Dal BresciaOggi, Roberto Bianchi: “Andavamo al Carmine”

Tutte le volte che ci passo… Tutte le volte che ci passo sento il cuore stringersi, perché alla mia età i cambiamenti non ti piacciono e servono solo a farti capire che un po’ alla volta stai andando via. Tutte le volte che ci passo, e ormai sono sempre di meno, mi parlo come un Céline che abbia bevuto troppo, e straparli. Soltanto le sue parole di cartavetro, messe in fila da un ritmo spigoloso che spintona, riescono a scaraventare fuori la rabbia che fino a poco prima cercava una via d’uscita . Così sbollisce senza fare danni, dopo che me ne sono tornato a casa Forse sarà anche l’invidia, ma quando li vedo ‘sti giovanotti col bicchierone colorato in mano e tanti soldi nelle tasche dei loro vestiti stretti e corti, mi arrabbio.

Sembrano impavidi re della notte, conquistatori di territori accidentati e pericolosi, ma questi posti sono stati ripuliti proprio per consentire a loro di parcheggiarsi qui , in luoghi asettici e simili agli altri che si trovano ovunque. Sono ormai diventati un prodotto caratteristico perfezionato per un target definito mediante criteri comuni a mille altre città occidentali. E il target è fatto da gente temprata da Facebook e armata di smartphone con gli schermi psichedelici. Per questo non sono più né accidentati, né pericolosi; non sono più nemmeno territori . I ragazzi che li battono sono il risultato del tempo trascorso da quando avevo la loro età e migravo spesso in questi luoghi anch’io, ma erano luoghi diversi, allora, e io vi cercavo emozioni, pericolo e disagio. In attesa di cambiare il mondo. Ho aspettato troppo. E sono diventato il padre di questi ragazzi.
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Fino a trent’anni fa questi erano posti puzzolenti di avanzi. Di cibo andato a male. Vomitato. Sbattuto via. Di vino loffio. Di piscio. Di rifiuti di umanità. Di uomini dimenticati e donne tollerate a malapena. Gente dal fascino sinistro, lo sguardo in bilico, l’esistenza sincopata. Gente equivoca che costituiva la polvere sotto il tappeto di una città perbene. Un tappeto che lambiva la Loggia. E questi trentenni di oggi col cazzo che ci sarebbero venuti, una volta calata l’oscurità. Nemmeno in fotografia, se il Carmine fosse ancora com’era.
Allora il Carmine certamente non era come un albero di Natale dentro ad un centro commerciale. Non era un richiamo obbligato a superare, in quanto a luminosità, l’ambiente in cui era stato collocato. Non era sguaiato per catturare un pò d’attenzione. Al contrario. Un’umanità varia ci svolgeva la propria vita più sottotraccia possibile. Si vociferava addirittura che ci fosse un’intera rete di collegamenti nascosti – fra cortili e scantinati – che univa il quartiere da un capo all’altro. Realizzata per consentire la fuga indisturbata di chi di attenzioni ne avesse provocate anche troppe. Nelle forze dell’ordine. Leggende metropolitane per aggiungere un po’ di fama sinistra al luogo che storicamente ha sempre ospitato la malavita bresciana. Per dire: a Napoli, Forcella. A Milano, il Giambellino. A Brescia, il Carmine. Prima che nascessero i ghetti suburbani di Casazza e San Polo nuova.
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Al Carmine c’era davvero l’oscurità, quando calava la sera. Era un po’ come certi negozietti del passato – ce n’erano anche lì, infatti -, in perenne penombra e dagli scaffali polverosi, dove la merce era poca e di scarsa qualità, oltre che di dubbia provenienza. Negozi per clienti abituali che sapevano in quale angolo mettere le mani per trovare ciò che cercavano. Allora Brescia era ancora definita da un detto antico «cità de campane, funtane e putane», come bene ci aveva ricordato negli anni ‘70 il reportage del fotografo nostrano – in realtà era un artista poliedrico, nato pittore – Danilo Allegri. “Campane“, perchè Brescia ha sempre avuto in numero molto elevato di chiese: gente laboriosa e cattolica, la nostra. Anche le “funtane“, pubbliche e private, erano disseminate un po’ ovunque per il centro storico. Le “putane“ invece erano concentrate al Carmine e nella sua appendice, detta per questo el Carminì, costituita dalle traverse che da via Dante sfociano in corso Mameli e, attraverso via delle Battaglie o contrada San Giovanni, nel Carmine si riversano come affluenti. Fontane e campane ci sono ancora: gli oggetti senz’anima sopravvivono al tempo ed agli uomini. Le puttane, quelle che conoscono il dialetto intendo, sono quasi del tutto scomparse. Come le lucciole. Gli usi e i costumi della nuova civiltà le hanno quasi del tutto estinte. Le poche che resistono appaiono isolate anche nel loro ambiente, in una specie di solitudine sociale. Non ci sono più i loro bar. Né le loro sedie sgangherate per strada. Gli schiamazzi e i colori. Le pettinature impossibili ed i vestiti sgargianti. I loro uomini. Sono poche, e a malapena tollerate. Ed è una speciale tristezza che non va mai via ad accompagnarle mentre battono la strada. È questione di tempo. Presto anche le ultime smetteranno. Questione d’età. E dopo, sarà finita un’epoca.
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Ti lasciavi piazza Loggia alle spalle. Attraversavi largo Formentone ed eccoti in San Faustino. Il confine era invisibile eppure ti accorgevi di averlo varcato. Infatti al di qua era una cosa, al di là tutt’altra. Succede con i confini. E con i limiti. Procedendo verso nord ti trovavi sia a sinistra che a destra qualche traversa. Poi, a sinistra, si apriva via Elia Capriolo. Allo stesso modo della porta rossa che apre e chiude la Chinatown di Londra, qui era una sala cinematografica che ti informava su dove ti stessi addentrando. Adesso ci hanno fatto gli uffici della Questura, ma allora era un cinema, il «Moderno». Nel quartiere ce n’erano ben tre, di sale. Il «Moderno» era diventato un cinema a luci rosse per cercare di salvarsi. Già l’ aspetto esterno era fatto della stessa decadenza che distingueva tutta l’area. Dentro era persino peggio, di uno squallore didascalico che ne ostentava la natura prevalente : quella di zona franca per incontri occasionali, una specie di dark room ante litteram. C’era, infatti, un notevole via vai nei cessi dalle porte che cigolavano e che erano prive di chiavi o serrature che permettessero di essere chiuse per davvero. C’erano velluti consunti. Luci talmente fioche da essere del tutto inutili. Sui pavimenti dei cessi c’era sempre una quantità spropositata di carta igienica ormai imbevuta e puzzolente. Sulle porte e sui muri graffiti osceni e numeri di telefono: l’elenco dei servizi che quegli speciali utenti della Sip potevano riservare. I film in proiezione erano solo un pretesto. Un sottofondo di immagini. Scosse di luce improvvise. Suggerimenti. L’aperitivo di rigore prima di una scorpacciata pantagruelica.
