attorno mi punge: è come se tutti avessero un posto ben preciso in cui stare, un atteggiamento da tenere, e nessun interesse verso l’eccezione, il nuovo, il qui ed ora e quel che può contenere. E non è costrizione: naturalmente, tutti o quasi si comportano così.

È strano, perché credo che in Italia tutti trovino tutti, quasi sempre, interessanti – a volte è solo curiosità epidermica, a volte malintenzionata, ma non riesco ad immaginare una signora come quella che abbiamo di fronte salire su un bus in Italia, e non essere squadrata commentata o scrutata da tutti. Da noi è come se chiunque fosse affare di chiunque: gli altri, in un certo senso, ti riguardano – perché vivono accanto a te, incidono sulla realtà nel bene e nel male, e perché a loro volta ti vedono, ti scrutano e, naturalmente, ti giudicano.

Ora la signora chiede qualcosa al ragazzo solitario, che non fa una piega – è cordiale, moderatamente sorridente. Che avrebbe dovuto fare? Beh, è difficile spiegarlo a parole. Per quanto io non l’abbia giudicata né bene né male, sono certa di averla osservata, ‘sta signora mezza zingara, almeno un paio di volte, con un pizzico di perplessità – ma il ragazzo assolutamente no. Che vuol dire questo? Forse è una benevola sospensione del giudizio, o un semplice disinteresse; forse nessuno ti aspetta al varco per giudicarti, ma forse solo perché non gli importa. È qualcosa di nuovo per me, e ancora non lo capisco – preferisco rilassarmi, prenderne il meglio: il silenzio, le foreste, le bandiere norvegesi fuori dalle case, i canaloni rocciosi e i laghi specchianti isolette con un solo abete sopra. Blu, verde, verde, blu, nero; un po’ di rosso, ed è già notte.

Finalmente ci siamo – la nostra destinazione, quella che sarà casa nostra, con le persone che saranno la nostra famiglia per un mese: Sandnes, Rogaland. Scendiamo dal treno, cerchiamo, ma anche se è una città di 60.000 abitanti la stazione non c’è: solo la ferrovia e una piccola tettoia. Facciamo a fatica le scale, carichi come animali, i nervi delle mani che tirano. Ci guardiamo attorno, troviamo il Caffè Berry che è il punto di ritrovo. Ma non c’è nessuno, e il bar è chiuso. Sono le nove di sera, è già buio, fa freddo e non c’è un cane in giro.

D’improvviso mi assale il terrore dell’impensato: forse avrei dovuto chiedere conferma più precisamente, telefonando e non solo per mail; forse questi ospiti non sono veri, o forse han trovato altri e non ce l’hanno detto. Perché figurati se i norvegesi arrivano in ritardo!
Proviamo a fare il giro dall’altro lato del bar, ma nulla. Osserviamo le auto, le poche persone attorno, camminiamo in circolo – e ci sentiamo quel che siamo: due persone e basta, due che non sanno niente e che si ritrovano in una cittadina del sud della Norvegia in mezzo a tanti norvegesi che non sanno niente di loro né probabilmente vogliono saperne.

Ma dal sottopasso, lontano, arrivano tre figure – l’uomo si fa avanti: “Hi!”, e ci stringe la mano, con un largo sorriso caloroso. È Jone, il nostro host. Ci presenta due ragazze, anche loro workawayers: Sara, tedesca, e Emy, francese. Mi sento molto sul chi va là, nonostante la bellezza quasi fuori posto, da attore d’altri tempi, di Jone – ad esempio, saremmo dovuti essere solo io e V. i workawayers, queste due chi sono? E dove dormiremo? Magari non è una fattoria ma una specie di campo di lavoro dove sfruttano gli ingenui europei accecati dal sogno scandinavo…Saliamo su un camioncino piuttosto rustico, dai portelloni posteriori – Jone non fa domande, racconta qualcosa di Sandnes, ci indica il fiordo scuro in lontananza. Parlo un po’ con Emy anche per trovare, almeno nella lingua, un po’ di agio, e non dar modo alla testa di macinare domande a rullo e macinare se stessa. La strada intanto si arrampica sulla collina, ci sono sempre meno case, sempre più buio. Svoltiamo in un piccolo sentiero, e sulla destra, in alto, ecco la nostra casa – grande, bianca, tutta illuminata.

Entriamo – il pavimento dell’ingresso è coperto da scarpe di ogni misura e colore, sportive, qua e là; davanti, una scala, a destra una grande cucina tutta di legno. Nella cucina, la famiglia e la tavola preparata – i bambini in un angolo, la donna seduta. Aspetto, poi mi avvicino. “Hi, Torill”, la donna da sopra carte e documenti, oltre il tavolo, mi tende la mano e mi fa un sorriso che sembra dire “che ci posso fare”. Ha quattro anni più di me, ma sembra più grande – non sono tanto le rughe, ma gli occhi, quasi da eschimese, che hanno un’aria di accesa, solida esperienza. Attorno, i bambini che si guardano i piedi, in imbarazzo – “Espen”, “Can you repeat you name?”, “Es-pen”, “Espen, ok”, “Elina…and she is Signe”. La bambina più piccola, che ha due anni, mi guarda dal suo paio di occhioni blu, un po’ strabici, e non sorride – diavolo!, penso, tutti i bambini mi adorano senza che io faccia niente. Ma diamole tempo, si starà chiedendo chi accidenti sono questi due nuovi strambi sconosciuti. Mi inginocchio: “Hi Signe…i’m Giulia…”, “Say hi to Giulia”… “NEI!”. Evabbé, è un pubblico difficile.

