La società delle “emozioni” – la rivoluzione dei sentimenti

In queste settimane ho riflettuto tanto su quest’opera d’arte – ma costruire uno schema di analisi porta a allargarlo, a toccare le caratteristiche della società stessa che ha prodotto il ponte, di cui il ponte è espressione e che il ponte stesso contribuisce a rinsaldare. E spuntano riflessioni forse utili.

(riflessioni in buona parte possibili grazie alla persona con cui ne parlo, al modo diverso di pensarle, alle differenti partenze – non è tutta farina del mio sacco, insomma. Ma si sa: la ricerca della realtà è sempre dialogica).

 

Se il valore di un’opera d’arte risiede tutto nel fatto di essere “per pochi giorni”, non ripetibile, beh, quell’opera non ha in realtà valore.

Perché è un punto, e non una rete.

È illusione di qualcosa di libero, puro, che non ha conseguenze e legami, non è invece una costruzione e una ricerca di senso complesso, reale.

È immanenza, e non trascendenza.

È chiusura, non rapporto.

È emozione, e non sentimento.

È catarsi, e non rimessa in discussione.

È l’espressione di una società profondamente nichilista – non possiamo più credere, costruire un senso alla nostra vita, e allora diventiamo voraci di emozioni, rimbalziamo da una “bolla emotiva” all’altra.

E crediamo di essere protagonisti di queste emozioni, ma in realtà ne siamo preda – le emozioni sono i cavalli di Troia di questa società.

Le emozioni, queste emozioni, contrariamente a quanto ci pare di percepire, non sono l’unico indice di autenticità, di umanità, di purezza. Sono sintomo della nostra mancanza di libertà, della nostra pochezza – siamo le eccitabili, facilmente frementi appendici del potere.

Per questo sono sempre più convinta che un reale cambiamento possa venire soprattutto andando all’indietro, cioè alla nostra educazione – spaventosamente povera di informazioni sentimentali. Cos’è un’emozione, e un sentimento? Com’è che ci si relaziona, a sé e agli altri? Esiste un’irrazionalità emotiva, e una saggezza sentimentale?

Abituarsi all’ascolto, allo stare con le proprie emozioni, al tesserle, confrontarle, astrarle, immettere discrimini e differenze, dà questo: il terreno al senso critico, per sviluppare la Ragione; una barriera robusta per capire, filtrare, elaborare liberamente ciò che capita, ciò che vogliamo; immaginare, dar sostanza, condividere un senso per la nostra vita, per quella altrui, con il passato e il futuro legati nel presente proprio da questo, dalla capacità di astrarre e valutare sentimenti, situazioni, ragionamenti, relazioni, cause e conseguenze.

Finché non ci sarà un’attenzione speciale dedicata a vivere, costruire più naturalmente questa base sentimentale, distrutta dalla società tecnologica e capitalista, io credo, qualsiasi informazione, esperienza, confronto scivoleranno via come da un colino a maglie larghe, più o meno indifferenti, o rimarranno appena in noi come fragili e statici residui.

La rivoluzione comincia dall’ascolto e dalla liberazione dei sentimenti.

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One thought on “La società delle “emozioni” – la rivoluzione dei sentimenti

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