Il lago, vero

Ho visto comparire pezzi di materiale, bianco come la plastica, schiacciato sulla superficie del lago – lunghe lastre prima stipate, poi attorno alla piccola isola, poi a tagliare le acque. Ed ho provato un cupo, acuto disagio. Quello è il lago, accidenti, e non può dire niente.

Il lago non è una persona, ma non è solo un luogo. E’ una spugna e un abbraccio relativo, uno specchio di profondità e uno schiaffo di realtà. Di certo, non una persona – per questo non ci ho mai parlato,  neanche da piccolissima, né ho mai pensato a lui come a una figura familiare. Non è quel genere di rapporto in cui puoi mitizzare a piacere. Perché il lago si sottrae, almeno il “mio” – un lago piccolo, non ammiccante; un po’ nascosto e triste, in certi giorni. Ma di certo estremamente nitido, saldo: un’identità fatta di cento e cento lati, ma precisa e forte. 

Per tanti giorni mi ci sono avvicinata, e sempre con attenzione e sospetto. Non sfiducia, ma sospetto sì. L’avete mai guardato bene, il lago? E’ incredibilmente mutevole…cos’è esattamente? Non è un mare infinito, che fa il giro del mondo; è solo acqua in uno spazio chiuso, appena rinnovato da un fiume, se va bene. E la sua finitezza è qualcosa che ti fa impazzire. Come può qualcosa di finito essere così vario, pieno di significati, così trampolino di significati – così vivo?

Non una persona, ma vivo, sì, eccome.

A fatica, e forse per forza, ci sono entrata nel lago. Sola che più sola non si può, almeno dentro; diversa come non tutti siamo, e bisognosa di confini, di finito, senza durezza. Il lago blu petrolio, soprattutto nelle brutte giornate, quando quasi piove: le alghe pelose del fondo, viscide, infide e strane; le anatre querule, i cigni permalosi, i pesciolini simpatici, e quelli lunghi, ignoti a me, neri, brutti e paurosi da lago scozzese; i moti, i mulinelli, i racconti dei bambini morti. Ma ormai sto già ruzzolando nell’acqua gelida, rabbrividendo per il piacere, il rischio, il silenzio sordo e nero. Ho imparato a nuotare, a sputare l’acqua prima di farmene andare troppa di traverso; ho imparato a stare sola, galleggiando, guardando su e sentendomi finita, ma davvero davvero sterminata.

Il lago non è diventato un amico. E’ diventato l’unica cosa con cui potessi confrontarmi. Un confronto, per così dire, sano: io sono chi sono; tu sei chi sei; e da questo, si può cercare la verità – su chi sono, su chi sei, e anche, se si vuole, se è giusto, trasformarsi. O almeno, questo sarebbe potuto essere, se la vita mi avesse concesso di continuare su questa strada – quella, intendo, del “io sono io”.

Comunque, in quell’embrione di confronto sono arrivati i giorni più facili, divertenti, persino la testa leggera – i pomeriggi interi sul piccolo gommone, con la prima amica, alla deriva. “State attente!”. Loro avevano certamente ragione, ma noi ridevamo. Il lago non ci è amico, ma ci conosce e noi lo conosciamo. Io, soprattutto. Sto sopra, dentro, ai piedi del lago, le sere sola. E lo guardo, e lo riguardo senza capire, perché la verità è incerta. Ma guardarlo è bello – non felice, ma vero, indefinibile – qualcosa che ti “mette al tuo posto”: ci vedo, sento l’eterno e il mortale, l’impossibile e il miracoloso, ciò che galleggia e fila nonostante tutto; ci vedo la durezza forte e sana, il bel confine, liquido eppure così metallico, chiaro, vero, nei giorni grigi e blu.

