Stato-nazionale: playing field dei diritti? Continuando a riflettere su migrazioni, frontiere, diritti.

Continuando a riflettere sulle trappole che il concetto di frontiera può contenere, mi sono imbattuta in questo working paper dell’economista Sergio Cesaratto: “Fra Marx e List: sinistra e solidarietà internazionale”. Si parla del ruolo dello Stato nelle lotte per i diritti.

Non mi sento certo in grado di prendere una posizione definita, o di dirmi del tutto d’accordo con questo contributo; anzi, è proprio per formarmi una visione il più possibile indipendente e fondata che sto leggendo e considerando molte riflessioni, andandole a cercare anche e soprattutto negli ambiti, come quello economico, dove ho meno basi.

Questo breve lavoro però mi sembra contenga molti spunti interessanti, e allora, come faccio spesso, riporto qui i flash concettuali che personalmente mi sono parsi più utili e illuminanti.

Come sempre, meglio leggere tutto; ma piuttosto che niente, meglio piuttosto!

La teoria marxista e gli ideali del socialismo ci portano verso un giudizio piuttosto liquidatorio, sia storico che politico, dell’idea di nazione. La problematica nazionale pur tuttavia testardamente continua a riemergere. Vengono qui presentate alcune riflessioni […] solamente volte a porre alcuni termini di un dibattito che è molto attuale in una fase in cui la sinistra italiana guarda con sospetto alle critiche di “eccesso di europeismo” e di mancata valorizzazione degli interessi nazionali nelle scelte politiche prevalenti.
Ça va sans dire che tali interessi nazionali non vanno assolutamente confusi con ideali di sopraffazione di altri paesi: siamo qui interessati al nazionalismo economico come spazio di democrazia sociale, non ad altri

Com’è noto List contrappone l’economia politica o nazionale all’economia cosmopolitica o universale. La prima muove “dal concetto e dalla natura della nazionalità, e insegna come una determinata nazione, nelle attuali condizioni mondiali e nelle sue speciali condizioni nazionali, può mantenere e migliorare le sue condizioni economiche”; mentre la seconda (definita la “scuola”) “parte dal presupposto che tutte le nazioni del mondo formino un’unica società, vivente in un regime di pace perpetua”.
Per List la seconda condizione è idealmente desiderabile, ma la scuola confonde “come effettivamente esistente uno stato di cose che ancora deve realizzarsi”. Infatti “nelle attuali condizioni mondiali, la libertà commerciale universale non porterebbe ad una repubblica universale, ma all’universale soggezione delle nazioni meno progredite alla supremazia della potenza preponderante nell’industria, nel commercio e nella navigazione”.
List considera dunque la teoria di Smith dei vantaggi del libero commercio internazionale un “regresso …per gettare polvere negli occhi alle altre nazioni in vantaggio dell’Inghilterra”, un “cavallo di Troia …per indurci ad abbattere con le nostre stesse mani le mura che ci proteggono”

La concezione di Adam Smith – il campione della scuola a cui List si contrappone – secondo cui la società è la somma degli interessi individuali, regolati dalla mano invisibile della concorrenza, è per List assolutamente limitativa: “E’ forse nella natura dell’individuo – egli si domanda – preoccuparsi dei bisogni delle generazioni future, come fanno invece per natura la nazione e lo stato?”. Caratteristica del mio sistema, scrive List, “è di essere un edificio basato sull’idea di nazione come intermediaria fra individuo e umanità”.

