Fra incudine e martello: brevi spunti post mattanze estremista e occidentalista.

Ostaggi dell’Occidente illuminista.

Non in mio nome, dicono tanti musulmani dopo la mattanza a Charlie Hebdo. Non ne dubito – quello di cui dubito, è che si rendano conto del meccanismo in cui sono coinvolti. Si rendono conto che dopo averli sfruttati, discriminati, privati di dignità e possibilità, la società occidentale sta riuscendo persino a farli parlare, loro!, in nome proprio? Si rendono conto che l’Occidente li sta assoldando come soldati in propria difesa, prima linea, carne da macello come gli afroamericani o gli arabi, per Usa o Francia, nella II Guerra Mondiale?

Il post di Igiaba Scego (qui) è l’esempio perfetto di questa situazione: lineare e piano, oppone due mondi – da un lato un Islam folle, sanguinario, dall’altro il fantastico regno dei diritti occidentali, in cui la scrittrice s’identifica facilmente e pacificamente, e in cui colloca anche l’Islam moderato.

La Scego lamenta di essere spesso associata, invece che all’Europa illuminata, al primo mondo – sembra dare per scontato, però, il motivo di questa forzatura. E’ razzismo, ignoranza, superficialità, si pensa. Beh, io credo che una scrittrice, un’intellettuale che ha i mezzi per analizzare la realtà (e vuole farlo, visto che ne scrive) dovrebbe andare oltre. Invece sembra non sfiorarla l’idea che l’Occidente può benissimo contemplare differenze fra estremisti islamici e islamici moderati, ma di fatto non si lascia interpellare, aggiornare e nemmeno ravvedere da alcun comportamento “chiarificatore” dei suoi “nuovi cittadini” (o non cittadini) d’origine straniera e di religione islamica.

Se tutti i musulmani d’Italia domani firmassero un atto di sottomissione al pacchetto “Valori d’Occidente”, l’Occidente non cambierebbe affatto atteggiamento nei loro confronti. La loro assimilabilità all’Occidente non basta, anzi, meglio che rimanga entro un certo limite – tu, maumau, devi essere compatibile, integrabile, ma distinguibile nella tua diversità: perché in realtà l’Occidente non vuole Igiaba e “quelli come lei” (immigrati, e nemmeno figli di immigrati e figli di figli di immigrati), se non come carne da sfruttamento, ostaggi facili proprio per la loro diversità culturale “minoritaria”. Non vuole che diventino troppo “come noi”, perché in tal caso avrebbe uno strumento di oppressione e ricatto in meno: caduta la razza (intesa come cultura, religione, tradizione), resterebbero “solo” censo, genere, orientamento sessuale.

E’ piuttosto scoperto questo meccanismo, ma leggendo i commenti e gli articoli post-mattanza parigina mi dico che forse vale la pena ribadirlo. Lasciando perdere qualsiasi tesi complottista (il che non vuol dire escludere che l’Occidente, nelle sue peggiori articolazioni, abbia responsabilità non solo indirette in questi episodi terroristici), le “nostre” istituzioni, i poteri di casa nostra hanno un ENORME interesse nel calcare la mano sull’estremizzazione e sull’obbligo morale di scegliere da che parte stare – di qua tutti noi insieme, occidentali illuminati, di là gli altri, primitivi selvaggi assetati del nostro sangue.

La realtà è ovviamente molto diversa perché, sembra una banalità ma meglio ribadire, la realtà è complessa, stratificata, frutto di millenni di storia, di soprusi e lotte politiche, di incroci, di meticciaggi di culture e di intrecci di tradizioni. E invece, chiunque sia portatore di una minoranza deve aderire a quell’idea preconfezionata d’Europa – una “civiltà della convivenza” inesistente, un’Occidente che definire campione di sporca ipocrisia è poco. Oltre al danno di non veder riconosciuta la propria identità, la dignità della propria storia, i propri diritti, gli stranieri o cittadini d’origine straniera, insomma, devono subire anche la beffa di dover dire che invece sì, tutti abbiamo la fortuna di vivere nella terra delle opportunità.

