Piuttosto NO

Una premessa: è vero che la lingua cambia, ma la lingua può cambiare in tanti modi, direzioni e sensi.
Può cambiare male.
E non solo da un punto di vista estetico, o di senso. Può persino peggiorare in quanto a intelleggibilità.

Esempio.
Se tu mi dici “Andiamo a Vienna in aereo piuttosto che in treno” io prendo l’aereo, mentre tu resti qui perché intendevi dire che non avevamo ancora deciso.
Ho ragione io, e non è un’opinione. La lingua è un fatto collettivo, e se tu sei un’individualista presuntuoso non è colpa mia.

Devo però essere chiara. Io non mi scandalizzo che il contadino della malga usi “se avrei”, perché ha i suoi motivi: in dialetto si dice proprio così. Ed è impossibile che il paio di anni di scuola fatti nel lontano 1940 abbiano abituato Tone a separare le due lingue, i due sistemi: di qua l’italiano, di là il dialetto.

Il punto è che non solo non mi scandalizzo con Tone: io m’incazzo con quelli che si scandalizzano! Perché la grammatica è normativa, ma più di tutto importa il contesto e la prospettiva. E poi: è vero che ognuno ha il suo piccolo angolo di responsabilità linguistica, ma bisogna essere ben consapevoli per esercitare un’influenza.

Quali consapevolezze?
Che la lingua, ad esempio, non è una materia asettica: è immersa, portatrice di idee, storia, visioni del mondo.
Che la lingua ha, di per sé, una storia millenaria.
Che la linguistica, lei, non è normativa, ma descrittiva: osserva con interesse ogni fenomeno.

Prima di bacchettare tutti soddisfatti Tone, quindi, osservate, e capirete che non farà niente di male alla lingua o tramite la lingua.

Osservate invece i giovani (40enni)-bene del nord più che del sud.
Hanno i soldi, hanno il potere, sono rampanti, aggressivi, presupponenti.
E dicono “piuttosto che”.
Ecco, loro sono pericolosi, faranno del male alla lingua e tramite la lingua.

Non a caso scrive la Crusca: “Il ‘piuttosto che’ è una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo (in tal senso è azzeccata l’allusione nel quesito a un uso invalso «tra le classi agiate del Settentrione»)”.

Eccolà, chiaro?

PS.
A me raramente viene da correggere chi parla / scrive; sono gli altri in genere che mi sollecitano. Ma a me interessa poco del rispetto formale della lingua; piuttosto, sono consapevole che la lingua è espressione e mezzo sociale.

M’incazzo quindi con chi ha avuto tutta la formazione possibile eppure stupra la lingua per snobismo modaiolo e presunzione. E andando in cerca di pagliuzze negli occhi altrui, usando la lingua per discriminare, ci regala tutta una serie di perle: “gli dico” a Maria, “mentre invece”, “ma però”, “dieci su cento vanno”, “sono irruento” & Co.!

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