La colpa del sole: contro il discorso mainstream sulla Grecia

In queste ultime settimane, i media hanno ripreso a occuparsi della Grecia e niente, nel vocabolario e nei concetti, è cambiato dall’inizio della crisi: tenere fede agli impegni, il debito pubblico, i fannulloni che han vissuto sopra le loro possibilità…Pochi resoconti, e per contro un mare di dogmi, prodotti da quella sublime e intangibile magia contemporanea che è l’economia – a noi miseri non iniziati resta solo la decenza di tacere e credere. E invece dobbiamo rifiutare e ribaltare tutto, dobbiamo spingere a testa bassa, ognuno come può e per quanto può, in una sola direzione: contribuire a decostruire i potenti luoghi comuni imbastiti dal discorso dei media sulla Grecia.

 

La colpa del discorso mainstream e l’incrocio scardinatore.

Lungi dall’essere neutra narrazione di ciò che stava accadendo, il discorso dominante sulla Grecia non è stato nemmeno il prodotto naturale di superficialità, razzismo o vendetta: piuttosto, i titoloni sui giornali, le etichette, gli epiteti antigreci erano condizione necessaria affinché quel popolo potesse essere defraudato. Mica noccioline: il discorso dominante sulla Grecia ha spalancato le porte e lucidato la strada alla barbarie europeista. L’accanimento del discorso, poi, si deve sicuramente alla reazione del popolo greco, alle durissime proteste antiausterity già dal 2008. Slavoj Žižek nel 2012 avanzava:

Christine Lagarde ha recentemente affermato che ha più simpatia per i poveri abitanti del Niger che per i greci, e ha anche consigliato i greci ad aiutare se stessi pagando le tasse, che, come ho potuto verificare pochi giorni fa, lei non deve pagare. Come tutti i liberali umanitari, ama i poveri impotenti che si comportano da vittime, evocano la nostra simpatia spingendoci a fare la carità. Ma il problema con voi greci è che sì, soffrite, ma non siete vittime passive: resistete, lottate, non volete comprensione e carità, volete solidarietà attiva [qui la trascrizione dell’intero discorso, che nel complesso è abbastanza modesto, su “Il Manifesto”, mentre le parole esatte della Lagarde, per chi ne abbia proprio voglia, sono leggibili in questo articolo de “Le Figaro”].

Di certo, sin dai primi mesi della crisi i media hanno impostato in un modo ben preciso il discorso sulla Grecia, e invece di riportare cosa stava accadendo, le cause, il contesto, hanno iniziato a propinarci sequenze delle visite della Merkel ad Atene, o immagini di lindi summit a Bruxelles. Sottotitoli: vedete come s’impegnamo lassù? Loro vogliono aiutarli, i greci – e infatti sono in atto le difficili manovre di salvataggio, concesse a quel popolo incapace di gestirsi, composto per la maggior parte da truffatori e disonesti, in ogni caso inguaribilmente pasticcione. Chissà perché e non so se succede anche a voi, ma mi torna in mente sempre più spesso una famosa scena del film “Mediterraneo”: una fassa, una rassa…Mica per riderne, eh, ma con orgoglio.

Comunque, lo psicoterapeuta tedesco Georg Piper, specializzato nella cura dei disordini post-traumatici a seguito di catastrofi e atti di violenza, parla a proposito della Grecia di gigantesca opera di repressione e di rimozione di massa [“Il prezzo del ‘trauma collettivo’: la Grecia sull’orlo della guerra civile“]. Si tratta quindi di pressioni comunicative potenti e mirate, di una rete diffusa e pervasiva – e proprio perché a fatica possiamo incidere, quel che è nelle nostre capacità e possibilità dobbiamo farlo con decisione: bisogna indagare e nell’indagine forgiare i propri mezzi, e poi tessere i dati, le analisi, le voci che si sono incrociate. Basterebbe che uno o due lettori di questo blog avessero sufficienti testa e cuore per interessarsi, e poi condividere uno dei tanti post che smontano il discorso sulla Grecia. Non per forza il mio post, accidenti, che come vedete e non nego sono giovane e inesperta, pesco e costruisco e mi formo – ma potete andare, ad esempio, qui.

 

Un blog di economia è un affare di cuore.

Sì, ho appena citato un blog di economia. Ed è chiaro che per convincere una impenitente umanista come me ad appassionarsi a tabelle, calcoli e numeri, non bastava un argomento qualsiasi: ne serviva uno “d’amore” – ad esempio, il destino di un popolo, quello Greco, e di un minicontinente, i Balcani, che mi stanno molto a cuore.

La Grecia è legata soprattutto, per me, a un ricordo molto vivido, forse a causa del contrasto fra la situazione spensierata in cui ero, un Erasmus a Parigi, e la tragicità del fatto che di colpo, come in un incubo, interruppe tutto. A Parigi ero ospite della Fondation Héllenique – per la cronaca, l’edificio è stato costruito, nel lontano 1932, a forma di Partenone…esatto, dai bagordi notturni io rientravo qui.

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E se ho macinato chilometri nelle vie viuzze passaggi e corti parigine, per metà l’erasmus mi sembra di averlo fatto in Grecia – di certo, grazie alla residenza, ho conosciuto molto meglio i greci che i parigini…notoriamente più schivi, mettiamola così. Ma nel clima anche un po’ menefreghista e autarchico della Cité universitaire, in quello più familiare della casa greca dove alle 4 di notte cascasse il mondo in forno sfrigolava un ovino, dove il parlottio cantilenato dalle altre camere, dai corridoi foderava ogni ora, dove i sorrisi e le imprecazioni e la peggior pronuncia francese del mondo erano di casa, d’improvviso è esploso uno sparo: quello che uccise Alexis. Ormai, 7 anni fa. Ci fu silenzio, attonito, poi rabbia e incontri e discussioni. Ma subito, negli occhi e nelle voci non ci fu nessun cedimento, nessun possibilismo: si sapeva con chi era sacrosanto stare, perché si capiva cosa stava succedendo. Ecco, quella lucidità non l’ho più ritrovata. 

