Strumentalizzazioni europee

Su Bruxelles taccio, non perché non sono emotivamente toccata, ma perché non voglio essere strumentalizzata.
Ma leggo, e rifletto. Ad esempio, questo:

Speriamo che nessuno strumentalizzi quanto accaduto, né per fomentare odio, né per far passare subdolamente alcun messaggio politico.

In occasione degli attentati di qualche mese fa a Parigi, ne approfittarono tutti:

coloro i quali volevano giustificare la caccia all’immigrato;
coloro i quali volevano invece giustificare le loro “politiche di integrazione”;
coloro i quali volevano una spinta di odio contro i musulmani;
coloro i quali volevano criticare l’emarginazione dei musulmani;
coloro i quali volevano in fin dei conti giustificare l’intolleranza verso i più poveri;
coloro i quali volevano far credere che i poveri sono solo “gli altri”, gli stranieri;
coloro i quali usarono quei morti per criticare il processo di integrazione europea;
coloro i quali usarono quei morti per zittire le obiezioni al processo di integrazione europea;
coloro i quali cercavano un pretesto per limitare le libertà di espressione dei cittadini;
coloro i quali in buona sostanza non ebbero scrupoli.
Se fosse toccato a noi morire oggi, avremmo voluto evitare di essere strumenti inconsapevoli nella battaglia politica.

 

Il progetto europeo nasce dalla paura e di paura si nutre, come uno dei suoi massimi artefici ci ricordò per tempo, senza che noi ci rendessimo conto di cosa stava dicendo: Un altro fenomeno che viene percepito come minaccia esterna, e che sta spingendo l’Europa verso una maggiore integrazione, è la minaccia immigrazione”.

Naturalmente non sto dicendo che la bomba a Maelbeek l’abbia messa lui! Sto solo dicendo che da parte di un blocco di potere che ha teorizzato la paura come strumento lecito di integrazione (il fine giustifica i mezzi) non ci si farà alcuno scrupolo di strumentalizzare questo eccidio, come, del resto, è stato strumentalizzato l’incidente accaduto in Spagna, a un tal punto da spingere alcuni giornalisti a violare l’omertà.

Se non altro, dovrebbe essere questa mancanza di scrupoli a farci capire che siamo in guerra. E non mi riferisco – solo – ai terroristi, che sono oggettivamente un problema e le cui motivazioni, lo confesso, a me sfuggono nella loro complessità, quanto – soprattutto – all’uso che del loro prodotto, il terrore, viene fatto dai nostri governi, le cui motivazioni invece mi sono fin troppo chiare.

Forse noi, che siamo italiani, abbiamo un ulteriore vantaggio comparato nell’analisi dell’integrazione europea: oltre a essere cittadini di un’unione monetaria che non è un’area valutaria ottimale, oltre ad avere avuto governanti che ci hanno detto in faccia a cosa serviva la moneta unica, oltre a essere concittadini dei sommi sacerdoti dell’austerità espansiva, abbiamo anche vissuto, almeno quelli della mia generazione, la strategia della tensione, e siamo quindi in grado di riflettere con maggiore accortezza su certe dinamiche.

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