Gli “svizzeri” e il (non) senso delle violenze anti-EXPO

Ora. Chi commenta gli scontri mi fa ridere, sulle prime. Perché è gente che 360 giorni l’anno si vanta di non immischiarsi in questioni politiche – ed è ovvio: nella maggior parte dei casi sono persone che hanno tutto l’interesse a difendere i meccanismi garanti della loro posizione sociale (rimpiangono anzi che l’Italia non sia la Svizzera, fondata sul riciclaggio, l’indifferenza “autarchica” più totale, il razzismo più “pacifico”, o gli USA, fondati sul saccheggio guerrafondaio, l’apartheid sociale, la criminalizzazione della povertà “necessaria” e la carcerazione di massa).

[Ci sono anche moltissimi in condizione invece precaria e degradante, che ancora più convintamente difendono le dinamiche che la determinano – i motivi sono vari, ma capisco chi sceglie il linciaggio dell’uomo nero (negro, black bloc, piccolo evasore che sia…) piuttosto che affrontare la mastodontica forza, tanto più grande di noi, dei poteri finanziari, dei grandi imprenditori, dei burattini politici e via dicendo. Queste persone sembrano temere il caos, i disordini, la contestazione proprio perché essi stanno appena ad un passo da quel baratro e piuttosto che provare a spingere, a forzare sulla pentola, si dicono che la brace non è poi tanto male – soprattutto se sei onesto e ti fai il culo. Ma ho sempre pudore a parlare di queste persone, semmai vale la pena parlare con loro opponendo alcuni dati, ma accogliendo anche quelli che portano].

Invece, dicevo, per gli “svizzeri” affrontare la politica è impossibile, perché politica significa collettività e nella collettività ci sono anche gli altri, quelli brutti sporchi e cattivi su cui si regge il sistema di cui essi, “gli svizzeri”, sono ben felici di raccogliere briciole o pagnotte. Gli “svizzeri”, allora, non vogliono saperne nulla delle oziose questioni del lavoro, perché il lavoro c’è e basta avere buona volontà, del razzismo, perché basta essere onesti e noi ti accogliamo, dei diritti, perché sono antiche usanze retrograde…e mi scassano la minchia deridendo il 1 maggio, perché naturalmente esiste il diritto del cliente al servizio, ma non quello del lavoratore (Amazon docet – a far funzionare l’economia non è una ripartizione decente del reddito, ma il fatto che chi ha soldi, unico cittadino titolare, in questo caso sì, di privilegi e spettanze, possa comprare subito e facilmente con assistenza 24h/24 ogni giorno dell’anno…non importa se questi privilegi sono fatti col macinato del povero coglione che lavora per 2, così costa meno, e fa 2 ore di coda per i controlli senza essere pagato, condito col culo di quel bamboccione disoccupato a cui propongono stage non retribuiti uno dietro l’altro).

Ma sto divagando, lo so. Dicevo, in prima battuta mi vien da ridere. In seconda però m’incazzo.

Perché tutta ‘sta bella gente non si accontenta di dire: “Vaffanculo, non azzardarti a protestare perché l’osso è mio e me lo tengo stretto”. No. Questi analfabeti politici vogliono fare la lezioncina, la morale, la predica al mondo; vogliono disquisire come se avessero la verità in tasca, innata per una specie di genuino senso del giusto, del reale, o calata tipo spirito santo nello splendido panorama della loro mente formatasi all’università della vita; vogliono convincerci che il loro modello è quello eticamente migliore per tutti, che il problema insomma sono quelli che spaccano le vetrine delle banche (mentre loro, gli “svizzeri”, aprono conti in Svizzera, giustamente), quelli che non accettano lavori degradanti e senza prospettive (mentre loro, gli “svizzeri”, fanno lavori stimolanti, duri o meno, ma liberamente scelti o potuti creare), quelli che rubano qualche centinaia di euro spacciandosi per invalidi (mentre loro, gli “svizzeri”, rubano con molta più dignità, secondo la magnifica legge della giungla finanziaria).

E allora m’incazzo, non perché abbiamo visioni e interessi opposti e, per tutelare i propri, gli “svizzeri” usano, giustificano, veicolano una violenza spaventosa, ma perché vogliono anche fare i democratici, quelli corretti, quelli che s’indignano credendo di mettere all’angolo noi con la faccenda vomitevole dei violenti, dei centri sociali, delle zecche che rovinano proprio quelli che in teoria vorrebbero difendere.

