Timidezza e dignità: la letteratura scandinava

Scoprire il Nord non poteva non significare, per me, passare anche dalla letteratura.

Conoscevo già qualcosa: Loe (Norvegia) con Naif. Super e Doppler. Vita con l’alce, e anche Paasilinna (Finlandia) con L’anno della lepre e…e basta. Poco niente, insomma. E quel poco tutto positivo, ma un po’ troppo “icastico”, davvero: perché l’essenziale può essere più evocativo e potente del discorso dettagliato, profondo, ma può anche rischiare di non dire niente, o di dire qualcosa che svanisce dopo poco.

Ora invece sono passata agli autori consacrati e, per quanto posso intuire, ho fatto bene.

Ho iniziato con un’opera di Dag Solstag, considerato fra i maggiori scrittori norvegesi contemporanei. L’opera che dà il titolo a questo post, Timidezza e dignità, mi ha davvero entusiasmata. E come sempre non disconosco i motivi personali. Il romanzo infatti da un lato racconta la crisi di un uomo colto, che vorrebbe avere nel suo piccolo un ruolo critico in una società apparentemente equa e aperta come quella norvegese, e che soffre di una tremenda solitudine, non trovando più alcun tipo di referente personale e collettivo; dall’altro, dà uno splendido esempio di come poter affrontare e “astrarre in romanzo” questo insieme di sensazioni, vissuto, riflessioni, aspirazioni. E nel bene e nel male questo nodo, prima esistanziale/politico e poi letterario, è quello che più mi sa occupando recentemente.

Anche per questo, preferisco rimandare qualsiasi tentativo di critica tematica o filologica, e mi limito a lasciarvi un paio di estratti. Buona lettura!

Elias non dubitava che Corneliussen fosse ancora marxista. […] Possedeva in effetti una conoscenza unica, il marxismo, che gli forniva una capacità superiore di interpretare i sogni della gente, visto che, in fin dei conti, per ora stanno tutti dove stann, cioè in questa società. Solo mettendosi al servizio del capitalismo poteva realizzare quelle sue doti, perché il capitalismo è in fondo l’unico [sistema] capace di mettere a frutto quei sogni e, soprattutto, di adoperare gli interpreti dei sogni.

 

Ah, come mancava di nutrimento, e sentiva il cervello surriscaldato, come se avesse una meningite dello spirito che poteva scoppiare da un momento all’altro.

 

Gli era capitato qualcosa che gli risultava difficile da capire e con cui gli era difficile anche riconciliarsi. Ed era una sensazione gradualmente crescente di essere stato messo socialmente fuori gioco. Lo tormentava molto, e gli sembrava anche stupefacente che dovesse essere così. Ma era come se poco di quanto gli veniva offerto come essere sociale lo interessasse ancora davvero. Né la televisione né i giornali riuscivano più a stimolarlo. Sul perché non ci riuscissero, gli era difficile dare una risposta razionale. Comunque non ci riuscivano. Spesso cercava di dirsi: Non è poi così male. I giornali hanno sia notizie che contenuti culturali; di cosa mi lamento in verità? Ed era poi tanto meglio prima? no che non lo era. La gente si è sempre lamentata dei giornali e soprattutto della televisione; anch’io. Quando però, la mattina dopo, riapriva un giornale, provava la stessa sensazione di essere stato lasciato fuori Le cose che avrebbero dovuto interessarlo, le notizie del giorno e gli argomenti culturali non riuscivano a coinvolgerlo abbastanza; sfogliava il giornale e basta, spesso con un gesto irritato della mano. Lo stesso con la televisione. Quando si metteva a seguire un dibattito televisivo era uguale. Quello che i partecipanti dicevano non lo interessava più di tanto […]. L’unico profitto che ne traeva era studiare la tecnica oratoria dei presenti, i loro trucchi semantici e i vestiti scelti con cura, per poi ‘smascherarli’; ma neppure questo gli dava un gran piacere, soprattutto quando ripensava che era l’unico profitto che ne aveva ricavato. Quindi delusione. I partecipanti al dibattito non si rivolgevano affatto a lui, ma ad altri che, evidentemente, erano ben più importanti da raggiungere. [Questo] influenzava il suo stato d’animo quotidiano, anzi, tutto il suo umore di fondo in quanto essere sociale, e in misura inquietante. […] Era che gli opinionisti che influenzavano la società giudicavano e rispecchiavano la realtà in un modo che sembrava degradare tutto quanto lui rappresentava, che lo metteva quotidianamente fuori gioco, che lo obbligava ad ammettere che giornali e televisione significavano per lui il confronto quotidiano con una personale sconfitta senza fine. Ma non vi basta proprio mai?! gli capitava di dover sbottare tra sé. Non potete risparmiarci, implorava rivolto unicamente a se stesso, ben sapendo che leggere i giornali e guardare la televisione era una libera scelta; ma non era così semplice. Perché, in quanto essere sociale, aveva pur sempre bisogno di confrontarsi col mondo, comprenderlo, interessarsi alle sue sorti, partecipare, con fervore ed entusiasmo, a ciò di cui la società in generale si occupava.[…] Un’epoca era tramontata e, con lei, Elias Rukla in quanto essere sociale, perché era proprio a quell’epca che lui si era messo a disposizione, quale pubblico educatore. […] E’ così, sbottò. E’ questo, cazzo, che si prospetta. Decadenza da ogni parte. Basta che ti guardi intorno, gridò. Non riesci cazzo più neanche a parlare. Quand’è l’ultima volta che hai fatto una conversazione? Dev’essere stato anni fa, pensò assorto. Se vuoi trovare qualcosa che per te abbia un senso devi andare a rovistare in mezzo a un pantano di interessi economici, aggiunse. Si può ammutolire per meno. Ma loro chiamano questo pantano democrazia. Anzi, se io lo chiamo pantano vengono a dirmi che disprezzo il popolo, pensò indignato. E forse hanno ragione, pensò assorto. Forse non credo più alla democrazia. Senti, adesso smettila Elias. […] E quale sarebbe stata la prossima?! Era perché era stato sconfitto? Che la causa della sua sofferenza sociale stava nella democratizzazione della cultura e anche della vita stessa? Ma lui era contro! Lo indignava! E allora perché avrebbe dovuto essere un sostenitore della democrazia se poi le espressioni della democrazia lo indignavano? […] Provava a consolarsi col fatto che è abbastanza normale che una minoranza sconfitta, e quasi annientata, abbia difficoltà a rendere onore a chi l’ha sconfitta e alle armi usate per sbaragliarla in modo così totale. Ma a lui quel dovere toccava, dal momento che erano stati la voce del popolo e il suo diritto d’espressione a sconfiggerlo. […] E’ orribile, aggiungeva. E poi non ho più nessunoi con cui parlare, sospirava.

 

 

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