 

I dati e le voci del massacro: cosa significa austerity.

Dal giorno dell’assassinio di Alexis, ai greci sono stati svenduti la salute, il lavoro, l’istruzione, la dignità, persino la terra da sotto ai piedi, letteralmente. Il fatto che gravissime, spesso irrimediabili violenze siano state perpetrate a danno di un intero popolo, in così poco tempo, così vicino a noi e tutto sommato così indifferentemente, è tanto incredibile da rendere difficile una rappresentazione, una narrazione scardinatrice. Parto allora dai nudi dati che v’invito a diffondere come vi pare [fonti dei dati: ELSTAT, agenzia greca di statistica; Scuola nazionale greca di salute pubblica; Dossier Caritas; La Stampa, in particolare l’articolo “Grecia da record: di miseria“; “New York Times”, “More Children in Greece Are Going Hungry“]:

  • Aumento della povertà dal 2009: + 100%.
  • Tagli alla sanità-40% tra il 2007 e il 2009, in seguito ulteriore – 32%. Tradotto: negli ospedali mancano strumenti di base come siringhe e mascherine; lo Stato non può più acquistare farmaci per i pazienti oncologici; sono ricomparse malattie debellate da decenni in Europa, come la malaria e la tubercolosi; le imprese di pulizie non vengono pagate, così i pochi medici e infermieri non licenziati, che pure in molti casi non ricevono lo stipendio da mesi, turnano per pulire.
  • Morti infantili: tra il 2008 e il 2010 +43%.
  • Tasso di suicidi+40%.  Il tasso di suicidi in Grecia era, prima delle crisi, il più basso del mondo occidentale.
  • Persone senza accesso ai servizi sanitari27,7%.
  • Anziani che soffrono la fame al 201565%.
  • Bambini che soffrono la fame439.000 al 2013. L'”insicurezza alimentare” della Grecia la colloca alle spalle di alcuni paesi africani; fra le tante fonti, anche la rivista “A’ l’encontre” riporta i casi di ragazzini svenuti per la fame mentre andavano a scuola (notizia ripresa dal blog Movimento operaio, qui).
  • Bambini abbandonati+336% dal 2008 al 2013.
  • Persone senza i mezzi per nutrirsi adeguatamente: al 2015, 62%.
  • Attività fallite: 25%.
  • Disoccupazione giovanile: 57,2%; più del 27% della popolazione attiva è disoccupata, al 2015. Le riduzioni dei salari toccano spesso il 50% (la media è del 40%; il secondo Memorandum della Troika ha imposto un taglio netto del salatio giovanile del 32%) e si diffonde sempre più la pratica di pagare solo una parte dello stipendio, o di pagarlo con mesi di ritardo. La Caritas riporta che la metà delle persone che chiedono aiuti alimentari non sono disoccupati, ma non hanno comunque un reddito sufficiente per vivere.
  • Persone che vivono senza corrente elettrica: + 250%.
  • Senzatetto: da qualche centinaia a 40.000, al 2013.

Alla luce dei dati, cominciate ad intuire che non si sono chieste ai greci piccole rinunce, l’abbandono di qualche vizietto o di oziosi privilegi? Cominciate a immaginare come alla Grecia si sia imposta la rinuncia a tutto, in un lento, progressivo stupro di proporzioni immani? E vi grazio del beneficio del dubbio, dando per scontato il vostro accordo su quella che per me è, insieme, la conclusione e premessa di tutta la faccenda-Grecia: nemmeno in milioni di secoli, nemmeno con le peggiori scelleratezze, un popolo potrebbe “meritare” un simile “trattamento”. E sono a questo punto sono pure ottimista: oltre ad avere un briciolo di umanità residua, di sicuro riuscirete, fra qualche riga e con l’aiuto dell’esimio economista, a intuire un fatto fondamentale, ossia che la cura né era necessaria, né sta migliorando le cose. A quel punto, qualche domanda sulle reali motivazioni dell'”operazione Grecia”, e di conseguenza sul “discorso Grecia”, dovrà pur sorgervi…o no?

Nel dubbio, e per i più gelidi di cuore / lenti di testa, ho censito un bel po’ di documentari e testimonianze capaci di tradurre i dati in facce, voci e storie. Fra di essi, ho scelto “La Grecia che si dispera…la Grecia che spera”, perché fa parlare persone in situazioni diverse senza commenti né drammatizzazioni. Inoltre, dà voce ai bambini che sono capaci, come dice una maestra nel filmato, di esprimere in 5 righe fulminanti quanto sia straniante e bastarda la realtà che è piombata loro addosso…[c’è un ma, e sbrigo subito la piccola critica preliminare ad un’opinione espressa da un paio di intervistati: bisogna limitare l’esposizione delle persone a notizie negative esasperate, e rieducarle piuttosto alla risata e alla condivisione. Il sensazionalismo dei media è indubbio, ma essi, più che essere specchio della società, veicolano la sua realizzazione e quindi contengono, al tempo stesso, gli strumenti per decostruire discorsi e dinamiche. Spegnere la TV è e resta un palliativo, perché la società va avanti comunque ed è in essa che risiedono molte cause dei nostri malesseri: non possiamo liberarcene senza occuparci della società. L’unica via è quindi attraversare la depressione individuale e unire le forze. Sicuramente, ognuno è poi libero di corazzarsi contro la depressione come gli pare – è utile e sensato, ma solo se avanza in parallelo all’azione contro le cause concrete e collettive dei problemi. Ma vi prego vi scongiuro non ditemi di riderci su, così tutti saremo più propositivi e i problemi svaniranno, che mi viene l’orticaria…]. Ecco il video, e la trascrizione di alcune delle interviste.