Le concezioni di List apparirono a Marx come mere mistificazioni ideologiche, falsa coscienza, al pari della religione, o al massimo ideologie volte a mascherare gli interessi della borghesia tedesca. […] Chiaramente Marx ritiene che Smith stia mettendo in luce l’aspetto cosmopolita e liberatorio del capitalismo globale che attraverso il libero commercio si diffonde e impone le sue leggi, ed attraverso questo getta i semi – il conflitto di classe – della sua dissoluzione.
Sebbene vantaggioso per l’Inghilterra, questo paese è il tramite attraverso cui la forza devastante ma rinnovatrice del capitalismo si fa strada. Il nazionalismo col suo tentativo di cooptare le classi lavoratrici attorno a obiettivi particolari costituirebbe dunque un rallentamento del processo di liberazione dell’umanità. Marx vede dunque nell’individualismo smithiano una lettura materialista del capitalismo di cui, evidentemente, la ricerca del massimo profitto individuale è l’essenza. Ma, secondo Marx, invece di contrastare questa sostanza del capitalismo, List si limiterebbe a contestare la sua espressione teorica in Smith. […]
E’ chiaro che da un punto di vista metodologico sia List che Marx sono critici dell’individualismo smithiano come elemento costitutivo dell’analisi politico-sociale, l’idea che si possa capire la società muovendo dalla considerazione dell’individuo isolato. Ma mentre per List l’elemento sociale a cui l’individuo fa naturalmente riferimento è la nazione, per Marx è la classe.
Per Marx, tuttavia, che gli economisti classici abbiano enfatizzato l’elemento individualistico (le “robinsonate”) non solo dei capitalisti, in perenne lotta fra loro, ma anche dei singoli lavoratori che si presentano in un certo senso nudi e isolati nel mercato del lavoro, non è un peccato, neppure veniale, in quanto mette in luce la cruda spoliazione che il capitalismo fa dei precedenti legami sociali, religiosi o feudali. Marx imputa a List di non aver compreso questa natura del capitalismo – che a loro modo Smith e Ricardo avevano invece inteso sebbene si debba andare oltre la loro analisi nello smascherare il carattere puramente formale dell’uguaglianza degli individui nel mercato. List presterebbe invece il destro a giustificare questa uguaglianza formale in nome di una comune appartenenza nazionale che il capitalismo e la crudeltà del libero commercio, e a modo loro Smith e Ricardo, si erano appunto incaricati di spazzar via come falsa coscienza. […]
Per Marx, dunque, il luogo in cui si fa la storia è quello del conflitto fra le classi sociali, e tale conflitto è sovranazionale in quanto né gli interessi del capitale né quelli del lavoro hanno una dimensione nazionale. Di qui i famosi passi in cui Marx, tre anni più tardi, si esprime a difesa del commercio internazionale. Dopo aver spezzato una lancia a giustificazione del protezionismo come mezzo per creare una industria su larga scala, Marx (1948) si lancia nei passi finali del discorso a favore del libero commercio individuando nel protezionismo un rallentamento al pieno disvelarsi della crudeltà del capitalismo.

“Marx si affida all’idea che la forza liberatrice del capitalismo si sarebbe diffusa dall’Inghilterra ai paesi in ritardo economico senza la necessità per questi ultimi di ripercorrere tutte le tappe dello sviluppo capitalistico. Per Marx non è necessario che tutti i paesi raggiungano un medesimo grado di sviluppo perché il conflitto fra lavoro e capitali si dispieghi; evidentemente ritiene che esista una solidarietà potenziale della classe operaia dei centri nevralgici del capitalismo verso i lavoratori della “periferia” – se non deviata, appunto, da sordità nazionalistiche.
“We German bourgeois do not want to be exploited by the English bourgeois in the way that you German proletarians are exploited by us and that we exploit one another.  We do not want to subject ourselves to the same laws of exchange value as those to which we subject you. We do not want any longer to recognise outside the country the economic laws which we recognise inside the country. […]
However much the individual bourgeois fights against the others, as a class the bourgeois have a common interest, and this community of interest, which is directed against the proletariat inside the country, is directed against the bourgeois of other nations outside the country. This the bourgeois calls his nationality. […]
The nationality of the worker is neither French, nor English, nor German, it is labour, free slavery, self-huckstering. His government is neither French, nor English, nor German, it is capital. His native air is neither French, nor German, nor English, it is factory air.”

In via ideale Marx non ha torto. La critica che gli si può forse muovere è di sopravvalutare la spinta emancipatrice globale che poteva provenire da una singola classe operaia vittoriosa – tanto più se nel suo cammino tale classe lavoratrice finisce per cedere alle lusinghe del proprio capitalismo nel condividere almeno parte dei frutti della posizione di leadership economica. 

Una prospettiva più concreta appare invece quella di guardare con favore allo sviluppo capitalistico nazionale, e dunque delle classi operaie nazionali, nel maggior numero possibile di paesi, e su questa base porre in termini più solidi la questione dell’internazionalismo della classe lavoratrice.

Marx sottovaluta il ruolo dello Stato nello sviluppo economico che è invece il tema decisivo per List. Per quest’ultimo lo Stato è l’unico organismo in grado di mobilitare le risorse necessarie allo sviluppo economico nei paesi in ritardo.
Per List l’individualismo e il libero commercio smithiani sono argomenti pretestuosi a vantaggio dell’Inghilterra. Per Marx sono invece indicativi della forza selvaggia, ma liberatrice, del capitalismo. E’ come se Marx fosse caduto nella trappola tesagli da Adam Smith. Alla luce della storia economica, anche della recente affermazione del capitalismo globale in particolare in Asia, si vede infatti come il nazionalismo economico sia stato necessario proprio per l’affermazione di quel capitalismo globale che Marx vede come forza potenzialmente liberatrice”.