E in definitiva, se vivi nella terra delle opportunità e delle libertà, che hai da lamentarti? Hai distinguo da fare? Non starai mica con gli “altri”, tu che già condividi la loro religione, tu che già sei sospetto?

Se Igiaba Scego avesse provato a dire che invece in Italia e in Europa milioni di persone vivono sfruttate, senza possibilità, senza alternative, in una soffocante rete di soprusi, clientelismi, sfruttamento e furto di possibilità di vita, subito le si sarebbero scagliati contro: allora stai con loro, allora non rispetti i morti, allora sei un’ingrata.

Perché? Perché lei viene considerata un’ospite fastidiosa e sospetta, non una degna fautrice e “reggitrice” di questa società. Ma non pensiamo che solo i musulmani, solo gli stranieri siano considerati ospiti già di partenza “in debito”, già in difetto prima di parlare o fare, obbligati a compensare dando assicurazioni, schierandosi in toto “non noi”, giustificandosi, mantenendo un profilo basso: chi muove i fili di questa società, considera ospiti tutti noi – chiunque di noi non sposi il sillabario fantascientifico della perfetta società occidentale.

L’occidente dei grandi valori, a pensarci, io mi chiedo dove sia; lo cerco, provo a immaginarlo, e mi vengono in mente i palazzi di vetro di Bruxelles, o le carte morte delle dichiarazioni universali dei diritti, o i café parigini dove si lanciano petizioni progressiste e si indicono referendum.

La realtà che vedo, invece, è quella dei diritti a censo, dei diritti “a scalone”: sottoterra, i poveri cristi d’altrove senza alcun tipo di identità, tutela, permesso; poi, chi riesce ad avere il pezzo di carta, ma può perderlo dall’oggi al domani e quindi deve starsene tranquillo – insieme, gl’italiani scartati, fallati, i meno adeguati; segue il grosso gradino dei “cittadini” di serie Z, i non allineati, i non competitivi e ambiziosi, e così salendo. L’Europa dei diritti sta nelle ultime tre fasce, A B C, in cima, sulle spalle di tutto ciò – lì ci sono i diritti, eccerto che ci sono: li costruiscono quelli che stanno sotto. Un po’ come Amazon: ci adesca col diritto alla veloce consegna, ci seduce col diritto ad un customer care gentile e competente, vince le resistenze dei più sospettosi col diritto all’ecologia…Ma di chi sono questi diritti? Sono solo “nostri”, di noi consumatori – e sono fatti non con i soldi dell’immensa impresa Amazon, ma con la carne di migliaia di lavoratori: loro, nemmeno i più basilari diritti hanno. Ma sto divagando…

 

Sottrarsi all’arci-retorica non è un crimine.

Smitizzare Charlie Hebdo, che nel 2002 appoggiò una pazza fanatica come la Fallaci, non impedisce di “piangere i morti”. Però capiamo almeno ciò su cui piangiamo – si piange comunque, senza dubbio, la morte di 12 persone, ma evitiamo di subire le arci-retoriche dei potenti, che stan facendo di 12 vittime gli eroi dell’Europa illuminista di ‘sto cazzo.

Anche perché difendere a tutti i costi la libertà di stampa, sacrosanta, non può bloccare il dibattito “all’interno” di questo diritto, sul suo contenuto, sulle modalità e pratiche: fatto salvo che si deve sempre poter stampare ciò che si vuole, anche le assurdità più offensive, è giusto stampare insulti ad una religione? E’ giusto insistere? E’ giusto accanirsi, generalizzare, banalizzare? Ecco, secondo me no.

Il perché è piuttosto semplice: a cosa deve servire, la satira? Io credo a dare flash illuminanti sulla realtà, ad andare oltre le narrazioni dominanti, oltre il politicamente corretto che finisce per oscurare i fatti. E direi che questo non mi aiuta molto a capire qualcosa sull’Islam: questa vignetta, uscita in concomitanza con un film di un registra israelo-statunitense nel quale s’infierisce sulla figura di Maometto (“L’innocenza di Muhamed”), non smitizza la narrazione dominante dell’Islam sull’Islam o dell’Occidente sull’Islam, non smaschera ipocrisie di quella religione, non fa lo sgambetto a cattive pratiche musulmane, ma umilia un simbolo sacro per un miliardo e mezzo di persone.

