Neanche questo confine: matti / sani

Sono una dall’empatia facile, ma poche storie mi hanno spinta accanto a un altro essere umano, come questa.

Stupidamente mi sono chiesta spesso perché mi è stata data in sorte una testa com’è la mia, e circostanze che l’hanno resa tale, e personali “impossibilità” che hanno condizionato e condizioneranno la mia vita. Perché mi tocca stare così? Oltretutto, sul filo di un confine: dentro i matti, fuori i sani, con il disgusto per i sani e l’istinto di sopravvivenza di volerlo essere, e la paura di capicollare giù dall’altro lato mista, però, ad un senso non so se morboso o autentico o artefatto, di vicinanza totale all’umanità che si manifesta nuda, dolorosa, in chi ha problemi di natura psichiatrica.

Il fatto è però che questo confine non esiste – è sì un muro, perché quando sei sulla porta di un reparto di psichiatria o sei dentro o sei fuori. Un muro che a volte può essere necessario. Ma non dobbiamo abituarci a pensarlo come assoluto, in grado di investire totalmente la realtà umana del suo senso. Non ci sono, voglio ripeterlo, ripetermelo e disarcionare questa fuorviante estremizzazione, i sani e i matti. Io non sono sul confine: io sono un punto in una gradazione, che non è una condanna, che non è fisso.

Grazie a chi ha scritto questo pezzo di realtà, per averlo ribadito.

Qui, la storia.

 

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