Cos’è l’autostima?

E’ raro trovare articoli in internet che parlino in modo non convenzionale di cose basilari: amore, relazioni, sentimenti. Intendo dire: che ne parlino per capire, per navigare nel reale, e non per cercare o assecondare un interesse normalizzante.

C’è molta insistenza sulle emozioni al giorno d’oggi, mi è stato detto, ma sono sempre più convinta che sia una “focalizzazione per deformazione” (e con “per” intendo sia “tramite” che “al fine di”). Si usano emozioni normalizzate, svuotate, disinnescate, spersonalizzate – alimentando così una paurosa ignoranza emotiva, un’irrazionalità emotiva che rende poi impossibile qualsiasi senso critico complessivo (ossia: razionale + emotivo, visto che le due cose sono come gambe di un essere). Ma a questo dedicherò prima o poi un altro post.

Ora invece voglio solo citare un articolo in cui mi sono imbattuta per caso, che parla dell’autostima da un punto di vista psicologico, ma anche filosofico.

Buona lettura (l’articolo completo è qui, i grassetti nel riassunto sono miei)

L’autostima presuppone l’autocritica circa il proprio comportamento e ciò presuppone, di conseguenza, la capacità di una primaria riflessione sul senso del limite, della propria misura, sia spaziale che temporale: non si è né onnipotenti né infiniti, così come – d’altronde – non si è né impotenti né finiti; per una sana autostima è bene pensarsi (e regolarsi) come esseri potenti (che ‘possono’, quindi) e sempre in ‘crescita’ (rispetto alla finitezza statica).

Ma autostima ha molto a che vedere con i sentimenti e con le emozioni, con gli stati dell’Essere; essa riguarda pure la capacità di amarsi e benvolersi e di sentirsi amati e benvoluti: chi ‘sa’ di sé, sa anche che gli altri ‘sanno’ di lui.

Autostima è crearsi un luogo dove stare, una casa propria abitata da se stessi e condivisibile con altri inquilini, da quelli privilegiati a quelli meno intimi, ma pur sempre prossimi.

Quindi, autostima come capacità di ‘saper stare con’, di sapersi approssimare (diventare prossimo a) alle persone e agli eventi tutti; questa capacità di saper accogliere è un aspetto importante: non si può ignorare il valore di se stessi nel sentir(si) e nel non sentir(si) e nello stare o non stare.

E dunque autostima come conoscenza, capacità di rappresentazione a se stessi e agli altri e capacità di sapere che si sa o non si sa, ossia essere capaci di sottoporsi allo sforzo umano, obbligatorio, di interrogarsi sul significato ontologico, cioè proprio dell’uomo in quanto tale.

Chi non sa, e quindi non ‘è’ e non ‘ha’, deve riempirsi per sopportare lo spazio interiore che farebbe traballare gli ‘organi’ psichici: come se il fegato non avesse connessioni e traballasse all’interno del suo spazio in solitudine ‘esistenziale’.

Per forza, necessariamente, occorre crearsi degli annessi, dei riempitivi di ancoraggio, di aggancio ad una realtà (sia pure fittizia, perché ‘inventata’) contro la ‘disperazione’ e dispersione nello spazio vuoto.

Avere autostima dunque è sapersi riempire con ‘consistenze’ effettive e non virtuali: sentimenti, compagnia, attività, interessi e ogni cosa sia oggettivamente da ritenere sana e vitale e non malata e mortifera. È saper preferire per se stessi ciò di cui si ha bisogno per star bene nella sanità ed è sapersi negare, proibire, ciò che fa star male.

L’autostima va intesa anche come capacità di chiedere aiuto alla parte razionale e costruttiva, in proprio e all’esterno; infatti, autostima è ciò che ci fa rialzare quando ruzzoliamo per terra stremati dai fatti della vita, quando sappiamo andare incontro alle critiche, alle richieste di perdono che ci ridonano la serenità, alla capacità di sopportare e di dare sollievo e conforto al dolore, quando riusciamo a porci nella difficilissima posizione di sospendere ogni giudizio e di formulare solamente valutazioni critiche, quando riusciamo a guardarci allo specchio provando quel sano senso di imbarazzo se ci vediamo offuscati e non limpidi nei nostri tratti esistenziali, quando sappiamo riconoscere un ‘mal di pancia’ perché siamo stati ingordi di qualsivoglia velleità, quando non vogliamo tollerare le frustrazioni (altrimenti inevitabili) delle mancanze materiali e quando non vogliamo ritrovarci nell’essere moralmente mancanti senza aver posto rimedio; autostima è sapersi dire in faccia tutto ciò che non va, deprimendosi e rialzandosi con coraggio dalla palude nella quale a volte restiamo impantanati; autostima è avere il coraggio di non morire mai ad opera delle proprie mani ed è non permettere a nessuno di ‘ucciderci’.

