La verità, vi prego, sul genere

Non voglio divagare in questo articolo. Non voglio parlare dell’attualità italiana, delle adozioni, del “gender”. Come sto facendo negli ultimi post, provo semplicemente a stabilire basi per un’analisi, applicandomi a un argomento preciso.

Questo argomento è il genere sessuale. 

Ultimamente mi imbatto in articoli e abstract di studi che sembrano far derivare il genere sessuale esclusivamente dalla cultura. Gli ultimi studi sul cervello, ad esempio, ribaltano alcune convinzioni sulle differenze fra l’organo maschile e quello femminile – sapevo già che il cervello umano è incredibilmente malleabile, quindi non non mi risulta difficile ipotizzare che cultura e ambiente possano plasmare in modi radicalmente diversi il suo funzionamento, ma anche la sua conformazione.

Lo sviluppare caratteristiche culturalmente ritenute femminili, quindi, non deriverebbe che da differenti atteggiamenti e condizionamenti sociali: la madre si pone con la bambina in un modo, col maschio in un altro, e così a scuola, e così in ogni altro contesto. L’ipotesi mi sembra plausibile, e soddisfa le mie aspirazioni di uguaglianza – mi piace insomma.

Cos’è che allora non mi convince, e che anzi mi mette in allerta?

Anzitutto, rilevo in molti ambienti, soprattutto femministi, un’attitudine che finisce per portare nella direzione opposta, credo, rispetto allo scopo di rendere le donne più libere di essere ciò che si sentono. Mi riferisco a post, riflessioni e slogan di donne che sembrano rinnegare ciò che di biologico c’è nell’essere donne – il corpo, il ciclo, addirittura i dati fisici.

A me, di base, viene naturale un atteggiamento diverso: se la società usa, chessò, l’armoniosità del corpo femminile, o la sua minor forza, in media, rispetto a quello maschile, io non voglio essere obbligata a rinnegare l’armoniosità del mio corpo, la sua dolcezza, o a dovermi massacrare di palestra per diventare, o dimostrare di essere, Wonder woman. Voglio sottrarre il mio corpo alla strumentalizzazione che se ne fa, certo, ma sono convinta che mai niente di buono si otterrà rinnegando qualcosa che è parte di noi – a prescindere da quel che poi, di questo qualcosa, di vuole e può fare: attenuarlo, coltivarlo, mediarlo. Il perché è semplice: ogni rinnegamento è una trappola, che al momento sembra proiettarti lontano, in libertà, ma poi ti scaraventa più in basso del punto di partenza.

Esempio: neanche un paio di anni fa, mi faceva incazzare, proprio a pelle, sentire alcune amiche lamentarsi della sindrome premestruale. Eccheccazzo, pensavo: non siamo animali, abbiamo un cervello e una volontà. Mica possiamo soccombere a due ormoni, e farci prendere per il culo dagli uomini. Poi ho cominciato a collegare episodi “neri” chiaramente diversi dalle mie solite ansie psicologiche, ma che mi era facile, prima, attribuire esclusivamente al mio carattere, ad una certa mia suscettibilità emotiva – e questo non faceva che farmi sentire peggio. Se sono irritabile, se piango, se prendo le cose peggio per quello che sono, insomma, è perché io sono, di carattere, una mezza sega.

Ora, so bene che la comunità scientifica mette in dubbio persino l’esistenza di una sindrome premestruale (questo video spiega il perché) – ma quello che voglio dire è diverso: se noto che, in corrispondenza dei giorni precedenti il ciclo, io, personalmente, avverto un appesantimento del mio umore continuo e senza eccezioni, come devo prendere questo dato per capire la realtà e trasformarla al meglio se possibile? Negare che la componente ormonale abbia un ruolo? Negare addirittura che esista? Oppure ammettere che ci sia anche questa concausa, e in questo modo partire da un’analisi migliore per agire più liberamente?

Comunque: da un po’ si respira un clima compatto e inattaccabile, nel quale, per dare supporto e base a varie rivendicazioni non solo civili (il riconoscimento delle coppie omosessuali, ma anche, ad esempio, eguali possibilità di lavoro per donne e uomini), si insiste che non esistono dati biologici determinanti nel farci sentire maschi, femmine o entrambi o nessuno dei due, nel concorrere a determinare cosa amiamo e odiamo o le nostre predisposizioni, né nel farci scegliere chi ci attrae.