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Poco più avanti c’era un’osteria di infimo ordine, «L’aquila nera». Era il gradino immediatamente precedente all’ubriacarsi per strada succhiando vino pessimo da un cartone di tetrapack. L’ultima fermata per gli ubriaconi in procinto diventare junkies. Le tabelle dei giochi proibiti erano esposte vicino ai cartelli che invitavano a non bestemmiare e che proibivano di sputare per terra. Erano unti e coperti di polvere e di cacche di mosca. I clienti fedeli e puzzolenti si limitavano a non badarci. In quella specie di pozzo nero ci si poteva bere fino ad annegare a condizione che si pagasse subito e non si creassero casini. Anche il gestore era costantemente alticcio, figurarsi se non gli riusciva di capire gli individui che stavano al di là del bancone. Oscar non si impressionava certo se un cliente se ne stava un intero pomeriggio con la testa ciondoloni sul proprio tavolino. O se un altro parlava da solo. O se venivano improvvisate serenate sconce. L’importante era che il volume non superasse i limiti della tollerabilità. Non c’erano prostitute fisse lì dentro, anche se talvolta ne arrivava qualcuna per una rapida consumazione al banco. Allo stesso modo facevano i travestiti della vicina via Paitone, che erano sempre ben accetti, a causa di una femminilità maggiore e più sfacciata di quella delle puttane «vere», e spesso suscitavano, negli astanti più abituali, ironie necessarie per nascondere le proprie fantasie inconfessabili. Ma non se la prendevano e rispondevano a tono, perché con loro era entrato il buon umore. Sul pavimento del locale, quasi stabilmente, era steso un strato di segatura a scopo igienico. Dopo qualche anno questa pratica venne vietata dall’Asl. Adesso dell’«Aquila» ne hanno ricavato un bar spazioso e pulito che si chiama ancora così. È bello ed è frequentato da gente rispettabile. Ci fa tappa per un caffè chi ha appena ritirato il passaporto nuovo di zecca. Ci fa colazione chi ci passa davanti per andare al lavoro. All’ora dell’aperitivo si affrettano clienti che scendono da biciclette belle e lucide, da soldi e centro storico, gente che vuol bersi un pirlo in tranquillità sfogliando il giornale spiegato su tavoli ordinati e rassicuranti. Non ne conosco gli orari di apertura e magari la sera chiude presto, ma il vecchio «Aquila Nera» stava aperto anche oltre le due di notte. Proprio intorno a quell’ora ci incontrai una volta una disperata, attempata, alticcia e sciatta, che per poche migliaia di lire offriva l’opportunità di assistere ad un suo spettacolino con il proprio cane. Era un meticcio non rassicurante e di medie dimensioni. La guardava con aria possessiva, come se il padrone fosse lui. Abitavano non lontano. Dopo un po’ la donna si avviò con il cane verso la strada. Ci informò ad alta voce che sarebbe andata nel vicolo a fargli fare una godutina. Lo disse con parole sue. Molti risero e uno le offri duemila lire per accompagnarla e stare a guardare. Lei, con l’unico fedele compagno che le fosse rimasto, tornò dopo poco per bersi il ricavato, mentre l’uomo per quella sera non rientrò. Io ero fermo sulla porta a guardare i raggi della luna penetrare nei vicoli. La vidi mentre arrivava e allora me ne andai via.
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All’Aquila Nera, dietro una tenda lurida c’era una stanzetta per giocarci a Concia al riparo da sguardi indiscreti. Giravano molte banconote. Ogni tanto scoppiavano avvisaglie di risse che, se non sedate immediatamente, potevano terminare fuori, nei vicoli deserti. Il più delle volte, però, finivano sul nascere proprio per evitare l’arrivo di carabinieri, ambulanze. I giocatori parlavano tra di loro. Adesso la stanzetta non c’è più e, come in tutti i bar e le tabaccherie patrie, sono state installate in bella vista alcune slot machine . L’azzardo, nella versione elettronica è legale e tollerato. Viene proposto con ipocrisia – «giocate responsabilmente» – e imposto con speciale determinazione. Aumenta il reddito del barista. Distribuisce un sacco di soldi in tasse allo Stato.
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e macchinette non provocano alterchi , non si può accoltellare un vetro. E in fondo nessuno più sospetta che possano imbrogliare, perché tutti ne sono assolutamente convinti dalla dichiarazione esplicita per cui «pagano al 75%». Tuttavia, stoicamente, i giocatori più assidui accettano il proprio destino e inseriscono nelle gettoniere monete su monete, diligentemente, e sperano in quel colpo di fortuna che scardini il meccanismo perverso di cui sono volontariamente prigionieri.
Pasturano, a forza di monete da due euro, il sogno condiviso dell’avidità. Subiscono l’incubo comune della sconfitta e della disperazione. Alcuni con la macchinetta ci parlano, la esortano. Cercano di essere persuasivi. Solitamente sono i giocatori affezionati ad un modello e che cercano di giocare sempre e solo a «quella» slot. Sono come spasimanti focosi: se la trovano già occupata si incazzano. Gli innamorati spesso sono gelosi.
