Una tesi su Camus non può fare

Rileggo a distanza di anni questo pezzo di Said. E risuonano concetti diversi. Molto diversi anche da quelli della mia Tesi di laurea specialistica. Certo, era una tesi eminentemente filologica e non di politica della letteratura, ma non posso non ricordare in che tono i pochi spunti politici venivano indirizzati, in che quadro inquadrati dal docente che mi seguiva. Il tutto si risolveva di solito nella battuta, pronunciata con inattaccabile verve da “viveur letterario”, e messa in bocca a Sartre:

“Ma Camus, amico mio!, ti sei venduto per un piatto di lenticchie!”. Come a dire: l’intransigenza, fuori luogo e persino ridicola, di quelli che si credono duri e puri del vivere e scrivere e essere intellettuale.

Sartre, se mi fossi fidata di quelle imbeccate, manco l’avrei letto.

Per fortuna fuori dalle finestre delle Università c’è ben altro – e sarebbe bello che quest’altro ci rientrasse, anche, da quelle finestre.

Breve riassunto per nuclei tematici dell’approfondimento su Camus di Edward Said, da Cultura e Imperialismo, proposto in forma breve da Le Monde Diplomatique, qui.

1. Si parla molto della “conscience” che Camus ebbe della realtà non occidentale, quella algerina in particolare – ma Said alza il livello: questa coscienza-consapevolezza è un prodotto stesso della dominazione occidentale sul mondo non-occidentale. La stessa coscienza occidentale si autoproclama come tale, e si realizza inestricabilmente anche come violenza coloniale, precisa, spietata.

2. Camus, secondo Said, era certamente un uomo morale in un contesto immorale – la questione non è certo che Camus debba essere accusato di tutto ciò che i coloni francesi fecero in Algeria.

3. Camus scelse l’Algeria come ambientazione per le sue opere maggiori. Eppure, sfiora appena le questioni della decolonizzazione e quando lo fa le rappresenta per come sono, non sviluppa il loro destino: “Sauf exception, il ignore ou néglige l’histoire, ce qu’un Algérien, ressentant la présence française comme un abus de pouvoir quotidien, n’aurait pas fait”.

4. Meursault uccide un Arabo – senza nome, senza madre né padre. Ne La Peste muoiono arabi, senza nomi, madri o padri. Secondo Said, il punto è che troviamo nei testi di Camus proprio ciò che credevamo fosse stato estromesso: quell’elemento, quel tassello della geografia politica dell’Algeria metodicamente costruito dalla Francia lungo molteplici generazioni.

5. Camus cresce “da francese” in Africa, ma cresce pur sempre nel mezzo di segni evidenti delle lotte coloniali, dei massacri, delle ingiustizie. Eppure, sembra schivare nelle sue opere questi segni – salvo poi convogliarli negli ultimi scritti in un’unica, fondamentale volontà: la pretesa francese di contendere la loro terra agli indigeni musulmani.

6.Questa pretesa si nasconde dietro il dato, presentato da Camus come astorico e neutro, dell’antichità del popolamento francese in Algeria. Ma la colonizzazione e la decolonizzazione sono eventi storici, concreti, sono lo scontro di due civiltà – non il prodotto di un sentire. Le opere di Camus, al contrario, sono proprio questo: la messa in scena di una coscienza. La tragedia della peste non mette in scena un popolo che soffre, e l’assassinio dell’Arabo ne Lo Straniero non mette in scena una violenza – ma la coscienza occidentale. Ciò che accade agli Arabi, la loro Storia, non importa se non come palcoscenico per i dubbi morali e le misurate, fini elucubrazioni dei francesi.

7. La Francia continua, anche dopo la decolonizzazione, a dipingersi nei libri di storia come la potenza civile, illuminata, non razzista – per contrasto all’Inghilterra. I tristi eccessi furono la dolorosa conseguenza dell’irrazionale foga religiosa dei conquistati e della loro sete di razzie.

8. Said afferma esplicitamente: il fatto che le opere di Camus ricapitolino, integrino e presuppongano un discorso colonialista riguardo l’Algeria ne ha accresciuto, e non ostacolato, la fortuna.

9. Camus non de-solidarizza mai realmente con i francesi.

10. Said tratteggia come la Francia abbia costituito la “struttura del sentimento coloniale” da secoli, passando per Toqueville e arrivando al maresciallo Bugeaud: l’Islam è solo sottomissione e assenza di vita pubblica, gli Algerini capiscono solo la forza bruta, la Francia ha portato in Africa la civiltà, le scuole, gli ospedali, le razzie francesi sono animate da un fervore benedetto da dio…E la prospettiva di Camus, delle sue opere, è del tutto interna a questa struttura di sentimento collettivo, tanto che finisce per distillarla, per non trasmettere nient’altro.

11. La visione stessa dell’Algeria nelle opere di Camus è del tutto astorica e asociale: domina l’uomo che celebra le proprie nozze con la terra, che fa sua la natura che gli sta intorno. Una (inconsapevole?) immagine coloniale.

12. Said bolla infine quello di Camus come il rifiuto paralizzante di rinunciare a un sistema strutturalmente ingiusto – per questo, mette in scena un eroe, il Meursault de L’Etranger, che si libera esistenzialmente, ma finisce per opporre alla crudeltà della storia, alla storia degli altri, un insolente stoicismo: Meursault si accetta per ciò che è, e muore perché è disposto a rifare all’infinito le stesse cose.

E ora mi chiedo, vi chiedo: fino a che punto la costruzione del sentimento della coscienza occidentale si spinge in noi? Quanti sotto sotto non hanno pensato mai che l’Islam sia un irrecuperabile modello antidemocratico? E che qualcosa di buono i colonizzatori abbiano fatto, che forse, sotto sotto sotto, abbiano fatto meglio di quanto avrebbero fatto gli indigeni? Certo, poi sopraggiungono i ragionamenti, le letture, le nozioni…ma sotto sotto, la struttura del sentimento permane. No?

 

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