Ex marinaio con 100€ di pensione per tre persone:

Ci hanno seppelliti vivi e ci hanno lasciato fuori solo il naso per respirare. Prima scherzavo sempre, ero il primo a trasmettere il buonumore fra gli amici. Ma ora non posso parlare, non voglio! Non riesco a parlare, sono senza parole! […] Dieci giorni prima di prendere la pensione rimango senza soldi. Sono andato al forno a chiedere un po’ di pane, per qualche giorno, così almeno lo mangiamo con l’acqua e un po’ di zucchero. Ogni giorno che passa invecchio di un anno. Se mi aveste visto sei anni fa, non mi avreste riconosciuto […]: sono invecchiato di vent’anni! Come vivremo, noi? […] Che dio faccia riposare in pace il 74enne morto a piazza Syntagma [il 4 aprile 2012].

Bambino 1, investito in pieno dal discorso colpevolizzante sulla Grecia:

I politici hanno la colpa maggiore, ma anche noi ne abbiamo un po’. Perché a volte spendiamo i soldi senza motivo.

Bambino 2, fumetto:

E’ meglio morire che vivere.

Bambino 3, disegno:

E’ una pallottola che parte da una pistola e va a colpire un politico, che porta con sé tanti soldi. Sono i soldi che stanno rubando alla Grecia. [all’intervistatrice che chiede: “E perché merita una pallottola? Non basta riprendere i soldi?”]: La merita, perché ha portato la Grecia in questa situazione e deve essere punito”.

Donna:

Avrei dovuto sapere che il mio stipendio sarebbe diminuito così tanto, che la vita sarebbe diventata così cara, che le tasse  da pagare sarebbero diventate così tante. Ma anche la banca avrebbe dovuto saperlo, per non dire che la banca l’avrebbe dovuto sapere meglio di me. […] Sono molto arrabbiata, perché con tanta insistenza ci hanno costretti ad assumere un certo stile di vita e poi, dopo dieci anni, ora che siamo tutti indebitati, ci hanno detto che quella vita era tutta una bolla. Perché la maggior parte dei greci viveva una vita sobria. Non erano tanti i greci che vivevano ‘sopra le loro possibilità’.

Psicologa:

Non è vero che siamo pigri. Abbiamo una fortuna: il sole. Non dobbiamo sentirci in colpa perché abbiamo il sole – spero che lei mi abbia capito.

 

Affondo contro i luoghi comuni – dal blog Goofynomics.

Goofynomics è il blog dell’economista Alberto Bagnai. Quando mi è stato consigliato, ero piuttosto scettica sulla mia capacità di trarre dai post un qualche lume di comprensione sulla realtà. Ma accidenti mi sbagliavo e non per colpa mia. Anzi, ascoltate bene e convincetevi pure voi: la freddezza, soggezione e alienazione che probabilmente v’ispira l’economia non è esattamente un sentimento atavico e naturale, legittimo e coerente. Al contrario, in questi anni ci hanno progressivamente, metodicamente convinti che l’economia sia una specie di arte oscura comprensibile solo ad eletti iniziati, e gli economisti gli sciamani del nuovo millennio, capaci di dispensare verità assolute, ma non certo strumenti per comprenderle. Al contrario, l’economia è un campo del sapere che, come tutti, ha sì un lessico specifico e nozioni da far proprie, ma a piccoli passi si lascia abbordare. Bagnai poi ha evidenti doti di chiarezza e argomentazione, immagino affinate dall’attività d’insegnamento; di conseguenza, il blog è davvero fruibile a più livelli: anche chi non ne sa niente di economia può capirci qualcosa e da lì imbastire una piccola cassetta degli attrezzi. Ciliegina sulla torta, l’attitudine cinico-infingarda di Bagnai – ci si diverte addirittura a leggerlo, ‘sto blog di economia. Unica avvertenza: si diffonde la moda di fare di un economista, solitamente a caso, un guru – atteggiamento in apparenza opposto, ma che finisce per rientrare in quanto detto sopra. Comunque, non fatelo: fidatevi il tanto che basta di chi è autorevole, ma friggete dalla voglia di vedere il vostro “riferimento” contraddetto e sbugiardato in un qualsiasi contrasto, e di avanzare un passo in più sulla sacra via della comprensione del reale.

Comunque, in Cosa sapete della Grecia? (fact checking) Bagnai si dedica alla decostruzione dei principali luoghi comuni del discorso mainstream sulla Grecia. Di nuovo, leggete, fate le vostre considerazioni e, se avete aperto gli occhi sulla via di Atene, condividete:

