In memoria, e un accorato appello a tutti

Quando qualcuno si toglie la vita, più dell’acuta fitta per la solitudine, le distanze, il gelo, le mancanze dagli altri, normali o meno, taglia il respiro pensare a quanto ti deve mancare te stesso. Alla solitudine fra te e te. All’orribile, mostruoso bilico, allo svanire, alla devastante assenza inalterabile di te.
Perché gli altri possono essere buoni o cattivi o come quasi sempre entrambi, inadeguati o come quasi sempre accade malaccorti; possono maltrattarti ignorarti costruirti addosso le loro mancanze e i loro incubi; possono persino ridurre al minimo il tuo spazio vitale, e come quasi sempre non volendolo, o anzi amandoti a volte più di loro stessi.
Ma il rifugio, o anche solo il ‘pavimento’ di sé è qualcosa di inspiegabilmente bello, di intimo, odoroso ed agevole pur nella peggior tormenta – non parlo di autostima, ma solo del senso di esserci per sé.
L’incubo, il vero orrore senza fine che non augurerei a nessuno, e che grazie a dio ho vissuto solo a sprazzi e mai assolutamente, è quando invece del rifugio o pavimento trovi una botola e un’altra e un’altra. E c’è nebbia e tutto è angoscioso e vago, e niente conta, e tutto ti sfugge di mano, il piede inciampa, la mente è invasa dalla meravigliosa, insostenibile eccessiva e non-elaborabile ricchezza del vivere, del prima, del poi…e tu non hai NIENTE, NIENTE sotto di te.
Sabbie mobili, pantano, nebbia. Alla faccia di chi dice che ci vuole volontà, carattere, concretezza o qualsiasi altra cosa: bei muri…ma dove costruirli, se sotto tutto frana?

Sì, ci si toglie la vita per mille e uno motivi, tanto che in alcuni casi, credo, è la cosa più razionale e insieme emotiva, e giusta, o l’unica.
Ma quando la vita davanti non ci sembra una foresta di tutto, paurosa e favolosa, con tanti rischiosi sentieri bellissimi, ma un continuo domino di muri grigi e un baratro dalle fauci acute, dolorose, tanto che preferiamo l’assenza totale di noi, credo sia solo per questo: non si ha alcun pavimento su di sé, in sé, dove appoggiare trampoli, trampolini, pattini, ruote, ali o reti. Avanzare, in qualsiasi direzione, allora, equivale solo a sprofondare, a farsi male, a straziarsi, a venir squartati sempre più dentro, più vicino al cuore, al petalo che è il nostro cuore.
E allora, non esserci è infinitamente meglio che “sentirsi non essere”, con dolore indescrivibile e spavento e infinito sconforto.

Io credo fermamente nella psicoterapia. Ci credo tanto fermamente da aver fatto di essa l’unico investimento che potessi permettermi, economico e umano: ho letteralmente speso tutto quanto potevo spendere per rinforzare quel pavimento, quel rifugio.
Ma non è stata tanto farina del mio sacco, la forza di crederci o la lucidità di scegliere; è stato, soprattutto, un caso. Il momento, i consigli, i precedenti, la persona.
E’ un caso, ma possiamo restringere la larghezza del caos.
Possiamo farlo smettendola di avere una paura infantile della depressione, dei disturbi della psiche, della schizofrenia.
Possiamo farlo smettendola di credere sia sempre qualcosa di “volontario”, o curabile con palliativi esterni – come se il problema non fosse quel che ci manca, e ci assale, dentro.
Possiamo farlo mettendoci allo scoperto in prima persona, scrivendo sulle nostre bacheche “io vado dallo psicanalista non perché sono uno stramboide schizato, né perché sono una sbarbina viziata: ma perché la psiche è un groviglio, la vita è un caos, la vita oggi lo è triplamente”, scrivendo: “oggi vado a trovare mio padre / mia madre / mio marito in psichiatria”; scrivendo: “mi fa paura la malattia, mi fa paura la fragilità: ma voglio capire di che si tratta”.
Possiamo farlo stando vicino, davvero, a chi ha un familiare con problemi psichiatrici: chiedendo, accompagnando, invece di sparire o glissare come fosse una segreta vergogna innominabile.
Possiamo farlo non solo rompendo la barriera tra “matti” e “normali”, cioè introducendo, come sarebbe sacrosanto in tutto il resto, la splendida, fondamentale barra della gradualità; possiamo farlo RIVOLUZIONANDO i valori di questa società davvero schizata. Ossia andando fieri delle proprie ferite, mostrando come sia possibile viverci insieme, bene, curandole e “riducendole”.
Possiamo farlo ripetendo, in sostanza, che la norma è questa: essere diversi, avere ferite, avere cadute. Non per glorificare o giustificare eccessi, anzi: per vederli, poterli dire per quello che sono, e così dar loro un contesto e una possibilità, un prima e un dopo: per dar loro “maneggiabilità”.
Possiamo farlo diffondendo nell’aria la salda convinzione: Sì, puoi farci qualcosa; non è un destino ineluttabile lo scivolare, non sarà sempre e solo soffrire, cadere, sfracellarsi, scomporsi, non è la realtà scritta da sempre e per sempre. Può esserci, davvero, un altra strada, migliore, tua: ci puoi essere TU. E da te, tutto il resto: gli altri, difficili e speciali, il mondo, il futuro, i problemi, la crisi economica, la merda e le piccole vittorie.
Possiamo farlo, dobbiamo farlo: per non lasciare che un ragazzo di 17 anni si ammazzi per far smettere la vertigine dell’assenza di sé, il precipitare, credendo, sentendo che non ci sono pavimenti, che non c’è niente che possa tenerlo a galla.

Con profonda, profondissima vicinanza a quello che devi aver passato, che c’entra con te e non con me, che forse non era quello che penso, ma di certo era qualcosa di enorme.
Penso che ora sarai niente, e forse, per quel che sentivi prima, è già meglio.
Ma con profondo, profondissimo rammarico per quanto non hai potuto vedere, avere, godere, di bello e brutto, meraviglioso e meschino, unico: te stesso.

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