“Marx sembra vedere poco il ruolo che lo Stato-nazionale svolge come il playing field più prossimo con riguardo al controllo e distribuzione di potere e risorse sia fra le classi sociali, all’interno, che nei confronti di altre etnie o Stati nazionali.
Il cammino di emancipazione della classe lavoratrice non può dunque che cominciare nel farsi Stato della loro unità di aggregazione più prossima, costituita dalla comunità etnica di appartenenza intesa come un’aggregazione di individui che insiste su un ammontare di risorse.
L’appartenenza alla nazione non esclude l’esistenza di un conflitto distributivo al suo interno, anzi in un certo senso lo presuppone.

I termini Stato, nazione, Stato nazionale, etnia, ecc. sono tutti di difficile definizione, così come lo è la loro relazione reciproca, e si sono certamente evoluti storicamente. Al riguardo, l’identificazione dello Stato moderno come una mera entità politico-istituzionale che si impone su un insieme di individui o popoli per il mero monopolio della forza, legge e imposizione fiscale sembra un po’ svuotarlo dal necessario consenso – o senso di appartenenza a una nazione – da parte delle popolazioni che gli sono sottomesse, oltre che dell’obiettivo storico dello sviluppo nazionale che esso si è spesso assegnato. […]
Può aiutarci pensare a Stato, nazione ed etnia come termini che si evolvono dialetticamente: le etnie tendono a organizzarsi in nazioni e Stati nazionali; gli Stati, a loro volta, soggiogano altre etnie geograficamente contigue e in molti casi le omogeneizzano. Quindi Stati, nazioni ed etnie si evolvono dialetticamente come cellule che crescono, talvolta si fondono e altre volte si dividono.
Quello che credo qui interessi è il moderno concetto di Stato come entità che è almeno in qualche misura riconosciuta come legittima dai suoi membri. Questi ultimi possono appartenere anche a etnie differenti e certamente apparterranno a differenti classi sociali, genere e generazioni, ecc.
La legittimità dello Stato deriva dal fatto che essogarantisce diritti civili e sociali tendenzialmente omogenei indipendentemente dal gruppo (etnico, sociale, demografico, ecc.) di appartenenza e rende anche contendibile con mezzi relativamente pacifici l’assegnazione di tali diritti. […]

Per ciò che ci interessa è dunque rilevante sottolineare come uno Stato moderno è quello che consente il processo democratico inteso come contendibilità dei diritti civili e sociali da parte di diversi gruppi sociali (classi, etnie, genere, generazioni). Un moderno Stato democratico è il playing field del conflitto distributivo. […] In questa chiave si può dunque concludere che sebbene gli interessi della classe lavoratrice per la giustizia sociale non coincidano necessariamente con gli “interessi della nazione” – tanto meno in contrapposizione a quelli di un’altra nazione -, lo Stato nazionale costituisce il playing field in cui si articola la battaglia per la giustizia ed in questo senso l’autonomia nazionale è un obiettivo per la classe lavoratrice.
Ma può esistere anche un interesse sovranazionale, un playing field globale? Vi possono certamente essere notevoli convergenze fra governi progressisti, basti pensare al Keynesismo internazionale (che è una necessità per la crescita comune), ma la sinistra dovrebbe essere gelosa della garanzia ai singoli popoli che solo può provenire dalla perdurante esistenza di Stati nazionali sovrani.

“Mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti l’attacco alle conquiste del lavoro dipendente e alle sue condizioni materiali di vita è avvenuto apertamente e frontalmente tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, nell’Europa continentale esso si è sviluppato in modo più graduale e indiretto, passando per il progressivo svuotamento delle sovranità nazionali“.
In questo modo alle classi lavoratrici nazionali è stato sottratto il playing field: “riformismo e socialdemocrazia sono inconcepibili se alla forza del denaro non può essere contrapposta quella dello Stato – dunque se viene meno la sovranità dello Stato-nazione in campo economico ed essa non è sostituita da nuove forme di potere politico sovranazionale, capaci di regolare i processi produttivi e distributivi. Questo è proprio quello che è avvenuto con la costituzione dell’Unione Europea e dell’Eurosistema al suo interno.
Le classi lavoratrici sono state dunque private della possibilità di condizionare le leve produttive e distributive nazionali e in particolare la politica monetaria che è tratto decisivo della sovranità nazionale in quanto da essa dipende il potere ultimo di spesa dello Stato e la possibilità di regolare i rapporti di cambio con le altre monete. In tal modo non solo la democrazia economica interna ne esce mortificata, ma si trova anche ad essere alla mercé di interessi nazionali stranieri. Questo è naturalmente dovuto al fatto che nessun processo di unificazione politica e di connessa centralizzazione dell’intera politica economica – finalizzata al sostegno della crescita dell’Unione nel suo complesso e al contenimento delle diseguaglianze al suo interno – ha accompagnato, compensandola, la perdita di sovranità subita da ciascuno Stato membro