Ci sono anarchici atei che dicono: per me niente è sacro, tutto deve poter essere dissacrato. Perfetto. Se fossimo tutti anarchici atei non ci sarebbe alcun problema. La realtà, anche se alcuni di noi preferirebbero un mondo di alter-ego, è che ci sono persone per cui simboli, situazioni, luoghi sono sacri. Riconoscerlo, e cercare, come principio generale, di rispettare la “zona sacra” degli altri, non significa permettere che, in nome di queste credenze, gli altri facciano violenza a noi. E se non accetterei mai che qualcuno usasse l’argomento della sacralità della propria credenza per opprimere qualcun’altro, per condizionare la vita di qualcun’altro, per limitare la sua libertà, non vedo perché rispettare le convinzioni degli altri debba significare essere d’accordo con loro, accondiscendere, fare compromessi o grandi rinnegamenti.

Nella nostra associazione, Cross-Point (qui la pagina di rimando), ci sono persone di ogni religione e origine, di ogni professione o non professione, di ogni età, genere o non genere – tanto che, quando mi capita di “guardarci” dall’esterno con l’occhio comune dei media, mi chiedo perché non sia mai scoppiata una guerra mondiale per futili pretesti o grandi questioni. Le uniche “guerre” sono nate da malesseri esistenziali o sociali, a dire il vero. Beh, quando arriva il Ramadan nessuno dei militanti islamici si sogna di chiederci di non bere o fumare all’interno dell’assemblea, ma naturalmente tutti lo facciamo: non è una grande rinuncia non bere per un paio d’ore, e fumare fuori. Contemporaneamente, facciamo battute su alcuni aspetti del ramadan, o sul fatto che, mentre chi lo osserva dimagrisce, noi finiamo per ingrassare, visto che ceniamo prima a casa e poi al calar del sole, insieme ai “penitenti”.

Forse sbaglierò, forse cambierò idea, ma ad oggi i fatti mi dicono che riconoscere la legittimità di una pratica altrui, rispettare uno sforzo che pure io non farei mai, di cui non condivido la ragione, è un’attitudine estremamente equa e positiva.

E davvero, non è ipocrita questo atteggiamento – quando vedo i miei compagni digiunare, non penso mai “poveri scemi, credono in qualcosa che per me non esiste!”. Semplicemente li osservo, il mio sguardo è neutro e diventa poi compartecipe non della loro convinzione, ma dei loro sentimenti, del loro essere così. E’ la loro vita, quella, non la mia: sono “loro”, e non stanno in alcun modo negando ciò che sono io. E oltretutto non sono tutti uguali, “loro” che digiunano: ognuno ha il suo modo, la sua particolare convinzione, abitudini, eccezioni o segreti, e ognuno è in mutamento, scopre nuove preferenze e le abitudini altrui…

Il rispetto della differenza è rispetto di abitudini davvero diverse, non di diversità annullate. E non dico non ci siano difficoltà, né terreni minati su cui è difficile confrontarsi, ma ciò che importa è solo: cosa intendiamo fare, in una realtà di persone tutte diverse da noi, per un motivo o per un altro?

 

Parentesi.

Non si può negare che un ripiegamento anche esclusivo alle proprie radici sia inevitabile, quando nella società ospite sei discriminato. Addirittura, puoi avere il passaporto di quella nazione, potevano averlo i tuoi genitori, e tu continui ad essere discriminato. Puoi aver fatto le stesse scuole dei figli dei ricchi bianchi, puoi aver passato test e selezioni, ma continui a essere discriminato: la tua cultura è sottorappresentata, vilipesa, banalizzata, scimmiottata.