  • La Grecia è il più grande successo dell’euro e delle politiche di austerity – è in atto il miracolo della ripresa!: come anticipavo, il colmo di tutta la faccenda greca è che le misure di austerity, fatte sulle spalle dei soliti ultimi e penultimi, non sono state affatto una cura per la malconcia economia greca, ma un danno ulteriore. Per dimostrare che in Grecia non c’è nessun miracolo, Bagnai riporta in particolare una grafica che confronta la distruzione del PIL italiano durante la Seconda Guerra Mondiale con quello della Grecia attuale: beh, “ la distruzione di prodotto in Grecia nei primi tre anni della crisi è stata più rapida di quella sperimentata dall’Italia nell’ultima guerra“. Pensate che il fallimento dell’austerity in Grecia possa essere solo l’opinione di parte di un’economista complottista? Bravi!, non fidatevi, così si fa! Peccato che esistano i dati, montagne di dati…e sorpresa delle sorprese, un rapporto dello stesso Fondo Monetario Internazionale che ammette il disastro. E allora, com’è che qui c’è ancora chi crede alla bufala della ripresa greca? C’entra qualcosa il fatto che la stampa estera diede vasta risonanza al rapporto del FMI (qui, ad esempio, un articolo del “Guardian”), mentre in Italia la notizia è passata sotto silenzio? Ho fatto io le domande, datevi voi le risposte.
  • La Grecia è in crisi per colpa del suo debito pubblico elevato: se il Fondo Monetario Internazionale ha ammesso che la cura era sbagliata, la Banca Centrale Europea ha ammesso anche la diagnosi non era proprio da dieci e lode. Ma nemmeno da sufficienza, a quanto pare. Bagnai sottolinea infatti che il debito pubblico greco era elevato prima della crisi, ma comunque inferiore a quello italiano, o a quello belga, e oltretutto non stava crescendo in modo spropositato; sicuramente, inoltre, i conti pubblici greci erano stati truccati – eppure, il vero, sostanziale problema greco era ed è l’indebitamento privato. Questa tesi inizialmente veniva sostenuta da pochissimi, tanto da sembrare azzardata e assurda qualche anno fa, ma ancora: meraviglia delle meraviglie, nel 2013 fu lo stesso Vicepresidente della BCE, Vítor Constâncio, ad ammettere che la responsabilità principale della crisi era da attribuirsi alla finanza privata (le banche). In un post sul blog de “Il Fatto Quotidiano” (“Quelli che… la colpa è del debito pubblico“), Bagnai riassume: “Quella che ora i mezzi di disinformazione di massa presentano come crisi bancaria causata da una crisi del debito pubblico, nei dati si presenta in modo opposto: la crisi di debito pubblico è causata dal dissesto finanziario del settore privato […], attraverso gli interventi di salvataggio delle banche con soldi pubblici, e attraverso il crollo dei redditi privati e quindi delle entrate fiscali. Casta, corruzione, evasione sono certo da combattere, ma con questa dinamica c’entrano poco. C’entra invece la strategia di espansione del capitalismo del Nord, che ha favorito lo smaltimento della propria sovrapproduzione inondando di liquidità i mercati del Sud, onde facilitare l’accesso al credito di famiglie e imprese”. Oltre a contraddire il luogo comune del debito solo pubblico, comunque, è sempre lo stesso Constâncio a mandarne all’aria un secondo: le responsabilità di un errore finanziario non sono solo del debitore, ma anche del creditore – che fino a prova contraria è quello che ci guadagna ed è in posizione di forza. Bagnai commenta: “in un ambiente di crescita sostenuta, come era quello della Grecia, per una famiglia o per una impresa era razionale e giustificato anticipare certe spese ricorrendo al mercato finanziario (indebitandosi), perché la famiglia o l’impresa poteva avere l’aspettativa di riuscire a ripagare i propri debiti. Perdonatemi: quando siete stati in banca a chiedere un mutuo, vi avranno chiesto la busta paga, ma non credo vi abbiano fatto sostenere un esame di macroeconomia, giusto? Le capacità tecniche, e il dovere, di verificare la sostenibilità incombe per forza di cose più sulle banche, che hanno gli strumenti di verifica appropriati (dati, modelli), che non sui singoli. Quindi le banche hanno sbagliato“. Comunque, vale la pena riportare anche le parole di Constâncio su debito pubblico/privato:

La più antica narrazione della crisi, progressivamente corretta da accademici ma ancora popolare con alcuni segmenti dell’opinione pubblica, è più o meno questa: […] la crisi è stata provocata principalmente dal fatto che diversi Paesi periferici non hanno rispettato […] le regole fiscali del patto di stabilità e crescita – e ciò ha generato la crisi del debito sovrano. […] Anche se questa è una narrazione internamente coerente, non è corretto indicarla come driver principale della crisi. In primo luogo, non vi è una forte correlazione tra l’eventualità in cui uno Stato membro abbia rispettato o meno il patto di stabilità e di crescita prima della crisi, e le richieste dei mercati finanziari di oggi. Ad esempio, la Germania e la Francia non hanno rispettato il Patto nel 2003-4, la Spagna e l’Irlanda li hanno rispettati più o meno completamente fino al 2007. In secondo luogo, non vi era alcun aumento uniforme del debito pubblico sovrano complessivo durante i primi anni della moneta comune nei paesi che sono ora sotto stress.

Al contrario del debito pubblico, il livello complessivo del debito privato è aumentato nei primi sette anni di UEM [Unione economica e monetaria] del 27%. L’aumento è stato particolarmente pronunciato in Grecia (217%), Irlanda (101%), Spagna (75,2%) e Portogallo (49%), tutti Paesi che sono stati sotto forte pressione durante la recente crisi [qui la conferenza di Vítor Constâncio, qui la traduzione italiana].