Insomma, a seconda di come vengo cresciuto svilupperò effettivamente le attitudini richieste al mio sesso, finendo per percepire come mio il genere collegato – nasco con la patata, vengo trattata da portatrice di patata, finisco per sentirmi, vedermi, pensare e agire come tale. E questo, almeno per come lo percepisco io, è ripetuto come leit-motiv liberatorio: possiamo decostruire ciò che ci hanno costruito addosso, e costuirci come vogliamo! Il genere è una costruzione solo culturale! Possiamo essere tutto ciò che vogliamo!

A parte l’immenso senso di responsabilità e colpa, e la puzza di causatività molto americana, io non riesco proprio a considerare credibile, solida, veritiera questa visione, a vedermi e a vedere le donne come una tabula rasa. Sarà per letture e riflessioni e errori, ma ho finito, almeno al momento, per concepirmi come un individuo collocato nella storia, parte e frutto di essa; una persona cresciuta da un certo tipo di genitori, in una certa comunità, in una certa società nazionale. E, ebbene sì, calata nelle sensazioni e nel “canto libero” del mio corpo. Niente di tutto questo, come dire, sento di volerlo o doverlo rinnegare per provare a ottenere ciò che voglio, anzi l’opposto.

Se pure fosse soprattutto la cultura ad “avermi fatta” e pure mortificata e condizionata,  è con questa cultura che voglio e devo interagire se voglio cambiarla – e voglio cambiarla, certo, ma senza mentire, senza chiudere gli occhi, senza vedere ideologicamente solo il mio fine, dimenticando che al fine si arriva solo con una base di analisi solida e realistica; voglio cambiare le cose, ma senza buttar via con l’acqua sporca anche il bambino. Ossia, un pezzo di me: io sono figlia di questa cultura, sia essa madre o matrigna o entrambe; la mia reazione, i miei pensieri nei confronti di questa cultura sono me, mi dicono qualcosa di prezioso su di me, e non voglio doverli rinnegare, o vederli bollati come illegittimi, alieni, derivanti solo dal condizionamento culturale.

Spiegatemi, vi prego, come questa mia posizione, cioè il partire dalla ragionevole ipotesi che quel che sono deriva da mille cose, comprese biologie e cultura, possa equivalere o portare all’accettare che qualcuno mi dica “Sei donna e ti viene naturale accudire i vecchi e i bambini e quindi quello e nient’altro devi fare”. No, davvero: qualcuno me lo spieghi.

E poi, l’altro giorno, una piccola illuminazione (ne avranno già parlato a centinaia, probabilmente, ma io ci sono arrivata leggendo un articolo). Leggo spesso informazioni sulle transizioni sessuali, e ho sempre avuto una naturale, profonda solidarietà per queste storie. Mi sembrano storie di grande determinazione e forza, e solitudine e umanità – come potrei non essere affianco, moralmente, a ognuna di queste persone che ha capito, che sa cosa vuole essere e lotta, lotta senza tregua per diventarlo (esempi)? Ho discusso anche con amici, con chi mi diceva: “Eh, ma come si fa a appoggiare queste transizioni? Cioè sono bambini, che ne sanno?”. E io a opporre nomi, episodi, prove di quanto, invece, questi bambini sembrino sapere, sin da piccolissimi, di essere femmine e maschi. Lo sanno, a quanto pare, molto prima di qualsiasi condizionamento culturale – cioè non è la mamma del maschio, che voleva la femminuccia, a trattarlo come tale inducendola a sviluppare un’identità di genere femminile…

E allora fermi tutti: perché è essere legittima e pura (e lo è, per me, al 1000%) la piena consapevolezza di Marc di essere femmina (la consapevolezza pre-culturale e biologica e ormonale), mentre quella di Giulia di essere femmina no?

Cioè: perché se io mi sento femmina (attitudini femminili dovute anche al mio sesso di nascita, fluttuazioni ormonali, predilezioni pre-culturali) devo essere bollata come prodotto solo culturale, come se i miei desideri non fossero miei e magari pure criticabili, dovuti a debolezza di carattere o arrendevolezza ai condizionamenti, mentre la voglia di Marc di giocare con le bambole è fulgida prova della legittimità della sua “battaglia per essere libero di essere”?

E no, non regge il discorso “Ah, ma se è una libera scelta tua certo che può piacerti fare la casalinga, la mamma, la femmina” – perché qual è il tribunale che stabilisce quanto la scelta è libera e quanto no, quanto sono una cogliona sottomessa al modello patriarcale e quanto donna capace di scegliere?

Che poi, bisognerebbe spendere due parole sul fatto che al sistema capitalista non gliene fotta proprio niente di quale modello di donna “scegliamo” di essere, perché finché non facciamo un’analisi seria, generale, su cosa significa essere donna libera in un sistema economico/sociale libero, a questo sistema può essere altrettanto funzionale la casalinga della donna in carriera,  l’antagonista e la Benedetta Parodi di turno – addirittura, al capitalismo può andare più a genio, magari, l’antagonista solitaria che vive sola e consuma di più.