Insultare Maometto ripetutamente e “gratuitamente”, insomma, non può non avere implicazioni sociali, in un paese come la Francia dove i francesi d’origine straniera sono umiliati ancor più dei francesi “autoctoni” della stessa classe sociale. Il gruppo rap Z.E.P. dà un’idea molto chiara di come i francesi d’origine araba debbano continuamente difendere, con le unghie e con i denti, il proprio diritto a esistere e a restare – ” j’y suis, je reste, je ne partirais pas; première, deuxième, troisième génération, on s’en fout, on est chez nous!”. Il ritorno alle radici, cantano, non è che una questione di sopravvivenza…

Allora. I vignettisti di Charlie Hebdo non erano, io credo, degli sprovveduti. Sapevano cosa comportavano le loro vignette, cosa colpivano: non solo i musulmani integralisti, ma anche una buona parte di Francia d’origine araba vessata, mortificata e emarginata, la Francia delle banlieues e delle ZEP (stavolta, acronimo di “zone di educazione prioritaria”). Perché lo facevano, allora? Beh, probabilmente perché non amavano quella Francia. Naturalmente questo non è un delitto, né merita la pena di morte per fucilazione, ma ci penserei due volte prima di mettermi come foto di profilo la scritta “Je suis Charlie” e dichiararmi, contemporaneamente, “di sinistra”.

Militant, più nello specifico, scrive:

A costo di apparire impopolari diciamo chiaramente che prendere per il culo le credenze o la religione degli oppressi non è satira, è propaganda bellica. E la Francia […] è un paese impegnato in un aggressione neocoloniale insieme e in competizione con i suoi alleati europei e nordamericani. Dunque poco importa se contemporaneamente si sbeffeggia il clero cattolico o qualche autorità religiosa ebraica, perchè non può esserci simmetria tra dominati e dominanti.

Insomma, bisogna essere consapevoli del contesto – non tutte le satire sono uguali, perché non tutte le persone e i gruppi che la satira “colpisce” sono uguali. Non significa essere buonisti, o più buoni coi musulmani, affermare che una bestemmia è più offensiva per un musulmano che per un cattolico: è un fatto. Così come è un fatto che la nostra società è composta anche da musulmani, e sono un fatto le ragioni storiche che hanno causato l’emigrazione di queste persone. Così si esprime in proposito Guillermo Almeyra:

In una società in cui, a differenza di quella europea, la cultura non si è ancora differenziata dalla religione, e si confonde con l’idea di nazione, cioè in cui non c’è laicismo e si impara a leggere sul Corano, le bestemmie, che in passato portavano un europeo sul rogo ma che oggi lo lasciano indifferente, sono qualcosa di molto grave e considerato un attentato contro l’identità del credente musulmano.

Tutte le religioni sono fanatiche, ridicole e dannose, ma ad alcuni servono per resistere all’ideologia degli oppressori, e per unirsi contro di loro. Questo deve essere rispettato. Charly Hebdo rappresentava un Papa che offriva invece di un’ostia, un preservativo, e faceva ridere un occidentale agnostico; mostrava un ebreo rappresentato con un grande naso e con i boccoli, e già questo era razzista e reazionario, perché l’humour delle maggioranze contro le minoranze, soprattutto se sfiora il terreno storico minato dalle guerre di religione e dall’olocausto, lo è sempre. Ma nel caso dei musulmani le bestemmie della rivista passavano ogni limite politico o morale.

Antonio Moscato sul suo blog (qui) scrive:

Charlie Hebdo era “anarchico di destra”? Non so, ma certo mi ricordava un po’ il radicalismo verbale di Pannella. […] Se il settimanale non lo leggevo, avevo comunque bei ricordi soprattutto di Wolinski e di altri disegnatori. Ma non erano infallibili, il loro atteggiamento recente mi sembrava un riflesso indiretto del riflusso della sinistra anche in Francia e dell’abbandono generalizzato di un’ottica marxista, materialista… Che non doveva certo ispirare la loro satira, ma doveva allertarli sulle campagne a cui incautamente si univano: non a caso in Italia l’infame Santanché si è subito candidata a curare l’edizione italiana di Charlie Hebdo…

 

La direzione.