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Sullo stesso lato di via Capriolo, dopo una drogheria e una forneria , ce n’era un altro di bar, il «Queen». Era più piccolo dell’«Aquila». Un terzo. La metà, a far tanto. All’interno ci stavano soltanto quattro tavolini. Dodici sedie. Ma in fondo non ne servivano di più. Oggi ne hanno ricavato un garage privato con la porta basculante ad apertura automatica e rivestita in legno. Di basculante, sulla soglia, in quel tempo c’erano soltanto i due travestiti che lavoravano solo di notte e ricevevano i clienti proprio in due stanzette sopra al «Queen». Di giorno si chiamavano Diego e Arnaldo. Ma per una decina di ore, per tutti, si trasformavano in Maria e Arnalda. Non ho mai sentito nessuno fra coloro che li incrociavano sia di giorno che di notte – baristi, colleghi, residenti – confondersi fra l’identità del giorno e quella da usare al buio.
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l secondo nella versione diurna era davvero un bel ragazzo alto un paio di metri, atletico. Girava per strada indossando un abbigliamento che ne amplificava il fisico scolpito da un costante allenamento in palestra. Di notte si trasformava in una appariscente drag queen. L’altezza aumentava di almeno trenta centimetri in virtù di stivaloni spaziali argentati dalla zeppa spropositata e di una parrucca colorata alla Angela Davis. Le cosce, appena nascoste da un fazzoletto di gonna, erano richiami vistosi che potevano ingannare chi arrivasse lì per la prima volta.
Ma la statura, eh, la statura era una confessione… C’era molta gente che contrattava a tarda notte, quando Arnalda, nonostante il Queen fosse ormai chiuso e la strada, senza le sue luci, più buia e semideserta, imperterrita continuava a lavorare. Talvolta ci rimaneva proprio da sola in quella strada fino alle quattro del mattino. Ma una così poteva permettersi di non aver paura di niente e di nessuno. E serviva gli ultimi nottambuli in cerca di una bocca qualunque e che non si arrendevano nemmeno di fronte all’implacabilità dell’orologio. Arnaldo si sposò pure, in quegli anni, con una tizia di bassa di statura che gli arrivava poco più oltre la vita.
La ragazzetta non disdegnava qualche lavoretto, era anche lesbica e camminava come un cow boy. Una mattina litigarono, si sentivano le urla provenienti dal loro appartamento. Arnaldo le aveva aperto la testa, ma Billy – lei si faceva chiamare così – raggiunse da sola l’ambulanza tenendosi uno straccio schiacciato sulla ferita. Poi li ho visti insieme sempre più raramente. Alla fine lei s’è n’è andata. Un mio amico poco tempo fa mi ha mostrato un video, pubblicato su di un sito porno, categoria «Mature». Dai pochissimi esterni si potrebbe dire sia stato girato a Parigi. Billy vi appare goffa e sembra imbarazzata mentre si dà da fare davanti alla telecamera con un ragazzo che avrà all’incirca la metà dei suoi anni. Forse era solo un provino.
Arnaldo è ancora in giro per i vecchi vicoli del Carmine. Adesso è un tranquillo signore piuttosto benestante. E fisicamente sempre ben messo. Credo abbia sepolto Arnalda nella notte della memoria.
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iego, no. Diego era davvero fatto su male al punto che, nella sua versione notturna era stato soprannominato Maria il muratore. Era piuttosto piazzato, ed esprimeva una qual certa vigoria fisica mediante un corpo forte, ma sgraziato. Nonostante gonna, trucco e parrucco, era quanto di più lontano si potesse immaginare dalla femminilità artificiosa dei travestiti. Di giorno l’ho visto poche volte, e, anche per via dei vestiti, sembrava proprio un manovale di paese. E magari era proprio quello il suo lavoro principale. La notte se ne andava via non molto tardi. Non l’ho più rivisto. Non vorrei avesse fatto la fine dei tanti che ci ha pensato l’Aids degli anni Ottanta, per aghi o sessi infetti, a scaricarli da un’altra parte. Come Sandra. Credo fosse una delle poche operate. Anche lei stazionava al Queen ed era la meno femminile. I capelli rossi, il viso spigoloso, gli atteggiamenti effeminati non scacciavano del tutto le sue origini maschili. Soprattutto quando s’incazzava. A tette stava scarsa e portava sempre i jeans e roba non vistosa. Quasi del tutto assente il trucco: il minimo sindacale, proprio. Una sera aggredì verbalmente un cliente. Questi era entrato al bar e senza dare nell’occhio le si era avvicinato da dietro, ma una volta che lei s’era girata ne aveva smorzata subito la disponibilità, forse perché s’era accorto d’avere richiamato, nel frattempo, l’interesse degli altri presenti: «Ah No, caro! Non ne voglio mica di uomini, io. A me mi piacciono le donne». E Sandra senza scomporsi: «Stella, lo so che ti piacciono le donne. Quelle molto complete. Mi ricordo ancora di te, di quando venivi a farti infilare! » . E lui batté in ritirata senza profferire replica. Umiliato.
Erano molto dignitose le mie amiche puttane di ambo i sessi: vendevano la loro merce senza alcun senso di inferiorità. Ci mancherebbe: erano «gli altri», quelli perbene e padri di famiglia che andavano a cercarle nel buio. Loro mica si muovevano dalla loro riserva. Talvolta dicevano pure no, a qualcuno. Non era proprio, sempre e soltanto, una questione di prezzo.
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l tavolino più esposto, quello che si affacciava sulla piccola vetrina del «Queen» c’erano sempre le stesse due, in attesa di clienti. Forse per anzianità, oppure per autorevolezza, nessuno ha mai messo in discussione il loro privilegio, quello della visibilità immediata. Quando si assentavano, il tavolino restava vuoto: nessuna collega si azzardava ad occuparlo. Dalla tarda mattinata fino a mezzanotte erano avvitate alle loro sedie, ciascuna aveva la propria ,ed era sempre la stessa. Si alzavano solo per andare a svelare le proprie grazie ad eterogenei quanto estemporanei spasimanti. Si chiamavano Ornella e Franca. Si chiamavano. Sono già morte e sepolte entrambe da anni.