  • Doppio luogo comune: l’elevato debito pubblico della Grecia è colpa del sovraffollamento di dipendenti statali – che  poi sono greci e si sa come sono i greci…: Bagnai non ha granché da faticare, qui. Da tutte le statistiche possibili immaginabili (rapporto impiegati statali e popolazione totale, rapporto impiegati statali e popolazione attiva – rappresentato nel grafico sotto, rapporto impiegati statali + dipendenti di aziende di proprietà pubblica e popolazione) emerge che la Grecia è appena sotto o appena sopra la media europea, in ogni caso sempre dietro a nazioni virtuose come Austria e Finlandia. Addirittura, il rapporto spesa pubblica/PIL della Grecia fra il 1999 e il 2007 è stato in media inferiore a quello di Olanda e Germania. Peccato anche che l’OCSE fotografi una Grecia in testa alle statistiche di aumento della produttività lavorativa, prima anche della nazione più efficiente e bacchettona (coi terroni), la Germania – naturalmente, tiene a precisare Bagnai, è più facile recuperare produttività rispetto alla Germania se il sistema economico in cui lavori tu, greco, è più arretrato, ma tant’è: la Grecia stava migliorando, i lavoratori non dormivano certo sugli allori, o sugli ulivi se preferite. Egualmente, tutte le altre bufale in merito sono smentite dai dati: i greci lavoravano in media 2 ore alla settimana più che nel resto d’Europa; i greci godevano in media di 23 giorni di vacanza all’anno, contro i 30 dei tedeschi; il livello salariale medio della Grecia era pari al 73% della media europea, e un quarto dei lavoratori greci percepiva meno di 750€ al mese; gli uomini andavano in pensione in Grecia, in media, a 61.9 anni contro i 61,5 della Germania, e la media delle pensioni era di 617€ al mese, il 55% della media europea.
  • I greci hanno falsificato i conti a discapito dei partner europei: la prima parte della preposizione è un fatto, e non ci piove. I governanti greci hanno mentito sul rapporto deficit/PIL all’Europa: lungi dal rimanere nella fatidica soglia del 3%, il rapporto greco ha toccato prima il 6%, poi il 12% e poi il 15%. La domanda, però, è perché e con che complicità i politici greci hanno potuto farlo. La documentazione anche in questo caso non manca, e su nessuno dei due aspetti: i conti greci sono stati truccati grazie alla complicità di grandi banche e società finanziarie internazionali. Goldman Sachs (sì, proprio loro…) propose alla Grecia un prestito blindato, con parti nascoste agli altri governi europei…e altre agli stessi firmatari! Sardelis, dell’agenzia greca per il debito pubblico, non poté verificare alcune condizioni proposte, e ha ammesso recentemente che il meccanismo del prestito era tanto complesso né lui né gli altri negoziatori greci capirono del tutto in cosa consistesse. Ma d’altronde il premier greco, Papademos, era stato uomo di Goldman Sachs, e la donna di ferro che condusse le trattative per la società americata, Addy Loudiadis, aveva origini greche e per di più aveva “salvato” il suo caro paese da un prestito pericoloso qualche tempo prima…come si dice, o meglio lo dico io: salvare dalla padella altrui per cuocere direttamente sulla propria brace. E così il contratto fu stipulato: nel 2001 per magia scomparvero 2,8 miliardi di dollari di debito greco – peccato che, oltre alla commissione di 600 milioni alla Goldman Sachs, il governo greco si trovò a dovergliene restituire, già nel 2005, ben 5.1. Ma perché i greci commisero una simile follia, contraendo addirittura un prestito non del tutto chiaro? Il gigante culturale e nano economico, come spregiativamente viene spesso chiamata la Grecia negli elegiaci ambienti dell’alta finanza, doveva assolutamente saltare sul carro dell’euro – non avrebbe potuto farlo senza nascondere sotto il tappeto, e in un batter d’occhio, parte del debito. Ed eccoci al secondo punto: perché la Grecia ha potuto truccare i conti? Se avete resistito a leggere fino a qui, spero avrete capito che in tutta ‘sta faccenda i buoni sentimenti o l’afflato europeista alla “Non possiamo lasciare fuori la culla della civiltà europea” tendono a c’entrare poco…E infatti: per tutti era un ottimo affare l’entrata della Grecia nell’euro. Come spiega Bagnai, nel mercato europeo i greci avrebbero acquistato credibilità, gli si sarebbero potuti prestar soldi, e i Paesi ad economia più forte avrebbero potuto aprire le danze delle esportazioni. “Naturali” (prezzi competitivi), fortemente suggerite (tedeschi incorrotti, ma corruttori) o addirittura blindate (ti presto soldi se compri questo e questo). E’ infatti provato (per cominciare: “Germania, l’asse Berlino-Atene delle tangenti: due inchieste per corruzione“) che uomini d’affari di varie industrie tedesche (le più intrallazzate: Tyssen-Krupp e Siemens) abbiano elargito senza ritegno mazzette a politici greci, affinché nei piani del governo s’inserissero commesse esorbitanti, soprattutto militari. E’ noto che, più che di farmaci antitumorali e cibo, abbiamo tutti bisogno di sentirci al sicuro…e così, la più abnorme anomalia che presenta la Grecia non è il debito pubblico, ma la spesa militare che ammonta ad un incredibile 7% del PIL! Condivido del tutto la chiusa di Bagnai su questo punto: per fare un debito assurdo ci vuole uno scaltro creditore, ma ci vuole anche un debitore e i greci hanno effettivamente contratto debiti…

Ma, fatemi capire: voi pensate che la colpa di un governo debba essere scontata da un intero popolo? Voi pensate che per il fatto che i politici hanno accettato mazzette da una delle imprese più corruttrici al mondo, per il fatto che sono stati aiutati a fare il maquillage dei propri conti pubblici da emissari di quelle banche, come Goldman Sachs, dalle quali ora provengono i moralizzatori come Monti, è giusto che i bambini greci restino senza medicine?