Il punto è sempre e solo uno: lo scopo, l’intenzione, l’obiettivo prioritario, imprescindibile che abbiamo. E qual è la società che vogliamo? Vogliamo una società che, per rassicurarci a suon di retorica, violenti tutto ciò che è diverso e tolga libertà e diritti anche a noi? Una società di apparenti alter-ego, da cui sia matematicamente cancellato il rischio di qualsiasi deviazione, confronto o scontro? Una società di presunti uguali? – perché chi oggi si riempie la bocca con la libertà d’espressione e l’uguaglianza è, nella maggior parte dei casi, gente che si taglierebbe un piede, venderebbe sa madre e stuprerebbe sua sorella piuttosto che vivere in una società di eguali.

Beh, io una società così non la voglio neanche morta, quindi so bene che non è questa la direzione da prendere.

Non per questo mi nascondo dietro a un’idea facile di società multirazziale. Non c’è dubbio che le complessità poste dall’incontro di culture siano molteplici, ma questa è, piaccia o meno, la realtà – certo, oggi questo avviene all’interno di un’unica società più di quanto non sia accaduto in passato.

Comunque, mi sembra una decente società “migliore” quella in cui tutti abbiano diritto di vivere dignitosamente, in cui nessuno sfrutti un altro per fantomatici diritti di censo, e in cui nessuno prevarichi l’altro per le proprie credenze – religiose, culturali, sessuali o quel cazzo che siano. Una società in cui a priori si sia rispettosi gli uni verso gli altri, e intransigenti, ma non ciechi, in caso di sfruttamento di uno sull’altro.

Questa società non si realizzerà mai, probabilmente, ma questo non cambia di una virgola la direzione che tengo sempre ben presente e che cerco di precisare sempre più.

 

 

Religione: piccolo testamento in omaggio ai vignettisti.

Premessa: rispetto infinitamente, e ritengo persone stimabilissime, rare e speciali, molti amici religiosi – quindi so che nella pratica individuale la religione può anche essere un insieme di valori compatibili con la mia idea di libertà e convivenza non solo civile, ma “proficua”.

Premessa II: conosco un sacco di musulmani coglioni, ma proprio coglioni coglioni. Il fatto è che, oh!, sorpresa, ognuno è più o meno coglione a modo suo, più o meno come i coglioni atei, cattolici o buddhisti. Di comune hanno solo una cosa: una spaventosa mancanza di varietà di riferimenti. Non hanno che una campana, che una fonte a cui attingono le loro idee. Quindi, se beccano l’immam fanatico è la fine – per i coglioni nostrani, l’immam è spesso la TV.

Detto questo, la mia personale convinzione è che tutte le religioni, dalla prima all’ultima, siano intrinsecamente rischiose – e non approfondisco qui il perché. Ma se un domani, per qualche strana casualità o perché sarò una celebre scrittrice, dei terroristi mi ammazzeranno, nessuno si azzardi a rimettere in discussione il campo, il terreno minimo sul quale ho portato avanti i miei ragionamenti, ossia il rispetto della libertà altrui. Nessun coglione si azzardi a strumentalizzare le mie idee, piegandole a qualcosa che nemmeno capisce e che è manovrato molto più in alto di lui, finendo per puntarle contro l’obiettivo opposto a quello mio originario.

Ho pensato questo, immaginandomi i vignettisti di Charlie Hebdo guardare ciò che sta accadendo oggi. Immaginate, aver speso la vita a informarsi, a documentarsi e a creare vignette contro gli oscurantismi, contro gli estremismi e le discriminazioni (o almeno credere di farlo…), tanto da venir ammazzato per questo – e finire nella canna del fucile di Maroni, di Salvini, di Marine le Pen. Questa sì che è una beffa.

 

Sul tema.

Si succedono in questi giorni i commenti ed approfondimenti sulla vicenda, e vorrei selezionare qui quelli più utili e lucidi.