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rnella, nella vita, era anche partita non male. Doveva essere nata nel 1920 o giù di lì. Aveva iniziato come donna delle pulizie nelle case di alcuni vicini. Una mattina il marito di una delle signore a cui lustrava i pavimenti le disse che s’era liberato un posto da serva nel casino che frequentava abitualmente. Ci avesse messo una buona parola lui, l’avrebbero presa subito: era uno che contava, là dentro. Le poteva interessare? Il lavoro in fondo era lo stesso, pulire pavimenti e cessi, rifare letti, svuotare pitali. Ma l’ambiente era più divertente. E la paga decisamente più buona. E poi ci sarebbero state le mance. Le interessava? Le interessava? Ma quanto ci teneva a quell’opportunità? Aveva voglia di dimostrarglielo subito, nell’angolo buio in fondo alle scale della cantina, quanto ci teneva? Doveva accertarsi lo volesse davvero quel nuovo lavoro meglio pagato, mica poteva esporsi così, per niente… Era uno che contava, lui, là dentro.
opo il primo avanzamento di carriera le fu facile agguantare anche il successivo. Quello definitivo. Così, quando arrivò il giorno fortunato in cui la Signora la prese in disparte per dirle che un habitué l’aveva notata e aveva detto che la biondina dalle forme piene era decisamente sprecata a fare la serva, lei seppe cosa avrebbe risposto ben prima che la padrona iniziasse la sua opera di convincimento. E già pochi giorni dopo si sdebitò con il suo estemporaneo Pigmalione. Anche quel posto le interessava davvero. Le interessava tanto. Avrebbe smesso solo quando la buona salute non l’avesse più accompagnata. O più semplicemente , fosse inciampata nell’amore vero.
Invece, nel 1958 la senatrice socialista Lina Merlin i bordelli li fece chiudere. Questo evento tuttavia non scoraggiò né Ornella, né la maggior parte delle altre come lei che semplicemente si riconvertirono in strada. E le strade più sicure per sottrarsi agli occhi attenti della Buoncostume erano proprio quelle malfamate del Carmine.
La sua carriera si consolidò negli anni anche se fece comunque a tempo a fare due figli, un maschio e una femmina. Fino a quando visse suo marito, la priorità di Ornella fu la famiglia per mantenere la quale ci dava dentro con il suo redditizio lavoro senza dimenticare d’avere una casa. Poi i figli grandi, la solitudine. La voce della strada la richiamò con urgenza. E quella fu la sua nuova casa.
Spesso al bar Queen passavano a salutarla i figli, talvolta con i nipotini. Venivano a rilevarla soprattutto clienti anzianotti come o anche più di lei. Forse la trovavano più rassicurante. O forse era diventata un’abitudine che risaliva a prima della legge Merlin ed era stato impossibile estirpare. Forse Ornella era una specie di vacanza che ravvivava i loro giorni tristi, quelli solitari in cui non hai proprio niente da fare. Quelli della pensione.
ranca invece non proveniva da una casa. Lei si era arrangiata autonomamente da sempre. Non è difficile da descrivere. L’immagine che le si avvicina di più e quella della tabaccaia di Fellini. Era alta quanto me, che non sono basso. Era imponente con tutto il suo prorompente armamentario: culo e tette che non se ne vedevano proprio in giro. Felliniana in tutto, sì, compreso lo scandalosamente kitch di una pettinatura resa voluminosa da una cotonatura impeccabile e pignola. Il colore era il «biondo tintura da pochi soldi», quel biondo usato dalle donne più anziane e che chiama la vendetta del dio dei parrucchieri. Portava occhiali leziosi e si muoveva sempre e soltanto a bordo di un vecchio motorino Gerosa con le marce. Mentre sfrecciava per le vie è inutile dire che le sue chiappe l’avvolgevano fino a farla scomparire, la pur non esigua sella. Fin dalla prima volta che la vidi pensai che il caso ti colloca in un posto e da lì parte un destino al quale non puoi sottrarti: fosse stata a Roma e avesse incontrato Fellini per strada, probabilmente sarebbe diventata famosa.
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ranca, che per tutti era Francùna, si vantava di essere stata la prima donna per un numero sterminato di ragazzi impegnati nei tre giorni della visita di leva. E probabilmente era vero, visto che non ho mai sentito nessuna delle sue colleghe contestarle quel curioso primato. Più di una volta l’ho vista alzarsi dal suo tavolino e seguire un ragazzotto che, attraverso il vetro, fin dall’altra parte della strada era riuscito a catturare la sua attenzione con gesti impercettibili. Ma si rende necessaria una digressione.
La visita di leva coinvolgeva tutti i maschi di età superiore ai diciott’anni. Si chiamava «i tre giorni» – perché tale era la durata fra visite, test attitudinali, colloqui e approfondimenti – e solo dopo quell’esperienza gli adolescenti di sesso maschile diventavano «quasi» adulti. Adulti del tutto e fino in fondo solo dopo averla fatta, la naja. Tutti i ragazzi della provincia convenivano a scaglioni presso la Caserma Randaccio – all’angolo fra via Calatafimi e via Silvio Pellico, cioè nelle immediate vicinanze del Carmine – e si sottoponevano alle prove. Poi, però, nel pomeriggio venivano messi in libera uscita. Sembra incredibile, ma non erano pochi coloro che, provenendo dalla provincia più estrema, soprattutto dalle alte valli, arrivavano nel capoluogo per la prima volta proprio per quell’occasione.
Paradossalmente, proprio il momento che annunciava il loro ingresso nel mondo in cui le libertà individuali sarebbero state governate dalla gerarchia militare, riservava a quei ragazzi una libertà di movimenti fino ad allora poco conosciuta. E qualche soldo in più in tasca per l’occasione ce l’avevano. Quale mamma senza cuore avrebbe mandato il figlio da solo, «in città» senza una rassicurante dotazione economica? E quale papà avrebbe finto di dimenticare che anche lui c’era passato da quella liturgia? Erano in licenza dalle rispettive famiglie che contavano infinitamente di più di oggi. Non solo logisticamente, quindi, fra l’uscita dal Distretto Militare e le economiche puttane del Carmine il passo era davvero troppo breve per non approfittarne.
