Restiamo umani, restiamolo intelligentemente – Ancora su profughi, Germania e strumentalizzazione pericolosa dei buoni sentimenti

Le immagini dell’arrivo dei profughi in Germania hanno colpito tutti. Non so a quanti, però, sia salito parallelo alla commozione anche un certo sentore, un “hm hm” di fastidioso sospetto. E tutti quegli uomini e donne, ragazzi e ragazze così altruisti, impegnati nel trasbordo dei migranti da un Paese all’altro, a proprie spese e a proprio rischio…come possono non essere qualcosa di importante, di positivo e umano? Un cambiamento, comunque sia, rispetto al razzismo di Stato, alla xenofobia più bestiale.

Beh, dopo molti scambi, e riflessioni, e letture, in questi giorni mi ritrovo a pensare che sarebbe bello fosse così. Sarebbe bello se un atto dettato dall’empatia, da una profonda vicinanza, dalla sete di giustizia, potesse essere solo un atto puro, e io mi potessi dire: sto spingendo, con la mia azione, nella direzione giusta. Giusta per forza, senza ombra di dubbio, perché fatta per aiutare persone in stato di bisogno, persone ovviamente degne quanto me di pace, sicurezza, possibilità.

Il problema è che la realtà non si costruisce solo coi principi o i sentimenti, che sono un’insostituibile “carburante” e un altrettanto insostituibile canale di realizzazione – insomma, senza la spinta empatica, ma anche senza la capacità di relazionarsi con gli altri, di parlare, condividere, mettere in moto, niente si concretizzerebbe. La realtà, però, è fatta prima di tutto da ciò che c’è in questo momento, dalle forze in campo, dalle trappole di cui è disseminato il terreno – non studiare, non conoscere questo terreno aumenta esponenzialmente il rischio che, convinti di fare la nostra strada di trasformazione, finiamo per costruire quella di qualcun’altro, e non arrivare per nulla alla realtà che avremmo voluto.

Ciò che io voglio è una società più equilibrata, dove nessuno sia costretto a smaniare per sopravvivere o realizzarsi; dove le differenze trovino buono spazio di espressione, e i conflitti abbiano un terreno ottimale per prodursi, produrre riflessione e spunti e movimenti. Penso però che per avvicinarsi a qualcosa di simile serva una strategia molto attenta, che parta dall’analisi dell’esistente e ci scolli di dosso, il più possibile, ogni manipolazione e inganno. Perché non so voi, ma io non voglio essere usata per costruire strade apparentemente belle e buone, che in realtà portano solo al meglio per pochi, e al peggio per tutti gli altri.

In questo tentativo di comprensione, oggi mi sono imbattuta nell’articolo del Collettivo Militant e nell’intervista a Vladimiro Giaché, di cui riporto un estratto. Buona lettura, buona analisi; restiamo umani, restiamolo intelligentemente (i grassetti nell’articolo sono miei).

La questione migranti può essere affrontata nei modi più disparati, ma tutti a loro modo fruttuosi per la politica europeista. Lungi dal costituire un “problema”, i migranti sono lo strumento perfetto per aggregare consensi o dissensi, a seconda dei casi. Possono consolidare una leadership o, all’inverso, essere utilizzati per combattere la linea politica avversa. E’ la manna dal cielo per le difficoltà in cui spasima la politica continentale, l’elisir di lunga vita che consente ai governi (e ai media dipendenti) di spostare l’attenzione dai problemi reali a quelli indotti, mentre al tempo stesso alimenta il consenso delle opposizioni populiste e/o direttamente razziste. Oltretutto, da che mondo è mondo, i migranti fruttano anche e soprattutto economicamente. Insomma, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli. In effetti, gli attuali flussi migratori sono stati proprio inventati, nel senso letterale del termine, con un ventennio di bombardamenti in giro per il medioriente, di regime change, di guerre umanitarie, di ingerenze esterne. […]

Nel giro di qualche giorno, la Germania si è trasformata da “Stato canaglia”, inviso agli spiriti umanitari in sofferenza per la Grecia, a Stato illuminato, progressista, in linea con l’umanitarismo cattolico e la solidarietà internazionale. Un capitale di consenso veicolato dalle più bizzarre interpretazioni mediatiche, che descrivono in questi giorni la Germania come faro della civiltà europea. Comprendere perché la Germania abbia apparentemente aperto il suo territorio ai migranti, capire perché solo essa abbia attuato tale cambio di passo e non invece altri paesi, e perché solo per alcuni migranti e altri no, costituisce il problema che dovremmo affrontare in qualche modo. […]

i numeri (alcuni di essi rintracciabili qui e qui) descrivono una situazione alquanto diversa dall’invasione raccontata dai media e cavalcata dalla politica. Ma come spiegare politicamente l’inversione di tendenza tedesca di fronte al problema migranti? Qui la questione si fa più delicata […], ma qualche riflessione si può comunque tentare. Da diversi anni la Germania ha assunto per il continente europeo il ruolo che gli Stati Uniti hanno svolto (e ancora svolgono), lungo tutto il corso del Novecento su scala globale. Un territorio dalla crescita costante, bisognoso di mano d’opera e in fase di spopolamento (o, nel caso statunitense, notevolmente sotto-popolato). La Germania attira mano d’opera, qualificata e no, svuotando le competenze dei paesi più o meno limitrofi. La mano d’opera può essere sia qualificata (la “fuga dei cervelli”), sia sotto-qualificata, sfruttata per mantenere basso il costo del lavoro fungendo da strumento per la compressione dei salari. Proprio nella struttura produttiva tedesca si possono individuare le cause del suo assorbimento dei flussi migratori. Nonostante la costante crescita economica, la popolazione lavoratrice tedesca rimane tra le più povere dell’Europa “ricca”, con una domanda interna bloccata da un decennio abbondante. L’economia tedesca fonda la propria struttura sull’export, basato su un livello di produttività interna che riesce a reggere i livelli dei paesi asiatici. Tutto questo è possibile solo grazie ad una politica di compressione dei salari, politica possibile grazie all’enorme quantità di migranti disposti a lavori sottopagati e/o sottoqualificati. A differenza degli altri paesi simili (Francia, Spagna, Italia, Inghilterra), in Germania c’è carenza di mano d’opera, perché il suo livello di produttività impone una costante massa di “sottosalariati” che mantengano basso il livello medio dei salari in funzione del livello di produttività.

