“Il comunismo come verità e seduzione”

Un bell’articolo del filosofo Enrico Donaggio, da Alfabeta.

Lo consiglio a tutti e lo consiglio tanto vivamente che ve l’ho riassunto – così manco la scusa del poco tempo o della poca voglia, avete!

È il circolo vizioso del benessere capitalistico: ne godiamo, lo accresciamo con i nostri comportamenti quotidiani, sognando al contempo quel mondo più giusto che ne decreterebbe il tracollo. […]
Da un lato il disgusto, la rabbia e l’indignazione per una miseria strutturale sembrano ogni giorno toccare l’apice; dall’altro un cuscinetto di benessere, uno strato di comfort materiale e spirituale che non si consuma mai del tutto […] – in misura significativa, riusciamo anche a essere felici. Con un atteggiamento che non è solo passiva rassegnazione o ebete adattamento, ma anche realizzazione parziale del desiderio di un mondo diverso.

Il comunismo ambisce da sempre a sciogliere questo paradosso, prospettandosi come alternativa più grande e desiderabile, più autentica e seducente alla felicità degli ultimi uomini, intesa come tramonto della politica e trionfo di una servitù volontaria e confortevole.
Alla sua base, quale assunto di valore antitetico, non negoziabile, c’è il convincimento espresso in alcuni versi di Brecht: «Schiavi ti libereranno./ Nessuno o tutti – o tutto o niente./ Non ci si può salvare da sé».
Questa fede arma un arsenale teorico-politico, una batteria di concetti, narrazioni e strategie che consentono di indirizzare il risentimento e la pazienza degli esclusi […] e le parole per dire quello spregio, per svelarne i meccanismi, nominare i responsabili: la ricchezza e la povertà come ingiustizia strutturale, come scandalo, non come destino meritato o banale norma di funzionamento del sistema; un racconto o un’immagine del mondo che assegnasse agli ultimi un destino da protagonisti in una storia più grande di quella dell’autoconservazione.

Negli ultimi decenni ha avuto luogo una rimozione pressoché totale – pianificata o inconsapevole – di ogni elemento di comunismo dalla percezione diffusa della nostra realtà. […] Una metamorfosi del senso comune che non accenna a interrompersi nemmeno con l’infuriare di una crisi globale.

[…] Oggi il comunismo palesa un duplice volto. Da un lato è leva critica efficace, istanza di rettifica plausibile della nostra forma di vita e della rappresentazione ideologica del suo significato. Dall’altro, in quanto confutazione della felicità disponibile, è testimonianza e conversione onerosa; un salto nel buio rischioso senza una qualche forma di sostegno e garanzia.

[…] Diversi sono gli argomenti per difendere la tesi che una qualche idea di comunismo costituisca – malgrado ogni tentativo di messa al bando – un elemento non emendabile dell’orizzonte di senso degli individui e delle società di ogni tempo, quindi anche del nostro.
Si può invocare la platonica eternità delle sue «invarianti» (giustizia egualitaria, terrore disciplinante, volontarismo politico e fiducia nel popolo) […]. Ma anche appellarsi […] al postulato che nella storia si diano promesse di realizzazione essenziale più grandi del singolo, aspirazioni esemplari a una felicità condivisa che, per quanto mai avveratesi compiutamente, non possono venire abbandonate, pena la rinuncia alla nostra umanità: malgrado tutto «l’ideale rimane profondamente desiderabile, non possiamo respingerlo poiché ne riconosciamo appieno il supremo valore».

Se ne può concludere che una riproposta, attraverso equivalenti funzionali all’altezza dei tempi, delle prestazioni di senso di cui il comunismo è stato capace, rappresenta un compito arduo, ma forse non impossibile. […] A questo punto, però, riguardo alle vie da seguire e al prezzo da pagare, si pone la questione della desiderabilità di un’utopia quanto mai esigente.

[…] Comunista è, almeno sino a oggi, […] chi tiene testa, senza disperare, al disgusto opaco per una realtà che sconforta; non salvarsi da soli, in nome di una felice e incolume eccezionalità, ma educarsi reciprocamente, in una pedagogia emancipativa che, secondo la notevole intuizione di Ranciére, non conosce asimmetrie di competenza.

Difficile immaginare moltitudini di individui che oggi […] si sottoporrebbero in buona fede a un esame tanto severo […]. Una cosa però è chiara: il futuro dell’ipotesi comunista dipende, in larghissima misura, anche da uno scontro tra promesse di felicità concorrenti.

Da un lato c’è la felicità delle api di Mandeville, tre secoli dopo: il comunismo in un uomo solo. Ogni consumatore, isolato nella lotta per il benessere, adempie in forma atomizzata e mercificata il sogno di realizzare in toto il potenziale di espressività del genere umano. […] In questo sgravio dalle responsabilità nei riguardi del resto del mondo […] si cela la fonte di fascino e profitto di questo tipo di eudaimonia.

Dall’altra una felicità comunista tutta da inventare. Una prospettiva oggi colonizzata dall’immaginario capitalistico, con una perversione che la disinnesca evocandola di continuo.
Stretta in una morsa tra un’utopia esigente ed elitaria – il comunismo dei santi, evocato da Fortini – e l’utopia del benessere osceno.
Al tratto virtuoso del pensiero dell’emancipazione – privare la vita del suo destino di umiliazione, additando una dimensione di ulteriorità nobilitante – occorrerebbe insomma aggiungere un elemento non tanto edificante, quanto entusiasmante. E, soprattutto, una politica e delle istituzioni che sorreggano e incoraggino un desiderio così oneroso da perseguire da soli.

 

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