Li riconoscevi da lontano i gruppi di coscritti rumorosi, euforici ed inoffensivi. Li riconoscevi anche per via dei fazzoletti tricolore al collo. Dei cappellini in testa. Li riconoscevi dal baccano dei loro ormoni in cerca di pace. E dall’ostentazione di una sicurezza esasperata, da turista fuori posto che non teme le insidie degli indigeni. Quando calavano come orde barbare fra i vicoli, i residenti si fregavano le mani: si prospettavano affari di alcool, sesso e sigarette di contrabbando. Le vecchie puttane li accoglievano tutti a gambe aperte. Materne, disponibili e affettuose.
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ggi quei riti che sembravano fatti proprio per formare branchi non ci sono più, ma branchi ben più pericolosi nascono lo stesso, spontaneamente, e la violenza folle e immotivata è sconfinata in un comportamento molto vicino alla norma.
Avvennero anche in quelle circostanze dei fatti criminali e tragici che però rimasero eccezione. Alla fine degli anni Cinquanta, inizio Sessanta, uno di quei giovani perse la testa e la menò di brutto la donna che aveva scelto. Lo portarono dentro e poi lo spedirono per pochi anni al manicomio criminale di Castiglione, dove gli altri reclusi per prima cosa gli spaccarono tutti i denti.
Dopo aver scontato la pena non venne dichiarato guarito e finì in altri manicomi. Per più di vent’anni. Quando passò la Legge Basaglia e i manicomi vennero chiusi nessuno sapeva che farne: non aveva famigliari disponibili. E allora, completamente rincoglionito dalla terapia farmacologica durata decenni, fu affidato ai Servizi Sociali di un grosso comune della Valle Trompia. Non era in grado di tagliarsi una bistecca da solo. Doveva essere accudito in tutto. Fu seguito da obbiettori di coscienza fino alla fine. Io fui uno di quelli che si alternarono.
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Francùna aveva il gusto della battuta, e visto che la voce era coerente al corpo, le sue uscite dal volume esagerato e dal timbro baritonale, uno speciale valore aggiunto, le sentivi anche da lontano, senza vederla. A volte faceva ridere le colleghe più distanti che si erano spinte fino all’estremità opposta di vicolo Borgondio nel quale allora immagino ci fosse la più alta densità di puttane anziane per metro quadro di tutta Europa. Le risate si rincorrevano, quasi passassero come energia elettrica lungo i fili della biancheria stesa sulle loro teste. Le sue parole colorite echeggiavano fra i muri alti delle case di quel provvisorio Paese dei Balocchi per adulti.
Per tutte le donnine Franca era un’autorità riconosciuta. Spesso faceva da arbitro in qualche disputa da comare. D’altro canto chi avrebbe mai avuto il coraggio di metterla sulle spicce con una così? Ma era di buon carattere e ridanciana. Specialista nel mandare a bonariamente a cagare il mondo e gli amici. Erano parole molto frequenti sulla sua bocca «Va a cagà», al punto da essere diventate interiezione, elemento linguistico per sottolineare un racconto, oltre che, naturalmente, esplicita prescrizione per i duri di comprendonio: «Ma va a cagà…»
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i ricordo la notte della tragedia dello Stadio dell’Hysel. Passai per caso a tarda sera dal bar e lo trovai mezzo vuoto. Le donne attendevano mestamente la fine della partita in tv. Era iniziata alle otto e un quarto. Avrebbe dovuto finire intorno alle dieci e invece, erano già le undici passate e non arrivava nessuno. Loro si annoiavano. Poi cominciarono ad arrivare voci da fuori, riportate dai pochi non tifosi in giro.
Allo stadio c’erano stati tafferugli, disordini, crolli. C’erano feriti gravi e morti. Alla fine se ne contarono una quarantina, di morti italiani. Ma nonostante i frammenti di notizie che arrivavano nel bar l’orrore non riusciva a prevalere nella testa delle donne in attesa. L’incredulità, piuttosto, le riempiva di sgomento. Donne rudi e concrete che ne avevano viste di tutti colori non si capacitavano dell’enorme stupidità umana che aveva voltato in tragedia una semplice partita di calcio. E manifestavano odio per quegli «inglesi di merda». Ma solo perché di odio da riservare a tutto ciò che non fosse strettamente «bresà» – lo si vedeva da come trattavano i primi immigrati che arrivavano dal nord Africa – ne avevano in dotazione a carrettate. Franca non s’era ancora fatta vedere. «È in camera a guardare la partita alla televisione», disse una a qualcuno. La partita alla fine la vinse la Juve ai rigori e dopo non molto, quando nella città non si sentirono quei rumori di clacson e di tifosi felici per la Coppa vinta che, senza quella tragedia, come al solito avrebbero turbato il sonno di molti bresciani, un silenzio che rendeva tutto così irreale, Franca irruppe allegramente nel bar. Gridava in preda al delirio. Rompeva il lutto di un’intera nazione. Scoprii in lei una scatenata tifosa juventina dal peso di un quintale e più. Quando si trovò al centro del locale che con la sua fisicità rendeva ancora più angusto, mentre stavano arrivando i primi clienti, si tirò su la maglia fino alla gola, scoprendo quelle enormi tette, sorrette da un reggiseno che sembrava una tenda canadese doppia e steccata con una ingegneria sapiente , in mezzo alle quali, resa ancora più minuscola per contrasto, era infilata una piccola Coppa di plastica dorata, di quelle che si trovavano dentro alle Autopiste della Polistil. Svolse una goffa parata attorno agli uomini in piedi al bancone, locomotrice solitaria di un trenino immaginario. Le altre battevano il ritmo con le mani.
Lei ripeteva il mantra: «La coppa l’è la nostra, la coppa l’è la nostra». Agitata e ansimante per lo sforzo rideva e rideva, mentre scrollava ritmicamente le spalle e le tette che, nonostante la coercizione dell’armatura, tremolavano come due budini gulliveriani. Franca era così.