In conclusione, spiega Bagnai, i fatti e i dati dimostrano che i paesi del nord Europa, le banche, gli affaristi e i politici di ogni nazione hanno favorito l’ingresso nell’area euro dei paesi deboli per poterci guadagnare. Con mazzette e prestiti loschi, gli ultimi, ma la Germania (e pure la Francia)? Beh, l’ingresso dei paesi più deboli avrebbe reso l’euro più debole di quanto fosse il marco, quindi le esportazioni dalla Germania sarebbero state favorite, e l’integrazione monetaria avrebbe favorito anche l’acquisto di beni del nord da parte di cittadini del sud. Ciò che ha sbilanciato questa situazione di sfruttamento è stata, secondo Bagnai ma anche secondo gran parte della letteratura economica più recente, la crisi americana a cui diede il là la bancarotta della società finanziaria Lehman Brothers. La Germania, infatti, aveva investito fortemente negli Stati Uniti, e vedendosi costretta a rientrare dai soldi prestati “anche loro, come credo avreste fatto voi, hanno preferito fare la voce grossa con la Grecia, piuttosto che con gli Stati Uniti“. Ma non preoccupiamoci: le banche tedesche ormai hanno recuperato tutti i loro crediti – anche grazie al fondo salva-stati finanziato da tutti noi che, come ricostruisce Bagnai, è andato a finanziare i paesi deboli (il debito dei paesi deboli? Gl’interessi sul debito?), ma anche le banche di quelli forti.

L’ultima menzogna da sfatare è che l’euro non c’entri, in tutto ciò, nulla. Ma in questo post voglio stare sulla Grecia – per gl’interessati, si può cominciare da qui: “Euro: una catastrofe annunciata“.

 

E se ancora non basta: 3 concetti da rispedire al mittente.

L’assurda intoccabilità delle istituzioni europee…Non ho mai capito troppo l’afflato, tanto accorato da sembrare davvero istintivo e non indotto, con cui molti cittadini comuni chiedono rispetto per le istituzioni, rispetto per l’autorità, rispetto per la divisa. Insomma, rispetto per il contenitore. Non riesco proprio a condividerlo, né trovo un caso in cui una veste, un ruolo, dovrebbero legittimamente richiedere un “di più” di rispetto, che non può che andare di pari passo con un “di meno” da elemosinare agli sfigati senza divisa, tonaca o targa che sia. E il bello è che, ammantando del surplus di rispetto le varie divise, i cari concittadini finiscono per concepirle naturalmente come armature magiche: niente critiche, nessuna possibile rimessa in discussione, in nessun caso. Nascono così i moderni totem intoccabili, e fra i peggiori c’è proprio quello dell’Europa, questa fantastica entità fatta di progresso, illuminismo, uguaglianza. L’Europa è per forza diritti, l’Europa è per forza giustizia ed equità, all’Europa ci si può rivolgere per dirimere le questioni che noi, italiani caciaroni e pressapochisti, non sappiamo sbrogliare (che anche su questo pregiudizio per forza antitaliano c’è molto da dire, e da decostruire…ma non ora, lo so). L’Europa è l’immacolata concezione del non plus ultra della tradizione occidentale, un pout-pourri d’illuminismo molto teorico, tutto diritti umani e pugnette, laicismo cattolico se serve, femminismo vanilla e multiculturalismo un pelo assimilazionista. Certo, gli utili idioti, quelli che si sentono cosmopoliti per il fatto di fare le vacanze in Francia o Spagna e pagare con la stessa moneta, non sono gli artefici – è che a volte sono rognosa, mi viene proprio da incazzarmi coi complici di classe media che disquisiscono di libertà e eguglianza senza capire un cazzo di quello che sta accadendo. Sono i crociati di una certa sinistra attuale che non so mai come chiamare…conservatrice, legalitaria, perbenista. Cheneso, fate voi, inauguriamo una gara, un hashtag. Ma per capirci, sono quelli che sventolano la Costituzione in piazza, che l’Erasmus è imprescindibile, che ci vuole rispetto, ci vuole dialogo…Gente convinta che uno dei principali motivi che sta alla base di questa distanza (fra Europa e cittadini) è dovuto al fatto che di Europa si parla poco, ma sopratutto se ne parla in maniera complicata non facilmente comprensibile. È così che nasce l’idea di questo blog, un blog dove di Europa se ne parla e se ne parla in modo semplice. Mi piace pensare che così facendo sto facendo la mia parte per ridurre e cucire un ponte tra i cittadini e l’Europa aiutando a creare quel senso di solidarietà e comunanza e quel senso di appartenenza Europeo di cui credo abbiamo bisogno (lo so, lo so, non posso prendermela con lui in sè, è solo un ignaro sintomo, un povero kamikaze felice…ma posso invece prendermela anche con lui in sé, proprio fisicamente?! Per favore!). Ecco, gente così ha contribuito in modo fondamentale a diffondere il malefico virus dell’europeismo: c’è bisogno di più Europa, di Europa si deve parlare (questo lo slogan degli orrendi video che passano in Rai negli ultimi mesi…non vi scatena un’immediata insubordinazione? Si deve un cazzo!), l’Europa è il futuro e non possiamo restare indietro, non abbiamo alternative che l’Europa. Ecco, nessuna alternativa sono le parole d’ordine del nostro nuovo mondo, della magica era della finanza e della grande comunità europea – e proprio da questo fausto humus è nata l’Europa, se è vero che non è nemmeno stata concepita, per i paesi membri, una strategia d’uscita di nessun tipo. Cioè, a me non sembra esattamente un terreno fertile per la libertà, questo, o no?

