Il cavallo di Troia della meritocrazia: un approfondimento

Oggi vi propongo una riflessione dal blog “Il Pedante”: qui la versione completa, mentre come sempre e per esercizio critico io riassumo.

Il tema della meritocrazia mi interessa particolarmente, forse anche perché sono figlia della generazione delle prestazioni, della bravura scolastica, del “30 e lode” e “110 e lode” come patente di identità e, davvero, cittadinanza al mondo. Hai diritto a stare al mondo se sei bravo – nessuno te lo dice, ma tutti ti inducono a pensarlo. E se per qualche motivo fallisci? Dev’essere colpa tua, perché non può essere colpa del sistema sociale: è la meritocrazia, eh, semplice!

Ma oggi vorrei sospendere le considerazioni sulle conseguenze psicologiche di questa pressione sociale, e seguire il filo del Pedante, che anzitutto distingue il lavoro, come fonte, chiave, peso per la rivendicazione e il mantenimento di diritti e libertà, dall’assistenzialismo, che crea schiavi. Il reddito di cittadinanza, o di sudditanza come lo ribattezza, rientra decisamente nella seconda sfera.

Basti pensare che nei paesi in cui è presente, il reddito di cittadinanza è subordinato all’accettazione obbligatoria di proposte di lavoro selezionate dagli organi di collocamento – in questo modo ciò che dovrebbe essere un diritto, il lavoro, diviene uno strumento di ricatto nelle mani del potere.

Il punto, leggendo l’articolo, mi diviene chiaro. Prima, nonostante resistenze “a pelle”, pensavo: meglio di niente, e poi è normale che ci siano regole. E invece non è meglio di niente, è peggio di niente: perché questa struttura crea una disposizione sociale, un’abitudine, per la quale il lavoro viene concesso dall’alto, ed è inevitabile che ciò si accompagni a pratiche vessatorie e, questo è importante, senza più alcun freno. Insomma la cosa non si ferma ad una concessione di reddito in cambio di lavoro, qualche controllo, qualche piccola richiesta a cui il “fortunato” deve attenersi: non può essere così. Se fosse così, cioè se i valori, gli intenti alla base del reddito di cittadinanza fossero nobili, egualitari, non ci sarebbe nemmeno bisogno di quest’ultimo: semplicemente, ci sarebbe una società equa, in cui il lavoro è equamente accessibile.

Infatti, l'”istituto reddito di cittadinanza” è regolarmente accompagnato da una filosofia moralistico-meritocratica, e chiaramente vessatoria. No, non così in astratto, ma nella pratica: in Gran Bretagna, ad esempio, sono presenti sanzioni pensantissime per chi viola le regole di questa gran concessione di reddito.

I sussidi sono erogati a condizione che i beneficiari eseguano infallibilmente le istruzioni degli uffici di collocamento e che in caso di violazione, anche minima, degli obblighi comunicati sono applicate sanzioni, cioè sospensioni del sussidio che variano da poche settimane fino a tre anni (!) secondo la gravità.
Nel periodo di sospensione il disoccupato deve comunque continuare ad adempiere a tutti gli altri obblighi previsti per non accumulare ulteriori punizioni.
Le sanzioni sono abnormi, sempre più frequenti e comminate per motivi futili, senza alcun riguardo delle circostanze né soprattutto degli effetti che prevedibilmente produrranno. Si cita ad esempio il caso di un disoccupato che, non essendosi potuto presentare a un colloquio nel giorno della morte improvvisa di sua moglie, è stato sanzionato con una sospensione di sei settimane. […] O ancora, di un cinquantatreenne di Glasgow sospeso per sei settimane per non avere risposto a una telefonata del DWP. Non mancano i casi in cui le violazioni non sono da attribuire alla negligenza degli assistiti ma a disguidi e inefficienze della stessa DWP, un carrozzone la cui “incompetenza è leggendaria”, e dei suoi partner. Così ad esempio un ventenne punito con 23 (!) settimane di sospensione per non avere risposto a una lettera che non gli era mai stata inviata.

E’ importante capire che questa situazione non è frutto di inefficienza, di eccezioni sfortunate: è il preciso risultato di una volont politica.

Ma che senso ha, mi sono chiesta spesso, istituire un simile strumento? Non sarebbe più semplice escludere direttamente emarginati, esodati, portatori di handicap e disoccupati da qualsiasi accesso al reddito? La risposta del Pedante è chiara, e piuttosto inquietante:

Ammesso che i tagli al welfare giovino all’economia di uno Stato – ipotesi mai dimostrata né dimostrabile – e che la penuria di denaro sia un problema economico delle nazioni sviluppate – mentre ne è invece un deliberato strumento politico – la via assistenziale e sanzionatoria appare in realtà preferibile a un doppio livello: di comunicazione verso il pubblico e di vantaggio politico per le classi dominanti.