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Le chiesi un giorno la cortesia di farsi fotografare nuda dentro alla sua stanzetta. Mi piaceva l’idea di una documentazione visiva di quei luoghi dai più soltanto immaginati e per me oscuri. Volevo schedarle tutte. Mi spiace, ora, che anche quello sia stato uno dei tanti progetti poi abbandonati nemmeno a metà. Quelle foto ci racconterebbero di un’epoca che se n’è andata e non tornerà più. Un appunto di storia del costume. Una chiosa all’urbanistica di allora. Franca generosamente acconsentì dopo una trattativa svoltasi al Queen fra Campari col bianco e cartocci di pancetta coppata e pane caldo. Entrai così nella sua tana di circa due metri per tre. Mi stupì che il letto fosse solo ad una piazza e mezza: una semplice rete con materasso sopra. Sotto, seminascosta, c’era una bombola di ricambio del gas per la stufetta. Feci in modo che fosse ben visibile anche nella fotografia. L’unica cosa che Francona pretese venisse nascosta fu il volto. Come se fosse proprio quello l’unico elemento che potesse renderla identificabile. C’era anche uno specchio grande come tutta la parete che raddoppiava almeno visivamente quella stanza angusta e maleodorante. Un bidet, un wc ed un piccolo lavandino completavano l’insieme di squallore. Per farci stare dentro tutto, nell’inquadratura, dovetti usare un grandangolo spinto. Mentre scattavo pensai a quali contorcimenti dovesse essere in grado di fare quel corpaccione sgraziato. I negativi dovrei averli ancora da qualche parte.
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Al «Queen» non ci andavano solo le prostitute e i loro clienti, ovviamente. Nell’altro lato della strada, a destra provenendo da via San Faustino, si sviluppavano tre vicoli paralleli che sfociavano in Contrada del Carmine, a sua volta parallela di via Capriolo. L’insieme era un ordinato reticolo ortogonale. In vicolo Paitone, il primo, ci lavoravano i pochi trans. Nel terzo, vicolo Borgondio, le vecchie prostitute. In quello centrale, vicolo Fenarolo, alcuni artigiani. Lustramobili. Rigattieri. Anche sulle due vie principali c’erano attività e botteghe. Numerosi erano anche i residenti. Tutti conoscevano tutti e l’insieme dava il senso di una comunità in cui ogni attività commerciale, purchè redditizia, trovava proprio in ciò una definitiva legittimazione. Non c’erano limitazioni al passaggio delle automobili e quindi, di giorno, c’era sempre un gran via vai di gente. Ma la persona che veniva da fuori, l’estraneo, veniva immediatamente individuato ed osservato per capire cosa ci fosse venuto a fare, lì.
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La barista, che si chiama tutt’ora Virna, aveva una debole risata per tutti, anche per la gente che al Carmine ci viveva e ci lavorava. Anche per coloro che, come Antonietta, nel suo locale ci andavano soltanto per consumare parole e non sentirsi soli. Era fra le presenze più assidue quella vecchia di cui non conoscevo il passato. Era davvero vecchia. Aveva già salutato l’inflessibile passaggio dei settanta. Era d’estate quando la incrociai qualche volta dentro al bar. Era noncurante del proprio aspetto inquietante che la rendeva tanto simile ad una strega delle fiabe. Indossava una vestaglietta da quattro soldi chiusa con una lunga fila di bottoni davanti. Ai piedi, ciabatte di plastica di quelle che fanno la «x» davanti. I piedi neri con le unghie lunghe, ricurve e sporche. E ingiallite. E spesse. Le gambe erano incartapecorite, sembravano di pergamena antica e proprio come nel lavoro di certi amanuensi, vi si sviluppava una mappa rosa e azzurrina fatta di vene e venuzze. Capelli grigi, senza nemmeno il ricordo di un taglio, né di uno shampoo e perciò unti e bisunti, venivano ricacciati all’indietro alla bell’e meglio con qualche rapido colpo di spazzola bagnata. La bocca era semivuota e quando Antonietta biascicava le sue parole potevi scorgere in quel buio pochi superstiti ingialliti.
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veva una sigaretta sempre accesa fra le mani. Le dita, ornate con qualche anellino da poco, erano macchiate dalla nicotina delle Stop senza filtro. Le unghie, con scontata coerenza, erano lunghe e sporche. Viveva da sola e ciò che cercava, quando scendeva in strada, era qualcuno che le offrisse un bicchiere. Che le parlasse. E magari ascoltasse le poche parole in dialetto che aveva da dire. Facile entrare in confidenza con una così. Non chiedeva altro.
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Trovai Virna e Antonietta ad un’estremità del bancone che confabulavano. Virna sospese la conversazione giusto il tempo di raggiungermi a quella opposta e versarmi da bere. Io rispettosamente me stavo in silenzio e riservavo tutta la mia attenzione alla sigaretta che stavo fumando. Le allegre comari erano tutte fuori o impegnate nei loro letti. C’eravamo solo noi tre e io mi sentivo inopportuno. Ma, inopportuno per inopportuno, mi sforzai di ascoltare i loro discorsi. Ero sempre preda della curiosità in quei luoghi. La vecchia stava chiedendo consiglio a Virna. Un tizio che avrebbe potuto essere non il figlio, ma probabilmente il nipote, le aveva chiesto «quella cosa là». Aggiunse: «Uno vestito bene, con un gran macchinone; si vede che ce l’ha la grana». E proprio non sapeva decidersi: i soldi in ballo erano parecchi. L’uomo mostrava la consapevolezza che certe esigenze devono essere ben pagate, insieme alla sicurezza di chi possiede il denaro necessario per farlo. Era già passato più volte a cercarla. Ad insistere. Virna era donna concreta: le suggerì di accettare un’offerta che non si sarebbe ripresentata tanto facilmente. «Dai, Antonietta. Una volta che ti capita un’occasione nella vita…». «Ma sì… ne ho fatte tante…».
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on so che ne sia stato di Antonietta, che, comunque rividi dopo qualche giorno tutta soddisfatta per aver seguito il consiglio dell’amica. E riconoscente, anche. Ogni tanto rivedo ancora Virna che non ha più bar e che probabilmente in vicolo Borgondio ci vive. Il figlio adolescente morì di overdose proprio in quegli anni lontani. La figlia s’è sposata “per forza“ , come si diceva allora di una incinta. Li ho conosciuti entrambi. Due ragazzini ammalati di solitudine ed ebbri della libertà che solo il disinteresse delle famiglie, a volte, può riservare. Talvolta, alla mattina, mi è capitato di vedere Virna che passeggia su e giù per il vicolo come se aspettasse qualcuno. È sempre sola. Sembra consapevole che nessuno verrà più a cercarla.