…pari solo alla loro assurda arroganza. Di pari passo al dogma dell’immacolata concezione dell’Unione Europea, c’è un’attitudine imperante e ormai sdoganata proprio da Bruxelles: un’arroganza senza pari. E questo grazieadio urta un po’ tutti, anche se tutto sommato è un rischio calcolato, visto che l’irritazione resta epidermica. In occasione delle elezioni greche, ad esempio, i burocrati europei hanno martellato a ripetizione, belli come il sole e tutti solleciti nelle loro excusationes non petitae (la conclusione adatta alla nota proposizione excusatio non petita, precisa un caro amico pugliese, è però: INCULATIO manifesta): “Noi non interferiamo…ma RISPETTATE GLI IMPEGNI!”, “Ecco, votate chi vi pare…ma RISPETTATE GLI IMPEGNI!”, “Insomma…RISPETTATE GL’IMPEGNI!” . D’altronde sono ormai anni che da Bruxelles arrivano ai paesi del Sud letterine di reprimenda, e non richieste analisi politiche. Ricordate quando Schauble il nazista commentòl’appello di Letta ad un’attenuazione delle politiche di austerità? “È decisivo proseguire con il corso del risanamento. Il problema in Italia è stata l’irritazione dell’economia per i ritardi nel formare il governo. Scaricare sugli altri i propri problemi è comprensibile umanamente, e per alcuni la Germania è appropriata nel ruolo, ma è una sciocchezza”.  O quando Shauble (sì, sempre lui, che ci posso fare!) stupì tutti scoprendosi improvvisamente francese? Eccerto: il Ministro delle Finanze della Germania chiese al Comitato dei saggi economici tedesco di elaborare un piano di riforme che contrastasse il momento difficile dell’economia…dell’economia francese, è chiaro. Per concludere in bellezza la fanfara, eccolo rifilare al mondo la solita, vecchia e malefica solfa: “Il problema è che la Grecia vive da tempo al di sopra delle proprie possibilità e che non c’è più nessuno che voglia prestarle soldi senza le garanzie altrui“; e sulla Grecia, poco prima del recente, ennesimo “salvataggio”: “Mi spiace per i greci, hanno eletto un governo che al momento si sta comportando in maniera irresponsabile; mi sembra che per questo nuovo esecutivo sia tutto una grande mano di poker“. D’altronde, il suo predecessore Roesler argomentava pianamente: “La nostra pazienza con la Grecia si avvicina decisamente al limite […] adesso i greci devono mostrare di fare sul serio e far seguire alle parole i fatti. Per la messa in atto delle riforme servono più decisione e controllo. Se i greci non ci riescono da soli, allora decisioni e controllo devono venire da fuori, ad esempio dall’Ue“. E non è che vogliamo prendercela coi tedeschi, eh, ma fu quella culona inchiavabile (mai avrei pensato di) a parlare per prima di “compiti a casa” da assegnare ai paesi del Sud, o ad invitare la Grecia a”tirare la cinghia” (no, lei no) e “a non vivere a spese degli altri”. E che dire di Juncker, ex Premier lussemburghese invischiato fino al collo nell’affaire LuxLeaks e attuale presidente della Commissione europea? “Io non ho denaro fresco“, rimbrottava spavaldo pochi mesi fa, rivolto “ai romani e ai parigini, a cui tutto questo non basta”, per poi degenerare: “Senza riforme ci saranno conseguenze spiacevoli per Italia e Francia” (INSERISCI MOTIVETTO PADRINO anche nella vostra testa parte il motivetto de “Il Padrino”?). Ma, se ancora non si fosse capito, i burocrati del nord ce l’hanno con noi terroni solo un pelo in più che coi loro, di sottoposti; la loro è una forma mentis precisa e “naturale”, se appunto con naturalezza Juncker dichiara ai giornali: “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno“, o ancora, nel 2011: “Le politiche economiche della zona euro dovrebbero essere prese nelle buie e segrete stanze per evitare turbamenti nei mercati finanziari. Sono pronto ad essere insultato per essere insufficientemente democratico, ma voglio essere serio. Sono per dibattiti segreti, al buio“; e nel 2012: “I disoccupati devono cercarsi un lavoro, il reddito minimo garantito dev’essere una soluzione temporanea“.

La domanda sorge a questo punto spontanea: perché i burocrati si permettono di parlare così? Sono cretini, dicono alcuni. Sono razzisti e si credono superiori, dicono altri – e parzialmente questo c’entra. Non capiscono che delegittimano l’Europa stessa, dicono altri ancora, fra i quali il neoeletto ministro dell’economia greco Varoufakis, che a volte dice cose condivisibili (se poi le pensi e abbia intenzione di farle con tutte le forze, beh, è legittimo dubitarne): “L’appello di Juncker affinché i greci non votino in modo sbagliato dimostra un profondo disprezzo per la democrazia, e un atteggiamento neocoloniale che si fa beffa dell’idea secondo cui l’Unione rispetta la sovranità dei suoi stati membri. In teoria, è la Commissione europea che è tenuta a rispondere delle sue scelte di fronte ai cittadini degli stati membri, e non i cittadini che sono tenuti a rispondere delle loro scelte di fronte alla Commissione.[…] Con questa affermazione, Juncker […] ha allargato ancora di più il deficit democratico dell’Ue. Il suo intervento è stata una delle mosse più anti-europee che si potessero immaginare, in quanto è riuscito a delegittimare in un colpo solo sia la Commissione che l’Unione stessa” [qui] In realtà, ed è una cosa che sto comprendendo a fondo solo da poco, chi sta in alto raramente è un cretino – che poi si serva di uno stuolo di cretini non c’è dubbio, ma nelle stanze del comando ci sono cervelli decisamente più acuti di molti dei “nostri”, e raramente le dichiarazioni e le mosse che intraprendono non sono ben ponderate. Le dichiarazioni citate, infatti, producono sì una superficiale irritazione nei popoli del sud (meno in quelli del nord, anche “grazie” alle mazzate rincarate di media vergognosi), ma riescono a inoculare la strisciante convinzione che, sotto sotto, le cose stiano davvero così. Il loro gioco vale sempre la candela – se così non fosse, oggi staremmo facendo una rivoluzione o quantomeno saremmo in piazza un giorno sì e uno no, invece che parlare di come la Grecia viene massacrata.