Autostima, ancora, è provare amicizia (nel senso di philia) per se stessi e per gli altri, è saper ‘riconoscere’ le evidenze e i nascondimenti e saperne fare i conti senza farsi sopraffare da ansie o ancor più da angosce.

In fondo, autostima è ‘semplicemente’ ciò che ci consente di pensare e di dire: “io posso darmi una stima, una considerazione, ho un valore e questo valore privato e pubblico mi consente di esistere, per me e per gli altri e mi consente di amarmi e di farmi amare”.

Osserviamo – rispetto ai difetti dell’autostima – che esistono sia ‘patologie’ (ossia le piccole nevrosi accettabili perché compagne di vita, come lo sono alcuni concetti di ‘psicologia del senso comune’) che patologie vere e proprie.

Tra le ‘patologie’, possiamo rifarci ad uno storicismo che ci aiuti ad evidenziare alcune caratteristiche e, rifacendosi a Freud, si può quasi tentare una panoramica di genere, tenendo ben a mente i tempi storici e culturali delle sue teorie […] Secondo lui, secondo il primo Freud, l’uomo – il maschio – è più stimato da se stesso e dagli altri rispetto a quanto non faccia la donna, la femmina, perché si sente ‘forte’ contro il sentirsi ‘debole’ della donna nei confronti del Super – Io, donna che già da sola sa di essere poco addentro sia alla valutazione oggettiva che a quella dell’autocritica. ‘Sa’ di ‘valere’ di meno perché meno capace di resistere ai limiti.

[…] L’autostima ‘patologica’ femminile che adotta la seduttività (che non è seduzione, in quanto ne costituisce la parte esteriore, quella ‘speculativa’) rispetto alle persone e alle situazioni, pone di fronte ad un impoverimento dell’utilizzo delle proprie facoltà – poche o tante che siano – che vengono stravolte con la finzione, appunto, utilitaristica. È un’arte particolarmente femminile, proprio per tutti i motivi sopra descritti: se si pensa (ovviamente a torto) di avere ‘meno’, è chiaro che occorra metterci un ‘di più’ che almeno pareggi le possibilità di esito. Sicuramente l’autostima gioverebbe di più di un uso dell’arte della seduzione, in quanto il ritorno sarebbe di gratificazione dei sensi. […]

Ai fini dell’autostima, è questione di non averne a sufficienza per gestire la questione del vuoto/pieno e per garantirsi compatti nella mancanza. Se è vero che si dipende dall’esterno, è altrettanto vero che si dipende da se stessi, nel senso che occorre ‘bastarsi’ per la quota di autosufficienza morale e materiale: se questo non avviene, interviene il bisogno smodato e patologico di ricercare fuori la quota ritenuta (sempre più) necessaria alla sopravvivenza. Questo vale per gli affetti (attaccamenti morbosi confusi per passioni travolgenti) quanto per le cose materiali (oggetti, sostanze, cibo) o per gli ‘ideali’. […]

E dunque, che ne può l’autostima? Nulla, se è così mortificata e resa inesistente (nessuno nasce senza il senso di sé: o si accresce o si perde). E allora che fare? Apparentemente facile da dire, occorre andare a cercare la ‘dipendenza’ da se stessi, cioè occorre ritrovarsi nelle proprie capacità, anche se poche (perché magari non messe a fuoco) e uscire dal dispendio energetico (e non solo) della sottomissione passiva. Chiedere aiuto a se stessi, ancor prima – e comunque contemporaneamente – che agli altri: l’importante è chiedere aiuto alla stima, al valore, convincendosi fideisticamente che è ‘in dotazione’: nessuno non ne ha, per definizione e per ordine naturale del mondo.

Tra le patologie causate da scarsa o errata autostima, segue a buon titolo la depressione. Depressione deriva da deprimere che è verbo transitivo e significa ‘portar giù’. Dunque, ci si deprime e qui questo interessa riguardo l’autostima. […] Pure in questo caso: che ne può l’autostima? Se ce ne fosse a sufficienza, si avrebbe la capacità e possibilità di fermarsi nella tristezza, ottimo sentimento vitale che ci fa toccare il senso profondo delle cose, ma se scarseggia si scivola, appunto, verso il basso e risalire la china è sempre un atto di estremo coraggio.

Penso che la soluzione sia sempre la medesima rispetto a qualsivoglia argomento riguardante l’individuo: rendersi conto che ognuno ‘È’ per se stesso parte importante di ciò di cui si necessita per vivere.

 

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One thought on “Cos’è l’autostima?

  1. Per quanto l’autostima avvalori il sé con il senso della misura non rifugge l’osé, ovvero non smarrisce il verso del sé, si propone innanzi del tuttavia, non è raro che essa indichi la direzione al medesimo e che si offra lo stesso di accompagnarlo per un lungo o breve tratto. Va da sé come essa non osi la dismisura dell’ipotesi, il tradimento dell’accento, la divergenza della congiunzione.

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