Il “J’accuse” di Gaye: verso la vetta

Leggendo e facendo ricerche per un’idea che mi ronza in testa da un po’, mi sono imbattuta nel testo di Cheik Tidiane Gaye, “Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera”.

Del lungo monologo, mascherato da romanzo epistolare “di sola andata” (le lettere riportate sono solo quelle dell’autore-narratore-protagonista all’amico Silmakha), ho apprezzato anzitutto una presa di posizione evidente già dal titolo: la rivendicazione orgogliosa della propria identità, tutto meno che reazionaria, visto che è affiancata ad una costante curiosità, ad un instancabile interrogare la “cultura ospite” che creano un clima di grande apertura.

Il testo mi aveva quasi rinfrancata nella mia ricerca di sguardi politicamente maturi nella cosiddetta “letteratura migrante”, perché Gaye si tormenta nel cercare di vedere, di capire, e fa domande ai connazionali, raccoglie dati, storie, quadri di realtà.

Alla fine, srotola un J’accuse di tutto rispetto contro “l’indifendibile” Europa (e alcuni passaggi meritano di essere riportati qui sotto e diffusi, se vi va) – tuttavia sul più bello, al culmine di un climax di prove schiaccianti contro la tremenda Europa e di punti fermi che dimostrano una consapevolezza storica e politica, subito dopo il “basta” gridato dalle pagine del suo testo, Gaye ripiega: non dichiara guerra all’Europa, non dice quel che ormai è evidente, l’impossibile conciliazione fra l’Europa dei ricchi e il sud del mondo composto tanto dai migranti quanto dagli europei schiacciati, ma invoca una confessione. Chiede rispetto. Puff.

Quello che mi chiedo è perché un autore che così precisamente conosce e elenca le brutalità, i soprusi, le ingiustizie commesse dall’Europa speri ancora che quest’ultima possa cambiare, e cambiare per una richiesta, un appello. Si è mai visto uno schiavista liberare spontaneamente lo schiavo?

L’unica ipotesi politica è che i meccanismi economico-sociali alla base dello sfruttamento antico e di quello moderno non siano del tutto evidenti – altrimenti, sarebbe evidente anche la “non ricomponibilità” di un’opposizione che l’Europa dei grandi vuole, ricerca, mantiene con tutti i mezzi immaginabili. Perché non dovrebbe farlo? E’ ciò che le consente di ottenere il proprio scopo: ricchezza, potere, “libertà d’azione”.

Nelle ultime pagine di “Prendi quello che vuoi…”, la posizione di Gaye si attenuerà ancora, ricorrendo ad esempio al consolatorio pensiero del male minore (quando, in risposta ad un amico che usa “parole troppo forti in un impasto rivoluzionario” [p. 93], si trincera dietro un neutro “Meglio questa situazione che vivere in una baraccopoli come i rumeni. […] La casa è scomoda, però non hai altre soluzioni”); infine, la sua lucida analisi delle colpe europee si annacqua del tutto, con alcune frasi che sanciscono il tono sostanzialmente buonista del suo scritto: “La ricetta vincitrice per abbattere tutte le barriere che ci separano è racchiusa in una sola parola: amore” [p. 113].

Per quanto riguarda l’ipotesi letteraria, è in costruzione. Di certo quello di Gaye è un buon passo, ma la vetta è ancora là, in alto. Fortunatamente la scrittura è un’opera sociale e collettiva, e la cordata è partecipata – in testa oggi molti brillanti “scrittori di seconda generazione” (argh, queste etichette…occorrerà un discorso preliminare sui termini, presto, in letteratura come altrove).

Per ora, la parola a Gaye.

“Ascolta, Europa, e non odiarmi. Sono un figlio nato vicino a Gorée, ho imparato a soffrire, ho imparato dalla madre Africa ad essere tollerante. Ho svolto tutte le mansioni umili del mondo per rimanere degno di me stesso e per sopravvivere con dignità e onore, ma rimango sempre in negro della piazza, del bar, della metropolitana, dell’ufficio, della banca, dello stadio; sarò sempre lo sporco negro dell’università, della facoltà, del laboratorio; sarò sempre la scimmia della ditta, lo scimpanzé operaio che aumenta il tuo utile, che raddrizza il tuo bilancio, che paga le pensioni dei tuoi nonni. […]

Europa, sei indifendibile. Osservo i tuoi grattacieli, i tuoi palazzi antichi, le tue strade illuminate, i tuoi musei secolari, i tuoi ponti medievali, la tua ricchezza materiale. Dov’è la tua ricchezza spirituale? Il sudore dei miei avi ha costruito la tua bellezza. Leggo i tuoi poeti, i tuoi scrittori e i tuoi filosofi. Quanti avevano sostenuto la schiavitù e la colonizzazione? […]

Ti ricordo che hai bruciato i miei luoghi di culto e frantumato i nomi degli dei. Ti ricordo che hai quasi seppellito il mio alfabeto, per insegnarmi le tue lettere. […]

Europa! Ho ascoltato i tuoi discorsi, ho vissuto per anni al tuo fianco e ho visto che eri solo una nuvola di fumo. […]

Io, figlio dalla voce umile, dico che sei stata il ‘male’ del nostro vissuto. […]

La piaga rimarrà aperta e non si cicatrizzerà mai.

Hai torturato in Africa, hai ucciso nei Caraibi, hai sepolto anime in Madagascar, hai esiliato gli onesti re, hai corrotto i re corruttibili, hai spezzato l’ordine sociale di un intero popolo e oggi mi parli d’integrazione. […]

Non ti puoi applaudire da sola. Sono proprietario delle mie mani, sono consapevole di quello che dico e non penso di perdonare la sofferenza vissuta dai miei avi. […] Hai combattuto da sola, hai cantato la tua grandezza, per me sei e rimani piccola come un granello di sabbia. […]

Quante crudeltà, ingiurie, brutalità! Che arroganza e disumanità! […]

Adesso mi devi ascoltare, Europa. […] Posso perdonare tutto, ma non le accuse vergognose stampate sulla mia pelle. Sono orgoglioso della mia pelle nera, il colore dell’ebano e non delle tenebre. […] Ti prego davvero. Alzati e prega […]. Confessa il tuo peccato. […] Io e i miei fratelli siamo tolleranti, ma insegna ai tuoi figli ad accogliere e non a respingere. Insegna al tuo popolo la storia, la verità e non nascondere i fatti. […]

Non ti chiederò il risarcimento, ma il rispetto” [pp. 80-83].

 

 

 

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