Il lago arrabbiato, quanto mi piaceva. Ricordo ancora di essere stata sgridata dal papà di un’altra amica, da piccola, perché festeggiavo la pioggia, la possibile sarneghera – non avevamo rispetto, noi, del lavoro degli altri danneggiato dal maltempo. Aveva ragione, ovviamente, eppure ce l’aveva anche il lago. Guardavo dall’anta accostata, tremante per la potenza del vento che rischiava di sradicarla via, l’uragano farsi solido, e le onde così bianche, irrazionali, senza limite – pur nel finito, tanto caos, tanto sconvolgimento, che sembra poter spaccare la terra e cambiare tutto.

Ma sapevo che, l’indomani, lui sarebbe stato ancora lui: eterno e finito, cupo e morbido, gratis e impegnativo. Comunque, un abbraccio di larghe braccia, oneste.

Dopo è cambiato tutto, perché io mi sono persa – e il lago non poteva più aiutarmi. Anzi; il lago è vero, e in certi momenti, o certe vite, non si può affrontare il vero. Se tu dici: sono sola, il lago non dice di no. Se tu dici: la vita è tremenda, il lago non dice di no, o che c’è molto di bello. Il lago non ti consola, se non hai già la tua bussola; non attenua la durezza del reale, se già non hai il dubbio – e per di più ti offre una cassa di risonanza maestosa, potente. Se sei nel lago e poco saldo potresti essere schiacciato – da te stesso, cioè dalla friabile essenza, dalla piccolezza vaga di quel che sei. Al lago non importa di te, del tuo “io” – il lago rifrange, amplifica ciò che tu immergi, ma poi rimanda le vibrazioni di tutto il suo sterminato raccogliere. Tu ne fai parte, ma al posto tuo, di un piccolo niente importante, vibrante. Ciò che sei, di fronte a ciò che è – se non sai ciò che sei, l’incerta verità ti schiaccia.

Sono scappata in luoghi pieni di verità salde, lisce, progressiste – città stratificate come libri, parlanti come professori. Grandi città che mi hanno definita e “tenuta su”, con tutta la loro caratterizzazione. Se avevo domande, rispondevano: risposte non false, e certe, e ragionevoli. Le loro, di risposte; quelle degli uomini, degli eventi che le avevano fatte. Un monologo bellissimo – e sterile, almeno filosoficamente ed esistenzialmente.

Sono tornata. Schiacciata da me stessa nonostante tutto, a fatica in cerca di verità mie. E, in questo momento di costruzione dopo la saneghera di distruzione, timorosa del lago.

In questi ultimi anni l’ho vissuto di striscio, ci passo accanto, dall’alto. Non ci nuoto volentieri, dopo aver passato anni a mollo, o anche solo con una pianta del piede – come quando ci si tiene la mano, si mantiene il contatto. Ora no, o solo ogni tanto, e sempre da sola. Di nascosto, faccio una passeggiata, m’infilo nelle strette vie tutte pietre e ciottoli, sui moli marciti, accanto alle minuscole chiese sconsacrate. Mi siedo. E’ un’incredibile emozione. Ma resto vestita, resto a qualche passo dalle onde, pur così calme, così dolci – il lato accogliente, che c’è ma non va detto poi tanto, il lato che ti scioglie. Guardo e mi dico: quanto è bello; quanto è vero. Non c’è altro da dire. E forse, domani, sarò abbastanza salda nella mia verità da riprendere quel dialogo fra persona e lago – e chissà cosa amplificherà, che trampolino sarà. Chissà se, a interlocutore saldo, il lago qualcosa risponderà: una verità sempre incerta, sempre più vera.

Non è quindi per snobismo, non è per obbligo della direzione ostinata e contraria, non è per pessimismo o catastrofismo, ma per questo amore vero e di verità, che non possono che suonarmi fuori luogo e di più, un pugno nell’occhio del lago, il gigantismo del ponte, quello dell’ego dell’artista, e tutto quanto gira attorno a The Floating Piers. Entusiasmo isterico, sopra le righe, che si autoconsuma tutto nell’esaltazione dell’esperienza individuale, del selfie “unico” fra milioni identici – una pornografia di mossette sgomitanti, a dimostrare quanti si è stati protagonisti del grande evento.