Noi grandi ci sediamo a tavola anche se sono le dieci e mezza, e mangiamo in silenzio la zuppa che Torill ha preparato. Guardo la cucina accogliente, tutta bianca e legno, quasi troppo bella come fossimo in una rivista, ma tempestata di pezzi di sandwich o frutta, giacche e tutine sul pavimento, attrezzatura da pesca, riviste di allevamento…E poi i bambini, facce sane e belle sporche di cibo, che ti guardano di traverso – come spiegare la sensazione di genuinità, di tranquillità e insieme di caos che però non è trascuratezza, l’aria di civiltà avanzata e insieme di anima selvatica?

È il momento di dormire, siamo stanchi, salutiamo – Jone ci accompagna in camera, su per la scala, poi un piccolo corridoio che passa a lato di un’altra scala ripida. La stanza è piccola, un letto in basso, uno sotto il tetto quasi incastrato, legno il pavimento, legno le pareti, legno il soffitto gli infissi i mobili – presto le altre due workawayers se ne andranno, ci dice Jone, e avremo una stanza più grande.

Mi spoglio, m’infilo nel letto – in due si sta stretti, ma la finestra è aperta, l’aria e tutto intorno è salubre, concreto. E d’improvviso mi accorgo che non penso più a come mi troverò con gli ospiti, all’uso del bagno, agli imbarazzi o alle cose che non saprò fare sbaglierò non capirò. Il qui ed ora è diventato, non so come e così felicemente, più importante di me – il qui ed ora è il punto, e non può essere sprecato.

Chiudendo gli occhi sento un sollievo ovattato, una sensazione di centratura, di esattezza tranquilla: sono in una casa tutta di legno, nel bel mezzo della Norvegia; e non sono sola – ho il mio compagno e, alla sprovvista dopo lunghe complicate ricerche, mi sembra di avere me stessa

 

Il seguito, presto disponibile su ebook!

Annunci

4 thoughts on “Hjemme i Norge: la Norvegia da dentro

  1. Ciao Giulia, quindi alla fine ci sei arrivata, in Norvegia! Ho letto con vero piacere i tuoi molto tipici traumi dell’italiana al primo approccio con la Norvegia. Molte convinzioni che si credevano universali solo perche’ ci siamo cresciuti, saltano, cosi’ come l’insalata sulla carbonara. Ti invito a tornare e visitare altri aspetti di questo meraviglioso paese, che, mi sembra, hai affrontato e capito nel modo giusto, senza sentenziare cosa sia meglio o peggio, ma che e’ semplicemente, diverso.
    Io vivendo a Oslo vivo un’altra Norvegia, un paese (o meglio molti paesi) nel paese. Se torni, passa a trovarmi e ci faremo una chiaccherata, magari davanti a una pizza con l’ananas 😉

    Liked by 1 persona

    • Ciao Rossana!
      Sì, ce l’ho fatta. E’ stato un mese molto intenso – tanto che, inaspettatamente, il tuo invito a tornare non mi terrorizza, ma mi riempie di aspettativa e, insieme, di nostalgia.
      Se ti va commenta pure, riguardo le differenze e le particolarità di Oslo…e torna a leggere, perché il reportage è solo all’inizio: aggiungerò man mano pezzi dei miei appunti di viaggio (se non avessi fatto così, cominciando da qualche pezzetto, non avrei mai cominciato!).
      Tusen takk e, spero, a presto 😉

      Mi piace

  2. Tornero’ a leggere con piacere e commentero’ volentieri! A Oslo non c’e’ certamente la vita che c’e’ in campagna, si vive piu’ in appartamenti che in case di legno, la gente e’ piu’ abituata ad avere a che fare con stranieri e piu’ aperta ad assaggiare ricette originali di altri paesi (e soprattutto ricette italiane). I preti donna ci sono anche qui, la prima messa a cui ho assistito aveva proprio un prete donna, e di origine asiatica, parlante norvegese! Ma questo non stupisce piu’ quando ogni giorno vedi donne guidare tram, metro e bus, e addirittura l’escavatore. Sulle bici, come ti capisco! Io l’ho comprata la settimana scorsa e ho dovuto quasi reimparare da capo. Sotto gli occhi divertiti del bimbo dei vicini norvegesi, che a tre anni e mezzo sa andare in bici benissimo e dico, senza rotelline posteriori!!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...