“Al di sopra delle tue possibilità”Quello di vivere al di sopra delle proprie possibilità è un concetto strano, meno ovvio di quanto sembri. Il sistema nel quale viviamo, infatti, si basa in buona parte sul fatto di vivere al di sopra delle proprie possibilità: il mutuo, le rate dell’auto, le spese non necessarie. Eppure, c’è un confine nebuloso che separa il pezzente, che magari fa un lavoro ozioso, statale, che non produce e che pure lui, però, deve spendere, e il ruspante, sveglio affarista, che sguazza come un pesce(cane) nell’oceano e compra e vende e svende. Il secondo fa investimenti (rischiosi, avventurosi, geniali), il primo fa debiti (vergognosi, pesanti, idioti, sintomo della sua incapacità di vivere e capire il mondo moderno); il secondoagisce per indole naturale e innata attitudine, allo scopo di mettere in scena la sua vita di dotato purosangue del capitale, mentre il primo agisce, chiaramente, per invidia e ingordigia. Volendo essere ciò che non è, volendo vivere oltre le sue possibilità. E qui si scoperchia l’ingannevole crosta democratica del capitale: non tutti devono muoversi da pescecani – devono solo crederlo e provarci, perché così potranno finire in pasto al marchingegno e nutrirlo. Appena il marchingegno traballa un po’ troppo, e di solito per l’ingordigia dei grandi, la mannaia moralizzante scende assieme a quella più concreta dei tagli, della distruzione, del vero e proprio furto, sul collo del povero indebitato: sei un parassita, la colpa è solo tua, cosa credevi di fare?

Bel salvataggio! Ultima domanda, lo giuro!, che dovrebbe esservi sorta spontanea: ma perché si vuole così ardentemente salvare la Grecia? Perché questi greci fannulloni, parassiti, evasori, corrotti non vengono lasciati al loro infausto destino, come d’altronde da lassù al Nord minacciano un giorno sì e uno no? Sono stanca e nauseata, quindi perdonatemi voi che potete se lascio la parola ad altri:

Economicamente, questa austerità sembra un evidente fallimento, ma non per tutti: le banche francesi o tedesche, gli investitori stranieri, gli hedge fund, ma anche uomini d’affari greci, hanno avuto il loro ritorno economico. Elemento cruciale del trattamento imposte dalla “troika” […] in cambio di un sostegno finanziario: il vasto programma di privatizzazione delle imprese e dei beni di proprietà dello Stato greco. Sulla lista del patrimonio per la privatizzazione sono finite aziende pubbliche soprattutto per la produzione, la trasmissione e la distribuzione di energia elettrica e gas, la compagnia petrolifera nazionale, i servizi idrici ad Atene e Salonicco, tutti gli aeroporti del paese, tutti i porti, le autostrade, le imprese ferroviarie nazionali, il servizio postale, la lotteria. Oltre a migliaia di immobili, tra cui molte gemme come il Castello Bibelli sull’isola di Corfù, la spiaggia di Agios Ioannis in Calcidica, quella di Kassiopi ancora a Corfu , o quella di Agia Triada, vicino a Salonicco […]. Si è trattato di una vera e propria svendita del patrimonio nazionale organizzata in pochi anni. Quali sono i risultati? Nel 2010, i rappresentanti della Troika hanno stimato di ottenere 50 miliardi di euro dai proventi delle privatizzazioni. Queste stime sono state progressivamente riviste al ribasso. Alla fine del 2013, lo Stato greco è riuscito a raccogliere solo 4 miliardi. […] Diverse ragioni spiegano questo fallimento relativo per la troika e il governo greco. […] Come spesso accade per le privatizzazioni, gli acquirenti si sono trovati in una posizione di forza nei confronti di governi disperati di soddisfare le condizioni della troika nei termini previsti, e sono stati in grado di negoziare prezzi vantaggiosi” [qui il resto dell’articolo].

grecia

E quindi? 

E quindi, in questo mare di merda l’unica speranza che ci resta è tifare rivolta e smantellare le balle che ci dicono. Far girare analisi diverse, beccarli con le mani nel sacco, smentire, approfondire, incrociare. Dire a tutti che si stanno spolpando la Grecia sotto i nostri occhi, ma proprio tutta e per di più a prezzi vantaggiosi, col colmo e l’arma del discredito sui fottuti. Perché non ci si possono arrogare diritti violenti, in seno all’illuministica Unione Europea; occorre costruire, allestire e meticolosamente inserire le presunte cause di uno stupro storico proprio in loro, nei fottuti: avevano la minigonna, hanno provocato, gli è piaciuto. Il gioco d’altronde vale la candela – la Grecia è bellissima, no?, soprattutto se diventa il nuovo Bangladesh. Non lasciamoglielo fare impunemente, non lasciamogli ricattare i greci (multinazionali disposte ad investire nella Grecia allo sfascio? Certo, non c’è che una clausola: abbassare i salari!). Come dicevo sopra, possiamo fare poco e allora almeno quel poco facciamolo con un po’ di convinzione e integrità, accidenti. Tifiamo rivolta, tifiamo rivolta, e facciamogli scoppiare le loro balle fra le mani!

 

 

 

 

 

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