Tutto, tutto questo, a spese del lago, calpestandolo, consumandolo senza chiedere permesso – per sé, solo per sé, e ritornare a sé e tornare a casa avendo fatto un cerchio attorno a sé, più pieni solo di sé. E invece ogni giorno, ad ogni ora, quando è libero il lago aspetta chiunque, e gratis, con le sue coltri di specchi e rimandi, la luce opaca, l’abbraccio totale e vero: chi sono, chi sei; cosa sarà? Un grande, grande e vero viaggio.

Il mio cuore strano, scappato e diffidente, che passa ancora solo affianco al lago, piange per il lago. E disprezza, duramente, chi non lo capisce, chi lo usa suo malgrado e solo per sé. Perché il lago non è una persona, il lago non può dire a parole sì, non può dire no – ma è qualcosa di grande, e merita di essere avvicinato con rispetto, attenzione. Da diverso a diverso. Interrogandolo, ascoltando le vibrazioni di ciò che c’è; entrando senza portare altro che la nostra incerta verità, stando, in silenzio come quando si va nella foresta, quando si va in casa altrui pur ospiti non sgraditi; accettando di specchiarsi nell’incerta verità del nostro posto nel mondo, infimo e significativo. Non stravolgendo il lago in palcoscenico di varietà. E merita che usciamo, in punta di piedi, ringraziando.

 

Ho scritto questo articolo per esprimere la ragionevolezza emotiva che s’intreccia e partecipa ai ragionamenti e alle considerazioni del precedente post su The floating Piers, Christo sul lago: onorati e zitti o liberi di dubitare?

 

 

 

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11 thoughts on “Il lago, vero

  1. cara Giulia, grazie della tua riflessione. una domanda: the floating piers no, peró i battelli, ad esempio, si? l’opera di Christo é un’installazione di 2 settimane, le barche, i battelli, i motoscafi ci sono e ci saranno sempre. L’opera di Christo e Jeanne Claude dovrebbe farci sentire fisicamente a partire dalla pianta dei piedi la bellezza di quell’acqua, la maestositá del lago e chissá suscitare ammirazione e rispetto mentre le barche, i battelli, i gommoni ci allontanano da quelle sensazioni. Un saluto

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    • Ciao, e grazie a te del commento.
      Se hai letto l’articolo su The Floating Piers, avrai capito che, da una serie di fatti e dall’atteggiamento, dalle pratiche dell’artista, da com’è concepita e realizzata insomma tutta questa grande opera, dubito che potrà trasformarsi in ciò che dici. Io credo sarà l’occasione per mettere in piazza egoismo, per consumare un’esperienza esattamente come, ormai, consumiamo tutti, credendo in questo di crescere, di “diventare migliori”, di provare emozioni “utili”, cioè che ci rendano più umani, sensibili o altro. Ed è proprio illudendoci che ci facciamo fregare – crediamo di averla fatta, quella cosa, ma è stata preparata per essere niente di più che un solletico sensoriale, del tutto autoreferenziale. Ci facciamo fregare perché siamo convinti sia quello, e non andiamo in cerca di qualcosa che possa davvero aprirci uno sguardo sul reale – nel quale, ripeto, noi siamo insieme ininfluenti e importanti.
      Io amo i battelli, e pure le barche. Ho lavorato a Montisola, ci ho abitato, e i battelli servono le persone, tutte, la collettività – non derivano dall’arbitrio egotistico, dal bisogno di “sensazioni”. E le barche sono quelle dei pescatori, o della gente del posto che va e viene, in tranquillità. Non è un lago sovraffollato, o almeno non lo è stato fino ad ora.
      Non capisco il paragone. Per me l’alternativa al ponte non è il battello, ma entrarci, a piedi nudi nel lago – non per sentirsi fighi, al centro del grande evento, tanto tanto importanti. Ma per sentirsi ciò che si è: sterminati e mortali, un piccolo in un gigantesco. Niente di offensivo o sminuente, capisci? Semplicemente, straordinariamente, imprevedibilmente reali.
      Comunque, questa è la mia idea. Ognuno è libero di vivere questo grande evento come crede. Quello che secondo me è meno “opinabile”, è la necessità di farsi domande sul contesto: chi l’ha fatta? perché? come ha agito rispetto ai locali? cosa ha comportato questa cosa (bella, bellissima magari…o magari no)?
      Grazie ancora.