Riporto prima per esteso gli articoli citati nel post qui sopra:

Spunti:

  • “La satira è irriverenza assoluta contro il potere e i potenti, altrimenti è solo insulto e ghigno contro i deboli”: l’articolo di Paolo Persichetti, “Non sono tutti Charlie”, si concentra sull’ipocrisia occidentale – soprattutto perché è l’ipocrisia a smascherare il vero contesto dietro a strage di Charlie Hebdo.
  • Sempre in tema di ipocrisia, Baruda ne mette a fuoco una particolare: “Quando Israele volò a Londa per sparare ad un vignettista”
  • “Alla gente bianca non piace ammetterlo, ma quelle vignette rispecchiano i loro pregiudizi, il loro razzismo, la loro supremazia politica, e potete raccontarla come vi pare ma quelle vignette supportano un ordine politico costruito sulle discriminazioni”: così scrive Asghar Bukhari, membro fondatore del Muslim Public Affairs Committee UK nel suo articolo: “Charlie Hebdo: this attack was nothing to do with free speech – it was about war”, tradotto da Abbatto i Muri “Charlie Hebdo: davvero l’attacco c’entra con la libertà d’espressione?”
  • “Fateci caso: ogni volta si riparte da capo.
    L’11 settembre 2001 tutti i commentatori dissero: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».
    Quando fu colpita la metropolitana di Madrid, tutti i commentatori dissero: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».
    Quando fu colpita la metropolitana di Londra, tutti i commentatori dissero: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».
    Dopo la strage nella sede di Charlie Hebdo, tutti i commentatori hanno detto: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».
    Non si va mai più indietro di oggi. E quindi non si capisce un cazzo”: il post dei Wu Ming, nell’affrontare l’analisi degli attacchi a Parigi, mette a fuoco soprattutto la modalità di approccio agli eventi storici in Occidente. Tagliando, minimizzando, banalizzando il contesto e gli antecedenti storici, ci si può sempre tratteggiare come vittime: “Terrorismo, migranti, foibe, marò, fascismo…Appunti sul vittimismo italiano”.
  • Questo articolo, “Noi musulmani delle periferie d’Europa, vi spieghiamo la nostra voglia di Isis”, fa parlare alcuni dei giovani musulmani, spesso ben scolarizzati, che in Europa si sentono in gabbia, impossibilitati a lottare per ciò che davvero vogliono. E allora, scelgono l’estremismo.
  • Anche su Abbatto i Muri si affronta quest’ultimo aspetto, riprendendo l’articolo “A message from the dispossessed” del giornalista americano Chris Hedges e traducendolo: “Un messaggio dagli espropriati”. Ne riporto alcuni stalci (anche se non condivido in toto la ripresa del concetto di onore dell’intervistato Hamza Yusuf, ma d’altronde sono poche frasi forse fuori contesto):