Non sorprende dunque la crisi della democrazia che alcuni paesi europei vivono, intesa come senso di impotenza che la politica trasmette ai propri cittadini. Questo senso di impotenza nulla ha a che vedere (se non in superficie) con scandali e ruberie, ma con l’impossibilità dei politici democraticamente eletti di poter seriamente affrontare i grandi problemi, anche se lo volessero, una volta privi degli strumenti sovrani per farlo. Ecco l’origine dell’anti-politica.
Conclude Pivetti: “Supponiamo allora che in un contesto così poco promettente vi sia un paese intenzionato, o costretto, a fare i conti con gravi problemi di coesione sociale e/o territoriale. Non mi sembra che tale paese avrebbe oggi un’alternativa credibile rispetto a quella di cercare di recuperare la propria sovranità in campo economico e, con essa, la capacità di contenere le divisioni sociali e territoriali esistenti al suo interno. […] Il problema è che da parte della sinistra e dei sindacati dei lavoratori non vi è stata in Italia nel corso degli ultimi trent’anni alcuna riflessione sul processo di ridimensionamento dei poteri dello Stato-nazione nel controllo dell’attività economica come possibile base di un processo di crisi della nostra unità nazionale. Nella sinistra continua a prevalere l’idea che non vi sia alcuna alternativa al continuare ad assumere fino in fondo l’orizzonte politico dell’Europa, coûte que coûte. Si ragiona come se l’influenza esercitata nell’ultimo trentennio da monetarismo e neoliberismo sul progetto d’integrazione europeo potrebbe dopo tutto finire per dissolversi; dall’Europa dei vincoli si potrebbe finire per passare all’Europa della crescita, e l’integrazione monetaria potrebbe dopo tutto finire per tradursi effettivamente in vera e propria integrazione politica. Eppure, i continui allargamenti dei ‘confini europei’ dovrebbero aver reso a tutti evidente come quello dell’unificazione politica sia sempre stato solo uno specchietto per le allodole, avente lo scopo di facilitare l’accettazione da parte dei popoli europei degli svantaggi derivanti dalla rinuncia alla sovranità monetaria e a buona parte di quella fiscale da parte dei rispettivi governi. E poi la reazione dei governi alla crisi economico-finanziaria ha reso evidente che perfino un semplice coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio, finalizzato alla difesa dei redditi e dell’occupazione, è di fatto fuori gioco in Europa”.

Con riferimento all’Unione Monetaria Europea, osserva al riguardo Bagnai (2014: 248) raccogliendo un suggerimento di Mimmo Porcaro: “L’euro è strumento di lotta di classe nelle mani del capitale finanziario soprattutto perché contribuisce in modo subdolo a frazionare i lavoratori ‘europei’ in tanti sottoproletariati nazionali l’un contro l’altro armati”.

Eppure sostenitori “di sinistra” dell’europeismo monetario sopravvivono si ritrovano in (rari) economisti “eterodossi” secondo i quali: “Più facile, senz’altro, sognare il mondo di ieri: il discorso della svalutazione dentro un ritorno all’economia nazionale. Quello di cui vi sarebbe bisogno sono piuttosto lotte coordinate e proposte politiche uniche della sinistra su scala europea” (Bellofiore e Garibaldo 2013).
“Lotte transazionali” dunque. A me sembra che tale volonteroso internazionalismo pan-europeo faccia sia non dissimile all’europeismo volenteroso di alcuni economisti vicini al PD: entrambi utopistici e forse pericolosi proprio in quanto disconoscono il ruolo di tutela degli spazi democratici costituito dalla piena sovranità nazionale”

N.B.: l’immagine che apre l’articolo nella home proviene dal MUSIL, il Museo dell’Industria e del lavoro di Brescia. Fa parte di un archivio di illustrazioni della Repubblica Sociale Italiana – immagino volesse far credere che il comunismo finisse per sottomettere tutti i lavoratori, piuttosto che liberarli. Ovviamente, l’ho scelta invece perché venga letta nel contesto della discussione, e come rappresentazione del dubbio che l’attraversa: i diritti delle classi oppresse stanno saltando prima di tutto perché è saltato il piano d’azione degli Stati nazionali?

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