Temo e vedo un  rischio: alcune posizioni, pur con “buone intenzioni” teoriche, ci cacciano in una prigione peggiore di quella da cui vogliamo cavarci.

Molto più spesso di quanto credessi, infatti, amiche e conoscenti sono state obbligate a agire “come se non fossero femmine”, pressate a prestazioni non esattamente da maschi, ma da non-femmine, a prescindere dal fatto di esserlo. E tante di loro mi sembrano impegnate in età adulta in una lotta che ricorda molto quella dei vari Marc: la libertà, spesso ottenuta nonostante l’opposizione, con la disapprovazione e il biasimo di altre donne, di essere donne. Di essere come loro si sentono donne – che quindi non è per forza il figlio, ma magari sì, però da sole, oppure un lavoro “da maschi” ma fatto con un certo proprio sguardo o attenzione, prima vietati e cassati perché così da donnicciola. La libertà, insomma, di essere donne anche perché, in parte, di fondo, donne – come Marc.

E poi mi chiedo: non ci viene forse ripetuto da anni che nessuno è gay “per scelta” volontaria o per condizionamento familiare? Perché, di nuovo, se la biologia ha un peso fondamentale per gay e trans (e non vedo nessun determinismo in questo, nessuna chiusura di prospettive o limitazione di libertà, ma uno dei dati che costituiscono l’identità di una persona), perché non dovrebbe averlo per tutti nel sentirsi se stessi? Forse che omosessuali e trans vivono “eccezioni biologiche” (ormonali?), mentre per chi si riconosce nel sesso in cui è nato tutto è più in sordina? E’ vero che alla disforia di genere viene riconosciuta una base organica, in particolare ormonale più che genetica, nel DSM V, il Manuale dei disturbi mentali – tra l’altro non più come disturbo, ma appunto come disforia; mi risulta però difficile credere che quanto sia vero, se pur eventualmente estremizzato, per persone transessuali, non sia nemmeno ipotizzabile per chi nasce femmina e si sente femmina. Credo che un’analisi della realtà riguardo al genere sessuale abbia un enorme bisogno di onestà e coerenza: la biologia non può essere ignorata o tirata in ballo a piacere. Questo dimostra solo il tentativo di martellare, affermare un’ideologia con fini pure nobili, ma priva di qualsiasi base, lettura, confronto sul reale e, per assurdo, chiusa alla pluralità.

Ciò che penso è che le componenti biologiche esistano e contino, per chiunque, ma che non siano una condanna deterministica. Personalmente ritengo anzi che tenerne conto sia l’unica chance per provare a essere davvero liberi di comportarsi, scegliere, diventare ciò che vogliamo – per accogliere e mediare ciò che siamo nelle nostre radici: uomini, donne, che possono sentirsi più o meno donne biologicamente, ed essere attratti più o meno fortemente da un sesso o da un altro, da nessuno, o da entrambi.

Ma appunto: questo articolo non è un dogma, è un’esposizione di riflessioni e una richiesta di contributo.


 

Aggiornamento.

L’altra sera mi sono imbattuta nel video di un attore e comico norvegese, Harald Meldal Eia.

Breve intro: in Norvegia si assiste al cosiddetto paradosso del genere, ossia al fatto che nel Paese con la maggiore uguaglianza di genere le donne facciano molto più “lavori da donne” e gli uomini “lavori da uomini” che negli stati meno paritari.

Per questo, Eia intervista vari esperti norvegesi, americani e inglesi. Non voglio dilungarmi, ma l’argomentazione sostenuta da molti studiosi è che in realtà esistano varie differenze innate fra uomini e donne, a livello neuronale e ormonale (soprattutto per quanto riguarda il livello di testosterone). Questo influisce sull’identità della persona e quindi, nei Paesi in cui c’è una relativa parità di opportunità, le donne sono davvero libere di fare ciò che preferiscono senza doversi adattare per sopravvivere. Per questo, in Norvegia quasi tutte le infermiere sono donne e quasi tutti gli ingegneri sono uomini; in India, all’opposto, una donna non è tanto libera di scegliere, ed è spinta a fare l’ingegnere informatico anche se non è esattamente il lavoro dei suoi sogni: deve lavorare per vivere, e nel suo Paese quello è il campo dove c’è lavoro sicuro.