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Se proseguivi lasciandoti il Queen alle spalle arrivavi all’incrocio con Via delle Battaglie. Se svoltavi a sinistra in direzione della Torre della Pallata, ti ritrovavi un bar, il «Battaglie» appunto, una superficie significativa e due vetrine piuttosto ampie. A destra, invece, c’era «l’Atelier degli artisti», la galleria d’arte, studio, magazzino e quant’altro volesse farci di Antonio De Martino.
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Il bar era sempre in penombra, perché via Battaglie in quel punto è stretta e le alte costruzioni impedivano alla luce del sole di svolgere bene il suo compito. Un po’ più in su, verso via Nino Bixio, c’era un palazzo che l’impresa del povero Vitaliano Gaidoni aveva acquisito per farci una ristrutturazione di gusto e classe. Una residenza di lusso per coloro che potessero permettersela e che già avevano in mente la riqualificazione urbana del centro storico. Mi commissionò un servizio fotografico destinato alla Sovrintendenza delle Belle Arti. Mi pregò di fare fotografie scure e sgranate dove meno si fosse visto e meglio sarebbe stato, perché voleva evitare problemi, vincoli e prescrizioni.
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nche ai tavolini del bar Battaglie stazionavano alcune prostitute fumanti. Davanti, c’era una magliaia che dalla vetrina di una minuscola bottega teneva d’occhio tutti quanti, sferruzzando alacremente, e, come in una partita a tennis in verticale, alzando e abbassando in continuazione lo sguardo dai suoi ferri. Ogni volta che passavo di là mi guardava con sospetto. Ero giovane e non avevo l’aria di uno sbirro. Non andavo a puttane. Non avevo merce rubata da piazzare, né ne cercavo. Cosa ci andavo a fare lì? Semplicemente per bermi un bianco? Sospettava pur non sapendo nemmeno lei di cosa, secondo la vecchia abitudine che l’aveva accompagnata in tutti i suoi anni e che ora le aveva assegnato il ruolo di vedetta della strada.
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e donne del «Battaglie» erano più o meno uguali fra loro eccetto una, Francesca. Non l’ho mai vista una sola volta indossare una gonna. Portava invariabilmente calzoni neri aderentissimi a zampa d’elefante lunghi a sufficienza per nascondere i tacchi molto alti delle sue calzature. Maglietta bianca oppure nera, ma sempre molto aderente e che contribuiva ad evidenziare un seno sproporzionato Capelli scuri e lunghi oltre le spalle divisi da una marcata riga in mezzo. Occhi acquosi da alcool. Sigaretta sempre accesa. Bestemmia facile. Chiavi della stanza sempre in mano, pronta a scattare dal tavolo ogni volta che per la strada avesse riconosciuto un cliente abituale o anche solo vi avesse colto l’interesse di uno nuovo. Era in grado di identificare quelli potenziali anche solo dalla lentezza con cui transitavano in auto e da come rallentavano per buttar dentro un occhio che valutasse la mercanzia in esposizione. Allora si avvicinava alla porta di vetro e aspettava che parcheggiassero nelle vicinanze. Tanto per proporsi prima delle altre che tranquillamente sedute continuavano a chiacchierare fra loro, imperturbabili. Pensavo avesse una specie di sesto senso, ma probabilmente era soltanto esperienza. E forse, bisogno. Una sera in quel posto ci portai pure un mio ex-insegnante del liceo che avevo incuriosito raccontandogli le atmosfere speciali di quei luoghi malfamati e il mio progetto di reportage fotografico. Avevo con me la reflex, nascosta sotto il giaccone militare, ma qualcuno la notò ugualmente. Sentii fare dei commenti. Vidi le donne dei tavoli darsi di braccio. Percepii fisicamente, dagli sguardi che mi trafiggevano, di non essere gradito. Mi aspettavo delle male parole: quella era gente che non te le mandava a dire. Non ho mai capito perché, al contrario, si fermarono ad un semplice allertamento. Non ci tornai mai più e forse fu allora che decisi di abbandonare la mia idea: mica potevo entrare in confidenza con tutte le puttane del Carmine. Troppo faticoso.
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Atelier degli Artisti non c’è più, ma Antonio De Martino resiste tutt’ora, come ha fatto per i precedenti settant’anni della sua vita. È un napoletano di quelli veri trapiantato da sempre a Brescia. È un folletto infaticabile e inguaribilmente innamorato dell’arte. Autodidatta, non ha nemmeno studi generici alle spalle, ma solo tanto lavoro. È forse l’ultimo bohemien rimasto nella nostra città: la sua non è posa e lui i sacrifici lo sa davvero cosa siano. E anche le rinunce. In numerose occasioni – e sempre in sua assenza- è stato preso in giro con cattiveria da tanti «colleghi», dopolavoristi della pittura che non hanno mai avuto il coraggio di rinunciare alle sicurezze borghesi, alla rete di protezione di uno stipendio fisso, declinandosi così per sempre nella peggiore accezione del termine «dilettante» e rifiutandosi di scommettere su sé stessi. Antonio che professionista dallo scarso successo economico lo è stato per sempre, e riuscito ad essere al contempo un dilettante nel significato migliore: quello attribuito a chi fa le cose innanzi tutto per ottenerne piacere personale. Non ha avuto gran che dalla critica locale, né dai galleristi. Nessuno ha mai voluto riconoscere che, al di là della qualità dei suoi lavori che possono o non possono essere definiti opere d’arte, l’opera d’arte è lui. Ma questo isolamento non lo ha mai fatto tornare sui propri passi, anzi, è stato probabilmente uno stimolo in più. Ha voluto farsi artista mille anni fa e quello ha continuato a fare. E lo fa. E morirà, gli auguro il più tardi possibile, con un pezzo in giro da terminare, un’idea sbilenca da proporre, un’intuizione che «stavolta è quella buona». È un poeta ingenuo e guascone: quasi mai gli tornano i conti. Ma vuoi mettere la soddisfazione? È fuori da ogni canale, da ogni congrega. È il refusee par exellence e nessun Salon sarebbe in grado di contenerne l’entusiasmo. Prende ciò che può e regala molto. Negli ultimi anni ha organizzato una rassegna artistica proprio «dentro» al Carmine e, per vicoli e cortili, vi ha lasciato installazioni ingenue, liriche ed efficaci. Ogni tanto dal suo studio passa qualche amministratore locale a promettergli un acquisto, ad ascoltare una richiesta. Ad assicurare qualcosa. Lui fa finta di crederci e ne trae carburante per proseguire.
