Sindrome da identificazione assoluto-emotiva tramite altri

C’è una categoria di persone che mi mette in difficoltà nella vita e su facebook.
Sono solitamente donne, fanno “cultura”, sono de sinistra, umaniste, progressiste, solidali a qualsiasi battaglia che odori di diritti e uguaglianza.
Tutto bello, in teoria. E io lo so che non sono cattive, che sono piene di buone intenzioni.
Il problema è che spesso, in realtà, sono paurosamente concentrate, assillanti nel voler dimostrare solo una cosa: ciò che sono o ciò che credono di dover essere – e dev’essere sempre qualcosa di puro, netto, come discendesse dal cielo.

Persino il dubbio, il contrasto, la paura, il disagio nel loro modo di porsi deve essere pacificato, conciliato, come se la loro identità non potesse reggere all’incertezza, all’indefinitezza, all’indifferenza o neutralità – insomma, al reale.
E non si limitano, poi, a dire ciò che sono, ma lo rivendicano per mezzo tuo, cioè tu devi inesorabilmente diventare strumento della loro campagna di incessante definizione di sé, condotta sempre ad alto voltaggio, senza un attimo di respiro, compulsivamente. E’ un buco nero che divora e condiziona tutto e tutti.
Il risultato è che è impossibile relazionarsi con loro, non si riesce mai a discutere del reale (in ogni sua forma: dal gossip alla politica, dalle relazioni agli hobby).
Perché in fondo è sempre una discussione attorno a loro, tutto le deve definire – il motivo immagino sia che non si sanno definire, almeno per quanto riguarda la base minima necessaria, da sole.
Ma insomma: niente può contraddirle o scartare, tutto deve piegarsi non a ciò che esse sono, ma a ciò che ritengono di dover essere, ossia un puro assoluto fortemente connotato emotivamente, nitido, un’idea, un’attitudine che non può essere scalfita – altrimenti, crolla del tutto.
Il problema quindi è che tutta questa costruzione ha sempre un ossessivo bisogno degli altri, ma accetta dagli altri solo ciò che può accettare: una conferma.
Per farmi capire: un paio di settimane fa sono stata apostrofata in questi termini da una signora conosciuta cinque minuti prima, in occasione di un incontro culturale (mettiamola così!):
“Sono stata brava?” (in una lettura)…e prima che rispondessi:
“Dai, dai! Sì, sono stata brava, perché io ci tengo!”, e ancora, tornando dopo poco:
“Ciao! Sono stata brava vero? Ho bisogno di autostima!”
Beh, si chiama autostima per un motivo, no?
Ora. Lo so bene che negli altri ci infastidisce maggiormente proprio ciò che ci riguarda di più. Infatti, mi riconosco questo sbilanciamento verso gli altri e un bisogno eccessivo di confronto e specchiamento “di identità”.
Però vedo anche il limite, e l’errore, e ciò che si deve a se stessi, e ciò che si deve al reale – anche questo è un eccesso dovuto sicuramente alla mia infanzia, ma non ho mai potuto sopportare alcun genere di falsificazione (così facendo, tendo spesso all’estremo negativo, ma lasciamo perdere).
Per concludere: non stupitevi se non commento, non metto “mi piace”, non intervengo nelle vostre discussioni in facebook, anche quando a voi sembra riguardino argomenti che a me interessano o “dovrebbero interessarmi”.
In realtà riguardano sempre voi, e non c’è alcuna possibilità dialogica – ma non voglio dire che, quindi, è qualcosa che non mi riguarda per niente.
Anzi: è proprio perché questa dinamica perversa di “identificazione assoluto-emotiva tramite altri” mi riguarda, ed è pericolosa, che non voglio essere coinvolta!
In definitiva: posso e voglio relazionarmi solo con persone che hanno non un’identità completa e finita, ma una “base identitaria propria” minima , e benvenga se è opposta alla mia, se è zeppa di contraddizioni e fraintendimenti. Il dialogo è sempre produttivo – ed è semplicemente impossibile se si ha di fronte un buco nero bisognoso solo di una conferma unica, intonsa, assoluta.
(ovviamente, la sindrome da “identificazione assoluto-emotiva tramite altri” non riguarda tutte le donne e solo le donne, semplicemente è lì dove la ritrovo più spesso.
Le over -anta, poi, sembrano più preoccupate dell’immagine da dare all’esterno, dal dimostrare che sono riuscite in qualcosa, che non hanno bisogno degli altri, che se la sono cavata da sole; noi under -anta, invece, sembriamo proprio figlie dell’erà precaria, minate nel profondo della nostra identità. Ma ci stiamo lavorando.
Per quanto riguarda gli uomini, di problematiche credo ne abbiano altre. Ovviamente i problemi legati a identità, autostima, sé/altri toccano tutti, ad es. gli uomini sembrano aver bisogno di uno specchiamento più superficiale, meno relazionale…ma non so, forse riguardandomi e “sconvolgendomi” meno, le dinamiche psicologiche maschili mi infastidiscono meno e incuriosiscono di più.
Infine, è ovvio che esiste uno specchiamento sano, indispensabile e vitale, ed anzi non è “uno” ma un’intera gradazione, equidistante più o meno dall’autarchia e dalla dipendenza – l’importante è saperlo, ed esercitare un’autocoscienza armoniosa, che rispetti la nostra integrità e completezza. O qualcosa del genere!)
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