Se in India ci sono più donne ingegnere per questo motivo, e in Norvegia meno, dobbiamo dedurre che in India c’è più parità di genere che in Norvegia? Spero di no. Continuo a pensare che parità e libertà significhi essere quello che ci si sente, non quello che “si deve dimostrare”.

Comunque, il video è qui sotto. Lo trovo ben fatto, e non di parte. Anche perché non mi sembra affatto che l’attore abbia lo scopo di relegare le donne in cucina perché sono donne, quanto di capire la realtà di genere del suo Paese.

E uno scambio che proprio Eia ha con le due figlie mi ha molto colpito: mi sembra mostri bene quanto possa essere pericoloso, pur per fini nobili, negare una realtà (le donne e gli uomini nascono con tot/limitate/graduate differenze biologiche) per principio (le donne e gli uomini devono essere uguali).

Eia: “Non ricordo mai, siete maschi o femmine?!”
Bambine: “Papà! Siamo femmine!”
Eia: “Ma il valore di una persona per me non dipende dal genere…”
Bambina: “Sì, ma io sono una femmina!”

Insomma, essere femmina fa parte dell’identità di ognuna. Questo non vuol dire che tutte le femmine sentano l’essere femmina ugualmente, ma è un dato che c’è. Non capisco in cosa negarne l’origine anche biologica, tenendo fermi i mille sviluppi in cui questa origine sfocia, in cui ha tutto il diritto di sfociare, possa aiutare la battaglia per la parità – sono convinta anzi che faccia l’opposto, condizionando le donne a mostrarsi per forza indipendenti, per forza forti, per forza dure e pure, e disconoscendo la parziale origine biologica di certe attitudini e sensazioni.

Una cara amica, molto più addentro di me in gruppi femministi e per i diritti LGBT, mi ha un giorno detto: “Ma Giulia, io capisco il tuo discorso, riconosco che hai in parte ragione…ma gli slogan, i messaggi che diamo devono prima di tutto abbattere discriminazioni ad un altro livello. Tu sei già oltre, ma credimi, c’è gente che davvero ritiene le donne inferiori per nascita, per biologia. A queste persone non puoi fare discorsi come il tuo”.

Beh, dopo averci pensato, resto in profondo disaccordo: la gente non è scema, e anche se qualcuno lo è (e lo è, è vero) non lo si “convince” dell’importanza di rispettare le persone a prescindere dal genere partendo da una menzogna. Primo, perché la menzogna ha le gambe tanto più corte quanto più è estrema, irricevibile, e piena di contraddizioni (“il genere è una costruzione solo culturale!”, “bisogna ragionare sul genere a prescindere dalla biologia”, ma “la disforia di genere ha una forte base organica, quindi non è per educazione, condizionamento sociale o scelta che si è trans”); secondo, perché questa menzogna attua per altra via proprio ciò che vuole evitare, ossia condizionare le donne, biasimare predilezioni, disconoscere bisogni stati d’animo e vissuti.

Per concludere, la cosa peggiore è che in molti ambienti femministi non c’è nemmeno la possibilità di considerare questa ipotesi, di valutare le criticità di una posizione totalmente culturalista, di accogliere considerazioni in merito. Naturalmente, capisco bene quanto il tema dell’origine biologica di predilezioni e attitudini possa essere strumentalizzato, e sia stato strumentalizzato nella storia, ma se questa è la verità non ha senso rinnegarla, “non considerare” la biologia, partire da un dato falsato e monco. Questo equivarrebbe a non considerare una parte di noi – e invece, io credo, è importante lottare intere, con l’orgoglio di ciò che si è, senza permettere che venga usato contro di noi: né da chi ci vuol “male”, né da chi, teoricamente, ci vuol “bene”.

[è importante anche sgombrare il campo dal clamore degli odiosi reazionari che usano video seri come questo per discriminare altre persone: il video non dimostra l’infondatezza delle richieste di cambio di genere, semmai il contrario; il Nordic Gender Center non è affatto “stato chiuso” dopo la diffusione di questo video, ma sono stati tagliati alcuni fondi solo ad alcune ricerche; il professore norvegese si è lamentato che il comico Harald Eia abbia tagliato alcune sue frasi, che ridimensionerebbero la sua “leggerezza” nei confronti della biologia – il comico ha comunque messo a disposizione la trascrizione delle risposte].

 

 

 

 

Annunci

3 thoughts on “La verità, vi prego, sul genere

  1. Pingback: Riflessioni sul reale – o almeno ci si prova | CrosScritture

  2. Pingback: Pride e domande | CrosScritture

  3. Pingback: I nostri 2 minuti d’amore sulla pelle dei bambini – da Il Pedante su emozioni, sentimenti, ragione e politica | CrosScritture

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...