Migliorare sì, ma delicatamente!

Anni fa una cara amica mi disse che una delle mie doti più rare era la ferma volontà di analizzare, capire le situazioni per spingere gli altri (e me stessa) a diventare migliori – rompendo anche un po’ i coglioni, è chiaro.

Anni dopo (contrasti, dolori, fallimenti, esperienze dopo), le cose sono cambiate per metà.

Ho capito che sminuzzando a volte si distrugge, che rimuginando ci si macera anche su sentieri vuoti o nocivi, che le parole possono bruciare la realtà – eppure la consapevolezza della difficoltà, del rischio di una simile attitudine, e della mia fragilità a reggerla, mi rende solo più prudente.

Comunque, non posso fare a meno di scavare, cercare metafore, trovare strade e rimandi.

E anche lo scopo è cambiato a metà: chi, avendo fatto solo qualche chilometro di vita, può avere la presunzione di tenere in tasca cosa è migliore o peggiore, e per tutti, e per tutti i momenti?

Ora l’unica, flebile, ma necessaria speranza che ho, è trovare i passi per stare con gli altri con meno dolore possibile, tradendo il meno possibile noi e gli altri. Non è più un traguardo che cerco, ma un’ipotesi di sintonia, di pratiche di rispetto e riguardo, di attenzione agli altri e all’altro in noi.

Anche perché l’alternativa è l’eremo, e per quanto detesti e tema certi rischi, dolori, tradimenti inevitabili nei rapporti, c’è troppo di inestimabile negli altri per rinunciare.

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