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  2. ciao Giuia, grazie della risposta. Ho letto il post del 9 maggio dove metti in fila una serie di interrogativi. L’ho letto dopo questo post ed é un peccato, forse avrei lasciato un commento diverso. Le tue domande sono legittime e sensate. Devo indagare un pó piú approfonditamente i documenti che hai postato in quell’occasione per poter risponderti in modo esaustivo. Il paragone che ho fatto mi é venuto perché in questo post alludi molto alle sensazioni che il lago ti suscita ed esalti la bellezza della natura, cose che condivido per altro. Peró non credo che la passarella possa danneggiare il lago, non piú di quanto facciano gommoni, barche etc. Sono mezzi da cui non si puó prescindere per muoversi, certo, non suggerisco di abolirli. Comunque riprendo in mano il tuo post del 9 maggio e tenteró una risposta. un saluto

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  3. Pingback: Christo sul lago: onorati e zitti o liberi di dubitare? | CrosScritture

  4. Ciao, scrivo qui perché sotto all’altro post che hai dedicato alla faccenda ci sono moltissimi commenti e non riesco ad arrivare in fondo, mi salta la connessione. Il tuo articolo è quasi unico nella rete. Non si trova nessuno che dubiti. Il dissenso latita. Mi ha quasi commosso leggerti.
    Random: secondo te dovremmo essere più indignati o più impietositi da questi settecentomila “amanti dell’arte” che si ritroveranno intruppati stile lombrico sulla passerella dorata? Siamo sicuri che le ritireranno su le 1200 tonnellate di calcestruzzo necessarie ad ancorare la bella passerella? Non ti viene prepotentemente in mente ora Cioran, quando scrive che “chiunque, per distrazione o per incompetenza, fermi l’umanità nella sua marcia è un benefattore” … ?
    🙂
    (ma è uno smile triste)

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    • Grazie mille del commento. Non conoscevo la frase, grazie anche di quella. Sì, ad un certo punto non si sa più cosa sperare – non resta che credere fortemente in una ricomposizione il più possibile critica della ragione, razionale ed emotiva. Almeno è una bussola.

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  5. Anche io sono rimasta commossa dal tuo articolo.
    Mi sento parte della minoranza critica che non è d’accordo con questo grande evento. Bisognerebbe reinterrogarsi sul significato dell’arte al giorno d’oggi, non può continuare ad essere prevaricazione del genere umano sulla natura che ci circonda, per me potrebbe essere ricominciare a sentirsi parte di essa. Assumere verso madre terra un atteggiamento di rispetto e contemplazione perché tutto è già perfetto così com’è stato creato, noi interveniamo solo per modificare, danneggiare, in nome del nostro egoico bisogno di lasciare il segno. Purtroppo il segno lo lasciamo, eccome, sull’ambiente che continua a soffrire sempre di più e la cosa triste è che lasciamo il segno anche su di noi sempre meno liberi di scegliere e di muoverci, abbagliati dalla grandezza degli eventi artificiali, stressati, prigionieri delle macchine e dell’illusione e sempre meno felici. Penso che tornare alla contemplazione e al senso di gratitudine verso il creato sia la strada per riacquistare un po’ della felicità perduta.

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