“C’è pochissimo lavoro in queste sacche di squallore. Il razzismo è manifesto. La disperazione dilaga, specialmente tra gli uomini che sentono di non avere uno scopo. Le molestie agli immigrati, solitamente commesse dalla polizia durante i controlli di verifica dell’identità, sono quasi costanti. In un caso la polizia ha spinto un immigrato nordafricano, senza nessuna ragione apparente, giù da un vagone della metro parigina su cui viaggiava, per poi picchiarlo senza pietà sul binario. […]
I cinque milioni di nordafricani in Francia non sono considerati “francesi” dai francesi. E quando tornano ad Algeri, Tangeri o Tunisi, dove forse sono nati e brevemente hanno vissuto, vengono trattati come alieni reietti. Imprigionati tra due mondi, vagano senza meta, come hanno fatto i due fratelli, perdendosi in droga e microcriminalità.
Diventare un guerriero santo, un jihadista, un rappresentante di un ideale puro e assoluto è una conversione inebriante. […]
Quando affondi nella disperazione, quando vivi intrappolato a Gaza, la vasta prigione a cielo aperto di Israele, dormendo in 10 su un pavimento in un tugurio di cemento, camminando ogni giorno nelle strade infangate del tuo campo rifugiati per procurarti una bottiglia d’acqua, perché quella che scorre dal tuo rubinetto è tossica, mettendoti in fila presso un ufficio dell’ONU per ottenere un poco di cibo perché non c’è lavoro e la tua famiglia ha fame, subendo i periodici bombardamenti aerei di Israele che lasciano centinaia di morti, la tua religione è tutto ciò che ti rimane. La preghiera musulmana, celebrata cinque volte al giorno, è l’unica cosa che dà un senso di struttura e di significato e, soprattutto, di autostima. E quando i privilegiati del mondo deridono l’unica cosa che ti dà dignità, reagisci con una furia incoerente. E quando tu e quasi tutti quelli che ti circondano si sentono impotenti nel reagire, questa furia è esasperata. […]
In Francia è un reato deridere l’Olocausto nel modo in cui Charlie Hebdo ha deriso l’Islam. Ai liceali francesi deve essere insegnato delle persecuzioni degli ebrei perpetrate dai nazisti, ma questi stessi studenti non leggono quasi niente nei loro libri di testo circa le diffuse atrocità francesi, incluso il bilancio delle vittime tra gli algerini, che alcune fonti fissano a più di un milione, durante la Guerra di Indipendenza Algerina contro la Francia coloniale. […]
La scorsa estate la Francia vietò le manifestazioni a supporto dei palestinesi, mentre Israele conduceva bombardamenti giornalieri che hanno causato la morte di centinaia di civili. Il messaggio diretto ai musulmani è chiaro: le vostre tradizioni, la vostra storia e sofferenza non importano. […]

“E’ una triste situazione quando per Libertà si intende quella di insultare, avvilire e deridere le idee più sacre delle persone”, mi scrisse lo studioso islamista Hamza Yusuf, americano, che vive in California. “In alcuni paesi latini le persone vengono assolte da accuse di omicidio, se la madre dell’imputato è stata calunniata dall’assassinato. L’ho visto in Spagna molti anni fa. Non è una giustificazione per un omicidio, ma spiega le cose in termini di onore, che non ha più significato nell’occidente. […] Ora non ci è permesso di sentirci offesi da nulla, se non per insulti razzisti, che per una persona profondamente religiosa hanno meno significato rispetto ad un attacco alla propria fede”.

Charlie Hebdo, nonostante il fatto che insista nel dire che ha sempre satireggiato su chiunque e su qualunque religione, ha licenziato una artista e scrittore nel 2008 per un articolo giudicato antisemita. […]

Poco dopo gli attacchi dell’11 settembre, mentre vivevo a Parigi e lavoravo come inviato per il New York Times, andai a La Cité des 4.000, un grigio progetto edile dove gli immigrati nordafricani vivevano in appartamenti con finestre murate. Le scale erano piene di rifiuti. Gli slogan disegnati nelle pareti con lo spray denunciavano il governo francese e lo definivano fascista. Membri delle tre maggiori bande vendevano cocaina e hashish nei parcheggi tra le carcasse di diverse automobili carbonizzate. Alcuni giovani uomini mi lanciarono pietre. Ripetevano “Fanculo gli Stati Uniti! Fanculo gli Stati Uniti! Fanculo gli Stati Uniti!” e “Osama Bin Laden! Osama Bin Laden! Osama Bin Laden!”. Vicino la porta di un’anziana signora ebrea qualcuno aveva verniciato la scritta “Morte agli ebrei.”, che lei poi ricoprì con vernice bianca. […]

E’ pericoloso ignorare questa rabbia. Ma è ancora più pericoloso rifiutare di esaminare e comprendere le sue origini. Non è nata dal Corano o dall’Islam. Deriva dalla disperazione di massa, da evidenti condizioni di povertà insieme alla violenza dell’impero occidentale, allo sfruttamento capitalista e all’arroganza. Mentre le risorse del mondo si riducono, soprattutto con le conseguenze del cambiamento climatico, il messaggio che inviamo agli sfortunati della terra è chiaro e inequivocabile: Noi abbiamo tutto e se tenterete di sottrarci qualcosa, noi vi uccideremo. Il messaggio che gli espropriati rimandano è altrettanto chiaro e inequivocabile. E’ stato consegnato a Parigi.

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