In proposito non mi esprimo, e rimando solo ad un articolo pieno di fatti, riflessioni fondate, collegamenti logici (perché gli “svizzeri”, più furbi che belli, spacciano per logiche robe tipo “credere di distruggere il sistema spaccando una vetrina è come credere di trombare inculandosi una torta”…ma vah? Davvero io mi aspettavo che alla prima bombolettata la Deutshe Bank dicesse: “Scusate, abbiamo sbagliato, siamo delle brutte persone”). Ma di certo non mi faccio moralizzare e ingabbiare: noi abbiamo un’altra visione della società, ben ragionata, per niente utopica; noi abbiamo un’altra morale, e non ci facciamo fregare da fallacie logiche e comunicative di bassa lega. Noi siamo, semplicemente e radicalmente, dall’altra parte della barricata – senza se e senza ma, ma anche senza falsi pudori e giustificazionismi insensati: spaccare la vetrina di una banca serve a poco, ma è un sintomo e una legittima azione dimostrativa; spaccare la vetrina di un fruttivendolo è dannoso, politicamente e umanamente, ed è sintomo che la rabbia sociale non è diretta contro il potere, ma è fine a se stessa e fuori controllo.

Trentamila persone per una manifestazione addirittura internazionale, lanciata da mesi e contro la *grande opera* per eccellenza, segnano la cornice entro cui ogni ragionamento andrebbe riportato: oggi, se non in rare occasioni, non abbiamo la forza di costruire consenso, veicolare processi di opposizione reale, sedimentare forme di resistenza. Oggi a muoversi sono sempre e solo militanti politici, numericamente sempre meno e sempre più isolati dal corpo sociale che in qualche modo si vuole rappresentare […].
Per quanto ci riguarda, siamo saliti a Milano con la consapevolezza di partecipare in forma minore, senza velleità protagonistiche, consapevoli che da tempo la città stava investendo tutta l’energia politica di cui è attualmente capace per l’occasione, fidandoci dunque dei compagni che in qualche modo ci si stavano sbattendo. Abbiamo partecipato nello spezzone che consideravamo centrale nel discorso “no-Expo”, quello del lavoro […]; tutelando noi e la metà del corteo dietro agli scontri, abbiamo garantito  – insieme agli altri compagni presenti: dai sindacati conflittuali ai collettivi che fondano il proprio agire nella contraddizione capitale-lavoro – che metà corteo giungesse infine alla sua naturale conclusione, evitando la dispersione del corteo stesso.

Non eravamo materialmente presenti nel fuoco degli scontri, evitiamo dunque di parlare di dinamiche che ci vengono raccontate ma che sono frutto di legittime decisioni altrui. Soprattutto, non ci accodiamo al pensiero mainstream che da subito ha iniziato la consueta opera denigratoria. Non c’è un corteo buono e uno cattivo; non ci sono infiltrati; non c’è una parte sana e una malata. Questa cosa va detta con fermezza, in ogni dove. C’è solo tanta rabbia, che va articolata ed espressa nel migliore dei modi (e dubitiamo che questo “migliore dei modi” sia quello visto ieri), ma che in ogni caso non condanniamo perché non è certo il comportamento dei subalterni che oggi può essere messo sul banco degli imputati. Ci sono delle scelte politiche precise e una “narrazione conflittuale” che da tempo ha preso il sopravvento sulla strategia politica. Non è lo scontro e la devastazione il problema oggi. E’ come creare consenso attorno a pratiche conflittuali. E’ questo ciò che manca, ed è da qui che si deve ripartire, e da subito. Non reiterando discorsi e immaginari che vengono poi raccolti da altri, che con più sapienza e coerenza li portano alle estreme conseguenze. E’ tornando a fare politica, cioè costruendo un discorso conflittuale che vada di pari passo al sentire comune della classe. Senza accelerazioni inutili o altrettanto inutili attendismi.

Quelli che oggi inorridiscono e che magari favoleggiano degli anni Settanta dovrebbero tenere in mente che esteticamente non c’è molta differenza tra la Milano di ieri e una qualsiasi manifestazione del ’77: è il contesto che è radicalmente diverso, la cornice politica radicalmente mutata, i numeri, il consenso diffuso, una dialettica politica differente, differenti organizzazioni capace di reggere pratiche di piazza oggi completamente “anarchiche”. Un modello che oggi non può essere riproposto in sedicesimi sperando di azzeccare la combinazione giusta per caso, scontro dopo scontro, quasi che attraverso una sommatoria di pratiche esteticamente simili si possano riattivare magicamente cicli di lotte ormai trapassati. Tra una sfilata pacifica e una Mercedes in fiamme, ci sembra mancare la politica, quella mediazione capace di spostare in avanti il nostro rapporto di forze con i nemici di classe. Che utilizza il conflitto come mezzo e non come fine, trasformandolo in obiettivo politico strategico e sacrificando ad esso ogni discorso di opportunità politica. Ma questo è un discorso che va affrontato tutti insieme. Da oggi va ricostruita un’opposizione all’Expo, vanno continuati i percorsi e vanno liberati i compagni. Soprattutto quelli arrestati ieri negli scontri. E dopo anni di corruzione, scandali, miliardi sottratti alla cittadinanza, nepotismi vari, disastri economici, sociali e culturali, non ci venissero a parlare di danni d’immagine alla città. Non sarà la collera male organizzata dei subalterni a rendere le nostre ragioni meno decisive.

Qui l’articolo completo del Collettivo Militant.

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