Ai tempi che sto raccontando il suo atelier era spazio molto ampio e con un certo carattere. La superficie si sviluppava su due piani. Poi i tempi sono diventati più duri, il Comune si è ripreso quella sala e l’ha spostato in Contrada del Carmine, un po’ più avanti e di fronte alla chiesa, andando verso Via San Faustino.
Per dire il personaggio: una delle cose che ha fatto in prossimità della sua nuova sede è stata costruire un giardino urbano in un piccolo spazio laterale alla Chiesa. Piante in vaso, certo. Le cura, le innaffia e le pota. Ogni tanto qualche teppista infelice ne deturpa qualcuna. Ma lui scuote la testa e rimette a posto. E’ in arretrato con l’affitto. Fuma. Realizza i suoi quadri ed è felice così. Forse ne sarà inconsapevole, ma rappresenta anche lui una residua ed estrema testimonianza del quartiere com’era.
***
a più bella fra i maschi era la Maura. La vedemmo all’ultimo momento io e un amico, in un tardo pomeriggio autunnale, intenti a perdere tempo invece di studiare. Poteva essere il 1978. Stava appoggiata al muro in prossimità dell’Albergo Castello, in cima a Via San Faustino, quasi in piazzale Battisti. Che stesse battendo non c’era dubbio. Il dubbio, semmai, era relativo al suo sesso originario. Incuriositi ci fermammo poco più avanti per osservarla meglio. Poi andammo a berci un Campari in un bar poco distante. E ci facemmo sentire nei nostri commenti dal vecchio barista, impassibile, ma non sordo; assente, ma non troppo lontano. Tentavamo di fornirgli la possibilità di dire la sua e risolvere la questione, facendo leva sulla tentazione di dimostrarci di conoscere bene l’ambiente. Il mio amico insisteva: «È un maschio, ti dico, l’ho vista bene». Ma io confidavo in gambe troppo dritte che sostenevano un «personalino» – si diceva così una volta – di tutto rispetto. Un seno generoso, un collo che sembrava esente dall’indizio rivelatore, il pomo d’Adamo. La pelle liscia e senza tracce di barba, labbra carnose: non poteva che essere una femmina. «C’ha ragione il tuo amico: l’è en masch! I la serca en tanti fes, ma l’è en masch. Neanche operàt, i ma dit», chiarì il barista. Maura l’avrei ritrovata anni dopo, fin dalle mie prime incursioni giù nei vicoli del Carmine più profondo. Sfarfallava fra i vari bar: il Queen, l’Aquila e anche gli altri, quelli che si affacciavano sulla Contrada. Quando non stava aspettando un cliente trottava per le vie sui tacchi alti e sembrava sempre stesse andando da qualche parte. Si muoveva con grazia. Difficile incontrare una donna più femminile di quel ragazzo sfrontato che per qualche anno brillò come una star. L’ultima volta che l’ho vista era dalle parti di piazza Loggia, completamente sfatta non so se da droga o alcol o tutt’e due: sporca, i capelli arruffati tragicamente, il trucco sbavato che le imbrattava il volto ormai deturpato dalla mascheratura drammatica del botulino mal riuscito che anni dopo ci saremmo abituati a vedere frequentemente. La falena che volava nella fantasia dei bresciani più viziosi era ormai solo un ricordo sbiadito. Le piacevo, mi confidò. E una sera al «Queen» mi riservò l’abbozzo di passi di danza , mentre si avvicinava per chiudermi in un angolo e mettermi la mano sulla patta in un estremo, pubblico ed inconsueto corteggiamento Peccato che casualmente fossero presenti i figli di Virna che la mandò fuori dal locale gridandole di vergognarsi “daanti ai gnari… “ e le tenne il muso per qualche ora. Quando vedo in giro una che le assomiglia e ha un canotto al posto della bocca spero sempre sia lei. Mi piacerebbe salutarla. Offrirle una cosa da bere. Ma lo so che s’è n’è andata via.
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ora di chiuderlo il cassetto di questi ricordi dolorosi e felici che si confondono in me come in un quadro informale che si chiama «nostalgia». Se lo faccio ora, saranno serviti a rendermi più libero. Se indugiassi potrebbero perdermi del tutto. La nostalgia è una cosa strana. È tagliata in due da un limite che non bisogna mai superare e che distingue il ricordo dolce e lieve dall’ossessione da rincorrere disperatamente, quando non è addirittura lei a farti imboscate.
Ogni vita è un serbatoio di storie. Ogni storia è una luce che ci aiuta ad illuminare il buio speciale in cui talvolta precipitiamo. Per questo scrivere è guardare. Guardarsi. Scrivere è esserci. Ancora. Anche se tutto passa intorno a noi, tutto rimane dentro di noi in istantanee che hanno inchiodato una farfalla di eternità sotto il vetro della poesia. Per sempre.
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Mi guardano dal pc le persone che ho frequentato e che mi fornivano sicumera da ostentare con gli amici di buona famiglia, perché ero in confidenza con ricettatori, puttane e ladri, io. Riuscivo a far colpo persino su me stesso.
Le sento ancora, nello speciale silenzio che raggiungo a volte, queste persone che si somigliavano fra loro e non assomigliavano a nessun altro avessi conosciuto prima.
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«Va a cagà, Robi. Spostet de lè», e ride . Grazie, Francona.
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Tutte le volte che ci passerò …
Tutte le volte che ci passerò sentirò il cuore allargarsi, in attesa di perdermi in un miscuglio di cose sconosciute e famigliari, di palcoscenici reali e personaggi immaginati, di vicende inverosimili , ma non meno vere come quelle che si vivono dentro ai sogni. Ed alla mia età i sogni servono ancora.
***

(Il racconto di Ferragosto «Andavamo al Carmine» è ispirato da storie verie ed esperienze personali liberamente romanzate dall’autore. I nomi di alcuni protagonisti sono di assoluta fantasia)

[da qui]

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