Il cinismo delle masse, per quanto bene indottrinate nei dogmi bestiali e primitivi della competizione sociale, non è ancora così cinico da accettare che individui menomati alla nascita siano lasciati morire per strada. Un’opzione tanto più raccapricciante per i più utili e inconsapevoli alleati di queste stesse politiche: la sinistra deamicisiana (dickensiana per gli amici inglesi) che vuole la botte piena del mercato globale e la moglie ubriaca di buoni sentimenti.

Come fare? La chiave è sulla bocca di tutti i gonzi e si chiama meritocrazia. Introducendo tranelli burocratici utili solo a trarre in fallo quei disgraziati, li si fa apparire come inadempienti e quindi irriconoscenti, giustificandone così la disgrazia. Ma come! La collettività li vuole aiutare e loro non si impegnano! Gli abbiamo dato una chance e l’hanno sprecata! Ecco: sono loro che non vogliono essere aiutati, quindi se lo meritano. Dimenticando soavemente che lo scopo dell’assistenza sociale è quello di aiutare i bisognosi, non di sostituirsi al dies irae per separare i giusti dai reprobi. E riproducendo una visione che nel colpevolizzare le vittime decolpevolizza gli aguzzini, tipica di ogni pensiero di sterminio: dagli ebrei cristocidi e usurai ai musulmani terroristi, fino alla Grecia i cui bambini muoiono perché i loro genitori avrebbero sperperato gli aiuti generosamente offerti dalle istituzioni internazionali. Una visione doppiamente gradita in quanto anche consolatoria, che offre a chi ancora gode di un precario lumicino di benessere l’illusione di non essere toccato dalla sorte di chi ha perso tutto: a me non può succedere, io rigo dritto e mi impegno, io!

Ma se quello meritocratico è solo un veicolo per estorcere la complicità delle pecore, il fine – inevitabile se non voluto – dell’etica sanzionatoria va misurato in termini di disciplina socialesfruttamento delle classi subalterne. Immaginiamo Audrey, Peter e le altre decine di migliaia di anonimi disoccupati colpiti ogni anno dalle sospensioni disciplinari della DWP. In che modo costoro potrebbero non dico manifestare, ma anche soltanto formulare rivendicazioni per migliorare la propria condizione e pretendere un trattamento più umano? Come può un individuo che deve strisciare per non morire di fame imporre i propri diritti?

Tale è la forza della catena disoccupazione-assistenzialismo-sanzione. Una catena che non sta nell’ordine naturale delle cose ma è il prodotto di lucide decisioni politiche. Una disoccupazione funzionale alla deflazione salariale e un sussidio centellinato e negato così da spingere i disperati che vi si aggrappano, resi impotenti dall’umiliazione e dal terrore, ad accettare qualsiasi condizione.

Riassumendo, il reddito di sudditanza, tramite il cavallo di Troia della meritocrazia, permette:

  1. Di conciliare liberismo e moralismo, anche e soprattutto per la sinistra “moderata”
  2. Di tener buona, in tutti i sensi, la classe media: “io non corro il rischio di finire come un diseredato perché io, a differenza loro, mi do da fare”. Che diventa: se non voglio finire come loro mi devo dar da fare come mi si dice.
  3. Di estromettere dall’orizzonte del pensabile, del tutto, qualsiasi moto di ribellione nelle classi più basse
  4. Di procurarsi, per finire, un esercito di lavoratori privi di coscienza di classe, potenzialmente a costo zero o quasi.

Lo stesso principio negli USA viene esteso anche alla salute: terapie a pagamento per chi non conduce una vita sana (e se muori, pagano gli eredi!); sanzioni agli over 65 che non si sottopongono al vaccino antinfluenzale. E così via per faccende, sottolinea il Pedante, che non sono robetta pratica, il diritto a ristrutturare casa per dire: lavoro, salute, casa sono diritti inalienabili.

Inalienabili: agg. che non possono essere ceduti o revocati a nessuna condizione. Men che meno li si può utilizzare come moneta di scambio o di ricatto per indurre i cittadini a comportarsi in modo virtuoso (?).

I diritti fondamentali sono per tutti, non per chi se li merita.

Dove naturalmente il perimetro della virtù e del merito è tracciato da chi quei diritti può assicurarseli incondizionatamente imponendo così non solo la propria etica ma soprattuttoil proprio interesse: prodotti, prezzi, condizioni di lavoro, livelli salariali, riforme economiche e sociali.

La dottrina della conditionality – culturale prima ancora che politica – mette il debole nelle mani del forte e introduce l’orrore della negoziabilità dei diritti minando un impianto giuridico e civile dei diritti umani che include anche la nostra Costituzione e che nasce dalle ceneri di una guerra per scongiurare le condizioni di altre guerre.

In ciò ci si avvale di una metastasi del pensiero contemporaneo, la meritocrazia, il cui vero premio si svela qui nel suo inganno: non un miglioramento della propria condizione commisurata all’impegno, ma la grazia (temporanea) di evitare il castigo e di non vedersi negare ciò che a nessun essere umano, per nessuna ragione, dovrebbe essere negato.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...