Questi i dati di fatto. Per comprendere meglio lo scenario politico di questi ultimi giorni abbiamo chiesto a Vladimiro Giacchè, fra le altre cose anche importante studioso delle questioni tedesche, un’opinione in merito all’apparente cambio nella politica tedesca sui migranti. Una riflessione importante, che contribuisce in maniera decisiva alla comprensione del fenomeno migratorio e alle differenti scelte politiche dei governi occidentali. Queste le sue parole.

V.G.: “Il cambiamento è evidente, siamo di fronte a un’inversione di marcia rispetto a pochi mesi fa. Fino ad agosto la CDU ha di fatto sostenuto, giustificato con affermazioni abbastanza ambigue e in altri casi in maniera più esplicita, le proteste contro l’accoglimento dei rifugiati, non di rado promosse da gruppi neonazisti. Segnalo che ad agosto sia nei Lander orientali sia in zone molto ricche della Germania, quali la Baviera e il Wurttemberg , si sono registrati diversi episodi di assalti a ostelli di rifugiati. Questi avvenimenti sono stati in larga parte ignorati dalla grande stampa tedesca, fatta eccezione per i giornali di sinistra.  Recentemente sull’onda dell’indignazione per la famosa foto del bambino siriano morto su una spiaggia, c’è stato un repentino cambiamento di posizione. Questo mutamento ha motivazioni economiche e politiche. Una motivazione economica è molto semplice, e stranamente non l’ho vista molto considerata: la Germania è il paese più anziano del mondo. Si contende questo primato con il Giappone, cioè ha un tasso demografico che non consente la sostituzione della popolazione attuale.

Questo crea problemi di sostenibilità del bilancio pubblico e per il sistema pensionistico in particolare. Di fatto l’immigrazione, soprattutto di manodopera qualificata, come nel caso specifico, dove gran parte dei rifugiati siriani hanno una scolarità media molto elevata, è in realtà un beneficio economico per la Germania. […]

C’è anche una motivazione politica, che sta nel recupero dell’immagine della Germania, che usciva malissimo dalla vicenda greca, in cui ha fatto la parte del cattivo in Europa. In larga parte dell’opinione pubblica di molti paesi europei, per ragioni diverse, non è ben vista. Questo è un punto molto importante della scelta politica che sta al fondo del mutamento. C’è anche una demarcazione, sicuramente, rispetto a Francia e Inghilterra, paesi che sono stati molto meno disponibili e lo sono tuttora ad accogliere profughi e che sono tra i principali responsabili di questi stessi profughi. […] La mossa tedesca contiene una dose di ipocrisia notevole che noi dovremmo mettere in rilievo, senza pensare a improbabili conversioni della Germania oppure dimostrazioni che i tedeschi non sono poi così cattivi, come vedo pensare nella nostra sinistra. Perchè i tedeschi non sono nè cattivi nè buoni, hanno semplicemente una classe dirigente che fa costantemente gli interessi della grande finanza e della grande industria di quel paese, a scapito di quelli dei lavoratori del paese.

Va anche detto che tra i responsabili della tragedia siriana e libica la Germania ha sicuramente responsabilità minori di Francia e Inghilterra, ma ha pesantissime responsabilità in quanto grande esportatrice di armi verso tutti i paesi dell’area mediorientale, a cominciare dall’Arabia Saudita verso le varie parti in conflitto. […] Ha responsabilità, in prima linea superiori ad altri, nella destabilizzazione dell’Ucraina, ma anche per quanto riguarda il Medio Oriente non è esente da colpe e coinvolgimenti. […] Questa è l’origine dei rifugiati, che non sono più migranti, ma rifugiati, gente che scappa dalle bombe dalla guerra. In sostanza, l’Occidente ha distrutto un paese che è la Libia, sta distruggendo un altro paese che è la Siria. I risultati sono questi. Allora è importante farsi carico di questi  risultati, ma come sa chiunque abbia un minimo di impostazione materialistica, tu devi impedire alla radice che questo avvenga e se questo avviene è per una precisa e predominante responsabilità dei paesi occidentali e in particolare di quei paesi che si raccolgono nella Nato. […]

In sintesi il beneficio economico per la Germania  è innegabile da questa vicenda dell’accoglimento dei rifugiati. Da ciò ne consegue anche una pressione sulla forza lavoro interna, perchè è evidente che questa massa di rifugiati accetta condizioni di lavoro peggiori dei lavoratori tedeschi e contribuisce a mantenere  la vergogna del fatto che in uno dei paesi a maggiore produttività del lavoro i salari sono fermi da quindici anni.

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