Solitudine: radici e foglie

I.

Ieri un’amica mi ha chiesto se io non mi senta mai sola, a casa mia. In realtà spesso mi prende una specie di ansia ad immaginare la settimana di lavoro, pasti solitari e serate buie…
Poi però:
Lunedì a mezzanotte mi bussano alla finestra due amiche, con birre e cane al seguito, per salutarmi dopo il rientro dalle vacanze;
Martedì vedo l’amica della domanda;
Stasera vado dalla mia bell’amica, e poi assemblea di Cross-point;
Domani reunion dopo cena per organizzare un weekend via;
Venerdì un’altra amica mi ha invitato a uscire…

Ho una gran bella rete di amicizie, e tutte piacevoli!
Ma poi: la mia casetta è anche il mio rifugio, dove scrivo, leggo, ballo, cucino, parlo da sola e pure canto…
Quindi, cos’è quella sensazione fonda e cupa?

“La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice”.
Forse Saramago ha ragione, in parte.
Ma noi non siamo alberi; noi viviamo dinamici in mezzo agli altri, ci spostiamo, si intrecciamo e urtiamo.

La solitudine sarà la distanza fra la nostra foglia e la nostra radice, ma anche fra la foglia altrui e la nostra radice, e viceversa. Bello o brutto che sia, non s’impara ad arrivare alle proprie radici senza l’incrocio con gli altri, senza la “palestra” dei rapporti.

Gli altri, accidenti, sono importanti, non possono non esserlo. E forse (post cacaforse…) ammetterlo e imparare a equilibrare la propria individualità rispetto agli altri è l’unico modo per non isolare la propria foglia dalla propria radice.

…non so perché, ma comunque mi viene in mente Sartre e ho voglia di turpiloquio.

II.

Dopo il mio post cacaforse mi è venuta la curiosità di capire meglio la frase sartriana “l’enfer, c’est les autres”. Beh, le parole di Sartre mostrano quanto profondamente si fraintenda la questione del rapporto identità/altri, e quindi le traduco pure!

” ‘L’inferno sono gli altri’ è stata sempre una frase fraintesa. Si è creduto che io volessi dire, con questo, che i nostri rapporti con gli altri sono sempre avvelenati, che sono sempre rapporti infernali.
E invece io voglio dire tutt’altro. Voglio dire che se i rapporti con gli altri sono distorti, viziati, allora l’altro non può essere che l’inferno.
Perché? Perché gli altri sono, in fondo, quello che c’è di più importante in noi stessi, per la nostra conoscenza di noi stessi. Quando noi pensiamo a noi stessi, quando cerchiamo ci conoscerci, in fondo noi usiamo delle conoscenze che gli altri hanno già riguardo a noi; noi ci giudichiamo con i mezzi che gli altri ci hanno dato per giudicarci.
Qualsiasi cosa io dica su di me, sempre il gudizio altrui ci s’infila. Qualsiasi cosa io senta, riguardo a me, il giudizio altrui ci s’infila.
Questo vuol dire che se i miei rapporti sono pessimi io mi pongo in totale dipendenza dagli altri e allora, in effetti, sono all’inferno […].
Ma questo non vuole affatto dire che non si possano avere differenti rapporti con gli altri; questo sottolinea semplicemente l’importanza capitale di tutti gli altri per ciascuno di noi”.

” «L’enfer c’est les autres » a été toujours mal compris. On a cru que je voulais dire par là que nos rapports avec les autres étaient toujours empoisonnés, que c’était toujours des rapports infernaux. Or, c’est tout autre chose que je veux dire. Je veux dire que si les rapports avec autrui sont tordus, viciés, alors l’autre ne peut être que l’enfer. Pourquoi ? Parce que les autres sont, au fond, ce qu’il y a de plus important en nous-mêmes, pour notre propre connaissance de nous-mêmes. Quand nous pensons sur nous, quand nous essayons de nous connaître, au fond nous usons des connaissances que les autres ont déjà sur nous, nous nous jugeons avec les moyens que les autres ont, nous ont donné, de nous juger. Quoi que je dise sur moi, toujours le jugement d’autrui entre dedans. Quoi que je sente de moi, le jugement d’autrui entre dedans. Ce qui veut dire que, si mes rapports sont mauvais, je me mets dans la totale dépendance d’autrui et alors, en effet, je suis en enfer.[…] Mais cela ne veut nullement dire qu’on ne puisse avoir d’autres rapports avec les autres, ça marque simplement l’importance capitale de tous les autres pour chacun de nous”.

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